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Barcelona - Lleida


liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Non è stato un cammino.
Ma ho camminato su percorsi che fanno parte di cammini e allora provo a mettere qualche info. Se ci riesco.
Info soggettive, come sempre.
Mi piacerebbe potessero essere utili a qualcuno. Come sono state utili a me cose che ho letto qui.
Però rileggendo mi sembra sia venuto fuori un miscuglio senza molto senso.
Ma visto che mi sembra brutto anche non scrivere niente, ve lo beccate.

Solo 1 settimana: 7 giorni.
Da Barcellona a Lleida.
Su questo tratto ci sono già il diario di Raul e quello di Franvi, da cui si possono recuperare parecchie informazioni. Ma soprattutto leggendoli si trascorre un po’ di tempo piacevolmente.
Rispetto a Raul ho fatto un percorso diverso da Barcellona a Montserrat (ho seguito il GR6, segnato anche con frecce gialle) e anche un po’ diverso rispetto a quello di Franco.
C’è anche qualche novità su qualche accoglienza.

Barcellona - Sant Cugat
Le frecce iniziano fuori Barcellona, al Velodromo d’Horta, la prima davanti all’ingresso del Labirinto d’Horta. Fino lì ci si deve arrivare con “mezzi propri”.
C’è una fermata della metro vicino (L3 - Mundet).
Io però decido di arrivarci a piedi.
Passo per la Cattedrale.
Per la Sagrada Familia, da un bel po’ che non venivo a Barcellona, adesso senza biglietto non si arriva neanche al portico.
Poi con la mappa seguo la direzione.
La mappa è piatta e faccio un po’ di saliscendi. Forse c’è un modo più rapido per arrivare. Ma il percorso mi soddisfa. Attraverso una periferia che mi sembra viva, quasi un paese.
Poco dopo le prime frecce si passa sotto un carcere minorile, o qualcosa di analogo.
Gruppi di ragazzini sulla strada che urlano e altri dalle finestre che rispondono.
Una ragazzina continua a gridare: “Cariño, te quiero”, un altro “Llama a mi primo”.
Una tale confusione di voci che non so se mittente e destinatario riescono a ritrovarsi.
Passare lì in mezzo è abbastanza spiazzante.
Finito il muro dell’edificio finisce anche la strada.
Inizia un sentiero che sale rapidamente tra vegetazione bassa.
Ben segnato: frecce gialle e indicazioni.
Segnalazioni di punti panoramici, in alcuni momenti intravedo anche un po’ di Barcellona.
Sicuramente un bel percorso, peccato averlo fatto con nuvole basse e pioggia a tratti.
Proseguo tra i boschi con sentieri e piste di terra, sempre nel parco di Collserola.
In discesa sull’altro lato della collina.
La Ermita de Sant Medir, con fonte e Campo dei Miracoli (non so di che miracolo si tratti).
Un altissimo pino, simbolo di Sant Cugat.
Poco dopo si arriva.
A Sant Cugat c’è un antico e imponente monastero benedettino. Visto solo da fuori perché gli orari di apertura non corrispondono ai miei.
Non c’è albergue. Ci sono hostal. Io preferisco tornare in treno a Barcellona (20m) e poi ritornare, sempre in treno, domani mattina.

Sant Cugat - Ullastrell
Lunga uscita da Sant Cugat, con un po’ di zona industriale, ma ben segnata.
Iniziano le piste di terra tra gli alberi. Domenica mattina, finalmente cielo azzurro, abbastanza frequentate da chi passeggia, corre, va in bici.
Les Fonts, con un castello dalla forma strana, molte fonti, bar.
Con un po’ di asfalto, sentieri e piste arrivo a Ullastrell, seguendo frecce e indicazioni.
Il GR6 taglia fuori il paese, le frecce gialle no.
Ullastrell è un buon posto dove dormire. C’è un nuovo e coloratissimo albergue. Le chiavi al municipio o al bar del Casal Cultural (vicino al campo sportivo), dove si può anche mangiare.
Se riescono a mantenere l’albergue così, è davvero un posto accogliente. Mi sono trovata bene anche al bar.
Vicino alla chiesa c’è un mirador da dove si può vedere Montserrat.

Ullastrell - Montserrat
Sempre seguendo le frecce si esce da Ullastrell su piste sterrate e qualche pezzo di sentiero.
Si scende in una strana conca con un piccolo torrente. All’inizio non mi è chiaro come uscirne, ma le frecce ci sono.
Olesa, con bar, negozi e supermercati.
Le frecce ti portano su una mulattiera in salita per Esparreguera. Io le seguo.
Il paese ha una massiccia chiesa con campanile.
Ma poi bisogna scendere di nuovo.
Si può evitare di salire a Esparreguera non prendendo la mulattiera a sinistra e proseguendo per la strada.
All’uscita dal paese perdo un po’ le frecce e vado per conto mio.
Tutto sommato non va male. Vedo la Colonia Sedò (antica industria tessile con villaggio annesso) dall’alto, forse più interessante che costeggiarne il muro. Passo dalla bella Ermita de Santa Magdalena con vista sulla valle sottostante, che avrei saltato.
Arrivo a fondo valle, ritrovo le frecce e subito sbaglio. Prendo il sentiero appena prima del ponte invece di quello appena dopo. Entrambi indicano Montserrat, ma il primo ti porta a Collbatò, allungando parecchio. Me ne accorgo in tempo e torno indietro sul GR6.
La montagna con i suoi pilastri di roccia è proprio qui davanti e c’è la curiosità di capire come si possano superare.
Il sentiero giusto inizia a salire subito molto ripido. Il primo tratto è un po’ noioso perché è ancora terra argillosa e l’acqua ha scavato uno stretto canale. Bisogna camminare sui bordi con una zampa di qua e una di là.
Poi inizia la roccia e va molto meglio.
Per me la vista compensa ampiamente la fatica che si può fare a salire.
Si attraversa una strada asfaltata e si continua a salire. Non ho capito né dove va, né da dove viene una strada asfaltata lì a mezzacosta.
Il sentiero è ripido ma non pericoloso. Nell’unico tratto veramente esposto, quando si superano i pilastri di roccia, c’è una scala con ringhiera.
Poi si sbuca sul sentiero che arriva da Collbatò e dalle miniere. La parte più ripida è terminata, si continue a salire, a zig zag, più dolcemente.
Forse il sentiero da Collbatò è più frequentato perché, se fino a qui non ho incontrato nessuno, adesso inizio a incrociare qualcuno.
C’è una deviazione con possibilità di arrivare a Monserrat direttamente o fare un giro leggermente più lungo e arrivare dalla Ermita de Sant Miquel. Scelgo quest’ultimo.
E sono a Montserrat.
A me la salita è piaciuta veramente tanto. I pilastri di roccia, questa sensazione di essere in montagna ma con vegetazione non da montagna (ci sono i corbezzoli), la vista sulla valle sotto, vedere Montserrat sotto queste rocce strane.
Sono anche stata fortunata a trovare una giornata bellissima.
E’ un sentiero di montagna, in alcuni tratti ripido, ma è davvero bello.
A Monteserrat c’è un albergue nuovo da maggio. Sono 2 camere destinate ai pellegrini all’interno del tecnologico ostello appena fuori dall’arco. Cucina fornita di utensili, un po’ di pasta, riso, qualche condimento e il necessario per la colazione. Al ristorante si può mangiare a 10 euro con menu pellegrino.
Monteserrat… già sapete. Dormire e svegliarsi lì è proprio bello.

