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Diario Da Laredo a Leon: Norte - Camino Lebaniego - Cammino Vadiniense

Discussione in 'Diari pellegrini' iniziata da liam, 26 Agosto 2016.

  1. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    05/09 Espinama – Portilla de la Reina

    Si riparte.
    Fondovalle.
    Qualche piccola frazione, pascoli, incrocio un po’ di volte la strada.
    Alla mia destra una parete di roccia.
    Il sole non è ancora arrivato, quaggiù fa fresco.
    Fuente De. Non un vero e proprio paese, è la partenza della funivia più qualche albergo.
    Una pista che sale dolcemente, prima nel bosco poi tra pascoli.
    Un cane nero mi fa compagnia per un tratto. Fino a, a una cosa che ha sicuramente un nome ma non so quale sia. Una di quelle barriere fatte da sbarre di ferro abbastanza distanziate, messe sul terreno tipo ponte, dove umani e mezzi possono passare ma il bestiame no.
    Io passo, lui rimane a guardarmi.
    La pista continua salendo sul versante della montagna.
    Mi piace molto questo tratto. Saluto mucche, cavalli, fiori, erba, pietre. Chiacchiero con loro e con me. Mi guardo intorno.
    Mi giro e una persona è pochi passi dietro di me. E questo da quant’è che mi osserva mentre parlo da sola e vago da una parte all’altra della strada?
    E’ Carlos. Partito da San Vincente. Ieri ha dormito a Fuente De, per il resto ha fatto le mie tappe.
    Non pensavo più di incontrare qualcuno che faceva il cammino. Neanche lui.
    Facciamo un tratto insieme, poi soste per fare una foto o guardarsi in giro non sempre coincidono e ci stacchiamo, ma tanto sta sera siamo nello stesso posto.
    Verde, grigio, azzurro. Mi sto proprio godendo questo tratto.
    Sono a Horcada de Valcavao. Punto più alto del cammino (non considerando il giorno di pausa).
    Non ho idea di che ora sia, ma la mia pausa pranzo è da fare assolutamente qui.
    Salgo ancora un po’ alla ricerca di un bel posto e mi godo la vista mangiando un po’ di frutta secca e un avanzo di pane vecchio. Ieri il negozio chiuso mi ha un po’ fregato.
    La pausa si allunga oltre il necessario. L’idea che di qui in avanti sarà un continuo perdere quota mi fa trovare tutte le scuse per ritardare la partenza. Come sempre.
    Mi obbligo a iniziare a scendere.
    Seguo ancora la pista. Qui la terra è scurissima, quasi nera.
    Incontro un capanna con la base tonda di pietre e il tetto di rami. Carlos mi spiegherà che è un “chozo” (se mi ricordo bene) e sono gli antichi ricoveri dei pastori.
    Sbuco su una strada asfaltata. Puerto de Pandetrave.
    C’è un mirador che si affaccia sulla valle sottostante. Sulla destra, giù in fondo si vede un paese.
    Prima di iniziare a scendere vado a vedere il panorama anche dall’altra parte.
    E per fortuna, perché così noto una freccia. Vedendo il paese avevo dato per scontato che dovevo andare a destra. Invece non è quella la valle giusta.
    Inizia l’asfalto, finisce l’arietta, inizia il caldo.
    Non è una strada trafficata: qualche ciclista stravolto, un gregge di pecore, un paio di macchine. Ma, accidenti, fa caldo.
    Ogni tanto vedo Carlos un paio di tornanti sotto di me.
    I piedi mi fanno capire che preferirebbero essere altrove.
    Fondovalle di una valle stretta, ma il sole ci arriva lo stesso.
    Dov’è sta Portilla?
    Sento un rumore e vedo Carlos che sbuca da un prato. Ha fatto una pausa qui.
    Proseguiamo insieme.
    La valle è sempre più stretta. Finalmente vediamo una casa, poi altre dietro. Portilla.
    L’albergue è dall’altro lato di questo paesino lungo e stretto.
    Malgrado il nome è un hostal, è anche carino. Stanotte il sacco a pelo riposa.
    Incombenze quotidiane e 2 passi nel paese. E’ un’unica via con una fila di case per lato e questa roccia verdastra subito dietro. E’ proprio buffo.
    Dietro la chiesa vedo un parapetto sopra la roccia. Chissà come si arriva lì. Di certo non di qua, a meno di avere imbragatura e corde.
    Al fondo del paese provo a girare a sinistra. Un cartello: mirador. Mi piace questa parola. Proviamo.
    Arrivo a un campo di calcio incastrato tra le rocce. Ancora un pezzetto e sono sopra la chiesa.
    Anche di qui è un paese buffo.
    Forse le infradito non erano le calzature più adatte per venire qui, soprattutto per me che non ci so camminare e le perdo in continuazione. Ma ormai è fatta. Con un’andatura alquanto strana scendo.
    Cena in albergue con Carlos e poi a dormire.
    Ho un po’ male ai 2 alluci, dove si uniscono al piede. Ho iniziato a sentirlo sull’asfalto della discesa e adesso lo sento di più.
    E’ più un anno che mi porto dietro un tubetto di pomata all’arnica senza usarla, è venuto il momento. Mal che vada sarà solo un po’ di peso in meno nel tubetto.

