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18 sensi più uno (Bonus Track)


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    36
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guido_e_cri

Utente storico
Socio Assoc.ne PPS
18 sensi più uno (Bonus Track)



Sapevo che i sensi erano cinque.
O sei, a dare retta a Bruce Willis.
E invece.
Invece pare che di sensi ce ne siano molti di più.
Chi dice sei. Chi nove. Chi ventuno.
Qualcuno dice diciotto.
Io, oggi, dico diciannove.

La vista.
Le mesetas srotolate davanti ai miei piedi. Quel mare di verde e di vita che nuota nel vento.
L’oceano alla fine dei miei passi. Distesa liquida di infinita possibilità.
La prima luce del mattino. Colori caldi che alle mie spalle si fanno strada dentro e oltre il buio della notte.
Luce verde di alberi e foglie e clorofilla dentro una biblioteca di Burgos.
Gli occhi negli occhi a compartire vita e parole.
Quel Crocifisso nella chiesetta medievale. Sguardo offuscato da lacrime che vengono da lontano.
Una rosa gialla appesa ad uno zaino.
La grazia di uno specchio grande, in un albergue privato. Permette, solo per oggi, di vedersi interi.
Dei lumini accesi nel buio di una chiesa medievale.
Un arcobaleno nel cielo nero di nuvole sopra la Plaza del Castillo. Tornerà il sole.

Il tatto.
Le mani sporche di terra. Sono ore che cammino dentro un vento che solleva polvere e pensieri.
La corteccia di quell’albero. La mia pelle su quei solchi antichi.
Il legno del bordon reso liscio dal tanto andare.
Un foglio di carta su cui scrivo alla fine delle giornate di qui.
Le dita sui tasti di un pc a scrivere ad amici lontani.
Solo per oggi, alla fine di una cena, un tovagliolo in stoffa a pulire labbra spaccate dal sole.
Le mie mani sulle braccia abbronzate di quel pellegrino.
Una crosta di fango all’interno del polpaccio.
Segni d’erba sulla pelle delle gambe dopo una pennica su un prato.

Il gusto.
Il pulpo di Ezechiel.
Una mela compartida sul muretto di una chiesa nel caldo del primo pomeriggio spagnolo.
Una pasta pomodoro e basilico nell’albergue gestito dagli inglesi.
Delle albicocche secche che passeranno alla storia negli annali di un’amicizia milanese.
I biscotti Prince.
Una tazza di caffè bollente alla fine di un temporale.
Delle ciliegie colte da un albero.
Una noce ricevuta in regalo.
Pan y queso.
Il chorizo.
Tomate e tortilla francesa.
Un bacio su quella nostra piazza.

L’udito.
Un portone di metallo sbatte nel vento.
I Madredeus in quel bar nel nulla. Prendo appunti su un quaderno che mi segue da tanto.
Il canto gregoriano nel buio di quella chiesa.
Una vita offerta in mezzo al fiatone di una salita.
Il bordon che picchia per terra ad ogni passo.
Le risate davanti ad una birra nella sera che scende.
Le fronde degli alberi dentro il vento.
Lo sciabordio del mare che bagna i miei piedi alla fine di tanti chilometri.
I fili dell’alta tensione. Friggono alti sopra di me.
Un uomo mi dice: “Quidate, guapa! Tu eres cielo”.
L’antica benedizione del pellegrino. Avvolge con calore ogni pezzo di me. È un balsamo che lenisce ferite antiche.
America dei Razorlight. Non importa dove io sia. Ogni volta torno su quei passi. Dentro quell’addio.

L’olfatto.
L’odore caldo dei fiori sotto il sole accecante del mezzogiorno appena passato
Il profumo di pane appena sfornato in una panaderia in fondo ad una discesa che ha spezzato gambe e fiato. Torno a me ragazzina, in giro per un paesino di montagna per mano a mamma e papà.
Vicks Vaporub prima di infilare gli scarponi.
Canfora sulle gambe stanche di coreani felici.
L’odore di Galizia. E chi ci ha camminato sa. Senza bisogno di altre parole.
Quel vapore umido e caldo dentro i bagni alla fine delle docce.
Il giornale bagnato tirato fuori al mattino dagli scarponi fradici di pioggia.
All’arrivo di un temporale, le prima gocce d’acqua sull’asfalto ancora bollente.
Una torta che sa di burro e uova si sbriciola su un tovagliolo bianco.
I panni che escono puliti dalla lavadora. E per una volta non sanno di sapone di Marsiglia.

Il dolore.
Il ginocchio in discesa. I legamenti rotti anni fa su una pista da sci si fanno sentire.
Quell’ampolla sotto il mignolo. Non ci voleva.
Le spalle stanche. Lo zaino pesa, nonostante l’essenzialità.
La pelle delle mani ormai dura attorno al legno del bordone.
I polpacci gridano su una salita nel freddo del mattino.
In un temporale, sale sulle labbra. Lacrime o sudore?
Il mio cuore e i miei occhi piangono senza che io neanche sappia perché. Solo, ci sono giornate in cui non gira.

