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Data astrale 20176.0

Gizmo

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Quasi ci sono, sto riemergendo dall'obbligo e tra poco inizierò a scrivere il racconto del mio Cammino (io vi ho avvertito, poi non lamentatevi ... ;))
Ta un po' dovrebbe essere caricata anche la gallery, quindi non resta che raccogliere le idee e iniziare a tormentare la tastiera ...

Nell'attesa, vedi mai che non abbiate nulla di meglio da fare, un po' di pensieri a casaccio scritti camminando :)

A Santiago arrivano due tipi di persone, quelli che vogliono e quelli che devono

Quelli che vogliono ci vanno in macchina, in pullman o in aereo

Quelli che devono ci vanno a piedi, percorrendo centinaia o anche migliaia di chilometri, impiegando settimane o mesi, scavalcando montagne e valli, attraversando pianure rese roventi dal sole, sguazzando nel fango o nella neve, bagnati fino al midollo dal sudore o dalla pioggia, a volte da entrambi

Quelli che devono non scelgono di andarci, anche se decidono di andarci rispondendo ad un richiamo che neanche loro sanno qualificare

Quelli che devono sono pellegrini, una moltitudine di gente inquieta che cerca risposte a domande che spesso non sono trasferibili in parole, fatta di persone di ogni età, ceto sociale, estrazione culturale, alcuni con un credo religioso altri senza, chi per misticismo chi per scetticismo

Sono pellegrini dell'anima, che decidono di sospendere le loro vite, siano esse proletarie o benestanti, di massa o di elite, lasciare le loro famiglie, impacchettare quattro cose in uno zaino e partire, attratti da un richiamo forse alieno sicuramente diverso

Quelli che devono, patiscono il caldo e il freddo, dolori e sofferenze, ma anche gioie inaspettate, felicità improvvise, sorprese ad occhi aperti, perché è attraverso questo che sanno di poter trovare le risposte di cui hanno bisogno

Quelli che devono hanno il sorriso sulle labbra anche dopo dieci ore di cammino, si salutano con allegria quando si incontrano, parlano lingue diverse ma si capiscono, sono aperti e inclusivi, si riconoscono tra loro perché al di là di tutto e oltre tutto, quelli che devono hanno un'anima e non si vergognano di lasciarla vedere
 
Un'altra manciata di parole ...

Camminare è un antico andare, con il ritmo del respiro e del cuore, ascoltando la propria anima e i pensieri dilatarsi occupando gli spazi lasciati liberi dalle consuetudini, sentendo, come mai accade, il corpo parlarti raccontandoti di se stesso e attraverso di lui riscoprire un linguaggio fatto di sensazioni, emozioni, parole non scritte

Anche il dolore acquista nuovi significati, ti ricorda che esisti sei vivo, ti regola, ti controlla, ti sprona o ti frena, anch'esso parte ormai indissolubile di te, senza di lui non sei, è diventato familiare, necessario, utile, perché è attraverso di lui che ti si schiarisce la mente e quando pensi di essere allo stremo, di non poterne più, di non riuscire a fare un altro passo, ecco quello è il momento in cui devi perché non puoi fermarti perché non sei ancora arrivato e ti ritrovi ad estrarre energie da non sai nemmeno tu dove, ma il semplice fatto che ci riesci dimostra che la speranza e la volontà sono sorelle siamesi
 
Il fisico Leo Szilard una volta disse al suo amico Hans Bethe che stava pensando di tenere un diario, “non intendo pubblicarlo, soltanto usarlo per registrare i fatti ed informarne Dio”
“Non pensi che Dio conosca i fatti?” gli chiese Bethe
"Si," disse Szilard “Egli conosce i fatti. Ciò che non conosce è questa versione dei fatti.”



2 giugno Roma-Oviedo
Finalmente è arrivato
Dopo undici mesi di attese, pensieri, sogni, immaginazioni, letture, il momento di partire è giunto
Mi sveglio all’alba, la quiete intorno a me energizza i movimenti, mi vesto, carico in macchina lo zaino pronto ormai da giorni e guido fino al parcheggio dell’ufficio dove la lascerò per le prossime due settimane
Finora non è Cammino, solo routine, lo stesso percorso di ogni giorno, gli stessi panorami, gli stessi atti, quasi gli stessi pensieri, quasi ….
Lasciata l’auto, metto su lo zaino e mi avvio a piedi alla fermata della metro
Primi passi, in città, su strade note, ma in qualche modo diverse perché il peso sulla schiena è un qualcosa di nuovo, perché camminare a Roma di primo mattino senza nessuno in giro è di per se un’esperienza, perché nelle orecchie David Bowie mi chiama Major Tom e io so che sto per fare quel primo passo fuori dal navicella che mi porterà a parlare con le stelle a tu per tu
Metro, treno, check-in, in volo
Decollo in ritardo, sai che novità, atterro in ritardo e a Barcellona perdo la coincidenza e mi incazzo, come avrei fatto una qualsiasi mattina viaggiando per lavoro
Mi ero fatto un bel programmino con arrivo a Oviedo all’ora di pranzo, giro per la città, acquisti dell'ultimo momento, notte in albergue, pronto per camminare essendomi calato nella realtà
Invece passo tutto il giorno a bighellonare per l’aeroporto catalano, ora stranito ora rassegnato, mangio a raffica per ingannare il tempo, leggo un po' ma annoiato e indispettito non riesco a concentrarmi, dormo su una panca nell’area esterna dove posso fumare senza dovermi alzare ogni momento, un barbone di lusso, intorno a me facce vacue, volti spenti di gente che non si capisce se stia andando in vacanza oppure ad un supplizio mischiati a professionisti delle trasferte lavorative che riconosci lontano un miglio per come sono vestiti e si muovono e in questi vedo riflesso me stesso, concentrato, efficiente, efficace, anche in viaggio i pensieri focalizzati sull’agenda del giorno
day #0 barcelona airport stop over.jpg
Alt!
Non sto andando ad un meeting, non mi aspettano colleghi e clienti, ho varcato la soglia del portello per avventurarmi tra le stelle e dove sto andando non posso portare nulla perché quello che cerco lo devo trovare, spero
Mi sveglio dall’ennesima pennica, rinfrancato, rilassato, le chiacchiere con i PPS sul forum durante la giornata mi hanno distratto, sarà il primo di una lunga serie di aiuti che da loro e da altri riceverò in questo viaggio, di cui soltanto alla fine mi renderò però conto e comprenderò la portata, l’importanza, il valore ed il peso
Il volo da Barcellona parte in ritardo di oltre un’ora, per fortuna che ho prenotato un albergo vicino la Cattedrale ad Oviedo almeno domattina posso dormire qualche ora in più
Atterro all’una passata, in un deserto piovigginoso che ricorda Blade Runner prendo un taxi che costa più che a Milano e finalmente intorno alle due del mattino sono in stanza
Una giornata grottesca ed epica al contempo, venti ore di viaggio, sublimazione della teoria dell’avvicinamento lento, hanno certamente contribuito a staccarmi dal solito me stesso e dalle solite abitudini, anche lo stranimento si è esaurito quando ho capito, passando le ore guardando lo spicchio di cielo dal cortile dell’ora d’aria in cui mi sono volontariamente confinato per tutta la giornata, che era inutile arrovellarsi, irritarsi perché non avrei potuto fare quel che avevo programmato, che ciò che avrei fatto da lì in poi non sarebbe stato quel che volevo ma ciò che dovevo, che, parole sante di qualcuno che non cito, Se puoi fare qualcosa, che t'arrabbi a fa'? Se non puoi farci niente, che t'arrabbi a fa'?
Non lo sapevo, non avevo capito
Il Cammino c’è anche quando non c’è, una volta partiti ci si e dentro e il lavorio inizia anche, soprattutto, quando non te ne accorgi, apparentemente sei quello di sempre, pensi come sempre, respiri come sempre, ti muovi come sempre, in realtà sei già diverso, una metamorfosi kafkiana inversa da scarafaggio a uomo è iniziata e non puoi farci nulla
Vado a dormire, stanco ma carico, le campane della Cattedrale salutano il mio sonno con tre rintocchi
Domani sarà un altro giorno, la buona Rossella aveva ragione …
 
3 giugno Oviedo-Escamplero

Niente da fare, l’adrenalina vince e alle 7:30 sono già in piedi
Mi affaccio alla finestra e Annie Lennox inizia a sussurrare “here comes the rain again” mentre osservo le vie deserte del centro di Oviedo rese lucide dalla pioggia
M vesto pesante, vedi mai che oltre all’acqua faccia anche freddo, e fatto 30 dormendo in albergo faccio anche 31 scendendo a fare una colazione internazionale (sic!)
Unico ospite della sala ristorante a quest’ora del mattino di sabato, potrei essere in una qualsiasi delle città che giro per lavoro tanta l’impersonalità del luogo
Affettati, uova, succo d’arancia e caffè, in una ventina di minuti compito assolto, raccolgo lo zaino, faccio check-out e esco dalla porta, recidendo finalmente l’ultimo filaccio con l’abitudinarietà
Come inizio non è stato male, considerando quanto la vita ordinaria abbia lottato strenuamente ieri per tenermi avvinghiato tra le sue spire soffocanti, ma alla fine ha dovuto cedere a questo qualcosa più grande di me, di lei, di tutto
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In piedi sulla via deserta, intorno a me la città addormentata, sulle spalle tutti i miei averi (per le prossime due settimane), realizzo che sono solo.
Di quella solitudine che ti libera, ti spoglia di barocche sovrastrutture culturali e ti lascia nudo con te stesso davanti all'universo. E ciò facendo atterrisce, ridimensiona quel tuo ego artefatto costruito con tanta fatica, così strenuamente difeso per necessità di sopravvivenza in un mondo fatto di ipocrisie, in cui ognuno non è ciò che è ma ciò che pensa sia conforme al gusto degli altri e così facendo alimenta quella mortale spirale di rincorsa dell'irraggiungibile, la perfezione e il controllo.
Sono solo, come un equilibrista al culmine del sostegno da cui si stacca quella linea sottile che a breve dovrà percorrere, così sottile da essere impersonale e implacabile perdendosi nella penombra all'altro capo del tendone e che lo chiama con la melodia ammaliatrice della sfida.
Una sfida al mondo, alle convenzioni, alle consuetudini così comode e rassicuranti in cui ormai ci si è accomodati, rinunciando ad evolvere essendosi fatti convincere che la normalità è la norma e che la norma non si può disattendere pena l'essere additati come strani, diversi, alieni corpi estranei all'ordinato schema delle cose in cui ad ognuno è assegnato un posto, da difendere per la continuità della specie come una sorta di presidio contro le mutazioni, ancorché benefiche e migliorative, costrittivo e limitante come gironi dell'inferno dantesco
Sono solo
Eppure non sono mia stato meno solo di adesso, avvolto, affiancato, sospinto da tutti coloro che a vario titolo e luogo hanno incrociato la mia vita e che adesso si affollano intorno a me, silenti spettatori in attesa di veder la storia dipanarsi, inconfessabilmente in attesa che essa volga al tragico, molti, per godere morbosamente delle difficoltà altrui e relativisticamente considerarsi fortunati, opposti ai pochi con la voglia di essere semplicemente vicini e offrire il loro sostegno, affetto, amore
"Ni' meglio pochi ma buoni" avrebbe detto mia Nonna, con la sua voce pacata intrisa di romanità popolare e popolana, mentre impastava le canoniche due dozzine di uova di pasta per il pranzo del Natale. I segni della vita sul suo volto come microsolchi di un vecchio vinile a raccontare una storia lunga ottanta anni, a cavallo di due guerre, gli occhi castani, ancora dolci dopo tante vicende e sofferenze
E lo stesso avrebbe detto mio padre, se solo avessi condiviso con lui la mia voglia, inspiegabile apparentemente, di volermi isolare dal mondo andando a camminare in mezzo al nulla per oltre trecento chilometri. Non che possa condividere troppo con mio padre, a meno di non essere dotato di capacità medianiche che non ho ma, pensandoci bene, lui l'avrei sinceramente sorpreso, radicato com'era nel senso di abnegazione alla famiglia, che sicuramente mi ha trasmesso, per cui sarebbe stato incomprensibile decidere di tagliare i ponti con tutto e con tutti anche fosse solo per due settimane. Mia madre invece altro che sorpresa, mi ha semplicemente guardato con lo sguardo che solo una madre può avere, quello che con dolcezza scava e vede anche dove tu non vorresti che guardasse, e ha detto “sarà una bella esperienza”
Non proprio da tutti mi vorrò isolare però, perché anche tra i pochi uno si distingue tra quelli al mio fianco per la sua totale fiducia in me al punto da mettere in discussione tutto con il solo scopo di sincerarsi che io stia bene e che stia facendo, anche solo per una volta, una cosa per me stesso, arrivando ad accettare di lasciarmi andare da solo, per amore, anche se ciò gli causerà sofferenza.
Mi avvio per le stradine sul retro della cattedrale, non piove ma l’aria è satura d’acqua come un sudario, e mi immergo in uno scampolo di questa città che non ho il tempo di visitare
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“Chi va a Santiago senza passare dal Salvador, onora il Servo e non il Signor” ho imparato e quindi se qualcosa devo fare a Oviedo è proprio questa
Giro intorno all’abside e entro da sud in Plaza de Alfonso II El Casto, anch’essa deserta, ripulita e resa limpida dalla pioggia, girello cercando uno spunto per qualche foto che però non arriva, probabilmente sto ancora dormendo, e sul lato sinistro della facciata trovo la prima concha incastonata nell’asfalto, bronzo e pietra fusi insieme indissolubilmente mi danno una scossa da elettroshock e di colpo prendo consapevolezza di essere e di dove mi trovo
In piedi sulla conchiglia, caravaggesco più che botticelliano, mentre osservo la Cattedrale sento il coro di una messa cantata trafilare dalle porte laterali aperte per accogliere i fedeli chiamati alla messa dallo scampanio
Entro, trascinato da una forza più grande di me che già da un paio d’anni sta macinando nel retrobottega dei miei pensieri, e la chiesa mi appare bellissima anche, forse, oltre i meriti artistici che comunque sono notevoli, mi aggiro, guardo, osservo e nella penombra, tra incensi ed echi di canti individuo il sagrestano a cui chiedo, non so bene in quale lingua, se può mettermi il primo sello
Un timbro, niente di più nel mondo di sempre, un marchio a fuoco colmo di significati in questo posto e in questo momento, un marchio che replicherò, anche se non nella stessa forma e maniera, alla fine di questo Cammino perché quello che vivrò entrerà talmente dentro di me da non poterlo sublimare e rendere tangibile meglio che con un marchio
Esco, il Cammino mi attende, giace lì davanti ai miei occhi invisibile nel suo dipanarsi lungo centinaia di chilometri
Cosa sarà non lo so né riesco ad immaginarlo, solo alla fine se e quando ci arriverò posso sperare di avere qualche certezza in più e forse la risposta a qualche domanda
Primo passo e si comincia, ormai non si torna più indietro e sarà quel che deve essere

Mi avvio per Calle Urìa mentre inizia una leggera pioggerellina, più vapor d’acqua che gocce, mi fermo a El Corte Inglès per acquistare un paio di bastoncini ed un coltellino che nel bagaglio a mano non mi avrebbero fatto passare e intorno alle 11 mi dirigo verso la periferia di Oviedo
Cerco le conchiglie sull’asfalto deciso a non utilizzare la guida o le tracce gps ma tra le macchine parcheggiate che le coprono e il mio genetico stato d’ansia torno alle abitudini così confortevoli e tiro fuori il cellulare
In giro poca gente e ancor meno pellegrini lasciano intuire come saranno i prossimi giorni, io cammino al crocevia tra eccitazione, curiosità e ansia, il passo svelto benché ancora incerto e intanto inizia a piovere seriamente, mi riparo alla Estacìon Urìa per mettere su la mantella e via di nuovo
All’altezza di Plaza Olìmpica incrocio due pellegrine dirette verso il centro città, sono Silvia, madrilena, e Cristina, coreana, che ancora non lo so ma sono il prodromo della compagnia dell’anello che sarà la nostra famiglia pellegrina per le prossime centinaia di chilometri
In spanglish Silvia mi racconta che si sono perse e hanno camminato per oltre un’ora fuori strada finché hanno deciso di tornare indietro, infreddolite si rifugiano in un bar mentre io ancora intossicato di adrenalina proseguo ed esco dalla città attraverso un parco pubblico soffuso di nebbia e umidità
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La carretera inizia a salire leggermente curvando a destra e a manca e sembra di essere in una esperienza di realtà aumentata tanto gli odori e colori di questo mezzodì ai confini del mondo sono vivi e saturi
Continua a piovere a dirotto ma non penso più a quanto posso essere bagnato, per la prima di tante volte a seguire mi sento trascinato più che spinto, come catturato da un raggio traente che mi porta avanti passo dopo passo attraverso qualsiasi cosa
Arrivo alla Capilla del Carmen e finalmente mi fermo per scrollarmi un po d’acqua di dosso più che per riposare, all’interno del “portichetto” una pellegrina, Christine, tedesca, il terzo pezzo della “famiglia” una di quelli con cui condividerò di più nei giorni a venire e che mi farà piangere di commozione a Santiago
Presentazioni di rito, ancora un po “rigidi”, scambiamo due chiacchiere, mettiamo il sello sulla credenziale e poi ci separiamo, io ancora ipercinetico lei più calma forse perché è il suo secondo Cammino e già sa cosa significa
Passo la prossima oretta o poco più a camminare sull’asfalto, troppo inesperto, impaurito e ignorante per avventurarmi sui sentieri, anche se con questa pioggia probabilmente ho evitato di mettermi in situazioni critiche fin dai primi passi e quindi va bene così
Finalmente arrivo in cima al piccolo colle su cui resiste Venta de El Escamplero e faccio sosta al Tendejon de Fernando, nel frattempo sono riuscito a perdermi la guida e quindi mi fido della memoria che mi dice che qui ci si registra e si prendono le chiavi dell’albergue
Terzo sello, chiavi e mi precipito alla mia prima esperienza di vita in comune da quando ho finito il militare, l’albergue non è grande, pulito, vuoto ma non per molto perché di li a poco arrivano Manfred e Mike dalla Baviera, Nick dall’Australia e Veronique dal Canada, oltre ovviamente a Christine, Silvia e Cristina, la compagnia c’è quasi tutta e nei prossimi giorni raccoglierà gli ultimi pezzi e diventerà una famiglia assolutamente e improbabilmente vera, ognuno se stesso ma tutti legati, ambiversi venuti qui in cerca di solitudine ma anelanti la presenza degli altri, condotti qui forse dal fato ma più probabilmente dalla necessità di esserci in questo momento come semplici membri della razza umana, quella vera fatta di cuore e anima oltre che di carne ed ossa, per imparare ed insegnare l’un l’altro, con cui rideremo, piangeremo, parleremo e arriveremo in Plaza de Obradoiro (ma questo deve ancora succedere)
La cena è un momento incredibile, epilogo della giornata e prologo di quelle a venire, un’unica tavola, individui sconosciuti fino a poche ore prima, in un paese terra di mezzo in cui sublimare l’energia della vita nella sua più estrema semplicità, un cammino antico ci aspetta, pietre e sassi percorsi da migliaia prima di noi, supplizio ed estasi per riscoprire la parte vera di ognuno, quella che dà titolo a considerarsi essere umani, domani ...
 