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    Verso Fuente De

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    Chiacchierando con una mucca

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    Horcada de Valcavao

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    Panorama indietro

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    Pausa pranzo

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    Panorama avanti

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    Chozo

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    Traffico
     
  2. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    06/09 Portilla de la Reina – Horcadas

    A Horcadas non ci sono negozi e il piccolo bar ha solo da bere. Si può cucinare nell’albergue ma l’unico posto dove si può comprare qualcosa è Riaño.
    Per fortuna ci avvisano.
    Ci dividiamo i compiti, io mi procurerò qualcosa per fare un piatto di pasta, Carlos si occuperà di frutta e colazione.
    La strada è la continuazione di quella di ieri. Senza sole in testa è tutt’altra cosa, si sopporta anche l’asfalto.
    Valle ancora molto stretta con queste grosse rocce ai lati.
    Inizia ad allargarsi, Finisce l’ombra, iniziano campi e si abbandona la strada. Piccole frazioni, cani e gatti sonnacchiosi e buffissime scalette per galline. Era una vita che non ne vedevo.
    Vado leggera, di testa e di piedi.
    Molto verde.
    Embalse de Riaño. Il livello dell’acqua non deve essere al massimo perché qui è ancora secco.
    Le frecce mi portano su uno stradone. No. Possibile che non ci sia un’alternativa?
    Dall’alto vedo una traccia sul fondo secco dell’embalse. Dovrei tornare indietro per prenderla ma soprattutto non sono sicura che una volta che inizia l’acqua si possa risalire sulla strada.
    Lascio perdere.
    Dietro il guardrail non c’è abbastanza spazio per camminare. Passano soprattutto camion, corrono giù e mi passano a pochi centimetri. Non mi piace, non mi piace neanche un po’.
    Inizia l’acqua. Ma non riesco ad apprezzare la vista del lago, devo fare attenzione a camminare radente il guardrail.
    Quando finisce questa strada?
    Un ponte, almeno c’è un piccolo marciapiede.
    Ricomincia. Mi vengono in mente tutte le storie di persone investite lungo le statali.
    Deviazione per entrare in Riaño. Meno male.
    Adesso sì che mi posso gustare il paesaggio.
    Le montagne si riflettono nel lago. Bello, davvero bello.
    Vado a fare la spesa per stasera.
    Mi mangio anche un gelato sulla piazza. C’è un tipo che sta facendo volare un drone. Ci metto un po’ a collegare il ronzio che sento con questo tipo con questa cosa in mano. Ma poi ci arrivo.
    Fa caldo e mi aspetta un altro pezzo della strada di prima.
    Non ancora però, trovo una panca sotto gli alberi in riva al lago e mi ci faccio una lunga pausa sonnolenta.
    Passa Carlos alla ricerca di un posto dove fare il bagno.
    Riparto e attraverso il lungo ponte. Bella la vista anche di qua.
    C’è una stradina che costeggia il lago. E’ all’ombra, ma sì, ne faccio un pezzetto, così do tempo al sole di abbassarsi ancora un po’.
    Il lago che si infila tra queste montagne mi ricorda qualcosa della Norvegia. La temperatura però non è proprio la stessa.
    Torno indietro.
    Tra una sosta e l’altra sono più delle cinque, ma sulla strada continua a fare un caldo tremendo.
    Quando finalmente la abbandono definitivamente sono talmente cotta che faccio un’ulteriore pausa all’ombra del muro di un cimitero.
    L’ultimo tratto è stradina ed è sicuramente meglio.
    Horcadas mi piace. Una chiesa un po’ in alto, poche casette in pietra.
    All’albergue non c’è ancora nessuno. Un signore sta prendendo il fresco sotto un albero, chiedo dov’è il bar per recuperare le chiavi. Me lo indica, aggiungendo però che probabilmente estan durmiendo la siesta.
    Fuori dal bar la siesta la estan durmiendo anche 2 gatti e un cane. Sposto un po’ un gatto, che non si lamenta neanche troppo, e mi aggrego.
    Dopo un po’ arriva la signora del bar e mi dà le chiavi.
    Arriva Julian, un ciclista, e poi Carlos.
    Pasta tonno e pomodori.
    Julian si offre di scolare la pasta usando il coperchio. Sono ben contenta perché la paura che tutto mi finisca nel lavandino c’è. La scola mandando l’acqua in una zuppiera. Grande! Perché non c’ho mai pensato? Così, mal che vada, c’è una seconda possibilità.
    Sto per buttare l’acqua della zuppiera ma mi blocca. Ci mette un po’ di origano secco trovato lì e quando si raffredda un po’ se la beve. Dice che è ottima per ripristinare i sali minerali. Sarà.
    Abbondante pasta, insalata di pomodori di Julian e frutta varia. Il tutto condito da risate e racconti.
    Salgo fino alla chiesa e finalmente qui riesco ad arrivare fino alle campane.
    Fine della serata sulla panca davanti all’albergue, scambiandoci proverbi sullo spicchio di luna.
    Dicono che noi italiani siamo complicati, è molto più semplice il loro detto sulla luna bugiarda che cresce se è D e decresce se è C rispetto al nostro “Gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante”. Mi sa che hanno ragione.