Monserrat - Jorba
Di qui in poi il percorso coincide con quello di Raul e di Franco e Francesco. Quindi meno cose da dire.
Prima parte ancora con panorami di pilastri di roccia, ma su strada.
Si abbandona la strada dopo aver aggirato la montagna e di qui un bel tratto fino a Sant Pau, dove si può fare una buona colazione.
Da Castellolì a Igualada è tutta strada e rumore di autostrada.
Subito fuori Igualada la Ermita de Sant Jaume: un po’ di ombra e silenzio.
A Jorba c’è un albergue. Meglio chiamare Josep prima. Apre alle 18. Danno informazioni sulle tappe seguenti.
Il bar vicino all’albergue è chiuso per ferie, ce n’è un altro un po’ prima o si può cenare con un abbondante menu del dia a 9 euro all’autogrill appena fuori dal paese (se si va a destra al fondo del paese c’è una stradina pedonale che sale al parcheggio dell’autogrill, se no si seguono le frecce e si arriva comunque).

Jorba - Cervera
Fino a La Panadella mi ha proprio stufato. Strada, in alcuni tratti anche con parecchi camion, e rumore dell’autostrada.
A La Panadella si può mangiare qualcosa, non è proprio un paese, è poco più di un autogrill e un albergo.
Qui si abbandona la strada principale e la situazione migliora.
A Pallerols cappella di Sant Jaume con simboli del cammino. Dovrebbe anche esserci una signora con chiavi della cappella e sello (Teresa Pl. Iglesia 2), ma non ho osato suonare quindi non posso confermare.
A Cervera accolgono le suore. Ma non quando arrivo io: stanno ristrutturando. Mi indicano 2 hostal e dormo in uno di questi.
Cervera mi piace. I vicoli stretti e ripidi, le mura, il palazzo dell’università, le chiese (viste solo da fuori). Divertenti i balconi dell’ayuntamiento.

Cervera - Castelllnou
Bello il tratto Cervera Tarrega, in mezzo alla campagna.
Bella anche Tarrega.
Qui c’è il bivio tra i 2 cammini Catalani.
Più o meno strada fino ad Anglesola.
Poi iniziano i frutteti.
A Castellnou chiavi al Cafè Modern (il nome è un po’ fuorviante). Pepe, il proprietario, parla un po’ italiano perché ex camionista spesso in Italia. Chiuderebbe alle 5, ma essendo chiuso l’altro bar, riapre verso le 7 per prepararmi un plato combinado.
L’albergue è l’ex spogliatoio del campo sportivo. Molto basico.

Castellnou - Lleida
Frutteti, frutteti, frutteti. Tranquilla tappa campagnola.
Si attraversano un paio di paesi dove si può mangiare qualcosa.
Sempre ben segnato. Solo le distanze sui cartelli non sono sempre attendibili.
Alla periferia di Lleida sembra di essere stati buttati all’improvviso in un girone infernale. Almeno a me fa questa impressione. Zona industriale caotica al massimo, con camion che sbucano ovunque.
Ne esco incolume.
Lleida non ha albergue. Ce n’è uno po’ fuori percorso, ma segnalato, ad Alcoletge, qualche km prima. Ma non ci sono andata.
L’hostal Mondial suggerito da Raul è pieno a causa della Fira Agraria de Sant Miquel di questi giorni. Trovo posto all’Hostalet, un po’ più in periferia, 20 Euro la singola.
Lleida mi piace molto.
Alla Seu Vella ti timbrano la credenziale ed entri gratis.
Consiglierei di andare:
la cattedrale completamente spoglia (dal 1700 è stata usata come caserma) è molto bella
il grande chiostro con vista sulla città sottostante è sorprendente
i 236 scalini per salire alla torre sono il perfetto epilogo di questi pochi giorni
 

liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Metto qualche foto va'.
Non sono una grande fotografa, ma sicuramente sono un po' meno noiose di quanto ho scritto.

Barcelona - Sant Cugat

Vedi l'allegato 35580
Barcellona. Si parte


Vedi l'allegato 35581
Quello che si riesce a vedere di una Sagrada Familia piovosa


Vedi l'allegato 35577
La vista su Barcellona non sarebbe male. Se non fosse così nero


Vedi l'allegato 35576
Ermita de Sant Medir in mezzo ai boschi


Vedi l'allegato 35578
Pi d'en Xandri (23m, 230 anni)


Vedi l'allegato 35579
Monastero di Sant Cugat
 

liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Alla fine ho iniziato a scrivere anche questa volta.
Alla fine perché mi diverto.
Alla fine perché mentre scrivo sono di nuovo lì.
Alla fine perché alcune sensazioni poi non me le ricordo più (alla fine in alcuni casi sarebbe anche meglio).
Alla fine sono sempre le stesse cose, alla fine sono sempre le mie scemenze.
Alla fine ve le beccate anche questa volta, ma alla fine potete saltarle a pie pari.
Alla fine sono solo pochi giorni, alla fine non occupano tanto spazio.
Alla fine spero di arrivarci alla fine.
Per ora inizio.

20/09 Barcellona
La belva sembra lo faccia apposta, sono due giorni che mi segue ovunque, che mi fissa con aria di disapprovazione.
A pensarci bene mi segue sempre e mi fissa sempre. L’aria di disapprovazione mi sa che me la sto inventando io. Sensi di colpa.
Senti, lo so che non sei abituato a stare da solo, ma è solo una settimana, verranno a nutrirti e badarti una volta al giorno. Aria di disapprovazione o no, io vado.
Il signor RyanAir mi ha dato un posto vicino al finestrino.
Non piove.
Non sono né troppo in ritardo, né troppo in anticipo.
Mi preoccupo un po’. Non è che tutta sta fortuna la pagherò dopo?
In aereo mi faccio la mia solita dormita.
A cosa serve il posto vicino al finestrino se dormo? A evitare di crollare addosso ai miei vicini.
Però durante decollo e atterraggio guardo anche giù.
Aeroporto.
Continua ad andare tutto liscio.
Sono alla stazione Sants nettamente prima del previsto.
Un giro al Parc Mirò per far passare un po’ il tempo.
Indirizzo trovato senza problemi.
Vabbé entriamo, anche se sono ancora mezzora in anticipo.
Camera dalla signora Judith trovata con Airbnb.
Secondo piano, appartamento 4.
C’è l’ascensore. Ma per 2 piani non vale la pena.
Conto: primo piano, secondo piano. Porta 4. Suono.
Una signora stupita di vedermi.
Sono Lia.
Sempre più stupita.
Capisco che c’è qualcosa che non va.
Secondo piano, appartamento 4?
No, primo piano. Mi indica una targhetta inequivocabile.
Mi scuso in tutte le maniere che conosco.
Ma sono scema? Non so neanche più contare?
Però, dai. Mi affaccio verso il piano inferiore per leggere la sua targhetta: Entrepiso.
Accidenti ai piani rialzati.
La camera è piccolina ma accogliente. Accogliente anche il cane di casa, corre a portarmi il suo giochino ogni volta che mi vede.
Giro per Barcellona.
Rischio più volte di essere investita da velocissimi monopattini.
Niente sello in Cattedrale. La coda è lunghissima e il baracchino sulla via laterale, malgrado vari giri, non riesco proprio a vederlo.
Per ora mi accontento del timbro dell’Ufficio del Turismo.
Ma appena arrivo a casa mi armo di forbici e colla e la mia credenziale avrà il suo bel sello della Cattedrale. Non è il primo sello fai fa te nelle mie credenziali, ma il primo arrivato via whatsapp sì.
Finisco piacevolmente la giornata sulle panchine del porto. Sarà banale, ma ci sto bene.
 

liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
21/09 Barcelona – Sant Cugat del Vallès
Le previsioni per oggi non sono proprio belle.
Per ora è grigio ma non piove.
Fino al Velòdrom d’Horta, all’uscita di Barcellona, il percorso me lo devo inventare.
Me lo invento in modo non proprio lineare.
Ritorno alla Cattedrale, poi verso la Sagrada Familia.
Sosta sotto la pensilina di un negozio. Sta buttando giù acqua a secchiate.
Giacca e coprizaino.
Aspetto che si calmi un po’.
Insieme a una signora senza ombrello, indecisa se bagnarsi completamente o arrivare in ritardo al lavoro. Temo riuscirà a fare entrambe le cose.
La Sagrada Familia sotto una pioggia molto più tranquilla.
Non è ancora aperta, ma c’è già una bella coda.
Con questa recinzione non si vede quasi più niente. Sono stata qui parecchi anni fa. Prima o poi dovrò ritornarci.
Altre secchiata d’acqua improvvisa. Nessuna pensilina in vista. Mi tocca una seconda colazione in un bar.
Di qui in avanti vado in direzione Velòdrom usando la mappa del telefonino.
Il telefonino è piatto, Barcellona no, per cui faccio un po’ di su e giù.
Ma non mi dispiace. Attraverso dei quartieri che mi sembrano molto vivi, quasi dei paesi a sé stanti. Non so, mi fanno una buona impressione.
Ha smesso di piovere. O meglio, ogni tanto pioviggina un po’, ma niente di serio.
I pesci gialli. Ce ne sono moltissimi, disegnati per terra, sui pali, sulle case. E’ da ieri che li vedo.
Mi è chiaro fin da subito che non indicano un percorso, troppi e in troppe direzioni.
Ma che sono nastrini e non pesci lo capisco solo adesso. Ne vedo alcuni appesi a un balcone.
Per il loro significato ci vorrà ancora un po’.
Fuori da Barcellona.
Ecco il Velòdrom. Anche il Labirinto, vicino all’ingesso dovrei trovare la prima freccia gialla.
E c’è.
Questo labirinto mi incuriosisce. Ma non adesso, lo mettiamo insieme alla visita alla Sagrada Familia.
Una stradina sale in mezzo a muri.
Inizio a sentire gente che grida. Penso a una partita di calcio. Qui ci sono impianti sportivi.
Però no, è qualcosa di diverso.
Forse una scuola?
Una curva e gruppi di ragazzini in mezzo alla strada che comunicano urlando con altri dalle finestre di un edificio. C’è un muro e un cortile in mezzo, sono abbastanza distanti.
Un carcere minorile o qualcosa di analogo.
Mi sembra di essere finita all’interno di un romanzo, di qualcosa che ho letto.
C’è una tale confusione di voci sia da una parte che dall’altra che deve essere difficile gestire un dialogo mittente destinatario.
La stessa frase viene ripetuta più e più volte.
La ragazzina che grida istericamente “Cariño, te quiero” in continuazione.
Un ragazzo quasi disperato che continua a urlare “Llama a mi primo”.
E tante altre frasi che non capisco.
Anche una giovanissima coppia con una bimbetta nel passeggino.
E ci passo in mezzo. Cos’altro posso fare. Ma mi sento intrusa, come uno spettatore che non dovrebbe essere lì.
Finisce il muro, finisce la strada e inizia un sentiero che entra nel parco di Collserola.
Una curva e inizio a salire decisamente.
Vegetazione bassa.
Corbezzoli non ancora maturi.
Sono in mezzo alle nuvole. Si aprono un po’ e si intravede Barcellona. Il mare lo immagino, ha lo stesso grigio del cielo.
Poi si richiudono e non resta che guardare i cartelli che indicano i punti panoramici.
Inizio a scendere su piste di terra e tra alberi un po’ più grandi.
E’ bello questo posto. Forse è merito di questa nebbia che lo rende come una foto in bianco e nero non perfettamente a fuoco. Anche gli occhiali bagnati aiutano.
Ogni tanto incontro qualche ciclista.
Mi guardo intorno alla ricerca di un posto per una pausa idrica. Un cartello: “Caca controlada”. Era solo idrica eh. Ok, sono un po’ scema, mi diverto con poco. La seconda C ha anche una virgoletta sotto (mi verrebbe da dire una cacchetta), ma il cartello è un po’ arrugginito, potevo anche non notarla.
I cartelli, le insegne, sono tutti in catalano. La prima volta che sono stata a Barcellona non ci avevo fatto caso. Come potevo, non sapendo una parola né di castigliano né di catalano per me era tutto la stessa cosa. Adesso almeno mi rendo conto, è sempre un passo avanti.
Arrivo alla cappella di Sant Medir, in mezzo al bosco.
C’è una fontana, un Campo dei Miracoli, delle panchine umide.
Non faccio in tempo ad assorbirne l’umidità, ricomincia a gocciolare, riparto.
Tra alberi e poi qualche campo. Tranquillamente.
Un grande pino aiutato a stare in piedi da un cono di tronchi. Ha una targhetta e un suo nome: Pi d'en Xandri. E’ vecchio e alto. E’ uno dei simboli di Sant Cugat, questo potrebbe voler dire che sono quasi arrivata.
Infatti, ci sono.
Un po’ di periferia.
Un bar, ma no, vediamo se c’è qualcosa di meglio più avanti.
Il monastero.
E’ grande, è bello. Non me l’aspettavo, non me l’aspettavo proprio.
Pensavo che Sant Cugat fosse un paese satellite di Barcellona con palazzoni nuovi e poco più.
Invece.
Non documentarsi troppo prima di partire ha sicuramente degli svantaggi, ma anche qualche vantaggio. La sorpresa di questo monastero è uno di questi.
Purtroppo ha chiuso da poco e riapre nel tardo pomeriggio. Me lo guardo da fuori, sbirciando il bel chiostro dal portone.
Mi mangio un panino in un posto che mi sembra migliore del bar visto prima e torno a Barcellona in treno.
A domani Sant Cugat.
 

liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
22/09 Sant Cugat del Vallès - Ullastrell
E’ una bella giornata, proprio bella.
Non sto a controllare come arrivare a Sant Cugat, ho fatto il percorso inverso ieri.
Arrivo in Plaça de Catalunya e mi infilo nel primo buco che trovo.
Cerco di capire: la metro no, il treno. Però qualcosa non mi quadra, Sant Cugat c’è, ma non riesco a trovare la linea che ci arriva direttamente.
Guardo, riguardo, giro, rigiro, ma non ne vengo a capo. Non posso passare la mattinata qui, mi tocca chiedere a un gabbiotto di informazioni.
Non sono nel buco giusto. Il ragazzo molto gentilmente, per spiegarmi dove devo andare, esce dal gabbiotto e inizia a gesticolare tipo hostess.
Forse me l’avesse spiegato a voce.
Uscita, scale, angoli, quando sono fuori non mi ricordo più come era posizionato il ragazzo.
E vado dalla parte opposta.
Mi accorgo che non va bene. Torno indietro, ma non proprio indietro, provo in una direzione leggermente diversa. Un altro buco, sarà lui.
Di nuovo il gabbiotto col ragazzo. Ho solo usato una entrata diversa. Scappo via prima che mi veda.
Inizio ad innervosirmi. Perché ieri non ho memorizzato dove accidenti sono uscita?
Ufficio informazioni sulla piazza. Essendo già all’esterno dovrebbe essere più facile seguire le indicazioni.
Mi metto in coda. Una famiglia con un inglese approssimativo vuole i biglietti per la Sagrata Familia e l’operazione va per le lunghe.
Tocca a me: per andare a Sant Cugat?
Tren o ferrocarril?
Oddio, non lo so, nella mia ignoranza sono esattamente la stessa cosa.
Non vorrei mi indicasse il punto da cui arrivo. Mi esce un: “Lo más rapido?”
Risposta già scema di suo, in più quel punto interrogativo la fa sembrare anche sarcastica. Ma non voleva esserlo.
La signorina non apprezza. Abbastanza scocciata mi dice che non può conoscere a memoria tutti gli orari. Con 2 gesti frettolosi mi dice che uno è di qua e l’altro di là. E avanti il prossimo.
Visto che il primo gesto indica la direzione da cui sono arrivata, seguo l’altro.
E trovo un buco.
Ed è quello giusto.
Ma sono abbastanza scoraggiata.
Tanto che quando sale una signora e inizia a farmi una domanda, non la lascio neanche finire e le sparo un “No hablo Español”. Per poi scoprire che avrei anche saputo risponderle.
Sant Cugat.
Mi obbligo ad andare a farmi mettere un timbro all’ufficio del turismo. Devo riprendere confidenza con le istituzioni, ma soprattutto con me.
Direzione da cui sono arrivata ieri e ritrovo le frecce.
Scuole che danno l'idea di essere abbastanza esclusive e un po’ di zona industriale. Ma è tranquilla, è domenica, ed è anche parecchio verde.
Ricominciano le piste di terra tra gli alberi.
Oggi c’è molta più gente. Non solo in bici, anche corridori, famiglie, bambini, cani.
Ricevo e distribuisco saluti.
Se incontro 3 persone in un giorno, un sorriso e un saluto mi fanno sicuramente piacere. Ma così, boh, diventa una cosa talmente meccanica che la mia anima maleducata ne farebbe anche a meno.
Ma mi impegno. Anzi cerco di salutare per prima, alternando attentamente gli “Hola” con i “Bon dia”. Ho anche imparato che i catalani non augurano al plurale.
Un tratto con una bella vista tutto intorno. Si vedono paesoni, zone industriali e colline. Quello sarà Montserrat? Mah.
Les Fonts. C’è un edificio davvero bizzarro. Un castello? Forse sì, ma strano. E’ un insieme di muri, torri, torrette che sembrano assemblate a caso. Mi piace. Sì, un po’ sconcertante, ma mi piace.
Quando torno a casa devo ricordarmi di cercare qualche info (esito della ricerca interessante: questo “castello” è stato costruito da un sola persona a partire dagli anni 60).
Il resto di Les Fonts sono una serie di fontane, una stazione e poco altro.
Sosta su una panchina sotto un albero pieno di uccellini che fanno un gran chiasso.
Salgo di nuovo in un tratto con una bella vista.
Mi annoio un po’ in mezzo alle case.
Un viottolo abbastanza invaso dall’erba.
Lascio il GR6 per seguire solo le frecce fino a Ullastrell.
Le istruzioni che ho scaricato dal sito degli Amici del Cammino Catalano sono perfette: la Macelleria Palet, il vicolo subito prima, il bar del Casal Cultural.
Mi danno delle chiavi colorate, spiegandomi che su ogni porta troverò un bollino dello stesso colore della chiave da usare. Già mi diverte.
L’albegue è dietro il municipio.
Stile Ikea. Allegro e colorato. Uno dei migliori che ho incontrato.
Tramite la chiave verde ho anche accesso al parco giochi posteriore, dove posso usare il mio filo per stendere.
Giro per Ullastrell.
Sulla porta chiusa della Carniceria Palet c’è un messaggio. I proprietari spiegano che ormai hanno superato entrambi gli 80 anni, i figli sono lontani e loro non se la sentono più di andare avanti. Dopo una vita in macelleria ringraziano tutti i clienti e con molto dispiacere chiudono l’attività.
E’ un messaggio un po’ triste, ma anche bello.
Mi viene in mente mio padre, lui non era riuscito a dire basta.
Ci sono ben 2 mirador. Posso mica lasciarmeli sfuggire. E’ indicato, quel cucuzzolo con un cappello di nuvole è Montserrat.
Un pannello che racconta la storia del campanile, noto che è scritto in catalano e in inglese. Niente castigliano. Anche avvisi e istruzioni all’interno dell’albergue.
Nastrini gialli a iosa anche qui. Finalmente capisco: per prigionieri ed esiliati catalani.
Cena al Casal Cultural. Mi trattano molto bene. Termino con una fetta di torta di mele “casera” che è esattamente un quarto della torta intera.
Dovrei chiedere quale dei vari percorsi per Monserrat è consigliabile. Ma non lo faccio. Questa volta non perché non oso. Ho deciso che seguirò questo GR6, ovunque mi porterà.
Ancora 2 passi al primo mirador per vedere la luce del monastero. Scopro che non è sulla cima.
 

