31/08 Santillana del Mar – Serdio
Un po’ assonnati, un po’ infreddoliti.
Nel cortile. Dentro lo spazio è davvero minimo.
Tra scarpe, calze, zaini, cappelli, biciclette, cose da recuperare, cose dimenticate, pezzi di colazioni, saluti, Buen Camino, See you later, Hasta luego.
Stamattina sono particolarmente contenta. Me ne accorgo, ma non ne capisco il motivo. Però cerco qualcosa di negativo. Se parto con il morale così alto difficilmente potrà migliorare. Il telefono! Il fatto che non abbia ancora avuto voglia di occuparmi seriamente di lui. Adesso sì che sono un po’ arrabbiata con me. Posso partire.
Lascio Santillana quasi deserta, solo gli spazzini che puliscono le strade. Tutte le mattine si troveranno tra i piedi gente con lo zaino che li saluta. Temo che per loro sia più un fastidio che un piacere, chissà.
Tranquilli saliscendi su colline molto verdi. Ancora un po’ di nebbiolina in basso, cielo azzurro in alto.
Mi supera il tedesco con le cuffiette. Persona particolare, sempre con le cuffiette, sempre sorridente, anche se non l’ho mai visto parlare con nessuno. A pensarci bene non so neanche se è tedesco.
Una chiesa su una collina. Bello.
I 2 ragazzi in bici, già abbastanza affaticati. Non deve essere stata una notte riposante.
Qualche paesino.
La grande chiesa di San Martin de Tours, aria un po’ abbandonata, abbondante vegetazione intorno. Vicino case che hanno ancora un aspetto molto signorile, anche se non più in buono stato. C’è un’aria di abbandono, di malinconia. Ma non cupa, per qualche verso anche piacevole.
Ogni tanto si vede il mare oltre il verde.
Cobreces con la chiesa rossa e il monumento al pellegrino.
Un paese (chissà quale) con alcune vie con pavimentazione in pietra, alti muri in pietra da cui sporgono e scendono alberi e rampicanti verdi. Mi incanto a guardare. Non so, hanno qualcosa di magnetico, è difficile staccarsi.
Concha. Come fa a non rimanere impresso un paesino che si chiama così. In più ha anche quest’aria un po’ fuori dal tempo.
E sono a Comillas. L’idea era di fermarmi qui. Ma è proprio presto.
Di sicuro voglio vedere la casa di Gaudì. Vado, poi decido.
Più che soddisfatta dalla visita.
C’è anche un bigliettaio simpatico, mi fa lasciare lo zaino nel suo gabbiotto. A volte tra un bigliettaio simpatico e uno normale c'è solo un sorriso, ma la differenza può essere grossa.
Un giro per Comillas, mi sembra molto “distinta”.
Deciso, proseguo fino a San Vincente.
Nella mia scelta non considero una cosa però: è tutto asfalto e oggi il sole picchia, picchia proprio.
Mi pento a più riprese della mia decisione.
Forse potrei cercare un posto all’ombra e fermarmi un po’, ma finisce che le uniche soste che faccio sono per aggiungere un ulteriore strato di crema al mio lato sinistro, che inizia ad avere un colore un po’ preoccupante.
Arrivo all’inizio di San Vincente.
Spiagge, bar, gelaterie, ristoranti, gente, un mucchio di gente.
Noto che la mia abbronzatura è il negativo di quella dei surfisti: piedi e caviglie più abbronzati loro, piedi e caviglie bianchi io.
Uff, sono stanca, ho caldo, sono arrostita, ma soprattutto non mi piace stare qui in mezzo.
Supero il ponte sul lato sbagliato. E’ un casino attraversare. Però le frecce vanno su di qua.
E se proprio non ci entrassi in San Vincente? Un paesino piccolo mi attira di più in questo momento.
Serdio non è proprio vicino. Ci arriverei dopo le 6. E se l’albergue è pieno? La strada sembra ancora tutto asfalto. Però, se dopo l’autostrada giro qui? Sembra una stradina di campagna, arriverei a Serdio da dietro. Sicuramente più corta e mi risparmio l’asfalto. Ma allora perché non passa di lì il cammino? L’unica possibilità è andare a vedere. E allora chi se ne frega, via, si va.
Forse chi dice che la stanchezza è anche una questione di testa un po’ di ragione ce l’ha. Un attimo fa mi sarei buttata per terra, adesso mi sto facendo sta salita di gran lena.
Supero l’autostrada.
La stradina sulla destra c’è. Curiosa di vedere com’è, la prendo.
Attraverso la ferrovia e poi un ponte di legno. Corrisponde.
Si sente ancora un po’ il rumore dell’autostrada.
Una salita, questo non lo potevo prevedere, ma va bene.
Sono su, in mezzo ai campi, autostrada ormai invisibile.
Delle case laggiù. E’ Serdio, sicuro. E vai!
Entro a Serdio, molto soddisfatta della mia trovata.
Potrei arrivare direttamente all’albergue, ma non sapendo dov’è scendo fino alla strada e risalgo seguendo le frecce.
Un ragazzo con una mini chitarra sta suonando sul prato.
C’è solo una coppia tedesca, il ragazzo con la chitarra e un altro ragazzo spagnolo. Ancora un mucchio di posto. Arriverà poi la californiana che avevo già incontrato a Santa Cruz.
Scendiamo tutti nel prato.
Non capisco niente di musica e sono stonata oltre ogni limite, quindi non faccio testo, ma mi sembra che suoni e canti molto bene, in maniera molto dolce. Di quello che canta riconosco solo “Como un pajaro libre”, cantata però in maniera meno “drammatica” di quello che mi ricordo e mi piace molto. Penso che per me rimarrà legata a questo sereno tardo pomeriggio su questo prato.
Non sono più pentita delle mie decisioni di oggi, per niente.
Andiamo fino al bar.
Stanno giocando a “bolos”, quella cosa che mi sembra bocce e bowling insieme.
2 vecchietti cercano di spiegarci come funziona. Le regole più o meno, ma i punteggi sono complicatissimi, neanche i 2 spagnoli ne vengono a capo. Però assistiamo a un gran colpo, almeno così ci dicono, viene buttato giù il centrale e il pequeñito e questo sta di lato, non in diagonale.
Ci sono anche i campionati mondiali e il campione è cantabrico. Ci chiediamo in quale altro posto al mondo giochino a “bolos”, ma dopo, quando andiamo via.
Finiamo la serata mangiando tortilla e insalata di pomodori.
Un bel modo di salutare il Camino del Norte (ok, de la Costa), senza dubbio.
Spero davvero che i sogni di questi ragazzi si avverino, almeno un po’. Glielo auguro.
Chiesa sulla collina
Su e giù nel verde
San Martin de Tours
Via di ciottoli
Calle Mayor a Concha
El capricho de Gaudì
Bolos: tiro abbastanza buono (almeno credo), non cade il pequeñito, ma il centrale sì