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    Roccia in bilico

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    Scaletta per galline

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    Finalmente posso fotografare il lago senza rischiare di essere arrotata

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    Ancora lago

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    E ancora lago

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    Gatto appeso per la coda

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    Chiesa di Horcadas con campane raggiungibili



    Prima che qualcuno mi denunci alla protezione animali, qui c’è la foto del gatto que duerme la siesta con la giusta rotazione
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  3. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    07/09 Horcadas – Cistierna

    Colazione e poi ognuno parte con la sua meta e i suoi ritmi.
    Di nuovo il maledetto stradone, ma dovrebbe essere per un tratto molto breve. Poi non dovrei più vedere asfalto per tutto il giorno. Speriamo.
    Una galleria. All’uscita ritrovo il lago, che giri strani che fa.
    La strada passa sulla diga. Mi piace passare sulle dighe.
    Però non dovevo farlo. La deviazione per abbandonare definitivamente questo stradone era all’interno della galleria. L’avevamo anche detto ieri a cena.
    Me ne rendo conto quando ho già attraversato tutta la diga. Dietro front.
    Non me la posso prendere troppo con me, il piccolo tunnel pedonale era dall’altro lato della carreggiata, c’era solo una piccola freccia, potevo non notarla, sono parzialmente scusata.
    Si inizia a salire leggermente. E vai, un po’ di salita mi mette subito di ottimo umore.
    L’Esla. Mi farà compagnia per tutto il giorno.
    Stradine, mulattiere. Qualche piccolo sali/scendi e la parete di roccia alla mia sinistra.
    Un paio di paesini, ma sull’altra sponda del fiume, non li attraverso.
    Dopo tutto l’asfalto di ieri mi sto proprio godendo questo pezzo.
    Un rifugio per pescatori. Ne avevo già visto uno lungo la senda fluvial sul Nansa, ma questo è molto ben tenuto: veranda, tendine, posizione fantastica. Dormire una notte qui non sarebbe male. Potrei quasi appassionarmi alla pesca. L’unica cosa che potrebbe non piacermi è prendere i pesci, per il resto non la vedo male.
    Calzada romana, con il selciato ancora abbastanza evidente. Erano bravi a costruire strade questi romani. Sale a fianco del versante roccioso fino al Pajar del Diablo. Si vede l’Esla e la valle dall’alto. Bello.
    Giù verso il fondo valle.
    Un tratto nei campi.
    Inizia a fare un po’ caldo. Pausa sotto gli alberi in riva all’Esla.
    Ci rimango un bel po’. La testa sullo zaino, le cavallette che mi saltano sulla pancia, il rumore e il verde argento delle foglie in alto. Potrei lentamente sparire qui.
    Una panca in legno e 2 poltrone. 2 vere e proprie poltrone da salotto in mezzo ai campi. Scoppio a ridere quando le vedo.
    L’Esla qui è più vivace.
    Un pietrone adatto e metto un po’ i piedi a mollo.
    Ci sono un po’ di mulinelli. Emanuele, tutte le elementari insieme, preso da un mulinello a 13 anni.
    Mi raggiunge Carlos. Cerca un posto dove fare il bagno. Qui no. Glielo dico forse in maniera un po’ brusca. I mulinelli saranno anche piccoli, la profondità non eccessiva, però.