liam

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
23/09 Ullastrell – Montserrat
Ho messo la sveglia alle sette meno un quarto, così inizio a camminare appena c’è un po’ di luce. Montserrat, non vuoi partire un po’ presto.
Mi sveglio, guardo l’ora: otto meno venti.
Non so cosa ho fatto. Anzi lo so, non me lo ricordo ma lo so. Ho spento la sveglia e ho continuato a dormire.
Però c’è un vantaggio, il forno è aperto e la mia colazione ottima.
Inizio in discesa.
Ormai ho identificato Montserrat ed è lì davanti, ancora con la sua nuvola berretto, malgrado il cielo sia tutto sereno.
Il sentiero scende in una conca. E’ strana. O forse sembra strana solo a me. C’è un torrente che la attraversa, ma non vedo uscite. Trovo le frecce e devo risalire sul versante opposto. Ci sono segni di pneumatici in basso, come ci arrivano? Mah.
Ritrovo il GR6 e poi Oresa. Una cittadina.
Stanno facendo dei lavori lungo tutta la via principale. Rumore, polvere, macchine in coda.
Mi infilo all’interno e mi trovo davanti un forno con bar. Una seconda colazione tendente al pranzo ci può stare.
Solita abbondanza di rotonde in uscita.
Le frecce gialle mi indicano una ombrosa mulattiera in salita. Le seguo.
Esparreguera. Che sia gemellata con Santena? Ok, scemenza. Però perché no, si chiamerà pur così per qualche motivo.
Pieno di bambini e ragazzini. Primo giorno di scuola?
Una massiccia chiesa con il suo campanile.
Ho perso le frecce. Non ho voglia di tornare indietro a cercarle. Guardo sul telefono, vedo che la salita al paese si poteva anche evitare e continuare lungo la strada. Ma va bene così, qui c’è un bel panorama sulla valle e su Monserrat ormai vicino.
Dal piazzale della chiesa prendo una stradina che scende, di sicuro ritroverò le frecce poco più in giù.
Cammina, cammina si forma nella mia testa la frase “Sicuro è morto”, sentita spesso anni fa insieme a “L’acciaio non è farina”, ma adesso quest’ultima non c’entra. C’entra che delle frecce non c’è traccia.
Di nuovo fuori il telefono. No, adesso non mi conviene più scendere sulla strada principale, continuo qui a mezza costa e la prendo molto più avanti.
Di nuovo il mio telefono è piatto e il mondo no. Malgrado Durante lo pensi. Ah no, lì era un piatto diverso.
Ma non mi va poi così male.
Vedo dall’alto la Colonia Vadò. Non so cosa sia: un paese, una fabbrica, un carcere. C’è qualcosa che sembra un acquedotto a semicerchio al suo interno. Interessante. Anche qui ci sarà da curiosare a casa.
Monserrat ha finalmente tolto il berretto di nuvole, il cielo è azzurro, l’arietta fresca, gli alberi hanno un bel verde scuro, il corso del fiume a fondo valle è tortuoso e io inizio ad avere il mio umore tonto da “sto camminando, mi basta”.
Ermita di Santa Magdalena. A picco sulla valle, sul fiume che fa anche una piccola cascata. Sì sì, va bene così.
Scendo ancora un po’. Ritrovo le frecce. Solo qualche centinaio di metri, poi una curva, un ponte e sulla sinistra inizia il sentiero. Il sentiero.
Di questa salita a Monserrat ho letto, ho sentito parlare, nel bene e nel male, forse più nel male.
Però Raul e Franco hanno fatto 2 percorsi diversi, non sono passati di qui. Quindi questo è tutto da scoprire.
Intanto la montagna è lì. Perché sì, vista di qui è una montagna. Ripida, con i suoi pilastri di roccia e mi piace un sacco.
C’è la curiosità di capire come il sentiero li supererà quei pilastri di roccia, girerà dietro di là o si infilerà in mezzo qui o, mah.
Voglia di andare a vedere.
Prendo il sentiero sulla curva prima del ponte, ha l’indicazione per Montserrat.
Fortunatamente una decina di minuti e mi viene un dubbio, mi sembra si stia spostando dalla parte sbagliata.
Non è lui. Quello che devo prendere io è subito dopo il ponte. Questo sì, va a Montserrat, ma passando da Collbatò. Dietro front.
Eccolo qua il GR6 e anche una freccia.
L’inizio non è molto comodo. Ripido, terra argillosa, l’acqua ha scavato uno stretto e profondo canalino al centro del sentiero. Finisce che cammino con una zampa di qua e l’altra di là. No, non è molto comodo.
Iniziano le pietre. Meglio, molto meglio.
Con questa pendenza si guadagna quota velocemente. Mi giro e vedo la valle già lontana.
La vegetazione è bassa, altri corbezzoli e il resto non lo so identificare, ma niente che possa bloccare la vista.
I pilastri di roccia sono sempre più vicini.
Non è che non faccia fatica, ma vado con calma e quello che mi vedo intorno è sufficiente per farmi stare bene.
Mi fermo su una roccia dominante a mangiare un po’ di frutta secca.
Sono ai piedi del primo gruppo di pilastri.
C’è una scala. Un po’ ripida, con gli scalini non sempre regolari, un po’ scavati nella roccia e un po’ in cemento, con la sua piccola ringhiera di protezione. Ecco come si supera il tratto dei pilastri di roccia. Et voilà.
Sbuco sul sentiero delle miniere di Salnitro che arriva da Collbatò.
Non sono più contro la roccia, panorama da più lati, la salita è più dolce. Uno zig-zag di quelli che danno soddisfazione.
Incrocio qualcuno. Una giovane coppia con un bimbetto piccolo piccolo portato nel marsupio. Qualche famiglia. Il sentiero da Collbatò mi sembra più frequentato.
Quello che vedo continua a piacermi. L’umore è alto e scemo. Sì, va bene, va molto bene.
Bivio. Scelgo la via più lunga, non so, mi dà l’idea che sia più panoramica.
E’ panoramica. Chissà l’altra. Sogno fughe di qualche giorno per verificare.
Eccolo. Montserrat laggiù, un po’ più in basso di me.
La mole massiccia e il campanile squadrato non mi fanno una bellissima impressione, ma le rocce dietro compensano abbondantemente.
Sono in mezzo alla gente.
Sono arrivata.
Già già.
Sì, sono contenta.
Mentre aspetto l’hospitalero sulla panca mi rendo conto che sono anche un po’ stanca.
L’albegue sono 2 stanze nel nuovo e tecnologico ostello, tutto si apre con la card. La cucina è fornita di utensili, un po’ di cibo e l’occorrente per la colazione.
Ci sono 2 tedeschi: lei arriva dal cammino di Sant’Ignazio, lui inizia domani il Catalano per San Juan de la Peña.
Nessuno dei 2 è salito a piedi, così non si parla della salita. Meglio, mi verrebbe solo da dire: Bella! Ma non amo alla follia i punti esclamativi. Quindi meglio parlare delle tappe successive.
Montserrat. Eh, Montserrat. Facciamo che metto solo 2 cose.
La prima: un pensiero per tutte le persone che mi immagino possano aver piacere di ricevere un pensiero da qui. Ma anche per le altre, male non fa.
La seconda: i Vespri e il coro dei bambini che canta.
Menu pellegrino a 10 euro nel ristorante chic del monastero. I 2 tedeschi lasciano quasi tutto, io lascio il piatto pulitissimo.
Non voglio ancora andare a dormire. Con la scusa di una telefonata che non devo fare, esco ancora un po’.
Nessuno.
La chiesa è chiusa ma si sentono i frati cantare all’interno.
Si vedono le luci di qualche paese giù in basso.
Mi siedo per terra al riparo di un muro e sto un po’ lì.
 