4 giugno Escamplero-Cornellana

L'abitudine, unità allo stato emozionale costantemente attivato congiurano per farmi aprire gli occhi alle 6:30 nonostante ieri sera mi sia addormentato ben dopo la mezzanotte
Non sono l'unico, anche nel lucore fioco delle prime luci dell'alba, altri sono già in piedi e ne percepisco i movimenti volutamente ridotti al minimo ed ovattati per non disturbare chi ancora dialoga fittamente con Morfeo
Esco dal sacco a pelo e raccatto in una bracciata tutte le mie carabattole trasferendomi nell'ingresso dell'albergue, un concentrato di essenzialità in cui convivono cucina, sala da pranzo e ingresso ai servizi igienici, adeguandomi senza neanche pensarci al codice di comportamento pellegrino
Prima di uscire ringrazio chi è passato prima di me lasciando una mezza confezione di moccaccino solubile che trangugio spegnendo preventivamente le papille gustative, consapevole che Fernando non ci pensa nemmeno ad aprire il Tendejon di domenica mattina prima delle 10 e che non so dove potrò trovare un bar lungo la via
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Mi incammino con il terreno che sta smaltendo la pioggia di ieri e alza spire fumiganti di nebbiolina frizzante, il silenzio è pressoché totale con la sola colonna sonora dei cinguettii primaverili, il passo è allegro ma non troppo, andante direi
All’ermita di Fatima di Valsera incrocio Christine, che da lì a un minuto proseguirà con piglio teutonico che poi scoprirò contenere un cuore e un’anima molto latina, e Giancarlo con cui mi fermo a chiacchierare, trovo affascinante la determinazione che si materializza dalle sue parole e si legge nei suoi occhi chiari di ultrasettantenne al terzo cammino, con più protesi che ossa nelle gambe e un solo credo “il pellegrino arriva a Santiago con la mochila sulle spalle”, punto e a capo, non c’è altro da dire
Lo saluto, consapevole che non lo rivedrò più ma conscio che rimarrà uno dei ricordi più vividi, per l’ammirazione che può suscitare un uomo con una tale motivazione e perché mi ha lasciato un segno con la serenità che soltanto la saggezza degli anni vissuti può conferire

Seguo le flechas, lascio la carretera e mi inoltro per una strada laterale che serpeggia tra piccole vallette chiuse da colline, il grigio dell’asfalto, bordato dal rosso dei papaveri che fanno da cornice al verde del grano immaturo e al tetto il cielo con sprazzi di azzurro di quel colore improbabile che soltanto i bimbi sanno scegliere dal loro cesto di matiteday #2 - toward Grado_2.jpg
Mentre i passi si susseguono io mi fermo un attimo, Mary Poppins e il suo ombrellino hanno battuto un colpo e come se fossi entrato magicamente in uno dei disegni che faceva mia figlia da bambina, galleggio tra realtà e ricordi
Quando era piccina, occhi scuri quasi neri, in cui tra le pieghe dell’infanzia si vedeva il solco di quella ferita primaria che sempre la accompagnerà, “guarda papà come mi tuffo” la prima volta che andammo in piscina, e senza aspettare, senza ciambella o braccioli si lanciò certa allora come ora che io sarei stato lì, e poi le urla, gli strepiti gli attacchi d’ira, i pianti “tu non mi capisci, io sono così e non cambierò mai!” di una adolescenza complessa resa ancor più complicata dal vissuto passato e presente, quel senso di solitudine e insicurezza incolmabile nonostante l’amore di chi le è sempre stato intorno e vicino, il rifiuto “mi fai schifo, non ti accetto”, il cuore ferito, la tristezza e le lacrime che impietose e implacabili annacquano i colori di quei disegni infantili

Mi risveglio, non so quanto ho camminato, sto entrando a Grado, trovo la panchina di una fermata del bus e mi siedo a riprendere fiato, corto nonostante la via sia stata finora praticamente tutta in piano, sgranocchio un po' di frutta secca pescata dal sacchetto e intanto faccio uno squillo ad Alfie, ho voglia di sentire la sua voce e di tranquillizzarlo che tutto procede bene, anzi meglio di quanto mai avrei potuto immaginare
Sono bastati pochi chilometri sul Cammino perché porte sbarrate da decenni si socchiudessero lasciando sfuggire le ombre che da tanto tempo stanno custodendo, perché pensieri non pensati si avvicinassero gorgogliando alla superficie della coscienza, perché quello che mi ha spinto a venire qui iniziasse ad agitarsi ed mugugnare
Riprendo la via, intorno a me un suburbio di provincia “so uncharacteristic”, se non fosse per quei fregi giallo sole tutti orientati allo stesso modo che squarciano il grigiore dei muri su cui mani amiche lì hanno disegnati
Arrivo sulla piazza principale, bella, viva, mezzodì del giorno del Signore, campane a festa, bancarelle varie, banchetti del mercato, gente chiassosa che si vive il meritato riposo, volti segnati dal sole, occhi brillanti, vocio pervasivo e permanente, se non fossi venuto qui con uno scopo paradossalmente e parossisticamente intimista mi fermerei ad osservarli e conoscerli, invece proseguo, leggermente infastidito perché questo clamore non è mio, non lo sento mio, non mi ci sento io
Ho perso le frecce, nascoste dalla moltitudine, e annaspo, il magico gps mi aiuta a fendere la folla festante e gioiosa fino ad uscire dal paese e iniziare ad inerpicarmi verso l’alto de El Fresno

La prima vera salita di tante che verranno a seguire, di cui perderò il conto, che odierò fino ad arrivare ad amarle, bramarle, sentirne la mancanza quando il terreno tornerà orizzontale
Senza il fascino dell’erta per il Fonfaraon, questa successione di passi su piano inclinato scorre via, un po cupa, lastricata di asfalto, senza viste mozzafiato, con il fruscio dell’autostrada in lontananza alla mia sinistra, mi accorgo per la prima volta che il tempo rallenta, la realtà circostante si fa eterea se non per l’immediato intorno, mi muovo come in un tubo sensoriale, concentrato a gestire l’affanno, a non perdere la strada, anche i pensieri si sono fermati, ho bisogno di tutti gli zuccheri in riserva, piccolo, stupido, arrogante, davanti alla realtà della mancanza di allenamento ignorata facendo spallucce, questo mi insegna a calci El Fresno, una salitella, per chiunque con meno protervia, una montagna per me con le spalle gravate dal peso della mia mascherata superbia in aggiunta a quello dello zaino
Arrivo in cima, avendo ignorato San Juan de Villapanada e senza la forza ne la voglia di deviare per il Santuario de La Virgen de El Fresno, so che mi sto perdendo delle perle che difficilmente avrò l’occasione di rivedere, almeno così pensavo in quel momento, ma mi accascio al bordo strada per mangiare qualcosa e scolarmi la borraccia
Stranamente la fatica è sparita, come d’incanto, come un brutto sogno, e la realtà è tornata a farsi viva, mi godo il momento di solitudine, uno degli innumerevoli che seguiranno e che sono, saranno, l’essenza di questo mio Cammino, seduto sull’asfalto di una strada talmente poco trafficata da potermici sdraiare per un pisolino

Inizia la discesa, brutta, su uno sterrato che corre al fianco di una parete resa orribile dallo spritz beton tenuto alla parete da ancoraggi che sembrano chiodi ortopedici, una ferita sulla pelle del mondoP6040058.jpg
Al termine del declivio la fonte del Reaz dove mi disseto abbondantemente perché ormai le nubi e il fresco del giorno precedente sono solo un ricordo e il sole di giugno inizia a farsi sentire, e poi Doriga dove al bar Ca Pacita inizio a prendere coscienza del popolo asturiano, orgoglioso della sua storia e stirpe, montanaramente tosto ma con il sorriso sempre pronto ad accogliere i pellegrini che da qui sono transitati quando la storia ancora si faceva in latino
Verso Cornellana un’altra discesa per un tortuoso sentiero da quadrupedi più che da umani, lungo il quale mi raggiunge, si ferma a parlare per 5 minuti e poi riparte sparendo per sempre alla vista un ragazzo tedesco, Mark, partito la mattina stessa da Oviedo che mi racconta di essere in ritardo sulla sua tabella di marcia, mi sento la lumaca contrapposta al Pelide Achille, ma se nasci lumaca è inutile ambire a diventare Achille, meglio accettare e godersi la vita perché quella scorre con il suo tempo indifferente a quello che noi umani facciamo
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Arrivo a Cornellana, monastero, severità cluniacense, fascino del rigore, vicinanza spirituale, antico splendore oggi dimenticato, guscio di passate glorie, che mi accoglie sotto il sole ammorbidito di metà pomeriggio, mi abbraccia, mi culla, mi innamoro a prima vista, entro nella parte retrostante il chiostro e trovo Christine, baci, abbracci, neanche il tempo di poggiare lo zaino che ecco Nick, Veronique, Silvia, Cristina, Manfred e Mike, tutta la famiglia riunita, senza programmi, senza essersi parlati ne tantomeno dati appuntamento, come richiamati da una forza gravitazionale tutta nostra che ci accompagnerà e ci terrà insieme per tutto il Cammino
Mi registro e tanta è la bellezza del luogo, la cordialità degli hospitaleros, e la serenità profonda che provo che lascio un donativo doppio ad una hospitalera che mi guarda pensando che sono matto
Una giornata intensa, una bella faticata i cui miasmi ho abbandonato ad El Fresno, tanti pensieri, tante emozioni che ancora non so saranno solo una piccola parte di quello che mi aspetta, si conclude con la visita della chiesa, aperta per me dall’hospitalero che mi vede aggirarmi con la macchina fotografica e mi chiede se avevo interesse a fare un giro all’interno
Visita guidata senza appuntamento, in gruppo ad osservare affascinati un racconto dei luoghi e della storia narrati da una voce leggermente spezzata dalla commozione, dall’orgoglio, dal rimpianto per quello che c’era e che ora non è più, all’interno odore di incenso, leggero quasi impalpabile come le tracce degli affreschi che si intravedono sul soffitto, un altro sogno ad occhi aperti che solo il Cammino regala, un dono, un premio per tutti quelli che devono andare a Santiago e che hanno deciso di farlo passando da una via vecchia di mille anniday #2 - Cornellana church choir.jpg

Il sonno arriva rapido, dopo una cena a La Taberna, una bottiglia di sidro con Christine e un paio di birre con Manfred e Mike, il sonno ristoratore che solo chi fatica di muscoli e cervello può apprezzare
Buonanotte Cornellana
 
5 giugno Cornellana-Bodenaya-Tineo
Una dormita ininterrotta e liscia mi porta ad aprire gli occhi di primo mattino, ma il “programma” di oggi prevede una tappa breve fino a Bodenaya e quindi giggioneggio un po nel sacco a pelo prima di decidere ad alzarmi
Sapere di non dover iniziare a camminare alle prime luci dell’alba sembra un po’ una vacanza, ancora legato come sono alla pigrizia della vita di sempre, mentre già domani capirò invece quanto avviarsi con il sole alle spalle che si eleva sull’orizzonte per sparare la mia ombra in avanti quasi in avanscoperta, sia una vera estasi e balsamo per la mente, lo spirito e il corpo
P6050102.jpgDi primo mattino, con il fresco, il mondo addormentato, il cielo trepidante in attesa del sole, tutto è pacifico, sereno, bendisposto, il luogo in cui lasciare i pensieri come bimbi a correre in un prato, il momento in cui anche i crucci più scuri sembrano meno impellenti, lo stato in cui il tempo dovrebbe fermarsi per avere modo di pensare tutto quello che c’è da pensare prima di iniziare una nuova giornata, ringraziando semplicemente di essere vivi per avere la possibilità di affrontare quello che la vita ha in serbo per noi
Esco per l’ultima volta dall’albergue attraverso la Puerta de la Osa e mi avvio in paese dove trovo subito un bar per fare colazione come si deve, brioche con cafè y leche, in compagnia di Manfred e Mike che, senza fretta alcuna, si godono il momento leggendo il giornale
Troppo vita ordinaria per me, venuto qui con l’intento di scartabellare nei recessi più profondi del mio io, tanto che li saluto e mi incammino non prima di aver pagato, a loro insaputa, le consumazioni di tutti
Se la mia terapeuta fosse stata qui si sarebbe infuriata avendomi ripetutamente bacchettato di essere immanente e cercare in ogni modo di essere sempre accettato da tutti anche quando gli altri non chiedono né il mio aiuto né il mio consiglio, che io mi ostino a provvedere incurante che così facendo faccio del male solo a me stesso, il Cammino si farà carico nei giorni a seguire di insegnarmi a mollare, a dare fiducia agli altri, a dare fiducia a me
La via si inerpica dietro il monastero e apre la vista su questo piccolo paese abbracciato dai monti e affacciato sulla valle alla confluenza tra il Rio Nonaya e il Rio Narcea, il sole illumina i tetti del monastero accendendo il rosso delle tegole e mi fermo lungo la svolta che me lo nasconderà per scattare un’ultima foto
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Prima di Quintana incontro tutta la “famiglia” in pausa per una chiacchierata mattutina, senza sigarette perché nessuno fuma, cui mi unisco con il piacere che da essere tra simili, per poi ripartire tutti insieme, più o meno, salvo sgranarsi dopo poco ognuno seguendo il proprio incedere, il proprio ritmo, i propri pensieri
E' uno dei fascini indiscussi e probabilmente una delle cose che maggiormente colpiscono all'inizio chi affronta un primo Cammino verso Santiago, la possibilità tangibile di poter essere soli anche senza esserlo, circondati da altri con la tua stessa destinazione ma con il proprio passo che non è mai uguale a quello di un altro, il passo come un’impronta digitale caratteristica e unica perché uniche e non ripetibili sono le condizioni che hanno portato ciascuno su questa via

L’Identità di Eulero fa capolino dalla parete ormai sbiadita di una casupola diroccata poco prima di entrare a Salas, c’è chi dice che sia la dimostrazione matematica dell’esistenza di Dio e credo che la mano dell’ignoto che li l’ha disegnata da questo fosse ispirata, io non credo in Dio o almeno non in quello torvo, egoista e vendicativo che mi hanno inculcato fin da bambino martellandomi ogni giorno catechismo e dottrina nei 13 lunghi anni di scuola fino alla maturità, e sono anche allergico alla matematica per cui sicuramente non ne capisco la bellezza intrinseca né saprei farne la dimostrazione neanche ne dipendesse la mia vita stessa, ma quelle lettere e simboli aggrappati a quell'intonaco rossastro smozzicato che ha ormai perso la memoria mi colpiscono, non importa se hanno un senso o meno per qualcuno, pochi, molti o tutti, se sono un’espressione fideistica oppure la testimonianza di chi ha toccato con mano l’esistenza del divino, so che mi restano sul fondo della retina e che me li porterò dietro, sai mai che dovessi avere un’illuminazione
A Salas ritrovo Manfred, Mike e Christine seduti ad uno dei due bar che guardano la facciata della chiesa di Santa Maria la Major, in attesa di bocadillos e cafè, mi siedo, scalcio via gli scarponcini e mi aggrego per una sosta meritata e soddisfatta
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I chilometri che portano all’Alto de Porciles sono un sogno ad occhi aperti, boschi senza soluzione di continuità attraversati su sentieri e sterrati che si alzano lungo la costa lasciando dabbasso il Rio Nonaya di cui pian piano il mormorio si fa più indistinto fino a perdersi nel suono della Terra, una corale cui partecipano tutti che siano vegetali, animali o minerali, ma è anche sudore sotto la volta verde che trasforma il calore del sole in umidità, un miracolo della vita la sintesi clorofilliana, e fatica perché si sale, e dolore perché probabilmente ho caricato lo zaino in modo diverso e preme su una spalla, almeno finché non incrocio Veronique che mi suggerisce, dall’esperienza delle centinaia di chilometri già percorsi partendo da Le Puy, di sfruttare lo schienalino regolabile perché è normale che con il passar del tempo i materiali anche i più tecnici, si assestino rispetto a come li abbiamo regolati inizialmente
Bella figura di cinquantenne che nella vita del mondo di là viene pagato a peso d’oro per i suoi consigli professionali e qui è talmente altro da se stesso da non capire che se ti fa male una spalla è per lo zaino messo male, così come se ti fanno male le gambe è perchè probabilmente hai comprato delle solette sbagliate che si faranno sentire fino alla fine e anche oltre
Possibile mai che lo stesso ammasso di neuroni, muscoli, ossa e sangue possa essere così diverso da se, semplicemente facendo una cosa che non ha mai fatto o non è piuttosto che questi luoghi, questi passi, le molecole stesse che permeano l’aria di ogni Cammino non siano in effetti una realtà altra in cui liberarsi, librarsi come un polline portato dal vento inconsapevole del proprio fato ma fiducioso che dove cadrà sarà quello il posto giusto e nessun altro
Pensieri pensierosi, pensato pensante camminando, porte chiuse e inchiavardate da decenni che scricchiolano sotto i colpi incessanti che ogni passo gli assesta, fino a spaccarsi, scardinate, inutili ormai a conservare fantasmi e dolori, angosce e tormenti, che liberati si affacciano per spiare la preda
Ma oggi non è il giorno, ancora, per andare in battaglia, oggi è eccitazione in ogni fibra, oggi è emozione, è potenza nelle gambe e nei polmoni, è risate private e lacrime pubbliche, se per pubblico si intendono uccelli, scoiattoli, volpi, piante, fiori, cielo azzurro e nubi bianche, oggi è il giorno in cui da quelle stanze buie, sepolcri imbiancati eretti da altri a custodi di qualcosa che nemmeno capivano, una lama di luce emerge, tra le nebbie oscure si fa strada, fende e si proietta all'esterno, ti chiama, ti apre gli occhi, ti fa vedere il te che avevi dimenticato, che non è morto né sepolto, solo nascosto, molto ben nascosto, giro l'ennesima curva e sulla parte di roccia una flecha infinita, mi cattura lo sguardo, mi illumina gli occhi, mi satura la materia grigia, all'infinito verso Santiago, Santiago meta dell'infinito, infinite vie per andare a Santiago, come per Eulero il significato che aveva per chi l'ha vergata non ha molta importanza, conta quello che scatena in me, le emozioni che libera, i pensieri che schioda dal muro a cui erano attaccati, è il simbolo del mio Cammino Primitivo a Santiago, è mia, è me
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E i passi accelerano, la fatica diventa amica e compagna, non più ostacolo ma stimolo e cammini in preda ad un’estasi che non pensavi possibile, che rende tutto più bello, tutto più facile, anche cambiare programma e anziché fermarsi a Bodenaya scegliere di proseguire fino a Tineo
Anche volendo all’albergue di Bodenaya non mi ci sarei potuto fermare perché chiuso per un problema di approvvigionamento idrico, ennesimo buffetto del Cammino a ricordare che i programmi e i piani sono belli e divertenti mentre li fai, ma mica sono fatti per essere rispettati, tutt'altro
Mi fermo in un bar a La Espina, paesotto un po triste e senza troppa gente in giro, e tracanno mezzo litro di latte e un po di frutta secca, mi rendo conto che da quando ho iniziato a camminare anche il mio metabolismo sta cambiando, sarà l’adrenalina di cui mi sono portato una bella scorta, ma mangio al mattino e alla sera e in mezzo non sento la fame, mah
Tra una cosa e l’altra, un paio di sigarette, un giro sul forum, finisce che riparto alla volta di Tineo che il pomeriggio già si è insediato
Boschi, fango, letame, mosche, sprazzi di cielo azzurro tra le foglie, mosche, letame, fango, boschi, la sequela si succede ininterrotta senza che io incontri alcun bipede implume per quasi 15 chilometri, le scudisciate di pensieri che mi hanno spinto in cima al Porciles lasciano il campo ad un torpore mentale in cui mi adagio, una sorta di culla di immagini cerebrali, mentre con gli occhi osservo, guardo e mi immergo nel paesaggio che mi circonda, quiete agreste in uno stato di natura che avrebbe fatto la gioia di Russeau, quasi fossi due distinti me in uno
I chilometri non passano mai, il sentiero serpeggia senza punti di riferimento, in lontananza tracce di presenza umana che si avvicinano e si allontanano tra le fronde senza mai arrivare a portata di mano
All’Ermita di San Roque il gps muore, anche lui esausto, ma per fortuna le flechas amarilla abbondano, raggi di sole che accompagnano chiunque le voglia seguire, e mi guidano fino all’albergue Mater Christi al termine di una discesa che drena gli ultimi spasmi di dolore dalle mie gambe
All’albergue ritrovo Nick e Veronique già sistemati e mi prendo una cama in fondo allo stanzone tra le decine libere che di li a poco saranno colonizzate da una comitiva di giovani ciclisti spagnoli diretti a Santiago pedalando
Il luogo non è granchè, anzi a posteriori è il più brutto degli albergue che mi ospiteranno, ma ha un letto una doccia e tanto basta, in Cammino si impara ad apprezzare quel che soddisfa le necessità di primo livello e ci si accorge che si vive bene anche senza vasche idromassaggio, tv satellitare e ammennicoli di contorno, i miei due “familiari” anglofoni prepareranno qualcosa in albergue ma preferisco whatsappare con Manfred e Mike per raggiungerli a cena in paese
Alle dieci sono uno zombie e vado a dormire e nemmeno le caciarate dei ventenni in euforia ormonale mi terranno sveglio, mi rendo conto che non sono più giovane e me ne compiaccio, ho vissuto quello che dovevo vivere quando lo dovevo vivere e oggi non tornerei indietro né per rivivere né per cambiare la mia vita
Come sul Cammino ogni passo fatto non si può ripercorrere, perchè ogni volta sarebbe diversa dalla precedente, nella vita le cose passano perché devono passare e non c’è possibilità di riprovarci, gli errori, i successi, le cose fatte bene e fatte male, tali sono, tali restano, la saggezza è capirlo e non vivere di rimpianti e rimorsi, "riprova sarai più fortunato" non funziona, meglio farsene una ragione e attrezzarsi perché la morte ci trovi vivi

