non ho ancora visto il film ma concordo con questa descrizione trovata nel web.
C’è stato un tempo in cui il Cammino era una sottrazione.
Si lasciava qualcosa. Peso, rumore, identità.
Oggi è diventato un’aggiunta continua. Tappe, servizi, pacchetti, spedizioni, badge interiori da esibire al rientro.
Il Cammino non è più un sentiero. È un flusso.
Scorre come un aeroporto low cost: stessi passi, stessi selfie, stesse frasi motivazionali incollate alle vetrine dei negozi. Non si entra nel silenzio, lo si attraversa velocemente, giusto il tempo di registrarlo.
Ed è qui che Checco Zalone non è una caricatura, ma uno specchio lucidissimo.
Non prende in giro il Cammino. Racconta esattamente ciò che è diventato.
Un’esperienza che promette essenzialità ma consegna comfort, che parla di spiritualità mentre timbra ricevute, che invita a spogliarsi e intanto offre sacchetti, sconti e spedizioni assicurate.
Checco cammina come camminiamo tutti, quando trasformiamo anche il sacro in consumo.
Il suo passo è corretto perché è coerente con il tempo che viviamo.
Un tempo in cui il viaggio deve essere raccontabile, monetizzabile, digeribile.
Un tempo in cui anche il Cammino, per sopravvivere, ha imparato a vendersi.
Forse il problema non è Checco.
Forse il problema è che ridiamo, perché ci riconosciamo.
E mentre ridiamo, continuiamo a camminare…
con lo zaino un po’ più leggero,
ma le mani sempre piene.
Cosa ne pensate?



A volte le parole sono superflue 