liam

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24/09 Montserrat - Jorba
Mi sveglio presto davvero. Perché si alzano gli altri.
L’hospitalero ci ha lasciato sul tavolo tutto l’occorrente per la colazione.
L’alba dal piazzale.
Ma soprattutto le rocce dietro che si colorano di arancione.
Mica è facile staccarsi di lì.
Un breve tratto di sentiero. Mi illudo.
Però no, poi è strada. Tutta strada.
La vista è ancora bella, ma è strada.
Niente, dopo un po’ inizio a stufarmi.
Un elicottero si alza in volo da una piazzola. Un diversivo.
Finalmente giro dietro la montagna.
Saluto i pilastri di roccia.
Non che non abbia più voglia di vederli, ma so che sto per lasciare la strada.
Ho salutato i pilastri in anticipo, li vedo ancora per un po’, da dietro.
Un pezzetto in salita con un paio di gradoni.
Inizio a scendere, di qui davvero non li vedo più.
Piacevole questo tratto, vista sulla campagna. Me lo godo.
Sant Pau.
La mia guida onLine di quest’anno mi ha detto che qui si può fare una buona colazione.
Allora vai con Colacao e pane tostato con olio e aceto. Sotto un pergolato.
Me lo gusto proprio.
Queste seconde colazioni tendenti al pranzo sono una delle meraviglie del camminare in Spagna.
Ancora giù verso Castellolì. Tra boschetti, tagliando ogni tanto la strada.
Castellolì avrà un castello? Guardo l’ora per verificare che non sia troppo tardi e possa perdere un po’ di tempo a gironzolare.
Ma perché lo faccio? Se hai voglia di gironzolare fallo e basta.
Mentre guardo l’ora vedo un messaggio: non riescono a caricare un logo.
Cerco di rispondergli ma la cosa diventa lunga e mi faccio chiamare.
Niente Castellolì. Inizio a camminare e per un paio di km cerco di caricare sto logo per interposta persona e senza vedere. Alla fine cediamo, l’agenzia avrà il suo logo lunedì.
Mi ritrovo su una statale con autostrada a portata di orecchio.
Avrò perso un bivio?
No, una freccia gialla mi dice che devo proprio passare qui.
Mentre ho il telefono in mano posso chiamare l’hospitalero di Jorba per avvisarlo che arrivo.
Almeno mi tolgo il pensiero.
Numero inesistente.
Controllo più volte, è esattamente quello che c’è sul sito degli Amici del Cammino.
Così precisi a Ullastrell e qui mi cadono su un numero di telefono.
Grazie a internet lo trovo da un’altra parte con la cifra mancante.
Il vero cammino non fa uso di tecnologia. Ma tanto il mio non è vero cammino e posso ringraziare la tecnologia senza farmi problemi. Che già me ne faccio abbastanza.
Finalmente lascio la statale.
Ma forse era meglio rimanerci.
Penso di essere ormai a Igualada. Ma non arriva mai. Lunga zona industriale. Lunga, lunga.
Igualada. Pausa sulla piazza. Di nuovo in mezzo ai bambini che escono da scuola.
Da queste parti sono bambini svegli, hanno di meglio da fare che incuriosirsi di me.
Riprendo la via.
Ancora strada. Uff.
Poi devia. Tra casette nuove.
Un prato, qualche ulivo e una piccola cappella.
Non si sente più rumore.
Mi siedo per terra all’ombra e ci sto un po’. Un bel po’.
E ci sto proprio bene.
Sulla cappella c’è una targhetta molto scolorita. Mi sembra di leggere Sant Jaume. Non ne sono molto sicura. Fa niente, per me è la cappella di Sant Jaume, costruita qui proprio per far riposare piedi e orecchie.
Fino a Jorba il percorso è tranquillo. Me la prendo con molta calma. Tanto Josep mi ha detto che viene ad aprirmi alle 6.
Jorba.
Il bar dell’amica dei pellegrini di cui ho letto sul diario di Raul è chiuso per ferie.
Non ho voglio di tornare indietro all’altro. C’è una fontana e una panchina, sufficienti per le mie necessità di questa mezzoretta di attesa.
Arriva Josep ad aprire.
Mi racconta tutto sull’albergue.
E’ in attesa anche di 2 tedeschi. Forse uno è lo stesso che ho incontrato ieri, non era ancora sicuro di dove fermarsi.
Arrivano mentre sto facendo la doccia. Li mette in un’altra stanza.
Stanno ancora parlando con Josep, mi sembra una buona cosa andare a salutarli.
Mi blocco. Stanno discutendo del vero cammino e del vero spirito del cammino e del vero pellegrino.
Non mi sembra ci sia il tedesco di ieri sera.
No, meglio aspettare che cambino discorso. Mi sa che non rientro in nessuno degli esempi positivi che stanno elencando. In qualcuno di quelli negativi sì.
Josep se ne va e loro chiudono la porta.
Verso l’ora di cena ciondolo un po’ nell’atrio e nella piazzetta davanti per vedere se escono. Si potrebbe anche mangiare insieme. Ma niente, la porta rimane chiusa.
Vado a farmi una abbondante ed economica cena all’autogrill consigliato da Josep, appena fuori dal paese. Direi che non ci sono neanche lì.
Ancora 2 passi per i vicoli del paese. E’ più grande di quanto sembrava, riesco addirittura a perdermi.
Davanti all’albergue c’è un ragazzo che è passato a vedere se va tutto bene. Mi chiede se Josep mi ha avvisato che a Cervera le suore stanno ristrutturando e non ospitano. Eh no, non si è ricordato.
Mi lascia il numero di telefono di 2 hostal. Anche di una persona degli Amici del Cammino di Cervera, se avessi problemi a trovare da dormire può darmi una mano.
Si sentono i 2 tedeschi pregare ad alta voce nella loro camera. La porta è aperta ma non oso entrare.
Niente, alla fine siamo nello stesso albergue e non riesco neanche a vederli in faccia.
Chissà, forse domani.
 

liam

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25/09 Jorba - Cervera
Sento i 2 tedeschi prepararsi.
Non guardo neanche l’ora, fuori è buio pesto. No, dormo ancora un po’.
Rapida colazione all’autogrill. Seguendo le frecce lo raggiungo dalla strada, non dalla pedonale che sale direttamente al parcheggio come ieri sera.
Inizia una ciclabile. Una infinita ciclabile rossa che occupa la parte sinistra di una strada. Non molto trafficata, ma i pochi veicoli sono camion.
L’autostrada è sempre lì a pochi metri.
Stanno anche rifacendo il manto stradale di una carreggiata. Puzza e rumore.
Va bene un po’, ma adesso sta proprio diventando noiosa.
Per passare il tempo e non pensarci mi invento una filastrocca:
Cicla cicla ciclabile
stai diventando insopportabile
peggio di una verifica contabile…
E via con quintali di parole in abile.
Santa Maria del Camì.
Mi siedo su una panca. Ops, è all’interno di un giardino di una casa. Me ne accorgo quando i proprietari escono e il cane viene a salutarmi. Ma non mi cacciano.
Con un attacco di faccia tosta, che non è da me, decido di provare a telefonare comunque alle suore, facendo finta di non sapere niente. Chissà mai.
No, mi dicono che stanno ristrutturando e mi danno il telefono dei 2 hostal che ho già.
Non penso ci sia tutta questa gente, non telefono e vedrò lì.
Riparto.
La ciclabile è finita.
Adesso cammino direttamente sul ciglio della strada. E l’autostrada è ancora lì.
E se prendessi un bus fino a Lleida? E mi fermassi lì un paio di giorni? E poi un altro paio a Barcellona?
Ma qui bus non ne vedo.
E allora cammino.
La Panadella.
Un vecchio albergo, un benzinaio con bar e poco altro.
Seconda colazione.
Finalmente posso abbandonare sta strada. Certo che se continuassi a seguirla farei molto prima. Ma non ci penso neanche.
Sterrate, un po’ di asfalto ma su stradine minuscole, qualche leggero dislivello, attraverso piccole frazioni e cascine. Tutta un’altra storia.
Pallerols. Piccolo paese con chiesa di Sant Jaume e simboli del cammino.
Dovrebbe esserci anche una signora con chiavi della chiesa e timbro. Ma non oso suonare.
Mi siedo un po’ su una panca, gironzolo un po’. Mi vedesse mai lei. Ma non capita. Riparto.
Mi ritrovo davanti a un cancello chiuso. Non ci sono frecce in vista, mi sa che ho sbagliato.
Torno giù e mi rendo conto che a un certo punto ho deciso di deviare a sinistra in salita mentre le frecce continuavano dritto sulla stradina che stavo seguendo. Chissà poi perché.
Qualche piccolo boschetto, qualche frazione in cui non incontro nessuno.
A Vergos le frecce mi riporterebbero sulla strada, non le seguo. Allungo sicuramente, ma oggi di strada ne ho già fatta abbastanza.
Si vede Cervera, un po’ in alto, con un campanile, con delle mura.
Ci arrivo.
Sulla piazza il grande edificio dell’Università.
Il primo dei 2 hostal è proprio qui davanti. C’è un biglietto attaccato alla porta: “Tancat” e un numero di telefono. Tancat? Chiuso? Forse imparo una nuova parola in catalano. La metto insieme a “amb” e agli articoli, forse identificati leggendo qua e là.
Ma sarà “tancat” solo in questo momento, sarà un “tancat” tipo “torno subito”. Spero.
Provo a telefonare e non mi rispondono. Forse è proprio “tancat”.
Tutta Cervera mi sembra un po’ “tancat”, Un filo di preoccupazione.
Proviamo con l’altro.
Stranamente lo trovo subito.
A priva vista sembra “tancat” anche lui. Ma intravedo movimento all’interno, cerco di guardare meglio. Una signora da dentro mi nota e mi fa cenno di aspettare. Sbuca da un’altra porta. Sono aperti. Si dorme.
Ricevo un telefonata dall’altro hostal. Hanno visto la mia chiamata, sono aperti anche loro. Mi spiace, siete arrivati tardi.
Nel tardo pomeriggio Cervera si anima. Sbucano bambini, ragazzi, gente con le borse della spesa, i tavolini dei bar si riempiono. Niente a che vedere con l’aria sonnacchiosa e deserta che aveva quando sono arrivata.
Mi piace.
Oltre alla piazza dell’Università, c’è la parte del municipio e della chiesa il cui campanile vedevo da lontano. Mura, forse un po’ troppo restaurate, stretti e ripidi vicoli.
Verso sera, illuminata, mi sembra anche meglio.
 