Il sonno mi abbraccia, domani camminerò di meno, domani arriverò ai piedi della Ruta e poi sarà battaglia, domani è tutto ancora da vivere
 
6 giugno Tineo-Borres
Che Tineo non sarebbe stato un posto memorabile, di quelli che dici “mannaggia chi sa se e quando ci potrò tornare” l’avevo capito già ieri dopo cena, con quella brezza infida e tagliente che aveva accompagnato, insieme ad una fastidiosa pioggerellina sottile, il mio caracollare per le strade deserte alle nove di sera tornando all’albergue, rendendolo mesto e solitario come a voler mettere un coperchio al mio prorompere entusiasmo e serenità da ogni cellula
Stamattina l’alba un po livida, le strade eternamente deserte a meno di alcuni pellegrini già in marcia ed un bar dove non trovo di meglio che un paio di Fiesta e un cappuccino da ristorante cinese, danno il colpo di grazia a questo paesotto nemmeno troppo piccolo che probabilmente io sto sottovalutando per assenza di tempo e anche di voglia di fare un giro turistico
È che il richiamo di quella che a Oviedo era una linea sottile persa in avanti e che si è rivelata essere un’autostrada in cui pensieri ed emozioni si sorpassano senza limiti di velocità, mi chiama, mi alletta, mi ghermisce, mi intriga con un potere ammaliante pari a quello che le Sirene propinarono al povero Ulisse per cercare di distoglierlo dalla sua missione, solo che nel mio caso l’effetto è opposto, io voglio essere ammaliato altro che tappi di cera nelle orecchie
E quindi via, in marcia per questo nuovo giorno, “alla scoperta di nuovi mondi e nuove civiltà fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima”, oops sono tornato bambino e pensavo di essere James T. Kirk a bordo dell’Enterprise quando sognavo di fare l’astronauta, era l’epoca dell’Apollo 11 e del piedone di Armstrong sul regolite lunare, e invece sono io quasi mezzo secolo dopo senza astronave e tuta spaziale, con i piedi piantati in terra che si rincorrono uno dietro l’altro su per una leggera salita che mi porta fuori dall’abitato

Mi inoltro nel bosco mentre nella valle la bruma mattutina si rarefà fino a scomparire, sul sentiero che sale il silenzio è tale che riesco a sentire le voci di altri pellegrini ancora nascosti alla vista, la vegetazione è fitta, ricca, rigogliosa, cammino in un tunnel vegetale, i toni di luce verdi a tratti squarciati da lame di sole che attraversano le fronde e in sottofondo il rumore di acqua che scende a valle, nei mille rivoli e ruscelletti che solcano questo versante su cui io ed altri procediamo con passo allegro e animo sereno
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Il bosco cede il passo ad una radura sull’altopiano in cima alla Sierra de Tineo e lo sguardo si colma di bellezza, spazio e distanza fino all’orizzonte chiuso dai rilievi della Ruta de Los Hospitales che da millenni attendono gli impavidi pellegrini e che ora appaiono come una ruga che separa il cielo dalla terra, confusa in una bruma resa bluastra dalla lontananza e dalla luce del sole ancora radente
Impossibile non trovarsi in pace con se stessi e con l’universo, soprattutto dopo i turbinosi pensieri che mi hanno fatto compagnia ieri, lascio scorrere in avanti gli altri pellegrini fino a rimanere solo per potermi sciogliere nel silenzio e nella luce che mi attorniano, un mondo circolare in cui lo sguardo non ha confini né geometria, trecentosessantagradi di vista ininterrotta a cui soltanto le paure potrebbero mettere un limite ma anch’esse sono ora abbacinate e annichilite, rifugiatesi in un angolo a leccarsi le ferite
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Quale miglior momento per lasciarsi accompagnare da David Bowie nel celebrare i “Changes” che questo Cammino mi sta imponendo, che sono quello che speravo di trovare quando non sapevo perché volessi venire qui ma sapendo che dovevo venire qui, e alle note gioiose ed energiche fanno da contrappunto e controcanto le mie lacrime che sgorgano copiose incanalandosi nelle rughe del sorriso che mi invade il viso mentre cammino a cuor leggero e passo ancor più lieve nella discesa verso Obona
Al bivio incontro Nick e Veronique di ritorno dall’aver visitato i ruderi della chiesa e ci avviamo insieme prendendo il sentiero sulla sinistra diretti verso Campiello che ormai dista poco in questo già breve tappa odierna
Nick, do you believe in coincidences?
What’dya mean?
I mean
, pensi che ciò che accade ad ognuno di noi sia frutto del puro caso, della coincidenza, oppure che ciò che viviamo ogni giorno sono un serie infinita di eventi concatenati che scorrono indipendentemente dalla nostra percezione e coscienza come una corrente in cui noi si entri e si esca ogni momento in cui prendiamo una decisione, e quindi che ciò che viviamo in realtà è ciò che in ogni momento decidiamo di vivere o in altre parole che il libero arbitrio esiste veramente anche se lo rapporti ad una concezione quantica dell’universo per cui tutto ciò che esiste lo fa nel momento in cui c’è qualcuno che lo percepisce e ciascuno è libero di prendere le decisioni quando ritiene opportuno e facendolo altera per sempre il flusso della corrente che da quel momento in poi seguirà una via diversa fino al prossimo bivio?
Così abbiamo conversato per qualche chilometro, senza chiaramente giungere ad alcuna conclusione, con il semplice gusto della dialettica intesa come confronto di tesi non necessariamente opposte o contrapposte ma sicuramente diverse perché diverse erano le menti che le stavano elaborando, mescolando platonici e sofisti, aristotelici, hegeliani, kantiani, buddismo, induismo e new age in un qualcosa che non deve avere senso per tutti ma che lo ha per noi, tra un passo e un respiro mentre intorno a noi il bosco si diradava e lasciava il posto a radure sempre più ampie

Ci sentiamo chiamare a gran voce costeggiando una fattoria, incuriositi ci avviciniamo e il fattore in un meltingpot linguistico ci chiede se vogliamo un sello, così dal nulla quasi ci stesse aspettando, che volentieri ci facciamo apporre sulla credenziale che ormai inizia ad essere affollata di impronte
Sull’asfalto in salita per gli ultimi chilometri prima del paese, Nick mi lascia portato dalla sua lunga falcata e da ventanni di meno e io mi riadagio nei miei pensieri che però a quel punto anelano una bella sosta che finalmente giunge al bar di fronte a Casa Herminia dove ritrovo quasi tutta la “famiglia” e in cui faccio conoscenza con Annamaria e Terry scambiando un saluto frettoloso mentre ripartono, prodromo di incontri ben più densi che ci saranno prima di Santiago
Che soddisfazione potersi togliere scarponi e calze, assaporare un bel cafè y leche, mangiado una banana, uno yogurt, un panino, un kinder cereali, beh meglio che smetta
Con Manfred e Mike ripartiamo alla volta di Borres, mentre gli altri si sono riavviati alla spicciolata diretti a Pola de Allande, e percorriamo la poca distanza in compagnia di Marcelo e Lucas venuti dal Brasile ad accompagnare il di loro padre, devoto fervente che finalmente riesce a fare il Cammino fino a Santiago.

El Barin de Borres, unico caposaldo commerciale di questo mucchietto di case gettato alla rinfusa sulla costa della montagna a far da guardiano al bivio più famoso del Cammino Primitivo, quello che divide il mondo tra su e giù, tra prima, quando Pola non esisteva, e dopo, quando fu fondata perché la via alta non era percorribile in inverno per permettere ai Pellegrini di continuare ad andare ad ovest quando a sud ancora imperversavano i dominatori mori
El Barin, regno personale di Gloria che lo governa incontrastata, ci accoglie per sello e donativo e una clàra gelata prima di dirigerci all’albergue che, perso nel nulla, appoggiato sul declivio e affacciato sulla valle, è l'essenza del Cammino Primitivo, condivisione, spartanita', semplicità, l'essenza del vivere con quanto serve facendo a meno delle sovrastrutture di cui a casa siamo carichi e che ci legano, obbligano, costringono, inumanamente, mentre qui ogni giorno ne perdiamo un pezzo e non ne sentiamo il rimpianto
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All’ingresso due italiani, li riconosco leggendo le etichette delle confezioni di creme e medicamenti appoggiati sul tavolo, e realizzo che da cinque giorni non produco una sillaba nella lingua di Dante e che non me ne cruccio, anche loro diretti all’Apostolo, scambiamo due chiacchiere del più e del meno ma non sento sbocciare il feeling che ho con la mia “famiglia” e la conversazione durante la cena si esaurisce per mancanza di propulsione
È ancora giorno, ma ho voglia di riposare perché domani è domani e domani c’è la Ruta e domani è il giorno che sto aspettando da 11 mesi e 5 giorni, perché so che domani sarà un giorno speciale
Chiamo Alfie, gli racconto la giornata senza riuscire, ancora, a trasmettergli l’immensità di quello che sto vivendo, mi affaccio sul forum, mi fumo un paio di sigarette e poi mi corico, mentre intorno a me dormono pressoché tutti
Borres e l’assenza totale di rumori artificiali, il canto di uccelli, lo stormir lieve di fronde, il rumoreggiar sottile di acqua che scende a valle, suoni semplici come la vita che creano un "silenzio" quasi estraniante nel cui ascolto ci si perde, a perdita d'occhio i rilievi vestiti di boschi nella stasi assoluta della fine di un altro giorno
buonanotte
 
7 giugno Borres-Berducedo via Ruta de Los Hospitales

I ritmi circadiani si sono riallineati con il flusso dell’universo e la sveglia ha perso la sua funzionalità, per cui apro gli occhi al momento giusto senza dovermi neanche preoccupare di quale sia questo momento
Dalle finestre dell’albergue la luce bassa e obliqua del sole arrampicatosi appena al di sopra della pelle della terra, è ancora schermata dalla foschia che pigramente ammanta l’aria, ma sciacqua dagli occhi gli ultimi tentacoli di sonno mentre mi guardo intorno e mi rendo conto che quasi tutti sono già andati

È tempo di partire, per andare a vedere cose che i miei occhi ancora non hanno osato credere

Gloria è sul ponte di commando di El Barin alle 7:30 in punto e per 2€ mi serve una colazione pantagruelica che fatico a terminare ma che mi sarà di aiuto nella giornata, Manfred e Mike, invidiabilmente lazy come sempre, si attardano a conversare mentre io li saluto e mi avvio verso il giro di boa del mio Cammino
L’aria è fresca, lo spirito alto, il passo vivace, i pensieri ancora leggeri, i sensi colmi del tutto di cui sono una parte, il mucchietto di case sparse che va sotto il nome di Borres scompare subito alle mie spalle sostituito da scorci che si aprono mentre il sentiero zigzaga salendo dolcemente sulla costa della montagna, il cielo schiarisce sempre più e si colora del solito azzurro infantile che mi vien da chiamare “azzurro primitivo”, rimasugli sbrindellati di nubi lo attraversano inframezzate alle strie di condensa degli aerei in altra quota, mentre io continuo a salire, con il sole sempre più caldo che batte sulle spalle protette dallo zaino
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Mi fermo per una sosta a bere un po’, cambiare la maglia ormai intrisa di sudore e togliere la felpa, oltremodo conservativo temevo facesse freddo salendo e invece la giornata si annuncia bollente e così sarà in più di un senso
Davanti e dietro di me pellegrini sparsi, volti già incrociati, storie sconosciute, occhi limpidi e determinati, un saluto, uno sguardo, la consapevolezza che si materializza in mezzo e poi ognuno con il suo passo su quell’unica strada, la sola che ora importi percorrere, e io proseguo volutamente e volontariamente esiliato dal mondo perché oggi è un giorno particolare in questa storia speciale che è il Cammino per me

Lo stavo aspettando questo giorno, questo sentiero, queste salite, tutti quelli che ci sono passati raccontano del fascino della Ruta e tutto si può dire tranne che non è splendida, intrigante, stimolante, ma la mia attesa ha radici più occulte, riconosciute dal mio inconscio ma respinte dal mio conscio, sepolte in agitazione nell’oscurità, radicate in modo inestricabile al mio io, alla mia storia, al mio essere, quelle radici che sono venuto qui per poterle dissotterrare, portare alla luce e finalmente guardare
ciao Robi,
ciao Papà,
mi manchi lo sai? L’ultima volta che ci siamo visti è stato in sogno venticinque anni fa
lo so, ma allora era tempo che io andassi e che tu mi lasciassi andare, per questo ero venuto a salutarti
si, vero, ma non sai le volte che avrei voluto che le cose fossero andate in modo diverso, ogni volta che ho dovuto prendere una decisione senza sapere cosa fare, ogni volta che le mie decisioni mi si sono rivoltate contro, ogni volta che ho pianto o urlato di rabbia, ogni volta che mi sono sentito perso
te lo ricordi l’aeromodello?
si, cosa c’entra?
quello per cui hai rotto così tanto le palle per averlo e che poi hai mollato li semicostruito e mai finito?
Papà, avevo 16 anni …
è l’atteggiamento che conta, quell’aeromodello era la tua nemesi, mille entusiasmi, mille cose iniziate, una, forse, finita, per quanto tempo te la sei portata dietro?
ho imparato
non avevi alternative
senza sconti
nessuno era possibile
come te
già
tu lo sai perché sono qui
si …
e … ?
Buon Cammino
Il tempo non esiste, lo spazio è una costruzione mentale, la materia una percezione
La salita non è nemmeno troppo ardua ma io sento la fatica che inizia ad accumularsi, cammino racchiuso in una bolla intimista mentre intorno a me il mondo sprigiona tutta la sua selvaggia bellezza, incontaminato, immoto, costruendo un proscenio luminoso di colori a fare da contrappeso all'oscurità che sono venuto ad affrontare