    Ripartiamo e facciamo un tratto insieme. Gli racconto del problema delle nutrie da noi. Confondendo oreja con orilla, gli dico che ci stanno distruggendo tutte le orecchie, si diverte molto.
    L’Esla ritorna placido e Carlos si ferma per il suo bagno. Io proseguo.
    Lungo la riva, sulla superficie dell’acqua tranquilla, ogni tanto ci sono macchie di piccoli fiorellini bianchi. Guardo bene, non sono petali caduti dall’alto, sono proprio piccoli fiorellini sull’acqua. Micro ninfee? Ci vorrebbe il botanico da tasca.
    L’Esla continua ad accompagnarmi e arrivo al Lavadero de Carbon de Vegamediana.
    Questo posto mi cattura immediatamente. Non so perché.
    Il nero del terreno, tutti questi edifici abbandonati, la vegetazione che li sta a poco a poco avvolgendo, la parete di roccia proprio lì dietro.
    E’ come un paese. Con vie, case.
    Stabilimenti di mattoni rossi con le alte ciminiere. Altri più recenti.
    Binari del treno.
    Scheletri di scaffali da muri sventrati. Un pezzo di parete con mattonelle bianche e un porta carta igienica.
    Cumuli di macerie con pezzi di sedie e tavoli di metallo.
    Mucchi di registri e dossier mezzi marci.
    Uno aperto mi incuriosisce. Sono diagrammi di flusso, illeggibili, ma sicuramente diagrammi di flusso.
    Questo mi dà il colpo di grazia. Sto li accucciata su questo cumulo di roba cercando di girare con un pezzo di legno pagine illeggibili e appiccicate tra loro.
    Mi viene una nostalgia pazzesca. Non so neanche bene di che.
    Di Termoli, delle linee di montaggio, della soddisfazione, del fatto che mi illudevo di riuscire a fare qualcosa di buono, di me a 25 anni, delle persone. Non lo so.
    Purtroppo non sono una persona dalle lacrime facili (tranne quando leggo o guardo i film, li potrei causare allagamenti), non piangevo neanche da bambina, ma adesso capisco chi piange sul cammino. Questo sarebbe stato un buon momento per farlo, peccato.
    Ricomincio a camminare, leggermente stordita.
    Mi rendo conto che forse solo un paio di persone potrebbe capire la mia reazione davanti a un flow illeggibile. Una non la sento da un mucchio di tempo. Potrei mandargli una email e raccontarglielo. Ma mentre lo penso so già che non lo farò. Allora glielo racconto adesso, anche se non mi sente, così è facile.
    Arrivo a Cistierna.
    So che l’albergue è vicino alla chiesa. Chiedo informazioni e ci arrivo.
    Un foglio con 5 possibili numeri di telefono da chiamare.
    Il primo non risponde, il secondo non risponde, il terzo non risponde, il quarto non risponde. Io avrò anche problemi col telefono, ma lui non mi rende le cose facili.
    Non ci spero più. Invece con il quinto mi va bene. Sarà qui con le chiavi tra un quarto d’ora.
    Intanto arriva anche Carlos.
    Malgrado l’esterno non attiri troppo, dentro l’albergue è ottimo. Al piano di sotto c’è anche una grossa cucina industriale con tutto l’occorrente. Qui ci vorrebbe la squadra cocineros pps!
    Oggi ci scambiamo i compiti, Carlos si occupa del piatto forte e io di frutta e colazione.
    Andiamo a fare la spesa.
    Il piatto forte è arroz con verduras.
    Troviamo tutto tranne le posate, ci saranno sicuramente, ma chissà dove. Io mangio con il mio cucchiaio di plastica, Carlos con un grosso cucchiaio di legno. Per il riso non è un problema, per le verdure tagliate a striscioline le mani vengono in aiuto.
    Due passi in questo paesone per mandare giù il riso e poi a dormire.
    Giornata non banale.