liam

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26/09 Cervera - Castellnou
Parto.
Seguo la via principale fino al municipio.
Ma guarda i balconi. Ieri non li avevo mica notati.
Sono retti da delle teste. Delle teste buffe. Alcune fanno le boccacce, hanno espressioni strane, cappelli, occhiali. Illuminate dal sole ancora basso. Me le guardo tutte.
Dai, un bel saluto da parte di Cervera.
Scendo.
Quello che rimane di Santa Magdalena, tra la vegetazione. Bella anche così.
Sole ancora basso. Ombre lunghe. Silenzio. Campi. Stradine. Leggermente in alto, che il panorama migliora. Qualche piccolo borgo di vecchie case. Mi godo questa mattinata. Me la godo proprio.
Incrocio un tedesco. Sant’Ignazio? Sì. Buen camino. Buen camino.
Tutti tedeschi sul cammino di Sant’Ignazio.
Tarrega. Bivio tra i 2 Catalani. Direzione Logroño. Dovrei riuscire ad arrivare a Lleida, mi sembra un buon finale.
Tarrega mi piace.
Compro qualcosa in un forno e lo mangio sulle panchine della piazza.
La chiesa è aperta.
Mi viene in mente che potrei farmi mettere un sello. Ma una volta entrata mi rendo conto che non so come fare. Dovrei andare a bussare in sacrestia? Lasciamo perdere va’. Continuo con il sello serale. Dove è semplice, dove non lo è me lo scrivo a mano.
Sul municipio un cartello che spiega che la bandiera spagnola è esposta solo perché sono stati obbligati, hanno già avuto della sanzioni dopo averla tolta. I nastrini gialli abbondano anche qui.
Non so, mi sembra che la questione catalana fuori da Barcellona sia sentita ancora di più.
Andiamo va’.
Un tratto di zona industriale. Un oleificio. Guarda, un rapace che ci volteggia sopra. Sempre lì sopra. Oh cribbio, è finto. E’ legato a qualcosa tipo una grossa canna da pesca. Non so se gli uccelli che deve spaventare sono più svegli di me, ma mi sembra fatto proprio bene e i movimenti che l’aria gli fa compiere molto verosimili.
Anglesola. Una tavolo di signore che giocano a carte sotto i bassi portici.
Devo trovare un posto per dormire per domani a Lleida. Pausa sulle panchine e provo a telefonare all’hostal che mi ha consigliato Raul.
Accidenti, ormai dico devo telefonare, mi siedo e lo faccio. Senza farmi prendere dal panico 24h prima. Diciamo, solo una decina di minuti prima. Non so se è positivo o negativo.
In ogni caso potevo risparmiarmi anche i 10 minuti di panico. Mi spiegano che c’è una fiera della frutta e verdura (questo è quello che capisco) e sono pieni. Trovo su internet un hostal economico un po’ in periferia e prenoto direttamente.
Frutta e verdura. Potrebbe anche essere. Inizio a camminare in mezzo a meleti. Qualche stagno e distese di alberelli intervallate da campi.
Ogni tanto qualche coniglio mi taglia la strada velocissimo.
Non è male. I piedi camminano e la testa va per conto suo.
Oggi esagero. Il mio compagno di cammino immaginario con cui chiacchierare ha una certa importanza.
Sono a Castellnuo.
Presa dall’interessante discussione, quest’ultimo tratto è volato.
Chiavi al Cafè Modern.
No, l’aria moderna proprio non ce l’ha. Né fuori né dentro.
Chiedo se stasera si può mangiare qualcosa. Chiude intorno alle 5, ma almeno per un paio d’ore è ancora lì a pulire e sistemare, se lo chiamo dalla finestra mi apre e mi prepara qualcosa.
Chiamare?
Sì, sotto quella finestra urli: Peepee.
Ecco. Bussare, suonare, ancora ancora. Ma dover urlare sotto le finestre mi preoccupa abbastanza.
L’albergue è lo spogliatoio del campo sportivo. Docce a vista, un gabinetto e qualche letto a castello. Mi tocca almeno una sommaria pulizia del gabinetto prima di usarlo.
Trovo una vecchia rivista e mi aggiorno su viaggi e abiti della Reina Letizia.
E’ ora di andare a urlare sotto la finestra.
Salterei volentieri la cena solo per evitare di farlo.
Quello che mi fa partire è il fatto che Pepe è stato gentile e mi sembra brutto non farmi vedere.
Ma ho la sensazione che rimarrò sotto sta finestra senza fare niente.
Arrivo lì davanti, sento chiacchierare.
Miracolo.
Pepe è seduto ai tavolini con altre persone.
Mi racconta che sono arrivati degli amici, si è messo a parlare e deve ancora chiudere.
Miracolo è solo un modo di dire. Non penso che una qualsiasi entità divina si sia scomodata per la mia scemenza. Neanche lo vorrei. Penso che abbia cose molto più importanti di cui occuparsi.
Se il mio compagno di cammino immaginario di oggi torna anche domani, potrei parlarne con lui.
Pepe scopre che sono italiana e inizia a parlare un italiano abbastanza comprensibile. Ha fatto il camionista e viaggiava settimanalmente in Italia.
Per farmi un esempio di un nome molto comune in Italia, come può essere il suo in Spagna, usa Adriano. Beh, penso che qualsiasi italiano avrebbe usato qualche altro nome.
L’insalata con tutti prodotti del suo orto la ripulisco con gusto. La stessa fine fa l’omelette. Soddisfatta.
Castellnou non offre molto. Come passeggiatina serale finisco al cimitero. Dove assisto a un bel tramonto.
Spengo la luce e vedo una salamandra sul vetro della finestrella, da fuori. Non riesco a identificarne il colore, ma dai movimenti lenti ed eleganti la riconosco.
Buffo.
Incontrarle mi fa sempre piacere.
 