Mi fermo a riposare su una sella, circondato dai monti che chiudono la vista su tre lati mentre a nord digradano verso il Mar Cantabrico perso nella lontananza e nella foschia, il sole inizia a bruciare mentre osservo il sentiero che mi aspetta snodarsi lungo la massima pendenza arrampicandosi sul versante meridionale del Pico Caborno, impossibile a guardarlo da qui
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Intorno il tutto e il nulla, non un rumore, non una presenza umana, potrei essere rimasto l’ultimo sulla faccia della terra e invece mi sento come l’uomo che cadde sulla terra, infantilmente sorpreso da quanto possa essere bella e incontaminata e di quanto ci si possa sentire vivi se solo ci si concentri sul proprio respiro, sul battito del cuore, sui messaggi nervosi che il cervello invia, respira, respira, respira, fai il pieno di ossigeno, libera la mente, apri la tua anima al mondo e lascia che tutto questo ti entri dentro e ti illumini
Mi arrampico, sul sentiero sassoso ogni passo mi allontana dal mondo, ogni passo amplia la visuale, sotto di me il panorama di dispiega come le ali di una farfalla appena uscita dalla crisalide ed in una sosta, abbarbicato sul pendio con il cuore che batte per la fatica, l’eccitazione e il timore, proprio una farfalla si viene a posare davanti ai miei occhi, la guardo e vorrei farle una foto, ma penso che sono in equilibrio un po’ precario e sono un po’ stanco e non mi va di tirare fuori la macchina fotografica e quindi lascio perdere, la farfalla sembra indispettita, si libra, volteggia, si allontana poi ritorna e si posa ancora più vicina, l’aeromodello …., trovo un appoggio stabile, poggio i bastoncini, estraggo la macchina fotografica e scatto, uno solo secco senza neanche guardare il risultato, la farfalla vola via perdendosi in lontananza e quasi mi sembra di sentire un sospiro di sollievo e una pacca sulla spalla
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Riprendo ad arrampicarmi e finalmente arrivo al pianoro de La Campa la Brana prima dell’ultima salita, un gruppo di pellegrini sta facendo sosta nel boschetto di conifere, parole sussurrate sottovoce quasi a non voler disturbare la magia del luogo e del momento, mi sfilo lo zaino, tolgo la maglietta che gronda e tiro fuori frutta e formaggio, primo soddisfare i bisogni primari
Arriva una coppia, lei poco più che trentenne lui ad occhio circa sessanta e si fermano anche loro per una sosta, “ciao ci siamo visti ieri a Campiello, io sono Annamaria e lui è Terry”, “Hi, nice to meet you how’s going?”, iniziamo a chiacchierare e il mondo si rivela piccolo piccolo come soltanto i proverbi lo rappresentano, quando Terry mi dice di essere un professore dell’Ohio in sabatico
La mia casa lontano da casa, nei tre anni che ho passato avanti e indietro tra fare il ricercatore a Roma e il professore ad Akron, in quello che è stato al contempo il periodo più bello della mia carriera universitaria ma anche quello in cui la mia vita è cambiata radicalmente, diviso tra il mio vecchio me con moglie e figlia in Italia e quello nuovo, allora ancora tutto da scoprire
1999, 2000, 2001, Clinton e l’american dream, dove il futuro aveva un senso e tutto era possibile per chiunque, anche trovare finalmente la forza e il coraggio di fare il primo passo fuori dal ripostiglio calustrofobico che avevo costruito in ossequio ai benpensanti e alla normalità per avventurarmi, dapprima titubante, in un mondo a sei colori simbolo della varietà, della gioia, del diritto e dell’orgoglio “I am what I am and what I am is no excuses, it's one life and there's no return and no deposit, one life so it's time to open up your closet, life's not worth a damn till you can shout out, I am what I am”
2001, 2002, 2003, GWB e gli anni cupi, un'america rinchiusa in se stessa, timorosa, quella delle urla, del fumo, dell’acciaio contorto e delle macerie, dalla follia dell’11 settembre, e scendere da un taxi a Ground Zero e doversi appoggiare al muro per non cadere, piangendo soverchiato dal dolore delle vittime innocenti, dallo strazio delle foto appese con nastrini alla rete che circonda quella fossa, moderno ingresso dell’Ade
tu perché stai facendo il Cammino?”, la domanda di Annamaria spontanea e aperta come lei, la domanda di tutte le domande, quella cui finora non avrei saputo dare risposta e che invece in quel preciso istante si materializza cristallina, “I’ve come to look into the abyss” la risposta gentile ma che non concede repliche ne invita a commenti, eppure sia Annamaria che Terry mi guardano, nei loro occhi curiosità e consapevolezza, quasi a dirmi senza bisogno di parole “eccoti, ti stavamo aspettando, non è questo il momento ma ci incontreremo di nuovo e allora parleremo”

Riassetto tutto, zaino nuovamente in spalla, compagno di avventure e testimone silente di conflitti, sconfitte e successi, e riprendo a camminare, erba poi sassi, sempre più ripida, mi sembra che siano passati anni da quando ho camminato in piano, una salita continua, costante senza tregua o sosta, implacabile, imperturbabile e imperturbata dalla notte dei tempi, una primitiva scalata verso il cielo, unico orizzonte possibile andando in verticale.
Arrivo all’Alto de L’Hospital, dietro la curva le rovine del Fonfaraon, finalmente, memento mori delle cose terrene struggente nella sua bellezza archetipica di un luogo di riposo e conforto ai confini del mondo, e intorno a me solo monti, monti, monti a perdita d’occhio
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Proseguo sul sentiero, dietro di me scorgo arrivare Manfred e Mike ma non mi fermo, i piedi mi portano avanti, sono ansiosi, ingordi quasi di macinare distanze, scavallo l’alto e mi si para un altro altopiano che mozza il fiato, l'infinito è lì, lo vedi, lo respiri, lo sentì sulla pelle, ti colma gli occhi, ti annichilisce e al contempo ti satura di esaltazione ma anche di paura perché il troppo tutto insieme è difficile da assorbire e allora ti fermi, prendi fiato, lasci placare il furioso battito del cuore e cerchi di dividere il tutto in cose più semplici, il verde dei prati, il bianco accecate delle nuvole, le mandrie brade che placide, incuranti e indifferenti a te continuano la vita di sempre, nei singoli pezzi ti ritrovi e allora provi a ricomporre il puzzle e ti accorgi che l'unione restituisce un insieme più complesso, come un quadro impressionista se ti avvicini o ti allontani e, analogamente, ti affascina come se fosse possibile esserlo più di quanto tu già non sia
Inizio la discesa verso la sella che mi separa dall’Alto de Palo, lo vedo in lontananza, quanto potrà essere una mezzora e ci arrivo, e invece cammino in un mezzogiorno di fuoco, il sole accecante appeso nel cielo come un occhio divino che guarda gli sforzi di un essere umano arrancare
All’incrocio con la statale mi fermo per bere e mi accorgo che mi è rimasta circa mezza borraccia da mezzo litro, l’altra già andata da un pezzo e penso “caxxo, mi sa che ho fatto una minchiata, ma cosa vuoi che sia tra poco arrivo a Montefurado e li mi rifornisco”

Invece è l’inizio della seconda parte della giornata, quella che non ti aspetti ma che a posteriori capisci che non avresti potuto evitare, perché è uno dei motivi, forse il principale, che ti ha portato fin qui “hallo darkness my old friend, I’ve come to talk with you again”
Ciao

Ciao
lo sai chi sono
Si, sapevo che ti saresti fatto vivo nel momento peggiore
eheheh, non puoi evitarmi non sei mai riuscito ad evitarmi
No, però ora, qui posso guardarti in faccia senza timore
e cosa speri di ricavarne?
Consapevolezza, conoscenza e serenità, tutto quello che tu non sei e che hai sempre cercato di eliminare dalla mia vita
sei ambizioso e arrogante come sempre, io sono quello che tu hai deciso che io fossi, non puoi liberarti di me
Non mi voglio liberare di te, ma posso, devo e voglio capire
Tu sei la parte di me che gli altri non vedono, ma con cui io convivo da troppo tempo, quella che mina, che mi lascia solo, che si nutre delle mie paure, incertezze, quella dei sensi di colpa, dell’inadeguatezza, dell’ansia di essere tutto quello che tutti vogliono purché non ciò che io sono
quante belle parole, sei sempre stato bravo ad argomentare ma poco nel mettere in pratica, io non sono altro che i fatti, i tuoi fallimenti, le tue scelte sbagliate, la tua codardia, la tua paura di non essere accettato, di essere sbeffeggiato, le tue insicurezze, ti sei nutrito di me, ti sei nascosto dietro di me, ti ho fatto comodo e ti farò sempre comodo
Tu sei un altro me, nato grazie all’indifferenza e incapacità di chi sarebbe stato deputato ad insegnare amore, comprensione e solidarietà come condimento a latino e storia, non avevi ragione di esistere altrimenti
Sto camminando ormai da anni quando finalmente arrivo all’Alto de Palo, il Cammino mi porterebbe a scendere diritto lungo il versante, mi affaccio e penso che se avessi gli sci me ne andrei giù scodinzolando in slalom speciale, ma non c’è neve soltanto sassi, rocce e il sole a picco, ho sentito qualche fitta al ginocchio destro e decido che è meglio non rischiare e prendo per la carretera
(segue)
 
(seguito)
Quattro chilometri di asfalto, finendo definitivamente l’acqua già razionata come in una traversata del deserto sotto il sole che mi cuoce la parte sinistra del corpo, in luogo delle poche centinaia di metri che avrei percorso se avessi scelto la via canonica, “chi lascia la via vecchia per la nuova male si trova” la saggezza di Nonna, e quando il nastro di asfalto rovente dopo l’ennesima curva incrocia di nuovo il sentiero frecciato di giallo svolto senza esitazioni e con un lento strisciare avanzo, gli occhi puntati sulle case di Montefurado che vedo lì in fondo
ma cosa lo stai facendo a fare, cosa vuoi dimostrare e soprattutto a chi?
Te l’ho detto, cercavo un modo in cui ci saremmo potuti guardare in faccia io e te, non devo dimostrare nulla a nessuno, piuttosto adesso capisco che sono venuto a recuperare quello che da troppo tempo tu tieni in catene, le cose sono cambiate, io sono cambiato e sto cambiando e accecato dalla tua protervia non te ne sei accorto e ormai è troppo tardi per fermare il processo
ma se sei sempre vissuto protetto, con la rete di salvataggio, non ti sei mai allontanato, non hai mai rischiato, la scuola, l’università, il militare, il lavoro, sempre tutto vicino, sotto casa, perché era comodo, non rischiavi, non ti esponevi
Sorry, ma penso che ti siano sfuggiti alcuni passaggi, sei rimasto indietro di tredici anni, all’inizio non me ne sono reso conto ma già allora con quel primo passo ho iniziato a demolirti, a liberarmi, a riappropriarmi della mia voglia di vivere, del sorriso, della speranza, non è tutto facile né scontato, come questo Cammino, come questo sentiero, salite, discese, salite, discese, fatica, sofferenza, ma che gusto quando si arriva, che soddisfazione quando si riesce, che stramaledettissima figata sapere di avere la voglia, le energie per fare, tentare, azzardare, mi rendo conto che serve coraggio, ma il coraggio senza la paura è solo incoscienza e quindi va condito, alimentato, sostenuto dalla determinazione, convinzione e anche una bella dose di arroganza e ambizione, tutto quello che tu non volevi io avessi o che vedessi, ma anche con la consapevolezza che ci sono i limiti, che nessuno è perfetto, che se vuoi vivere devi prenderti per quello che sei, facendoti forza delle cose che sai fare e cercando di mitigare quelle che non sai fare, quelle che non ti riescono, quelle che ti indeboliscono, che ti rendono umano, che fanno di te qualcuno di importante che tu sia un premio Nobel o un barbone per il semplice fatto di aver calpestato questa terra, di essere nato, di aver vissuto al meglio delle tue possibilità senza nasconderti preda delle paure, per aver dato qualcosa a qualcuno anche se non saprai mai che cosa
Sono venuto a riconoscerti, perché così diventi reale e non una paura nel buio, ed essendo reale ti posso accogliere, accettare e diventare quello che ognuno di noi può essere, uno con se stesso, consapevole delle proprie forze e debolezze, capacità e incapacità, serenamente e senza conflitti interiori per sensi di colpa inespressi, ingiustificati e inutili
Entro tra le case di Montefurado quasi in trance, procedendo per inerzia un passo dopo l’altro fino ad arrivare alla fine dell’abitato e li accasciarmi sotto un albero all’ombra, il ginocchio che urla, la borraccia vuota, non ho trovato la fonte “e ora che minkia faccio? In queste condizioni non ci arrivo di certo a Berducedo”
Un filastrocca da bambini, un po’ malandrini, faceva più o meno così “pensa che ti ripensa, a ripensar m’impazzo e dopo che ho pensato non ho capito un caxxo” e tale sarei rimasto se non fossero arrivati prima una coppia di spagnoli, appena intravisti nei giorni precedenti, che condividono con me metà di una loro borraccia, e poi Terry e Annamaria che mi fa sedere e fare stretching per una buona mezzora spiegandomi che quando non si beve a sufficienza le cartilagini si induriscono (come se non l’avessi letto decine di volte tra i consigli generosamente e gratuitamente elargiti dai PPS sul forum ad ogni nuovo sprovveduto come me) e poi accompagnandomi indietro di un paio di centinaia di metri fino alla fonte, che ovviamente era dove è descritta nelle guida e dove, nemmeno a scommetterci ritrovo metà della “famiglia” in sosta
Gaudius Magno, direbbe il porporato affacciandosi alla finestra sulla piazza gremita, io lo penso soltanto non essendo porporato e non avendo né una finestra da cui affacciarmi né una piazza in giubilante attesa, ma la gioia e l’emozione non sono da meno, nel ritrovare volti amici e soprattutto nell’essere stato oggetto della misericordia del Cammino materializzata
Sosta benefica, rinfrancante e rinfrescante, dopo una mezz’ora si riparte tutti insieme ma il dolore autoinflittomi al ginocchio mi rallenta e ben presto li vedo sparire dietro le curve del sentiero che discende verso il fondovalle
Proseguo in solitario come un velista nella Vendeè Globe, lasciandomi permeare dal mondo che mi avvolge, la testa divisa in non so più quante parti ognuna impegnata full throttle a seguire un filo di pensieri, le percezioni esterne, i dolori interni fisici e non solo, i ricordi flashback di vita che è stata intervallati a quelli della vita che vorrei, il clima è diventato torrido, il sole non accenna a calare, la temperatura stabile in cima alla colonnina di mercurio, la parte finale dello stint verso la Chiesa di Santa Maria del Lago e poi fino a Casa Serafin un’esperienza torrida
Nel cortiletto davanti al bar affacciato sulla carretera c’è ancora un tavolo libero, Manfred, Mike e Christine seduti all’ombra, sorrisi a tutta larghezza, davanti a tre birre mi accolgono con affetto, svuoto il portamonete nella macchinetta delle bevande ghiacciate e mi siedo vicino a loro, non allo stesso tavolo ma a portata di voce, e mi metto in standby come C-3PO quando si deve autoriparare
La stanchezza è notevole, ma la soddisfazione inizia a stemperarla e riprendo lentamente contatto con il genere umano e con il fascino che soltanto le persone serene sanno emanare, scambio battute sorridenti e soddisfatte con i miei amici di Cammino
Incredibile a dirsi ma dopo poco mi rialzo e passeggio, rigorosamente a piedi nudi, nel cortiletto quasi incapace di stare fermo, soffermandomi a leggere i posterini pubblicitari degli albergue privati a portata dei passi prossimi venturi, nel frattempo continuano a passare pellegrini, più o meno stravolti, tutti sorridenti, tutti fieri e orgogliosi di essere quasi alla fine della tappa essendo passati per il Puerto de Palo chi dalla via bassa chi da quella alta non ha importanza, come sempre quando ci si incontra ci si ritrova e, Camino’s Magic, ci si riconosce come appartenenti alla stessa schiatta, quella di quelli che perseverano a dispetto delle difficoltà, che non mollano, che hanno risorse e che sanno dove prenderle e come tirarle fuori

A Berducedo non ci sono molti albergue e quindi, con un lieve timore di non trovare posto, innescato dall’ansia che “quello lì” ha sempre usato con la maestria di un professionista, mi riavvio lasciando i miei amici ancora seduti al bar a condividere un momento di convivialità tutta germanica
Gli ultimi chilometri sono una passeggiata in un bosco incantato, in compagnia ora di Dorothy ora di Alice, con alberi alti fino all’impossibile, un sottobosco morbido di foglie che smorza fino a sopirlo il rumore dei miei scarponi, odore di resina che mi entra in tutti i pori e il passo lieve, anche perché in pianura, che ho imparato a riconoscere come il segnale che sono in equilibrio con me stesso e il Cammino
Gli scontri dialettici tra me e me che hanno permeato questa giornata sono alle spalle, non dimenticati ma pacificati, questi passi senza fine in questo bosco sospeso nel tempo e nello spazio mi fanno ricordare che “nessuno può farti più male di quello che tu fai a te stesso” e che scoprendo chi si è e non avendo paura di esserlo si compie il primo passo verso la serenità dell’uno
Le prime case di Berducedo, supero il municipale che già so essere pieno e mi dirigo downtown imboccando il primo albergue privato che trovo, ansioso di “riservare” quattro brande per me e i miei amici teutonici come mi sono impegnato a fare lasciandoli a gustarsi la birra a Casa Serafin, e faccio bingo perché ci sono le ultime quattro di tutto il paese
La camerata è nuova, ma i bagni e le docce solo due e alle 6 di pomeriggio di fatto un pantano, non la migliore delle esperienze, ma bisogna vivere con quel che si ha e quel che si trova, doccia, vestiti puliti e telefonata ad Alfie prima di cena, poi a seguire un paio di clara e quindi il riposo, mai come oggi guadagnato
Prima di chiudere gli occhi, Simon&Garfunkel mi cullano verso l’oblio onirico ricordandomi, anche loro, che “in the clearing stands a boxer and a fighter by his trade and he carries the reminders of every glove that laid him down or cut him till he cried out in his anger and his shame I am leaving I am leaving but the fighter still remains”
Bentornato Io
 
8 giugno Berducedo-Grandas de Salime

Hai presente il riff di chitarra con cui David Gilmoure apre Wish You Were Here?
Pulito, semplice, lineare, essenziale, spirituale
Ecco io mi sveglio così, la mattina dopo il mio giorno più lungo
L’albergue è ebbro di vita e di energia, ormai dopo una settimana i volti, le persone, le abitudini, sono consolidate, in questo gruppo ampio che si cammina addosso, simultaneamente eppure mai insieme, si rincorre, si lascia e si ritrova

La colazione è con Manfred e Mike, Cristina e Silvia, tutti ancora un po’ assonnati, di poche parole, ma la giornata incalza e, come sempre, alla spicciolata ci si avvia, io per primo perché il ginocchio destro è dolorante e già so che anche oggi sarà una lunga giornata
Prima di partire prendo due bottigliette d’acqua extra che, ovviamente, non mi serviranno, dal momento che è inutile chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati e non ci saranno condizioni particolarmente afose perché anziché verso l’alto si andrà verso il basso e i boschi prenderanno il posto delle radure deserte e sconfinate, concedendo al viandante quell'ombra ieri tanto anelata quanto negata

Mi avvio camminando privo di pensieri, ma proprio privo, vacìo, devoid, leer, lasciando che i miei piedi seguano le frecce portandomi fuori dalla vallecola in cui sta accucciato Berducedo, su per il crinale mentre il sole mi segue arrampicandosi nel cielo d’oriente fino a far capolino dalla cresta dei monti alle mie spalle