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    Saluto l’embalse de Riaño

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    El Pajar del Diablo

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    Vista su valle dell’Esla

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    Calzada Romana

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    Esla e 1 (non bisogna guadare eh, è la freccia che è messa un po' male)

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    Esla e 2

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    Esla e 3 con fiorellini sull’acqua

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    Unica foto che ho del Lavadero de Carbon, quando ormai l’avevo superato e mi sono resa conto che volevo almeno una foto, non si vede ma dietro c’è molto di più
     
  4. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    08/09 Cistierna – Gradefes

    Esco da Cistierna con qualche nuvola e un po’ di foschia.
    Un errore alla partenza ci sta sempre bene. Questa volta mi ritrovo davanti al cancello del cimitero. Torno sui miei passi e trovo la deviazione che avevo saltato.
    Ritrovo l’Esla, che da ieri mattina si è fatto grande.
    Lo attraverso e inizio a camminare tra campi e canali.
    Già, i canali. Penso siano loro la causa.
    Mi ritrovo in una nuvola di insetti.
    Mi illudo siano solo moscerini, fastidiosi ma innocui.
    Sul mio braccio sta crescendo una cosa con la forma di una nazione su una carta geografica. Puntura di zanzara, senza dubbio.
    Rimetto velocemente la camicia con le maniche lunghe che avevo appena tolto.
    Le gambe le sacrifico, se devo fermarmi a tirare fuori i pantaloni lunghi queste mi mangiano.
    Intanto inizio ad agitare in modo scomposto la braccia davanti alla faccia. Faticoso e pericoloso: mi do una botta agli occhiali che rimangono su per pura fortuna.
    Una piccola frazione e una signora che cammina agitando una frasca. Ecco la soluzione.
    Ne cambio 3 prima di trovare quella perfetta per dimensione foglie e flessibilità. Riesco a trovare una buona tecnica, con movimento di polso a tergicristallo, coordinato con il passo.
    Sembra funzionare.
    Se non guardo il mio polpaccio sinistro, dove 3 nazioni si stanno riunendo in un continente, e il ginocchio, dove c’è un’isola che mi ricorda un po’ la Corsica, il resto va bene.
    Ma che noia.
    Un paese un po’ più grande e una chiesa su in alto.
    Spero che i mostri non mi seguano fin lassù, provo.
    Le bestie rimangono giù. Finalmente riesco a rilassarmi.
    Mi accampo sul sagrato, sugli scalini della croce.
    Ho una buona vista su tutto il paese. E’ cambiato il materiale con cui sono costruite le case, dalle pietre si è passati ad argilla e paglia.
    La tiro un po’ per le lunghe. Mangio il mio platano di mezza mattina ancora in attesa e, mentre ci sono, faccio anche pranzo con pane e formaggio.
    Ma adesso devo armarmi di santa pazienza e frasca e tornare giù.
    Dopo un po’ che cammino mi rendo conto che sto sventagliando a vuoto. Non so se per il sole ormai a picco, perché è cambiato un po’ l’ambiente o per qualche magia, ma le zanzare sono scomparse. Per sicurezza non butto la frasca ma la fisso allo zaino e vado. Molto più leggera.
    Iniziano i nidi di cicogna sui campanili.