liam

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27/09 Castellnou - Lleida
La salamandra non c’è più.
Cafè Modern per restituire la chiave e fare colazione.
Di nuovo frutteti. Mele in parte raccolte, in parte no. Pesche ormai raccolte. Possibili nespole ancora verdi.
Un serpentone di persone mi viene incontro.
Una domanda a uno, una domanda all’altro, scopro che:
- sono coreani
- stanno seguendo il cammino di Sant’Ignazio (allora non solo tedeschi)
- sono un gruppo
- sono 27
- dormono in hotel (nessun albergue sarebbe abbastanza capiente).
El Palau d’Anglesola.
Non mi fermo. La prima colazione è stata abbondante, aspetto il prossimo paese per la seconda.
Murales sul cammino. Pellegrini, conchiglie, croci di Santiago. Stilizzati, mi piacciono. Sono recenti. Anche su casette in mezzo al nulla.
Continua la campagna, continuano i frutteti. Pile di casse di legno, ma non incontro nessuno che raccoglie.
Altri compagni di cammino immaginari che vengono a fare un tratto di strada con me.
Bel-loc d’Urgell.
Qui qualcosa da mangiare ci vuole.
Trovo un ottimo forno con bar.
Ho la risposta a un dubbio che avevo da qualche giorno: i catalani usano sia l’accento acuto che quello grave. Lo verifico su un giornale che trovo su un tavolo. Chissà qual è la differenza.
Mentre su un giornale sportivo in castigliano, come mi ricordavo, vedo solo accenti acuti.
Certo non sono cose che cambiano la vita, ma queste curiosità inutili mi divertono. Esco dal forno un po’ più soddisfatta.
Stanno montando delle giostre, feria in vista. Anzi fira.
Attraverso ferrovia e autostrada, che per fortuna negli ultimi 2 giorni è rimasta abbastanza distante, ed è di nuovo campagna.
Bong. Questa non mi era mai capitata. Un coniglio si scontra con la mia caviglia.
Lo vedo che sta attraversando e mi sta venendo contro. Sposto indietro la gamba per evitarlo. Anche lui fa lo stesso movimento per evitarmi e bong. Contro la mia caviglia. Rimbalza anche un po’. Poi corre via tipo ho fretta ho fretta.
Buffissima sta cosa.
Per fortuna sento ancora l’impatto sulla caviglia, se no potevo pensare di essermelo immaginato.
Rimango un po’ lì impalata a sghignazzare.
A questo punto non posso che chiacchierare un po’ con il Bianconiglio, fa un tratto con me come compagno di cammino immaginario. Gli dico che rispetto a ieri è cambiato un po’ il genere. Noto un briciolo di risentimento mentre mi spiega che qualcosa in comune ce l’hanno. Su questo ha ragione.
Riattraverso l’autostrada.
Una piccola collinetta e vedo Lleida.
E’ ancora abbastanza distante.
Una torre, un campanile, qualcosa di alto che spunta su un cucuzzolo al centro della città.
Che vista deve esserci da lì. Non sarebbe male finire lì. Chissà se.
Vedo anche una zona industriale. In mezzo un grosso e strano edificio con una torretta. Bello il logo sulla torretta, spigoloso, lineare. Mi piace.
E ci sono dentro. Alla zone industriale.
Un casino tremendo.
File di camion in attesa di caricare o scaricare.
Clacson.
Marciapiedi quasi inesistenti.
Un odore fortissimo di pipì di gatto.
Voglio uscire di qui.
Perdo le frecce, torno un po’ indietro, attraverso una strada trafficatissima e tutto finisce.
Torna il silenzio, il verde.
Un pezzetto lungo il fiume, un ponte e sono a Lleida.
Decido di andare direttamente all’hostal senza passare dal centro.
Dignitosissimo hostal e simpatica ragazza alla reception.
Mollo giù lo zaino, faccio una rapida doccia e via a cercare di capire come arrivare su quella collinetta in mezzo alla città.
Vedo delle persone sulla torre. Si può salire. Si può salire.
Il posto mi cattura.
Entro per farmi mettere un sello, sì questo lo voglio, e capire come salire.
Mi mandano in un piccolo ufficio dove un signore mi annota sul registro dei pellegrini. Noto che nella mia pagina i tedeschi sono tanti.
Mi racconta che nel loro registro hanno più gente del cammino di Sant’Ignazio rispetto a quello di Santiago.
Nel caso volessi salire sul campanile, certo che voglio, mi consiglia di farlo come prima cosa perché chiude mezzora prima e poi vedere la cattedrale e il chiostro.
Allora su.
Scala a chiocciola sempre più stretta e ripida.
Con calma, senza farsi venire il fiatone.
Il ripiano delle campane.
238 scalini, lo leggo, non li conto.
E fuori.
Accidenti che vista.
E niente, mi piace, mi piace e basta.
Un tipo, dopo una serie di selfie, decide di farsi anche un filmatino: sono sulla torre di Lleida e bla bla bla.
Cállate. No, non glielo dico. Ma lo penso.
Finalmente scende.
Per un attimo ci sono solo io.
Poi arriva una coppia.
Scendo. Soddisfatta. Molto.
Il grande chiostro è bello e insolito, con un lato a picco sulla città.
La cattedrale, completamente vuota e nuda, ha un fascino tutto suo.
Dal 1700 è stata usata come caserma e durante e dopo la guerra civile come campo di concentramento.
Sono solo muri, colonne, cupole e finestre. Ma che muri, colonne, cupole e finestre.
Come spiritualità sono parecchio carente, ma un posto così qualcosa smuove.
Esco.
La luce del tramonto colora di arancione rosato tutto.
Mi siedo un po’ nel piazzale.
Beh, che finale.

Vedi l'allegato 35741
Foto non fatta.
O meglio non fatta volontariamente.
Me la sono ritrovata.
Devo aver schiacciato qualcosa per caso. Non so neanche bene dove. Ho anche dovuto tagliare una parte perché c’era probabilmente un mio dito davanti all’obiettivo.
Ma forse proprio per questo mi sembra emblematica.


28/09 Barcellona
Sono di nuovo qui.
Tempo di tornare a casa.
E’ passata una settimana. Come sempre sembra un tempo lunghissimo e nello stesso tempo sembra di essere appena partiti.
E’ finita l’estate. Inizia un nuovo anno. Mah.

Solo più una cosa, che non so bene come dire, ma voglio dire.
Molti di voi, tutti voi, siete partiti con più tigri nello zaino, sullo zaino. Concrete o pensate.
Avrei voluto. Ma non me la sono sentita. Avevo paura di non essere in grado, di non essere all’altezza.
Ma un pensiero per loro c’è sempre stato, come sempre c'è.

Ah, per finire con una scemenza, la fiera della frutta e verdura c’era davvero a Lleida: Fira de San Miguel, con esposizione di macchine agricole.
 
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