La propriocezione.
Su quel prato. Fatica alle spalle, cielo e nuvole a portata di mano, infinito davanti a me. Sono dove devo essere. Me lo leggo dentro i miei occhi che almeno per oggi sono spensierati.
Di notte in quelle brande ogni volta diverse. La giusta stanchezza di chi ha ben vissuto.
Su quella piazza. Schiena per terra e meta dentro gli occhi. Era sogno. Oggi è vita.
Mano nella mano dentro calles antiche. La notte ci è amica.
Gli ultimi passi fino alla fine del mondo. Essere arrivati. Chiedersi: “E adesso?”.

La termopercezione.
Il freddo su quel sentiero accanto al campo di golf. Un vento gelido soffia contro. Calzini sulle mani. Meglio di niente.
La pelle calda di sole caldo in una giornata calda. Mi pare di non essere mai stata meglio.
Una doccia che era partita bollente ed è diventata gelida. Pessimismo e fastidio.
La punta della lingua scottata al primo cucchiaio di sopa de garbanzos. Che poi. Chi lo sapeva che i garbanzos fossero ceci?
I piedi dentro fontane di acqua gelida a fine tappa. Lo sappiamo tutti che quella è una delle vere godurie del nostro essere pellegrini.

L’equilibrio.
Non so mai dove sia.
Forse in questi miei passi, oggi, è più vicino che mai.

La pressione.
Lo zaino.
Gli scarponi.
I chilometri da fare.
Ma anche, nella vita di sempre: “Sei figlia. Madre. Moglie. Donna. Amica. Lavoratrice”.
“Devi fare. Dire. Agire. Pensare. Riflettere. Vivere. Accudire. Lavorare. Sorridere”.
Qui no.
Qui devi solo camminare.
Solo mettere un piede davanti all’altro.
Zaino e scarponi e chilometri – in confronto - sono davvero pressioni leggere.

Il prurito.
Maledette chinces.

La tensione.
Io verso lì, un passo dopo l’altro.
Io verso quell’albero.
Verso quella fontana.
Verso quella panchina.
Verso quell’albergue.
Verso quella piazza.
Verso quell’oceano.
Verso la mia vita.
Un passo alla volta.
Un metro alla volta.
Non scappa niente.
La lentezza basta.
La pazienza è un’arte da esercitare.

Lo stiramento.
I pensieri dentro di me.
Sono nuvole buie che si sfilacciano dentro il regno della notte.
I desideri.
Che in quelle ore notturne allora non sapevo neanche quali fossero.
Li faccio miei.
Mi adeguo a loro.

La sete.
L’arsura dentro il caldo.
La voglia di acqua a quella fontana.
La voglia di clara a fine tappa.
La sete di altro.
Di altri.
Di mondo.
Di vita.
Di mia vera vita.
Di amore.
Di passi condivisi.

La fame.
Quella che va al nocciolo primordiale del bisogno.
È buono il pane.
È buona una mela.
È buono un sorso di latte e menta.
La fame di verità.
La fame di vita.
La fame di domande.
La fame di ipotesi di risposte, a quelle domande.
Spinge avanti, questa fame.
Poter provare a nutrirla è un privilegio grande.

La chemiopercezione.
Vino rosso e tannino di prima mattina alla fuente del vino.
Fumo e risate appoggiati ad un muro nella notte.
Quel sapore ferroso dentro una gavetta d’alluminio.
La puzza di magliette tecniche sudate marce dopo troppi chilometri.
In una stanza piena di divanetti in finta pelle, quell’odore che in un attimo mi porta mia nonna accanto a me. Chissà perché.

Il tempo.
Tutto il tempo che voglio.
Tutto il tempo di cui ho bisogno.
Tutti le ore di vita serena che mi vengono donate.
Tutti gli attimi che davvero riesco a vivere fino in fondo.
È un mese magico, questo mese di cammino.
Vola in un soffio.
Dura una vita.

Il magnetismo.
Quella chiesa.
Quel Santo.
Quella piazza.
Da anni mi chiama.
Da anni mi attira.
Da anni mi aspetta.
Eccomi.
Ci sono.

Il vero, verissimo senso di questo mio andare.
L’ultimo senso.
Il senso ultimo.
Trovarmi.
Occhi di maquis e faccia abbronzata.
Trovarti.
Capelli rossi e occhi color Ostriconi.
Trovarci.
Noi due.
Noi due inaspettati.
Noi due inattesi.
Noi due insperati.
E iniziare – davvero – a camminare insieme.
 

Edo

Admin
Membro dello Staff
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Direttivo Ass.ne
L'autrice è Cristina
 

maryam

Utente storico e attivo
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A te ti si becca subito, ma è sempre bello leggerti
 

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