    Iniziano i campi di girasoli
    Iniziano i campi di mais.
    Ormai è pianura.
    Ma la prendo bene. Forse devo ringraziare le zanzare sparite, ma sono allegra.
    Ci sono delle piccole edicole con la effige della Virgen Peregrina. Vicino a una delle prime c’era anche un cartello che spiegava, ma le bestie non mi hanno consentito di stare ferma abbastanza per leggere.
    Attraverso ancora qualche piccola frazione semi deserta e, senza grossa fatica, sono a Gradefes.
    Chiedo a dei ragazzi fuori dal bar dov’è l’albergue: prima bisogna telefonare. Uno mi accompagna addirittura fin davanti all’ayuntamiento dove c’è un foglio con il numero da chiamare. Quasi controlla che telefoni davvero.
    L’hospitalero mi dice che è già all’albergue perché è appena arrivato un altro pellegrino, mi aspetta lì. Carlos era davanti a me.
    Mi incammino e mi ferma un vecchietto. Stai andando all’albergue? Sì. Prima devi telefonare. Gli dico che ho già fatto. Non è tanto convinto. Devo spiegargli dell’ayuntamiento, di cosa mi han detto al telefono. Alla fine si convince e mi lascia andare.
    Devono aver detto a tutto il paese che se vedono pellegrini devono dire di telefonare e devono aver preso il compito molto sul serio. Anche a Carlos è successa la stessa cosa.
    L’albergue è un alloggio al secondo piano di un piccolo condominio. Un alloggio perfettamente arredato e con tutto quello che serve. 2 camere, cucina, bagno, salottino e balcone.
    E’ dell’associazione degli amici del cammino Vadiniense. C’è una attenzione ai particolari che fa pensare che ci tengano davvero tanto.
    L’hospitalero ci spiega tutto, ci chiede del cammino, ci racconta che stanno cercando una soluzione per il tratto di strada di Riaño, ma non è semplice.
    Fa bene arrivare in posti così.
    Con Carlos decidiamo di andare a fare la spesa e mangiare “a casa”.
    Prima però vado a vedere il Monastero Cistercense di Santa Maria la Real.
    Oggi ospitano un coro. Stanno iniziando i Vespri cantati e li trovo bravissimi.
    Poco per volta mi infondono una pace e una serenità che non mi aspettavo.
    Bello, una fortuna trovarsi qui in questo momento.
    Per cena Carlos propone Fideos con Pollo de La Gallina Blanca che mangiava quando era bambino. Non riesce a credere che in Italia non abbiamo questa Gallina Blanca, le altre marche sembrano non essere la stessa cosa. Probabile, infatti non essendoci la Gallina Blanca da piccola non mi facevano le minestrine in busta. Per bilanciare, l’insalata mista che segue è parecchio sostanziosa.
    Un gelato al bar e poi a dormire.
    Domani sera sarà Francese. Sarà diverso.

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    Ponte su un Esla ormai fiume

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    Gialla Santiago. Rossa Santo Toribio

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    Sole tra le nuvole

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    Quassù niente zanzare, stanno tutte là sotto

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    Virgen Peregrina

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    Nidi

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    Santa Maria la Real
     
  5. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    09/09 Gradefes – Mansilla de las Mulas