Sul falsopiano in discesa verso La Mesa vengo raggiunto dagli altri della Familia prima ancora di uscire dal bosco e percorriamo insieme i successivi pochi chilometri che ci separano da questo borgo frazione di frazione, quattro case in croce, una ermita, un albergue in cui mi sarebbe piaciuto riuscire a dormire ma non era nello schema delle cose e quindi amen, nemmeno un bar
Ora non sono più solo a camminare ma non mi aggrego alla conversazione, geloso come sto diventando della solitudine nella moltitudine, un atteggiamento che ho scoperto mi permette di osservare senza l’ansia di parlare, dire la mia, interloquire per affermare la mia esistenza, e di riflettere, lasciare che nuove connessioni neurali si formino, che idee prendano vita, che i pensieri si concatenino senza che ci sia l’impellenza continua di proferir verbo in ossequio a quel “se non parlo non sono” che sembra essere il mantra dei tempi moderni

In questa mia astensione volontaria dal parlare mi rendo conto che il Cammino insegna, come sempre, quando non te lo aspetti, e realizzo che qui non si parla una lingua, non si parlano tante lingue, ma c'è un idioma fluido, continuo, variabile e mutevole fatto di intrecci che dipendono dai gruppi che si formano e si sciolgono senza soluzione di continuità, miscelando spagnolo, inglese, italiano, francese, tedesco e qualsiasi altra cosa sia in quel momento disponibile
A differenza delle lingue l'idioma del Cammino è inclusivo, non respinge nessuno, permette a tutti di comunicare e non importa se non si comprendono tutte le parole, sono le emozioni, i sentimenti, le sensazioni quelle che vengono trasmesse e tanto e sufficiente per non far sentire la necessità di altra forma espressiva
Accade quindi che una coreana che parli poco spagnolo e niente inglese possa camminare conversando con un tedesco che parla poco inglese e niente spagnolo e visti da lontano nessuno potrebbe immaginare che messe insieme le parole che in comune conoscono non si arriverebbe nemmeno a dieci
Miracoli del Cammino, dove nulla è precluso e tutto può accadere perché il Tutto è il tessuto che unisce persone, luoghi, chilometri, fatiche, partenze e arrivi, in un arazzo di umanità in sintonia e simbiosi con l'essere più profondo della vita

Mi lascio La Mesa alle spalle lungo la carretera che taglia obliquamente il versante occidentale della valle, il silenzio mi accompagna rotto soltanto dal mio ansimare su questa bella salita e poi dal “thump … thump … thump” delle pale eoliche
Sono le prime che incontro in questo viaggio e sembrano quasi scandire il battito del cuore del mondo, se pensi anche solo per un istante che girano perché c’è vento e il vento c’è sempre, anche se mai negli stessi luoghi, nello stesso momento, nello stesso modo, e il vento gira e vaga seguendo le masse d’aria che si muovono e percorrono miliardi di chilometri intorno al globo mosse dal sole e dalla notte, frenate dai monti, bagnate dal mare, da tutti i mari, e quindi l’aria che in questo momento percuote quelle pale chissà da dove è partita, ma io la sento e la respiro qui e poi ce ne sarà un’altra, diversa, uguale perché mi terrà in vita anch’essa

Dalla cima del crinale si percepisce il nulla della profonda depressione al cui fondo c’è l’Embalse de Salime, che ancora non si vede ma si può immaginare osservando il vuoto che mi separa dal versante opposto, come se la terra fosse sprofondata a marcare una ruga che non può e non deve passare inosservata
Prima dell’inizio della discesa c’è Buspol, un presepe disabitato in cima ai monti dove il tempo non lascia traccia, perché tutto è fatto di pietra, le case, i muri, le straducole, come se invece che costruito fosse semplicemente emerso dalla roccia su cui poggia, e su cui sole, pioggia, neve e vento non hanno presa se non con tempi talmente lunghi dall’essere impossibili da percepire per l’uomo comune, dove mi fermo ad assaporare uno dei tanti momenti di estasi disconnesso dal reale che sono parte di questo Cammino, di ogni Cammino, e che permettono di risintonizzare tutti i relais in fase con l’onda lunga della vita

Mi aspettano diversi chilometri guardando in basso, ma le prime centinaia di metri le percorro insieme a Manfred e Mike, che mi hanno raggiunto mentre mi concedevo la soddisfazione di scattare qualche foto a questo luogo e ai panorami di cui qui si abbonda senza mai essere sazi
Procediamo in fila indiana lungo un’idea di tracciato più che un sentiero, che si snoda e si allunga lungo il fianco del rilievo percorrendolo da un capo all’altro, in questa parte ancora sommitale e non aggravata dalla pendenza, quasi a obbligare chi lo percorre a guardare le cose da lati diversi, prima verso nord, poi verso sud, gli stessi panorami, diverse le illuminazioni, le sensazioni, sarebbe assurdo perdersi in questi pensieri così minuti, se non fosse vero
La vegetazione è bassa, di montagna, muschi, licheni e cespugli, una vista spoglia direbbe qualcuno, essenziale e adatta(ta) direbbe qualcun altro, tant’è penso io e in questo sta la sua bellezza

L’idea di tracciato termina su una sterrata sassosa che pare un’autostrada tanto è larga e piatta ed evidentemente realizzata immaginando un traffico di viandanti significativamente più consistente dell’attuale, intimamente sperando che non sia invece un prodromo dell’ennesimo nastro di asfalto per portare gli eterni turisti da salotto fino alla cima del monte
Una sterrata larga, ma ben più pendente del sentiero e il mio ginocchio mi fa rallentare sensibilmente per cui invito i miei compagni di viaggio ad andare avanti, sia perché non voglio che si attardino per stare con me, sia perché da qui si intravede l’Embalse e sento che le centinaia di metri verticali che me ne separano saranno il contraltare della salita di ieri

È come andare a ritroso nel tempo, quasi una sorta di regressione psicanalitica junghiana, questa camminata in discesa sospesa nel tempo ma non nello spazio, lunga al punto da dimenticare quando è iniziata tanto sprofondo nei miei pensieri pur mantenendo l’attenzione al mondo circostante, nuovamente la percezione di avere il cervello nettamente distinto in due parti una all’oggi, l’altra che naviga all’indietro riportandomi ad istanti della mia vita non dimenticati ma sepolti e, guarda caso, tenuti insieme da scale
scese a rompicollo alla fine della terza media, promosso con ottimo, la soddisfazione di sapere di aver fatto il mio dovere e di aver reso orgogliosi mamma e papà, che solo un tredicenne può avere, a gonfiarmi il petto e le vene, immaginandomi la nuova vita, da grande, e tutto quello che sarei riuscito a realizzare
quel del liceo percorse mestamente al termine del primo anno, rimandato, due materie, la vergogna, il dolore, la tristezza, la rabbia verso me stesso e verso tutti, la presa di coscienza che il mondo dei grandi non è fatto per chi è ancora bambino, che gli altri non sono tutti buoni, che tradiscono, sono egoisti, opportunisti, indifferenti
le medesime cinque anni dopo, il giorno dei quadri della maturità, promosso con la sufficienza, io non più io, nella media, sogni di gloria infranti, ancora tanta rabbia, senso di liberazione, aria nuova, pulita, assenza di incenso ad impiastrare i respiri
titubante su quelle della facoltà il primo giorno di università, ora si che sono grande, autonomo, scelgo, decido, ci metto la faccia, l’aula magna di Geologia, antica come le ossa di dinosauro conservate al museo, polverosa, austera, densa di sapere a cui anelo abbeverarmi
percorse sempre al trotto in caserma, in divisa, nella top ten alla consegna dei diplomi di fine corso AUC, orgoglioso di esserci riuscito, da solo, le mie forze, la mia caparbietà, il divertimento, la curiosità, la responsabilità
sofferte quelle metalliche delle aule di ingegneria, moderni prefabbricati dove il numero di corpi ottunde i sensi e disarma la mente, su cui arrancavo perché “che lavoro è fare il geologo, mica ci si mangia”, odiate ogni oltre immaginazione, percorse all'infinito, bocciature a raffica, senso di disgregazione, di incapacità, di inutilità
di nuovo quelle di Geologia, sempre uguali a se stesse anche dopo anni, immutabili come il tempo, il giorno della Laurea e poi quello della discussione del Dottorato “lei è un arrogante, parla come se conoscesse soltanto lei gli argomenti di cui discute, ma è un valido lavoro e le conferiamo il titolo”, e vaffanculo, sono arrogante perché so quello di cui parlo, altrimenti ho imparato a mie spese che è meglio stare zitti
del Campidoglio gradoni fatti di storia discesi a passo lento il giorno del matrimonio, Roma imbiancata dalla neve come a voler regalare uno scorcio quasi irripetibile, le reminiscenze dell’antico splendore ammantate d’ermellino imperiale
del tribunale civile, scalini di marmo scivolati più che scesi , il giorno del divorzio, rampe austere, algide, vecchie, non antiche, prive di umanità, mura grondanti dolori e rabbie stratificate negli anni, senso di liberazione, di nuovo, finalmente
mobili quelle della metro, questa volta salite e non discese, come ad emergere dalla Burella per tornare a riveder le stelle, anzi più propriamente un sole, quello che mi illumina, mi scalda, mi accompagna ormai da tanti anni, l’unico per il quale mi immolerei e che wish you were here perché questo Cammino è magico, struggente, crudele, impietoso, implacabile, generoso ma soprattutto indispensabile e voglio che tu ne sia parte

(segue)​
 
(seguito)

Il bosco è sorto nel frattempo affianco e sopra di me, schermando la via dai raggi del sole, ed è un bosco strano, bellissimo nella crudezza dei colori che raccontano di vita e morte, quelli che soltanto un incendio di proporzioni titaniche può lasciare dietro di se, il nero della fuliggine e l’odore della cenere dei rami accartocciati, il marrone dei tronchi in animazione sospesa incerti se sopravvivere o mollare, il verde delle cime, superstiti, scampate all'ecatombe, altezzosamente svettanti lassù a raccogliere aria, luce e calore da trasformare in vita da spedire quaggiù, il tutto per quinte successive in orizzontale e in verticale creando un impossibile labirinto tridimensionale di forme e colori, una metafora della vita, della mia vita, di questo Cammino

La sterrata si trasforma in un viottolo nell’ultima parte, il bosco post-apocalittico lascia il posto al suo passato e al suo futuro, verde, frondoso e rigoglioso, denso di resina che intride l’aria di molecole balsamiche e finalmente arrivo sulla carretera
L’asfalto sotto le suole sembra quasi un insulto dopo tante ore e tanti chilometri passati tra erba, sassi, radici, e foglie, ma l’andare in orizzontale, almeno per un tratto, compensa l’irritazione, seguo la strada attento a non farmi arrotare da camion e auto che procedono a velocità inversamente proporzionale alla frequenza di passaggio e giungo alla diga
Specchio d’acqua immoto color petrolio virato all'acciaio alla mia sinistra, abisso di oltre 120 metri alla mia destra, il sottile nastro di cemento sotto i miei piedi a separare due mondi, come quelli che il 9 settembre 1963 furono uniti in un colpo dall'onda di morte innescata dalle umane avidità a cui va il mio pensiero ogni volta che mi trovo sul coronamento di un’opera come questa

Mi affretto a passare e proseguo la strada sull'altro lato, con un passo che, nonostante non abbia mangiato nulla dalla colazione, sembra alleggerito, complice il ginocchio che in salita soffre meno e decide di prendersi una pausa dal tormentarmi, e arrivo fino al ristorante Las Grandas
Cristina e Silvia, con Manfred e Mike erano arrivati da un bel pezzo e mentre mi disfo dello zaino si stanno preparando per ripartire, facciamo una bella foto di gruppo con il lago e la diga a far da scena e ci accordiamo per sentirci più tardi quando arriverò in paese
Nel frattempo mi concedo una bella pausa con sumo de naranja natural, una bella insalata, due caffè, passeggiata sulla terrazza a piedi nudi, e un paio di sigarette mentre controllo i post del forum e faccio un colpo di telefono ad Alfie

È ormai primo pomeriggio inoltrato quando riprendo a camminare, rifocillato, ringiovanito, rallegrato, la carretera verso Grandas è in leggera salita, il ginocchio non duole e ormai le mie gambe vanno praticamente da sole, la metà psicotica del mio cervello è in catalessi stroncata da tutti i pensieri che l’hanno attraversata e su cui ha dovuto mollare la presa in questi ultimi due giorni, e io mi godo la camminata come ancora non mi era capitato di fare
I miei occhi non si stancano di saltare da una vista ad uno sguardo, vorrei fossimo nel 2150 così che avrei potuto farmi impiantare una telecamera connessa al nervo ottico per non perdere neanche un fotogramma di tutto questo, ma devo accontentarmi di scattare una foto ogni tanto altrimenti finisce che arrivo con il buio

L’ingresso in paese è preceduto da una tratto in un bosco incantato, con le felci che sembrano liquide tanto morbidamente ammantano la base dei tronchi degli alberi con i loro rami quasi eterei, mi fermo un attimo perché la foto me la strappano con la voce suadente del mormorio delle foglie accarezzate dal vento e nel frattempo vengo raggiunto da un pellegrino di età indefinibile, che stimo ad occhio e croce tra i 65 e i 70, e che mi chiede aiuto per prendere la borraccia dalla parte posteriore del suo zaino che non vorrebbe togliersi nuovamente, ora che è quasi arrivato
Beve mi ringrazia e riprende il suo cammino perché è partito ieri da Oviedo e stasera farà tappa all’albergue di Castro … ok, ho capito, un altro mondo è possibile ….

Grandas è diverso dagli ultimi paesi, più grande, strutturato, un paio di banche, una bella piazza centrale con anziani e bambini a godersi l’aria di questo crepuscolo di prima estate, ristoranti, bar, diversi albergue, mi dirigo al municipal avendo sentito gli altri che si sono già sistemati, carino, pulito, moderno, confortevole
Sello, donativo, smonto zaino, doccia, che goduria, scendo nella sala comune e mentre l’hospitalero si offre di mandare la lavadora y secadora per me, avendo capito che riesco ad essere particolarmente tardo in certe situazioni, festeggiamo con tutta la Familia il compleanno di Silvia con un tortino e candelina comprati da Christine, con un’atmosfera da réunion che difficilmente si può comprendere se non ti ci sei trovato
L’ufficietto dell’hospitalero funge anche da microemporio e resto affascinato da una croce di Santiago in legno, piccola non più di dieci centimetri da un capo all’altro, dall’aspetto un po’ logoro, il legno abraso, una possibile smaltatura originaria ridotta a chiazze e, colto da un impulso irrefrenabile, la compro e la lego ad un’asola dello zaino

E' il primo segno che appongo e mi sento felice, come se avessi ricevuto un giocattolo, mi rendo conto che probabilmente non ho potuto né voluto smettere di essere quel bambino di cui tanti anni fa, è solo che per resistere l’ho ricoperto di corazze e mantelli che me ne avevano fatto dimenticare l’aspetto finché questo Cammino non mi ha scartavetrato a dovere, per poter dipingere una nuova storia su una vecchia tavola

ohhh yeahhhhh
 
9 giugno Grandas de Salime – A’ Fonsagrada

Non potevo non farlo
Si legge nei diari di cammino, si ascolta da chi ne racconta, l’ho visto fare da altri in questi pochi giorni che ho passato camminando, non esiste che anche io non provi
Ad avviarmi nel lucore dell’alba ancora in fasce, non perché tema di non trovare posto in albergue a fine tappa, ma soltanto perché voglio farlo e provare una nuova esperienza e sentire un’altra cosa ancora
Sono diventato bulimico di emozioni
Punto la sveglia alle 5 e apro gli occhi al primo trillo, ben stipata sotto il cuscino per rispetto degli altri mi richiama alla vita che ho messo in attesa (sempre C3PO style) quando mi sono addormentato sazio, soddisfatto, felice
Intorno a me il silenzio dormiente è reso ancor più profondo dai sussurri e movimenti ovattati dei compagni pellegrini abituati a queste consuetudini
Io mi sento una rana in un acquario, scendo dalla cama superiore, non c’erano posti bassi disponibili ieri quando sono arrivato, facendo attenzione a non ribaltarla e a non franare sul letto vicino nonostante le oscillazioni da vascello in mezzo alla tempesta, infilo i pantaloncini, faccio una bracciata di tutti i miei averi e scendo le scale nella penombra delle luci di sicurezza per dirigermi verso la sala principale da cui sento provenire mormorii che si avvicinano al brusio
Uscendo dallo stanzone incrocio Christine di ritorno dal bagno a cui devo sembrare un fantasma, perché soffoca un urletto e mi apostrofa “what the fuck are you doing up so early?” “oggi parto presto darling, ci vediamo lungo la via tanto tu cammini veloce <smile>
Nella sala, alcuni si vestono, altri fanno colazione, tutti parlottano a gruppi, io sono nel mio stato di grazia da Cammino volutamente solo in mezzo agli altri, impacchetto tutto per bene, scarico un paio di merendine dalla macchinetta e le ingollo mentre aspetto che l’altra macchinetta faccia il caffè, dio benedica l’euro, lo trangugio ed esco dopo aver augurato Buen Camino a chiunque sia intorno, i piedi fremono, l’anima è ipercinetica, se non inizio a camminare rischio di fare la fine del Samsung Note 8 (quello cui esplodeva la batteria, ndr)

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Fuori l’alba è lì ma non c’è, si percepisce come un sussurro ma non si vede, il cielo è ancora grigio piombo ma non più nero giaietto, le stelle si stanno ritirando come un corteo regale per prendersi il meritato riposo e cedere il posto a Ra che tra poco fiammeggerà incontrastato signore del mondo, e mi avvio per uscire dal paese confortabilmente guidato dalle dorate frecce
Camminare nel lucore antelucano è una esperienza che deve essere fatta
Il mondo giace quieto e ancora addormentato, non di quel profondo sonno delle ore più dense della notte, quanto di quello leggero in cui il cervello inizia a riattivare uno dopo l’altro tutti gli interruttori, come un pilota di aereo prima del decollo controllando che tutto sia in ordine con un automatismo che sfora nel sovrappensiero, è il momento in cui, se ancora fossi nel letto, vivrei i sogni come fossero realtà con la possibilità di modificarli e agirci dentro, l’attimo in cui il silenzio cupo della notte è rotto dal cinguettio degli uccelli, sveglia naturale del pianeta, incapaci di trattenersi dal condividere con chiunque la loro gioia di vivere al nuovo sorgere del giorno
Milleseicentochilometriorari, decina più decina meno per tener conto della latitudine rispetto all’equatore, mi portano in pochi minuti dalla notte al giorno e la magia di quell’attimo incommensurabile tra buio e luce si dilegua, aprendo allo sguardo la scenografia del mondo