    Chiudiamo casa. Chiavi nella buca. Carlos va a prendersi ancora un caffè al bar. Io parto.
    Non c’è una nuvola. Il sole basso fa divertenti giochi di luce tra gli alberi e sul mais.
    Stradine di terra rossastra tra campi e canali di irrigazione in cemento.
    Una lunga collina argillosa mi accompagna sulla destra. Qualche paese sopra.
    Le frecce continuano in basso.
    Incrocio solo un ciclista e un ragazzo in motorino che va ad aprire chiuse.
    Un paio di piccole frazioni con un paio di case, una chiesa e nessuno in giro.
    L’indicazione per El Monasterio de San Miguel de Escalada. Dovrebbe essere una decina di minuti fuori percorso. Vado.
    E faccio bene.
    Hanno appena aperto, ci sono solo io dentro.
    Bello l’esterno, ma molto particolare l’interno. Spoglio, con una luce bianca, le colonne con gli archi tondi e i 3 semplici altari. Semplice, ma elegante e raccolto.
    Nella mia ignoranza di arte e ancor più di arte Mozarabica, mi piace molto.
    Il paese delle petunie, coloratissimo. Dovevano essere in offerta. Ogni casa ha almeno una decina di vasi: appesi, sui davanzali, sui balconi, sul marciapiede, anche le biciclette sono diventate porta-petunie.
    Bivio. Posso arrivare sul Francese a Mansilla o a Puente Villarente.
    Mansilla. Me lo ricordo come un paese più paese e poi posso salutare Carlos che domani viene recuperato lì dalla moglie e torna a casa.
    Ancora campi e paesini, campi e paesini. E non più frecce. Non so dove le ho perse.
    Sono tutte stradine che tagliano i campi perpendicolarmente una con l’altra, decido di mantenere la direzione e prima o poi il francese lo incrocerò.
    Una grossa strada mi ostacola e mi impedisce di procedere diritto. Destra o sinistra? Ma sì, fuori il telefonino e guardiamo la mappa. Un centinaio di metri a sinistra si può passare sotto la strada.
    Quando sbuco di là sono a Mansilla. Ottimo. Vedo le mura e la punta del campanile. Ci sono.
    La piazza, l’albergue.
    Aspetto il mio turno. L’hospitalera quando vede la mia credenziale mi dice in italiano: Benvenuta nel casino!
    Non è che ci sia poi tutto sto casino. Sì, c’è tanta gente, ma la maggior parte, finite le incombenze quotidiane, si mette a dormire. Tranne qualche gruppetto ai tavoli nel cortile, il resto è tutto molto silenzioso.
    Mi piazzo anch’io in cortile. Non socializzo molto, anzi non socializzo per niente. Ma a questo punto del cammino le persone si conoscono, infilarmi all’interno di un gruppo che chiacchiera non mi viene tanto bene e non ho niente per cui le persone dovrebbero interessarsi a me. Mi cerco una posizione fornita di vie di fuga e me ne sto tranquillamente lì.
    Arriva Carlos. Anche lui ha perso le frecce nel finale, ma ha avuto meno fortuna di me, non ha trovato il sottopasso.
    Ha sentito che su una delle torri lungo le mura si può salire. Posso mica lasciarmi sfuggire un’occasione così. Andiamo a cercarla.
    La vista non è eccezionale, ma le scale mi piacciono molto.
    Mangiamo con “menu del peregrino”, il primo di questo cammino. E probabilmente anche l’ultimo.
    Un gruppo di una quindicina di persone, malgrado il gestore non sia per niente d’accordo e si arrabbi anche parecchio, riescono a spostare tutti i tavoli come vogliono loro. Utilizzano bene il “non capire”. O il far finta di non capire.
    A Mansilla è festa. O meglio inizia stasera. Ma più tardi, quando andiamo a dormire ci sono solo preparativi, un po’ di ragazzini e un po’ di birra in giro.

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    Campana, martelletto, segnavento. Storti.

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    Monasterio de San Miguel de Escalada. Esterno

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    Interno

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    Archi e archi

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    Porta-concha o concha-porta

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    Petunia village

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    Segnavento natalizio

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    Segnavento inquietante

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    Arrivo a Mansilla
     
  6. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    10/09 Mansilla de las Mulas - Leon