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Cammino sulla carretera, salendo leggermente uscito dal paese, me la prendo comoda, seguo le frecce che mi portano su una deviazione inutile che altro non è che un controviale della strada asfaltata e quando torno indietro vedo arrivare Christine
La aspetto, cortesia, gentilezza e comunione sono parole d’ordine perse nella vita sociale del terzo millennio ma ancora valide e prepotentemente presenti sul Cammino, iniziamo a chiacchierare, leggermente, frammentariamente, perché i fumi del sonno non sono ancora svaniti del tutto e il metabolismo ancora non carbura a pieno regime, parole lievi, pensieri spessi, scampoli di vita, spezzoni di ricordi, che sgorgano liberamente e senza pudore man mano che il sole sale e i passi si susseguono
Christine, delicata ma strenua, che in un’altra vita dedica il suo tempo a trovare una sistemazione lavorativa alle migliaia di immigrati affluiti nei Lander, affinché possano anch’essi trovare un posto al sole del progredito Occidente, in luogo di quel posto sotto il sole dei mille e più paesi che hanno abbandonato per disperazione, nella manifestazione materiale di cosa voglia dire politica inclusiva
Christine, con il suo inglese pressoché perfetto, appena velato dalla durezza linguistica della terra di Faust, la voce pacata, gli occhi decisi, consapevole di avere un ruolo nel mondo eppure in Cammino alla ricerca di quell’energia intangibile che le serve per poter assorbire l’angoscia di cui è testimone ogni giorno

Lunga piega a sinistra del nastro d’asfalto sui cui quasi inconsistenti scivolano i nostri piedi ed ecco Casa Federico, emporio, casalinghi, tabacchi, insomma una tienda “by definition”, riferito essere l’ultimo bar delle Asturie il cui ricordo, a ripensarci dopo, è ornato da un velo di tristezza perché le Asturie non perdonano, come il Primitivo, ti lacerano, ti scorticano, ti coccolano e restano li, sottopelle come un tatuaggio, una cicatrice indolore a sempiterna memoria di un luogo e un tempo unici nella vita
Una pausa è d’obbligo, non per la stanchezza ma per il rito quotidiano della colazione che qui è rivestita di un significato diverso, più ampio di quello che ha prendere un caffè al bar
Classico dei classici, cafè y leche, sumo de naranja, tostado, ci sediamo ad un tavolinetto sgangherato incastrato tra il muro e il nastro d’asfalto e salutiamo gli altri pellegrini come se il tempo non esistesse, assaporando ogni morso, sorso, istante

Il sole sale, la vita si riattiva, il cervello si snebbia e noi abbandoniamo la tienda per affrontare la giornata, un altro tassello nell’affresco dei ricordi, un altro istante di esistenza passato ma non dimenticato, un altro sassolino gettato nel mare della memoria a costruire quella montagna di fatto e vissuto che ognuno porta seco e che lo rende unico
Si cammina in pianura, attraverso campi e limitar di boschi e poi si salicchia verso l’Albergue Juvenil de Castro, terzo ricovero, dopo Bedenaya e La Mesa, dove il mio bellissimo e inutilissimo programma diceva che mi sarei dovuto fermare e che invece vedo soltanto scivolare alla vista mentre passo
I passi scorrono, il tempo segue, i pellegrini sulla via aumentano, volti finora soltanto scorti sfuggevolmente o affatto, mi affiancano, superano, si fermano, parlano, sulla lunga tratta di carretera in salita che porta a Peñafonte mi raggiunge Juan Josè e quello che ho ormai imparato essere il rito pellegrino fondamentale si srotola con la semplicità di un respiro, di dove sei, da dove vieni, ah! sei italiano, bella italia ho fatto la Francigena fino a Roma per andare a vedere il Papa (beato te JJ, ammiro la tua fede in un tonacato bianco a capo di una schiatta di neri che si professano unici depositari al mondo della vera fede in nome della quale hanno dominato coscienze, anime, vite, re e imperatori, popoli, scienziati, artisti e letterati, con la protervia di applicare un dogma di 2000 anni fa ad un mondo che nel frattempo è evoluto, cambiato, modificato, senza mai fermarsi a chiedersi “ma se Cristo fosse vissuto oggi, cosa avrebbe detto di noi? Vedi mai che ci avrebbe scacciato dal tempio come novelli farisei per vendita non autorizzata di indulgenze e illusioni? Avrebbe avuto pietà di chi ha perseverato ingiustizie e molestie senza pentirsene, anzi nascondendo, riallocando, spostando, i responsabili di così tanto dolore?, pensieri caustici, rancorosi, la cui sorgente conosco fin troppo bene, si sovrappongono alle parole di Juan Josè, bonario spagnolo un po Sancho Panza un po Don Abbondio, non dando merito alla compagnia di quest’uomo che non ho incontrato per caso per percorrere insieme qualche chilometro di vita e che, come chiunque, mi darà una lezione di umanità

(segue)
 
(seguito)

Peñafonte, quattro case una chiesa una fonte, appunto, sosta d’obbligo questa volta perché un po di stanchezza la sento e poi perché vuoi mettere il piacere di dissetarsi ad una sorgente che sgorga libera e senza limiti direttamente dal muro?!
Juan Jose si ferma con il suo compagno di cammino, la moglie è rimasta a casa ma dice che prima o poi la porta a Roma a piedi, all'ombra del pronao della chiesetta ed io mi rimetto in cammino

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Tutto quest’ultimo tempo speso a chiacchierare necessita di un bagnetto di solitudine per riflettere e mi avvio ancora in salita dentro e fuori dalla carretera fino ad abbandonarla definitivamente per addentrarmi in boschi sempre più vasti, più verdi, più silenziosi, più tutto-quello-che-vi-può-venire-in-mente, in cui perdere di nuovo contatto con il mondo materiale per girovagare senza limiti in quello mentale, spirituale, mistico e una brutale consapevolezza mi sovviene come un paio di ceffoni, slap slap, che tutti i miei velenosi pensieri sulla fede stimolati da JJ in realtà sono incongruenti alla luce di quello che sto vivendo, perché è indubbio, ed in questo momento lo sto soltanto accettando, che l’anticlericale, agnostico, materialista cosmico, che sono stato nella tarda gioventù, era una ripicca, una negazione, un dispetto quasi infantile verso chi aveva tradito ogni ideale di integrità, etica, umanità, sensibilità e pietas che i miei con tanta pazienza e amore mi hanno insegnato esser quello che distingue gli uomini dai mezz’uomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraqua (grazie Sciascia per questa bussola inestimabile)
Tanto rancore è servito a tenere nascosta la mia parte spirituale, a volerla negare perché per “coerenza” non puoi essere spirituale e anticlericale
Quanta ingenuità giovanile, quanta inutile sovrastruttura, la spiritualità è dentro di me, è parte di me, non è quella cattolica ma neanche quella buddista o quella antroposofica, è un po tutto e questo farà storcere il naso ai devoti di una o dell’altra, ma è mia e quindi va bene, sono convinto che se sto su questa terra è per uno scopo e che se esiste qualcuno che così ha voluto gli va benissimo che io sia come sia, che a qualcuno piaccia e a qualcun altro no

Salgo lungo la costa dei rilievi, passo sotto altre pale eoliche anch'esse riverberanti il respiro del mondo, thump thump thump, e lungo il sentiero ritrovo Christine che fa uno spuntino affacciata verso l’Asturia sulle quinte successive di valli e monti che abbiamo attraversato ognuno per se ma insieme
Mi fermo un attimo per assorbire la vista, non ci parliamo, non c’è nulla da dire, lo spettacolo parla da sé e poi riprendo avviandomi al confine di questa terra di mezzo, una riga di sassi biancastri a separare un sentiero da una sterrata, a dividere virtualmente il mondo di partenza da quello di arrivo, in cima ad un monte come ogni confine che si rispetti, mi fermo, la guardo e poi oplà saltino a piedi pari e sono in Galizia
Al termine della discesa da El Puerto de Acebo mi accoglie il bar O Acebo, rifugio montanaro all'incrocio di strade, custode di confine, ristoro per viandanti, che chiama e ottiene l’attenzione che merita con una sosta che non è una fermata, per due pezzi di torta di Santiago, un succo d’arancia, fumare, chiamare Alfie, leggere il forum, fare un po di foto

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È primo pomeriggio quando finalmente decido che è ora di tornare alla mia attività di pestatore di terreno, la giornata è divenuta caldissima, riempio le borracce e riparto a passi lunghi e ben distesi, il dolore al ginocchio lasciato ormai chilometri indietro, e sparo nelle orecchie Learning to Fly, lasciandomi portare dalle ali della volontà di staccarsi dal suolo
La via si è fatta lieve, dolci saliscendi mi accompagnano, intorno verde e giallo, sopra azzurro, dentro un gioia inesplicabile, arrivo alla ermita di Santa Barbara do Camino, piccolo gioiellino al limitar del bosco, e le panche annegate nell'erba antistante e coperte dalle fronde dei pini mi fermano per un’altra sosta, per la prima volta me la sto prendendo veramente comoda, godendomi ogni tratto, ogni situazione, ogni momento

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Gli ultimi chilometri verso Fonsagrada sono faticosi, in salita, prima nel bosco umido, poi sotto il sole sulla carretera, Christine mi manda un messaggio dicendomi che è arrivata al Cantabrico ma che non ci sono posti, va beh qualcosa troverò, arranco in obliquo e finalmente giungo in paese da sotto facendo un giro inutile, l’acqua agli sgoccioli, le gambe indolenzite, vedo il segnale dell’albergue Os Chaos e in un modo o in un altro ci arrivo, mi registro, mi timbro e passo in modalità riposo
Gran bel posticino, moderno non caratteristico ma pulito, lenzuola di cotone vero, bella sala comune ben attrezzata, doccia, maglietta e pantaloncini puliti, mi avvio verso il centro del paese per fare foto e un po di spesa, il sole di questi ultimi giorni ha colpito duro e mi sento scottare in modo preoccupante, devo trovare una farmacia e prendere una crema solare
Fonsagrada è grandicella, un vero agglomerato urbano in confronto alla manciata di case degli abitati che ho attraversato fin da Tineo, compro merendine e un litro di latte per uno spuntino e per la colazione di domattina e mi accomodo sul muretto del porticato della chiesa al centro del paese, l’aria è languida, lenta, intorno poco movimento, sull’altro lato della piazza un vecchietto siede al sole, è raggiunto da un amico e iniziano a parlottare, sono un quadretto universale di vita paesana

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Le campane rintoccano, chiamano a raccolta e, in questa giornata di cose uniche iniziata partendo prima dell’alba, entro per assistere alla messa
Una ventina di persone, di cui circa la metà pellegrini, rispettosamente in silenzio, ascoltiamo la liturgia, scarna, sintetica, nessuna omelia, nessuna prolusione saccente e giudicante, soltanto l’essenza del rito, il riconoscimento dell’esistenza di un qualcosa di più grande di noi, incomprensibile, lontano eppure vicino, confortante
Al termine il parroco chiama i pellegrini e ci dispone in semicerchio davanti all'altare, la perpetua circola un foglietto stampato in lingue diverse con una preghiera del pellegrino e un’orazione, il parroco recita, sorridente, sincero, seguito da una babele di lingue diverse, stesse le parole, differenti i suoni, stessa l’intensità, ci benedice e nel farlo così semplicemente, da riconoscimento alla vita di ognuno di noi, allo sforzo individuale, ai motivi personali e non importa che non siano manifesti o che siano i più disparati, ci sono, ci hanno portato qui, ci guideranno oltre
Sento sulla pelle, che quest’uomo vestito di nero non rappresenta l’istituzione che io tanto depreco ma qualcosa di superiore, di immenso, di profondamente spirituale che scende su di noi attraverso i suoi gesti e le sue parole e un sorriso si distende sul mio volto, lo sento, mentre il cuore mi si gonfia “ce l’hai fatta, mi hai riportato qui dentro dopo che mi ero ripromesso di non farlo più quando uscii sbattendo la porta, e invece eccomi qui, di mia volontà e contento di esserci, hai un disegno? Non lo so e forse non mi interessa, io sono, Tu sei, rispetto e accettazione reciproca questo conta. Sono protervo e arrogante? Probabilmente si, ma se è vero che siamo tuoi figli, è così che volevi che fossi e non ti puoi lamentare”

Ultimo giorno in Asturia, primo giorno in Galizia, un’altra giornata impossibile da dimenticare, mille e più pensieri transitati dalla mia mente, alcuni rimasti, altri svaniti, tantissimi ancora in attesa di potersi affacciare
Ceno con Manfred e Mike gustando per la prima volta un pulpo gallego, siamo tutti stanchissimi e la conversazione, pur piacevole e calda come sempre procede un po a tentoni, ci salutiamo avviandoci ai rispettivi albergue (perché loro anche se arrivati dopo di me sono al Cantabrico ma di questo parlerò domani) che il sole non è ancora tramontato, si chiude la mia prima settimana di Cammino, sembra una vita che sono partito ma anche una vita quella che ancora mi aspetta

A soul in tension that's learning to fly ….
 
10 giugno A’ Fonsagrada – O’Cadavo Baleira

Stamattina mi rode
Neanche apro gli occhi che già penso che non mi va di camminare di nuovo, che il ginocchio mi fa male, che la parte che tanto aspettavo è passata e quindi che senso ha continuare, dai che sei stanco, ti si rotto, ti fa male tutto, fa caldo, ti scotterai, soffrirai la sete, ti supereranno tutti, arriverai tardi e non ci sarà posto
Mi alzo, nel silenzio della camerata già svuotatasi, e mi rode
Scendo a sinistra come tutte le mattine e mi rode
Mi vesto, un po svogliato, mi rode
Faccio colazione nella sala comune dell’albergue, muffin e succo di frutta che ho comprato ieri sera, e mi rode talmente che non vanno né su né giù e lascio tutta la confezione per chi verrà dopo di me
Esco nelle prime luci dell’alba dell’alba e mi rode
Perché c***o mi devono girare così stamattina non riesco a capirlo, ma inizio a camminare lo stesso, tanto che altro posso fare? il morale sotto i piedi e la voglia di camminare una lontana reminiscenza
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I colori tiepidi dell’aurea aurora mi accompagnano nel mio incedere svogliato e stranito attraverso il paese disabitato, è sabato mattina, le campane ancora non hanno chiamato la gente a raccolta, le sveglie tacciono silenziate, e i passi dei miei scarponi contaminano la quiete che avvolge le cose e le case con un pestare rabbioso nemmeno fossi un relitto di sturmtruppen dimenticato dalla storia
A’ Fonsagrada, la chiesa, la piazza, un bar, l’unico aperto, mi fermo per un caffè che sa di bruciato, straniero in terra straniera come mai mi sono sentito finora
Proseguo, passo davanti al Cantabrico e capisco che mi rode, perché mi sono sentito “tradito” dai miei amici ieri sera, messo da parte perché i tedeschi “hanno fatto comunella” per riservarsi i posti in albergue lasciandomi da solo

Che pensieri inutili e infantili, idioti nella loro crudezza, ingiusti perché ammesso che fosse, e probabilmente non lo è, le persone sono fatte ognuna a proprio modo e che diritto ho io di sentirmene ferito, starnazzo tra me e me in silenzio perché nel silenzio cammino e dal silenzio sono avvolto, mentre l'eterna lotta tra me e me medesimo riprende forza e vigore come se non fossi passato attraverso la Ruta

Supero l’abergue municipal e mi avvio per la discesa, un nastro d’asfalto lucido di rugiada che viene dal nulla e porta nel nulla finché, finalmente, seguendo le frecce abbandono l’opera umana per ritrovarmi in quella della natura e del creato, un bosco a dismisura, alberi alti, le cui fronde sommitali viste da qui sotto sembrano giocare con le nuvole nella distesa azzurra del cielo, lo attraverso accompagnato dagli scoiattoli che si rincorrono sui tronchi, una volpe che fugge spaventata dal mio arrivo e soprattutto dal canto degli uccelli, che sembrano ciarlare tra loro di questo intruso che proditoriamente si trascina attraversando il loro regno, migliaia di uccelli, invisibili persi tra i rami e le foglie ma presenti, sonori, al punto che nonostante tutto registro un video, in cui non ci sono altro che alberi ma tanti tanti cinguettii di ogni tono e frequenza, perché non saprei come altro trattenere una memoria così fuggevole e intangibile da raccontare a parole
Continuo avvolto da questo mondo incontaminato, perso a rincorrere circonvoluzioni senza via di uscita se non la stessa, la solita di sempre che però inizia a stancarmi
Dentro e fuori dal bosco, su sentieri e viottoli, sbaglio strada ma non per molto, torno indietro guidato dalle voci di altri pellegrini che mi risultano disconnesse dalla materia, rincorrendosi come un eco mentre i corpi che le hanno generate sono nascosti dalle pieghe del sentiero

Poi arriva la salita verso l'Alto di Montouto, all’inizio equivocabilmente dolce e modesta ma poi impervia e sassosa, altra forca caudina a ricordarmi che non importa quante salite hai fatto, ce ne sarà sempre un'altra da affrontare per rinfrescarti, nel caso te ne fossi dimenticato, quali sono i tuoi limiti, e in quei chilometri snap snap snap si chiudono i circuiti e torno cosciente del qui ed ora, mi rendo conto che prima chi parlava era l'altro me, quello che da anni e anni, troppi, non fa che minare e demolire in un massacrante giochino mordi e fuggi e che con un perfetto tempismo piazza il colpo quando credo di aver raggiunto qualcosa, un conflitto che non so nemmeno da quanto va avanti e al quale sono ormai talmente abituato da non farci più nemmeno caso
Ma si vive per imparare e io sono più sveglio dell'altro me
Mi ricordo di tutti pensieri fatti tra Borres e Grandas, di quanto quella sofferenza mi abbia portato a sentirmi non solo vivo ma finalmente in controllo di me stesso, in pace con l'accettazione di non essere un superman sempre perfetto e irreprensibile, quello che non deve necessariamente piacere a tutti, quello che deve arrivare primo per non essere criticato, per cui il fallimento è la peggiore delle sconfitte, e, come crede chi pratica il buddhismo del Sutra del Loto di Nichiren, cambio il karma della giornata che si trasforma in un Cammino diverso, camminato al mio ritmo, aprendo gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle, tirandomi fuori dal buco in cui tramavo di confinarmi e i cupi pensieri che mi hanno accompagnato in questo scampolo di mattinata si liquefano lentamente, lasciati indietro appiccicati alle impronte invisibili che lascio sul sentiero

L’Ermita di Montouto è moderna ma inspiegabilmente ha il fascino, ancorché diverso, delle altre che segnano questo Cammino, forse perché appollaiata su un prato verde smeraldo battuto dal sole a sua volta poggiato in cima al monte da cui lo spazio si libra e spazia ad ovest fino all’orizzonte sfumato dalla foschia, dove mi sembra di intravvedere le guglie della Cattedrale del Santo
Chimera, visione, miraggio, immaginazione, cui prodest? La mèta è lì, si intuisce e chiama, tira con una forza che bisogna contrastare per decidere di fermarsi per un meritato riposo all’ombra della piccola facciata intonacata di bianco, mentre tutto intorno altri pellegrini arrivano a piccole ondate come frangenti di un mare intangibile
L’aria si riempie di linguaggi, frammisti, scomposizione di lingue e ricomposizione di emozioni, mentre il sole sale e io vago tra le rovine dell’Hospital de Montouto, anche qui roccia su roccia, come a Buspol, sassi incastrati senza malta perché la semplice forza della massa fisica e dell’amore trasfuso da chi li ha eretti e da chi li ha abitati li tiene insieme dalle nebbie del tempo, incastonato memento di condivisione e solidarietà
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Rinfrancato, i piedi mi portano sulla discesa di un nuovo bosco, prima agevole poi più ripida e stretta che fa da specchio alla salita precedente come in un quadro di Escher, fino ad arrivare a Casa Meson, aperta al contrario di quel che riporta la guida, e affollata come ancora non avevo visto nessun posto su questo Cammino, un rifugio di montagna senza la neve, con gente allegra e colorata che si rilassa, mangia, beve e si gode la sensazione di essere vivi ed in compagnia di eguali
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Mollo lo zaino su una panca e mi rifocillo con torta di Santiago e caffè, godendomi questo senso di estraniazione inclusiva che ormai fa parte di me, diversi ma uguali sconosciuti che sconosciuti non sono, perché tutti stiamo andando nello stesso luogo anche se qualcuno ci arriverà prima, qualcuno dopo, qualcuno forse non questa volta, ma che nella mente siamo già tutti lì e l’aria vibra, per il momento ancora di sottofondo e con note indistinte, di gioia e soddisfazione, amore e armonia, compiacimento e coscienza

Vedo arrivare un pezzo della Familia ma ancora non ho smaltito totalmente la mia nube tossica interiore e preferisco semplicemente salutarli e sorridendogli mi riavvio, sapendo che le ore a venire saranno nuovamente importanti da vivere da solo, sempre da solo che solo non sono

(segue)
 
(seguito)

Il Cammino torna sulla carretera, poi la abbandona nuovamente, la ritrova e dopo un po’ mi invita a lasciarla, in un continuo scambio tra mondo umano e mondo superumano (perché inumano non ci sta proprio …), ma questa volta punto i piedi, come un bambino capriccioso e “decido io”, non ho voglia di infognarmi nella valle gonfia di aria umida e opprimente sotto le sferzate del sole zenitale per poi dover risalire ad A’ Lastra, e mentre tutti seguono diligentemente il sentiero sterzo e mi avvio sulla carretera
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È la seconda volta che scelgo l’asfalto al posto del sterrato, ma a differenza della discesa a Montefurado, questa dolce salita che zigzaga seguendo una morfologia scolpita dal tempo è un momento di pura soddisfazione, sparite le voci, rarissime le auto, cammino accompagnato dal rumore del vento che racconta storie di mondi fantastici parlando con la voce dello stormir di foglie, a sinistra lo sguardo si lancia in voli pindarici sul dolce paesaggio galiziano, a destra il versante della Sierra da Lastra mi accompagna con ondulazioni di un mare lontano perso nella memoria dimenticata del tempo, coperto di verdi, diversi, vari, giustapposti a tessere una coperta del mondo
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Prima di A’ Lastra c’è una casa con dentro un bar tienda e un ristorante, dimenticata ad un incrocio tra strade di catrame e strade di sassi, che rallegra il viso stanco di chi vi arriva, sia dal sentiero che dalla carretera (perché ovviamente ho fatto molti più chilometri che se avessi seguito la via canonica), disegnandovi un sorriso alimentato dalla pregustazione di acqua fresca e ombra
Mi siedo su una sedia, di quelle con la struttura in metallo nero e l’intrecciato in tubetto di plastica come nei bar italiani degli anni ’60 e ’70, e chiedo un bel succo di frutta e una bottiglietta d’acqua fredda, e mentre il vecchio galiziano mi serve con in sottofondo la radiocronaca di non so quale partita della Liga, arriva Juan Josè accompagnato da una pellegrina con un vistoso cerotto tra fronte e naso
Marcela, che viene dal Brasile ed ha avuto una brutta caduta qualche giorno prima che le ha lacerato la fronte, me la presenta Juan Josè e intanto insiste per offrirmi la consumazione dicendomi che la prossima volta ci incontreremo in Italia e sarà il mio turno perché qui siamo in Spagna e lui fa gli onori di casa
Lei si siede, un timido sorriso a distenderle il volto e prende anche lei da bere visibilmente provata dalla risalita dalla valle
Restiamo lì tutti e tre, senza nulla da dire ma senza sentirne la necessità, la voce concitata del radiocronista unico suono, in un momento di stasi temporale assolutamente incredibile e altrettanto indescrivibile nella sua miriade di sfaccettature e pensieri che lo attraversano simultaneamente, segnali elettrici di entità umane distinte che fuoriuscendo dai corpi si legano senza nessun motivo apparente e senza scopo manifesto in un nodo energetico folgorante che dura un singolo istante e riempie una vita

Arrivano altri pellegrini e Juan Josè si avvia nuovamente, sussurrandomi all’orecchio che è meglio che lui vada perché Marcela preferisce camminare da sola e che l’ha accompagnata per un pezzo soltanto per accertarsi che ce la facesse essendo un po’ debilitata dalla ferita
Non lo incontrerò più, nemmeno a Santiago, i nostri cammini si sono incrociati per un attimo perché così fosse ed ora è tempo che ognuno prosegua di suo

Resto seduto osservando gli altri passare e senza che io dica nulla Marcela inizia a raccontarmi che è separata, ha due figlie che erano molto preoccupate che lei fosse venuta a fare il Cammino da sola, che non è il primo che ha fatto ma che questo è diverso, è unico, la sta cambiando dentro, in profondità, e che quando si è fatta male non ha chiamato le figlie per un paio di giorni e loro sono andate in panico dalla preoccupazione, io la ascolto, come un bambino rapito dalle fiabe della nonna e viaggio con la mente seguendo il filo delle sue parole, troppo stupito per proferirne a mia volta se non per rispondere a qualche sua sporadica domanda, ma lei sorride e capisco che va bene così che è a questo che servo in questo momento

Il pomeriggio è avanzato ed è ora di riprendere l’andare, ci avviamo insieme ma il mio passo è più lungo e nel tratto nel bosco del Camino da Rodela inizio a perderla di vista alle mie spalle, per un paio di volte mi fermo per permetterle di riavvicinarsi, vorrei poterle dare lo stesso supporto che ha ricevuto da Juan Josè, ma il mio compito è finito e nel suo sguardo determinato e a tratti duro colgo il messaggio e capisco che deve andare da sola perché questo è il Cammino che l’ha chiamata, la saluto con un sorriso e proseguo, anche lei non la rivedrò più né oggi né a Santiago, ma so che ci arriverà, era scritto a caratteri cubitali nei suoi occhi

La camminata fino all’Alto de Fontaneira è piacevole, sarà perché ormai le gambe sono allenate, i polmoni sintonizzati e il cervello con l’autopilota, ma non mi sembra neanche una salita
Si torna sulla carretera e quindi il bar Meson Bortalon dove oggi, per scelta e volontà giornata dedicata alla ricezione dell’umanità circostante, mi fermo per un’altra sosta foraggiata da due bottiglie d’acqua e chiacchiere con gente che non so da dove viene, non so chi sia, ma so dove va
In effetti la sosta è inconsciamente anche un po’ strategica perché inizio a sentire un dolore alla caviglia e penso che sia meglio non esagerare e quindi perché non godersi il tempo che scorre alla velocità della vita quando riesci a sincronizzare la vita allo scorrere del tempo?!
Da qui a O’ Cadavo Baleira è una passeggiata, via piana, dolci saliscendi, la condizione ideale per un po di musica, mente il dolore alla caviglia si fa più insistente e mi sembra si stia animando di vita propria
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Arrivo al Municipal di O’Cadavo quando gli altri sono ancora tutti dietro di me (big surprise!), mi registro e scelgo la branda, tolgo lo scarponcino e poff, un bel pagnottone gonfio mi saluta allegramente (lui) mentre io lo guardo inorridito
Faccio una doccia, metto il piede sotto l’acqua gelida e intanto mi sale il panico, mi aggrappo al forum, lancio il mio SOS e prontamente l’unità di crisi PellegriniPerSempre si materializza in forma di esperienze e consigli, la sintesi è: “aspetta domattina, vedi se ti si è sgonfiata altrimenti prendi un autobus e vai a Lugo, un giorno di sosta non è un’onta ed eviti di fare danni” … si, si, parlate bene voi che ne avete fatti a iosa e per di più su distanze triple o quadruple, io ho solo questo per ora e lo devo fare, lo voglio fare, ad ogni costo, anche arrivando carponi su moncherini di gambe e braccia, non esiste nulla al mondo che possa impedirmi di arrivare a Santiago
Nel frattempo arriva la Familia pressochè al completo e Cristina mi spiega in un coacervo di gesti, inglese, spagnolo e coreano (inutile chiedersi perché e come io abbia potuto intendere), che lei può farmi un massaggio se trovo una crema, bene, grazie, ti voglio bene ma … c***o, sono quasi le sette e mezza! Manfred, Mike e Nono (ultimo aggiunto al gruppo, inverosimile spagnolo trentenne tatuato e pierciato che di mestiere fa il cuoco a Londra) mi accompagnano al volo in paese perché c’è anche la spesa da fare per la cena e fortunatamente trovo una farmacia aperta
Torniamo all’albergue spingendo un carrello da supermercato carico di vettovaglie le più disparate e mentre Nono inizia a preparare il desinare per tutti, Cristina usa metà tubetto di voltadol sulla mia caviglia
Alle nove, fuori il sole ancora non addormentato, ci sediamo a tavola e prendo parte alla mia prima (e unica) cena in albergue e capisco quante cose mi sono perso e mi sto ancora perdendo del Cammino, perché la convivialità satura l’aria e le pareti, perché non importa se quello che stiamo mangiando è un pollo al curry in variazione valenciana con sfumature di Mayfair che forse a casa non avrei avvicinato ma che qui divoro a piatti, perché condividere il pane è come condividere la vita, dare e ricevere, donare e accettare, in un eterno e continuo scambio che rende tutti più ricchi e nessuno più povero

Tanto fino ad ora questo Cammino era stato una esperienza confinata al mio io, quanto oggi, pur camminando sempre solo, è stata una esperienza di apertura agli altri e ho conosciuto persone con cui non avevo ancora scambiato neanche una parola e ho scoperto cose, individui, visioni, vite, e ho ritrovato quelli che erano stati i miei compagni di viaggio finora che sono tornati ad essermi simpatici dopo che stamattina non li sopportavo più
Hasta Luego Peregrinos
 
(lo posto appena finito, senza foto e senza averlo riletto)

11 giugno O’ Cadavo Baleira-Lugo

Niente da fare
A poco sono serviti i massaggi di Cristina, la caviglia rimane gonfia, magari non quanto ieri sera ma sicuramente troppo per pensare di caricarci sopra trenta e passa chilometri da qui a Lugo
Ha vinto lei, o “lui” se penso che questo possa essere un altro (l’ultimo) colpo di coda dell’oscuro fratello per cercare di fermarmi, impedirmi di arrivare a Santiago, osteggiare i miei occhi aperti, imbrigliare la voglia di riappropriarmi della mia vita che questo catartico incedere mi sta dando la possibilità di fare

Sono un po’ abbacchiato, moscietto e triste mentre, l’alba appena sveglia, finita la colazione con una parte di Familia nell’unico bar aperto di Cadavo, mi avvio verso la fermata del bus mentre gli altri si incamminano seguendo le frecce gialle che li portano fuori città, talmente triste e peridepresso che preferisco addormentarmi sul sedile che mi porta a Lugo piuttosto che veder scorrere dal finestrino i pellegrini che si inseguono snocciolati sul sentiero che costeggia la carretera

Cullato dal rollio e dal mormorio degli altri passeggeri, tra cui alcuni pellegrini probabilmente in condizioni analoghe alla mia, mi risveglio poco prima del capolinea poco fuori le mura dell’antica Lugo, raccolgo lo zaino, scendo e mi sento un pesce spiaggiato, spaesato e perso, dove sono, cosa ci faccio qui, perché non sono dove dovrei/vorrei essere? come una vittima incolpevole di un trasferimento con il transporter di Star Trek, un attimo fa lì, ora qui, con in mezzo solo un ronzio elettronico, è una sensazione straniante, di incompiuto al di là della volontà, che mi porta a sedermi sulla prima panchina per riprendere fiato fumandomi una sigaretta, cercando sull’iPad l’indirizzo dell’albergue municipal ritrascinato istantaneamente nell’atteggiamento consuetudinario extra-cammino e così rassicurante di fare affidamento su sorgenti terze invece che me stesso

I minuti passano, la città si sveglia pigramente come qualsiasi posto al mondo di domenica mattina mentre io resto seduto ad osservare l’andirivieni degli autobus di linea o turistici, decido che è sufficiente e con lo zaino su una sola spalla (orrore!) caracollo verso la città vecchia attraversando le mura e inoltrandomi nei suoi vicoli che mi conducono in Plaza Mayor
L’albergue aprirà alle 13 lasciandomi con diverse ore da impiegare, la caviglia mi ricorda perché sono già qui e trovo riposo sulla prima panchina che mi si presenta, appoggiata sul lato orientale della piazza dagli arredatori urbani per permettere a chi siede di osservare la facciata del Municipio, intorno a me qualche anziano insonne sfoglia il giornale o porta a spasso un cane mentre mamme mattiniere percorrono la piazza spingendo carrozzine e passeggini su cui riversano sguardi stanchi ma ebbri d’amore, la mia depressione perde il peri- e mi assale come l’onda di Hokusai saturando ogni terminale percettivo al punto da farmi perdere la cognizione del tempo e dello spazio per trascinarmi in una ridda di pensieri il più luminoso dei quali potrebbe competere con una notte nuvolosa di luna nuova
Torno in me, chiamo Alfie per la telefonata mattutina e lotto per non fargli sentire le lacrime che tracimano dai miei occhi, “dimenticando” di dirgli che mi sono dovuto fermare un giorno per la caviglia gonfia altrimenti gli verrebbe un attacco di ansia che neanche le benzodiazepine sarebbero sufficienti

Il giorno avanza e mi viene fame, non ho nulla da fare se non rimuginare e ripensare, e mi sposto al Cafè del Centro dove mi ordino una seconda colazione, intanto che i tavoli intorno a me si popolano e la piazza si riempie di gente uscita a godersi questa limpida giornata di tarda primavera

Non ho neanche voglia di leggere e lascio lo sguardo sfocare i dettagli puntato sul nulla, i rumori circostanti a fare da sottofondo al vagare a ritroso dei miei pensieri, e mi tornano in mente le parole spese per me dagli Amici PPS al mio affacciarmi sul Forum, i racconti di quanto questa esperienza sarebbe state unica e irripetibile a prescindere da tutto, di come il Cammino mi avrebbe catturato come sempre avviene, di quello che avrei potuto provare, sentire, vivere, esperienze affascinanti, racconti gira-pagine a cui mi sono abbeverato come naufrago nel deserto che sono state utili a non spegnere il mio entusiasmo iniziale, ad alimentare la voglia e il desiderio, a dipingere nella mia mente il di cui
La Santiaghite Acuta, patologia indescrivibile e incurabile, malattia rara che dona la vita, alimenta la speranza, restituisce forza, sintomi unici nella loro semplicità, commuoversi vedendo una freccia gialla, lasciar scorrere lo sguardo su panorami senza confini, mettere un piede davanti all'altro senza aver null'altro su cui concentrarsi se non i propri pensieri, tutto questo e tanto altro, troppo probabilmente da capire in breve tempo e i cui effetti diverranno manifesti soltanto dopo essere tornato a casa, sono diventati parte integrante di me, mi sono entrati nel sangue, nella testa, nel cuore

La depressione allenta i suoi tentacoli mortiferi, come una piovra che viene distratta dalla preda da qualcos’altro di più succulento, trasformandosi in malinconia ma il giorno torna ad acquistare colore mentre capisco che quel che mi manca veramente è essere di nuovo tra i boschi fangosi di Tineo, sotto l'acqua ad Escamplero, assetato sull'erta del Fonfaron o appeso sulla discesa all'Embalse, piuttosto che qui seduto comodamente ma un volto confuso tra mille tutti uguali
Presunzione, protervia, arroganza o semplice consapevolezza che camminare il Cammino ti cambia e ti porta ad essere così diverso da prima e dagli altri al punto da non riconoscersi più nella moltitudine di individui eternamente impegnati ad “essere qualcosa”, domanda sterile o quantomeno inutile perché comunque la si guardi forse il Cammino insegna un’altra cosa, che la forza è dentro e non fuori di noi, che ognuno esiste in quanto essere e non perché posto in relazione ad altri, che affannarsi ad autovalutarsi rispetto a standard e consuetudini è velleitario perché nessuno può essere perfettamente inquadrato se non rinunciando a se stesso, ma che sono proprio quelle rinunce che come larve ci divorano dall’interno, ci minano, ci svuotano al punto da non riconoscere più chi e cosa siamo, concetti banali una volta enunciati ma quanto sia difficile elaborarli con compiutezza e consapevolezza te ne rendi conto solo a posteriori

Le campane della cattedrale rintoccano le 12 ed è tempo di assicurarsi un posto per la notte, per cui ricarico tutto in spalla e ancora zoppicando, ma meno di prima, attraverso la piazza e arrivo all’albergue davanti la cui porta trovo già diverse decine di persone in fila prima ancora che apra, alcuni voti li ho già visti e anche loro riconoscono me accennando un saluto di cortesia, io mi sento un intruso, un millantatore nell’essere lì ad aspettare un posto insieme a loro che si sono alzati prima dell’alba ed hanno camminato i loro chilometri per essere qui a quest’ora, quindi ricambio i cenni ma non cerco comunione e mi lascio assorbire dal muro
Il primo piano è già colmo, al secondo mi trovo libera una cama bassa vicino alla finestra, spacchetto i miei averi e mi precipito a fare la doccia, non ho faticato, non ho camminato, ma sento il bisogno di lavare via una stanchezza immateriale, al ritorno trovo Christine impegnata a combattere con le vesciche a cui regalo le mie due confezioni di Compeed dal momento che almeno queste me le sono risparmiate, proseguo nello svuotamento del tubetto di Voltadol nel minor tempo possibile e poi rinfrescato e alleggerito mi imbarco in una visita della città

Lugo, un gioiellino, una vera città, troppo poco tempo e condizioni fisiche insufficienti mi fanno aggirare intorno al centro senza avere la forza e la voglia di avventurarmi fuori dalle mura, sebbene non mi possa lamentare del mio giro turistico
La cattedrale, bellissima, in cui gli abbellimenti settecenteschi hanno solo mascherato l’austerità medioevale, la facciata chiara a contrastare con l’azzurro del cielo, penombra interna che nasconde e rivela in un gioco tra la luce del giorno che entra dalle finestre e il tremolio delle candele, le mura romane in un tale perfetto stato di conservazione e fruizione che gli stessi romani (originali e moderni) invidierebbero, che si snodano in un abbraccio al cuore della città, e poi le viuzze, i negozi chiusi, le buche delle lettere a testa di leone in bronzo dell’ufficio postale, i bar, la gente, la domenica, la giornata scorre via languida e con poco senso dal momento che fare turismo non era tra le mie priorità assolute
Mi riposo a tratti, torno in albergue per un’altra impiastricciata di crema e ne riesco, ceno con Christine in Plaza Mayor perché Manfred e gli altri sono partiti in ritardissimo avendo dovuto aspettare che Mike trovasse un modo per andare direttamente a Santiago, povero amico l’ha chiamato la sorella avvertendolo che a casa avevano ricoverato la mamma e lui ha dovuto mollare tutto e tornare con gli occhi gonfi di lacrime tra tristezza e preoccupazione

Si torna in albergue per la notte prima che chiuda, per mettere fine a questa giornata di non-cammino e lasciare che nel sonno e nel sogno il mio cervello elabori tutto il non detto, prima che sugli occhi chiusi scenda la coltre dell’oblio notturno mi rendo conto di non aver mai pianto tanto come in questi giorni, di tristezza all'inizio, di rabbia o sofferenza a tratti, ma soprattutto di gioia e felicità e che tutte quelle lacrime erano per me ma anche per quelli a cui voglio bene, perché tra le molte cose che ho capito in Cammino è che non importa quanto ci si possa sentire soli a lottare, sono quelli intorno a noi per cui contiamo e che ci vogliono bene a dispetto di qualunque cosa, che ci accettano e ci prendono per quello che siamo, che non giudicano ma che osservano, coloro che fanno la differenza e che ti danno mille motivi per crederci e trovare dentro la forza per andare avanti nonostante tutto

Vi voglio bene, ovunque voi siate ….