    Mi sveglio di soprassalto. Stanno passando con tamburi, cantando, urlando sotto la finestra.
    Non so che ora è e non lo voglio sapere.
    Per fortuna non ho il sonno leggero, quando il rumore si allontana mi riaddormento.
    Ma ripassano, non so se ancora una o due volte.
    E tutte le volte che mi giro, mi sveglio e si sente ancora la musica in sottofondo, probabilmente dalla piazza.
    E quando suonano le prime sveglie la musica è ancora lì.
    Ieri con Carlos abbiamo detto ci salutiamo domani a colazione. Non mi piacciono i saluti, ho pensato posso partire presto e poi gli mando un messaggio. Ma il sonno ha la meglio sulla mia scemenza: continuo a dormire e alle 8 sono giù.
    Colazione seria alla pasteleria della piazza. Piena di ragazzini e ragazzine post-fiesta tutt’altro che sobri.
    Non ho orari da Francese. Cammino con quelli partiti dai paesi precedenti.
    Fino a Leon va via tranquillamente. Tra i ricordi di quando sono passata qui la prima volta, nel 2010, e la seconda, camino de Madrid. Differenze? Mie sì, ma anche no.
    Albergue. Poco più delle 11, ha appena aperto.
    Vengo sgridata da una suora. Entro nel dormitorio ancora quasi vuoto e mi prendo un letto a caso. Viene a pescarmi. No no, qui non si fa così. La seguo con le orecchie basse e una scarpa sì e una no fino al letto giusto.
    Plaza Mayor colorata, c’è il mercato.
    In cattedrale c’è un matrimonio. Sulla piazza si mescolano scarponi e tacchi a spillo, zaini e cappellini improbabili, magliette scolorite e vestiti da cerimonia. Mi diverto un po’ a guardare.
    Nell’attesa che la cattedrale apra, giro un po’ a caso. Vado a salutare Gaudì. Mi fermo un po’ in una tranquilla San Isidoro. Cammino tra la gente.
    La cattedrale non mi delude. Continua a piacermi molto. Mi ascolto tutte le spiegazioni dell’audioguida. Rischio, la scelgo in spagnolo, se non capisco mi deprimo. Invece mi va bene, non faccio neanche più caso che è in spagnolo.
    Mi siedo e rimango un bel po’ lì, a fare niente. In pace, in pace addirittura con me stessa. Solo questo varrebbe il prezzo del biglietto.
    Passeggiata lungo il fiume, soste lungo il fiume, una specie di picnic all’ora di merenda che è pranzo e cena insieme, sempre lungo il fiume.
    Albergue. Il gruppo che chiacchiera nell’atrio lo fa in tedesco.
    Due parole con una ragazza che inizia a camminare domani, arrivano esperti più affidabili e mi limito ad annuire ogni tanto.
    Benedizione del pellegrino. La suora di stamattina ci fa fare le prove fuori, così non facciamo brutta figura. Non so, mi sembra che ci sgridi un po’ anche adesso. Però mi è simpatica.
    A dormire.
    E’ finita. No, lo sarà domani mattina.

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    Mollare tutto e mettersi a impagliare sedie. Sono cose che si dicono...

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    Arrivederci

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    Ricominciare a camminare di qui, prima o poi

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    Grazie

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    Geniale come sempre


    11/09 El final

    Niente epilogo sta volta, non avendo un prologo.
    Ultimo colacao. Adesso sì che è finita.
    Bus a Madrid. Volo a Torino.
    Nell’attesa del volo vedo una email. Devo telefonare all’INPS. E’ una vita che devo telefonare all’INPS e non lo faccio.
    Mi arrivano in testa tutte insieme le cose che dovrei fare quando arrivo a casa. Cose che non ho fatto e che non farò.
    Com’è possibile che quando sono in giro faccio tutta una serie di cose, ragiono, mantengo la calma, mi tiro fuori dai casini e quando torno non sono in grado di occuparmi né di me, né di altri, né della mia casa. Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde.
    Prendiamo sto aereo che è meglio.


    E adesso che ho anche finito di raccontare è proprio finita.
    Grazie per i vostri commenti e “mi piace” che mi hanno fatto andare avanti a scrivere e quindi a rivivere. Grazie davvero.
    E grazie anche alle mie 2 guide onLine Donato e Graziella

    Ah, all’INPS non ho ancora telefonato.
     
    A Renzo e Ivana e maryam piace questo messaggio.
  7. Edo

    Edo Admin Membro dello Staff Socio Assoc.ne PPS

    Grazie a liamliam per il suo diario, sempre di piacevole lettura.

    La discussione completa la trovate qui

    Edo
     
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Diario Leon - Oviedo - Santiago di Liam Diari pellegrini 11 Agosto 2012

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