Robi
 
spero non ve ne abbiate a male se questa volta ho fatto prima del solito ;)

12 giugno Lugo-San Romao de Retorta

Come un bambino, che dopo esser stato malato farebbe carte false per poter subito tornare a scuola a giocare con i propri compagni, quelli con cui ride e corre, strepita e si confronta, quelli che odia e ama allo stesso tempo senza avere contezza di dove uno finisce iniziando l’altro, così sono io questa mattina, scalpitante per tornare in cammino a giocare ad acchiapparella con i miei pensieri che corrono liberi come lupi in una prateria senza fine, che mi fanno ridere e piangere, che odio e amo, tanto simultaneamente che i termini perdono di significato intrinseco univoco, per mutarsi in una nube di esistenza probabilistica

Semaforo verde, ottimo spunto in partenza all’apertura della porta dell’albergue, senza pattinamento delle posteriori, arrivo in testa alla prima curva, dove allo strategico baretto già aperto e ben fornito di primo mattino faccio un pitstop anticipato per la mia colazione standard da camminante, godendomi il chiacchiericcio tipico degli avventori mattutini nei bar ovunque nel mondo, che nel parlare di ogni banalità ristabiliscono i contatti con la realtà della vita dopo la notte per certificare che il sonno non sia stato una morte, di cui non colgo una parola ma che è così parlato anche dal corpo che non faccio fatica ad immaginarne i temi
Mi piacciono i bar ma mi piace ancor di più camminare, perdermi nei miei pensieri, farmi assorbire dal mondo, dissolvermi nella realtà solitaria e quindi terminato il caffè riparto avviandomi per le vie di Lugo lavate e rese lucide da una pioggerellina notturna, deserte se non fosse per i pellegrini che alla spicciolata convergono su quell’idea di linea gialla tratteggiata dalle frecce ma linea continua nella mente di ognuno che la percorra, come sovrimpressa sulla retina in una condizione di realtà aumentata
I passi dei singoli pellegrini battono il tempo e si fondono in un'unica sinfonia metronomica che si distribuisce per le straducole del centro città, riverberando sui muri, riflessa dai balconi, per poi disperdersi nello spazio di Plaza Mayor, sostituita dai rintocchi delle campane della cattedrale che suonano le sette a richiamare alla sveglia il resto del genere umano

Porta de Santiago, mi fermo per un istante in un primo muto ringraziamento all’Apostolo per avermi voluto qui e poi la attraverso, lasciandomi alle spalle Lugo e le sue mura, i caffè del centro, le strade basolate, i leoni di bronzo come buche delle lettere, per avviarmi di nuovo verso un ignoto ormai noto, fatto di nuovi incontri, nuovi passi, nuove visioni, arrivo al ponte romano che attraversa il Rio Minho, mi volto e dietro di me la città brilla sotto i raggi del sole radente rifratti dalla polvere di pioggia che ancora intride l’aria, è il primo di un voltarsi indietro che seguiranno oggi e domani a rappresentare una lotta interiore tra la voglia di proseguire per arrivare alla mèta e il rimpianto di lasciarsi alle spalle tutta la bellezza che ho già vissuto, è la trappola del Cammino per cui ogni passo fatto in avanti moltiplica la voglia di ricominciare perché questo camminare attraverso se stessi non abbia mai fine
Sul ponte incontro tre facce conosciute, due argentini e un portoghese di cui non ricorderò mai i nomi, con cui nel fluido lessico camminante ci scambiamo emozioni e pensieri mentre i passi ci portano lungo la sponda destra del fiume e con cui percorriamo insieme un paio di chilometri, poi loro allungano mentre io mi fermo a fotografare il mojon che sancisce i meno 100 chilometri a Santiago con giustapposto il mio compagno d’avventure che fieramente inalbera lo scudetto PPS

100 chilometri, meno di un terzo alla fine, 230 già percorsi, da non crederci eppure so di averli fatti, li sento nelle gambe, nelle spalle, li ho cuciti sotto la pelle, mi intasano i sensi, mi saturano di ricordi, la strada asfaltata si snoda in un bosco, poi tra case sempre più rade, quindi campi coltivati, agglomerati rurali e distese deserte in cui io mi muovo in avanti preda di un tropismo cui è impossibile resistere, in uno stato estatico e al contempo intimo come poche altre volte mi è capitato di sperimentare nella vita, gli occhi attenti, i sensi all’erta a cogliere ogni sfumatura, ogni scorcio, ogni colore, ogni odore, in miei piedi che calpestano l’asfalto ma allo stesso tempo sono radicati nella terra, io mi sento un’emanazione del mondo, sono nel mondo, sono il mondo, che mi circonda e permea, mi attraversa con la sua luce, mi tiene vivo con il suo alito

Faccio una sosta sulle scale di una vecchia cascina semidiroccata per la dose mattutina di Voltadol alla caviglia e intanto mi lascio affondare nelle pietre scalcinate, mi confondo con il muro e osservo i radi pellegrini passare senza che nemmeno si accorgano di me, punto di vista unico e privilegiato per poter apprezzare le espressioni dei volti che si susseguono tutti diversi ognuno uguale nella luce che li pervade
Riprendo l’andare e la necessità della lentezza, imposta dalla caviglia ancora dolorante, mi offre l’occasione unica di liberarmi del corpo fisico per librarmi sopra me stesso, sono aria sottile e luce obliqua, sono pensieri ed emozioni, mi osservo dall’alto mentre cammino un po’ claudicante ma deciso nello scopo e nella volontà, quasi fossi morto e stessi per lasciare questa realtà mentre invece sono vivo, così vivo che più vivo non sono mai stato e il mio cervello è lì ma è anche qui e volteggia nell’aere insieme alle rondini, libero dalle pene terrene ma consapevole della materialità delle cose, non una forma definita ma luce e particelle tutt’uno
Il tempo passa, il mio incedere più lento del solito ha favorito l’allontanarsi in avanti degli altri pellegrini, sono ormai rimasto solo da un po’ di tempo quando dopo aver superato San Vincente do Burgo giungo al bivio per Sant’Eulalia de Boveda che si stacca sulla destra della carretera e che, senza indugio alcuno, imbocco avviandomi per un paio d’ore che resteranno sempre nella top five dei miei ricordi

Unici rumori lo stormir di fronde leggermente agitate dai sospiri di Eolo e il cinguettio di uccelli che festeggiano la primavera intavolando conversazioni complesse tra i rami degli alberi, i campi di grano e l’azzurro infinito del cielo, in lontananza due falchi volteggiano immobili ad ali spiegate, scrutando il terreno in attesa di una preda che ignara dovesse azzardare il capo fuori dal nascondiglio, pazienti osservatori si lasciano cullare dalle correnti d’aria che invisibilmente si muovono continuamente, salgono e scendono con soltanto una inclinazione della punta delle ali o della coda, esempi mirabili e magnifici di evoluzione, ed io improvvisamente mi estranio nuovamente dal mio corpo e mi ritrovo a guardare il mondo dall’alto con i loro occhi, bianco/nero e a colori si miscelano in un caleidoscopio inestricabile di sensazioni, la superficie della terra vista da quassù si curva all’orizzonte e lo sguardo spazia oltre i confini del mondo dove il cielo da azzurro diventa indaco e poi nero e si accende dei miliardi di punti di luce di stelle
Entro in un bosco, odori di eucalipto e di querce, muschio e felci, humus della vita sotto i miei piedi foglie cadute e terriccio, in sottofondo il mormorio di acqua corrente, fanno più rumore i miei pensieri che i miei passi, il mio cuore che martella tranquillo e solido come il battuto della cassa di una batteria accompagna questo concerto, svolta, controsvolta, cartello segnaletico quasi sfuggito, giro a destra ed eccomi a Sant’Eulalia
Case in pietra dai muri ai tetti in lastre di ardesia, strade in pietra, respiro di pietra, intorno non c’è anima viva e mi inoltro per questo dedalo di viuzze deserte, come un bambino che divenuto piccolo piccolo si aggiri estasiato in una costruzione di Lego, sulla sinistra la chiesa, un cartello sul cancello estingue la possibilità di visitare la cripta ipogea perché oggi non è giorno, ma non ci rimango poi così male, sono venuto qui spinto dalla curiosità dell’ignoto non da una febbre turistica e l’ignoto mi ricompensa con un gioiello adagiato in questa valle boscosa estratto dal tempo e conservato in una bolla di cristallo per restare immutabile al passare degli anni
Scorgo sembianze umane più avanti verso l’ingresso al museo, mi avvicino e trovo Nick comodamente appoggiato al muro che sgranocchia una carota, ci eravamo lasciati a Campiello sei giorni fa e ci ritroviamo qui, di tante persone che avrei potuto incontrare, nello stesso momento senza nessun appuntamento, le non-coincidenze del Cammino
Ci abbracciamo, facciamo due chiacchiere e condividiamo acqua e viveri, ci scambiamo ricordi dei giorni passati, fraternamente, semplicemente, come se avessimo camminato fianco a fianco tutto il tempo, è ora di andare soprattutto per lui che ha deciso di percorrere la variante per Sobrado Do Monxes che farà insieme a Manfred e Christine, ognuno partito all’insaputa dell’altro, ma che mi dice percorrerà anche per me che non la posso fare perché non era questo il Cammino giusto, ci salutiamo al bivio, lui a destra verso nord io a sinistra verso ovest, see you Nick, take care of yourself my friend I know we’ll meet again when the time comes

Passo attraverso San Miguel de Bacurin, piccolo gruppo di case nel bosco piuttosto che un paese, e proseguo sempre tra gli alberi, sempre in silenzio, sempre avvolto dal silenzio fatto dei rumori della natura e della terra, torno sulla carretera, inizio ad essere un po’ stanco, la caviglia recalcitra e ha deciso di far nuovamente sentire la sua presenza, memento della fragilità del mio corpo, dolore che mi ricorda di essere vivo, come sulla Ruta, come verso Grandas, come ogni singolo giorno da quando sono in Cammino, dolgo dunque vivo parafrasando Cartesio e via un piede dietro l’altro sempre alla ricerca di quello che ci sarà dietro la prossima curva

La mente controlla il corpo o quantomeno gestisce la volontà e io ne ho fatto una scorta tale da poterla regalare, mentre i passi mi portano, superata la taberna San Roman, girato a sinistra e percorsa la calzada romana per circa un chilometro, finalmente all’albergue dove ritrovo lo stesso hospitalero di Lugo che mi accoglie, mi registra e mi dà le chiavi della porta d’ingresso perché in questo luogo anche le ferree regole dell’accoglienza peregrina sono un po’ diverse
Dodici posti letto, quattro docce, un cucinino, pareti e tetto in legno, ombreggiato dal bosco incombente e vicino, odore di resina ed erba e fiori, tale e tanta è la magia di questo posto che si pensa sottovoce per non turbarne la quiete, la serenità e la pace che tutto circonda e tutto pervade, rifaccio il letto, smonto lo zaino e mi regalo una doccia tutto in punta di piedi, insieme a me nell’albergue solo tre anziani pellegrini, cenni di saluto, riservatezza, sono di quelli che dormono presto e partono prima dell’alba e quindi esco per non disturbarli e percorro le poche decine di passi che mi separano dall’albergue privato dove mi prendo una birra, la prima da quando sono partito, e mi accomodo su una sdraio ad osservare il sole calante i cui raggi giocano a rimpiattino con le fronde degli alberi
Il pomeriggio sfuma nella sera e la specialità del Cammino mi fa ritrovare seduto a cena con irlandesi, australiani e israeliani per un desinare multietnico scrigno di esperienze raccontate con orgoglio e passione, mitezza e umiltà, che tanto adoro e agogno avendo con cura lasciato a se stessi un gruppo di italiani partiti stamattina da Lugo e arrivati con i bagagli in taxi, tirati a lucido come il Calboni e la Silvani a Cortina e analogamente vocianti

Birra della staffa, ultime chiacchiere, torno in albergue e mi corico nel silenzio alla penombra delle luci esterne che filtrano dalle finestre, una giornata incredibile, magica, mistica, completamente diversa ma topica tanto quanto la Ruta, l'Asturia solitaria e aspra ha lasciato il passo alla Galizia solitaria e morbida, l'andare sul Primitivo non è cambiato, alle ascese ripide e sfiancanti si sono sostituiti i saliscendi collinari, alle rocce esposte al sole, alberi e boschi, ma la solitudine è la stessa, al punto da essere diventata una parte inseparabile di me che, come l'ombra di Peter Pan, mi segue ovunque, l'ho assorbita, elevandola da desiderio, prima di partire, a necessità, compagna di viaggio, madre, amica, sorella, ho imparato a sentirla parte di me, mi ci appoggio tanto è materiale, ci scivolo dentro nei momenti cupi, me ne lascio sospingere in quelli di esaltazione, lei assorbe tutto, conserva tutto, restituisce tutto, inclusa quell'immagine di te stesso che lei ti ha aiutato a depurare, pulire e distillare negli interminabili chilometri in cui silente compagna ha assistito al tuo catartico passaggio attraverso le forche caudine

Buonanotte amica cara ….
 
13 giugno San Romao de Retorta-Melide

Il picchiettio delle gocce d’acqua sulle foglie delle chiome degli alberi del fitto bosco, mi traghetta dal sonno alla veglia. Apro gli occhi e sono di nuovo nella casetta di Bancaneve (che per mia fortuna non c’è perché non è che mi sia stata mai molto simpatica con quel suo essere così svenevole), con i Sette Nani già usciti ai primi lucori dell’alba e quindi da solo. L’aria sa di resina di pino, mi affaccio e vedo un paesaggio brumoso ed incantato, deserto come solo alcuni posti magici possono essere, quelli fatti per ascoltare il mondo e la propria anima, quelli in cui chi ha bisogno di riempire il silenzio con un continuo ciarlare si sente perso e smarrito, mentre invece io espando ogni terminazione nervosa per assorbire tutto quanto posso, perché è un peccato limitarsi ad utilizzare solo un paio di sensi.

Non so che ore siano ma non ha la minima importanza, è abbastanza presto per accompagnarsi al risveglio della terra ma non troppo tardi per riprendere a camminare di fretta. Quindi assaporo ogni istante, come se potessi visualizzare il passare del tempo su delle immaginarie lancette di un orologio cosmico e, con la semplice forza di volontà, fermarle creando una distorsione spazio-temporale di questo qui e ora che è non fugacità o carpe diem ma la sublimazione di un istante perfetto come ce ne sono pochi nella vita.

Mi vesto, rifaccio con cura lo zaino, dopo che come in ogni sosta è esploso come una granata, e metto la mantella in cima a tutto, vedi mai che serva … esco dall’alberghe chiudendomi la porta alle spalle e porto la chiave al bar come da istruzioni dell’hospitalero e già che ci sono, vorrei fare colazione ma le merendine incellofanate non sono granché appealing e mi limito ad un caffè giusto per riaccendere tutti i relais e mi avvio come Bobby Mac Ferrin che nella testa mi ricorda che “In every life we have some trouble, But when you worry you make it double Don't worry, be happy, Don't worry, be happy now”. Come non dargli ragione, mentre gli scarponi calpestano la calzada romana facendomi realizzare di essere un romano che cammina su una strada costruita da romani per raggiungere gli angoli del mondo, il basolato sembra quello della Via Appia e nel mio passo baldanzoso del primo mattino riecheggiano gli echi delle centurie.
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Come non dare ragione a Mac Ferrin dicevo, quando ti viene concessa (o te la sei guadagnata arrivando fino qui?) la possibilità di camminare da solo, tu i tuoi pensieri e il mondo, sospeso nel tempo, una vita dietro di te, una vita davanti a te, rimettendo tutto in relazione e dando ad ogni cosa il giusto valore. Dont’ worry, Be Happy! appunto.

E ancor più happy divento quando dopo pochi chilometri arrivo al La Ferreira dove il bar è chiuso ma il Privado Casa da Ponte è aperto e mi accoglie per una colazione con al C maiuscola. Tostado a gogo, sumo de naranja, caffè, sigaretta/e, lettura della guida, vita da Cammino. Mentre desino, arriva il “gruppo di italiani” che avevo visto ieri a San Romao e che mi “accompagnerà” per un paio di giorni, anche se non scambieremo una parola, dandomi un’ulteriore occasione di riflessione e consapevolezza ma soprattutto la chiara e definitiva evidenza di cosa sono e voglio essere io e di quanto questo mi distacchi/distaccherà dalla massa.

Riparto, se possibile ancor più carico di quanto non fossi nei primi chilometri di questa giornata, ma neanche dieci passi e inizia a piovere tutto quello che l'Asturia mi aveva risparmiato, sosta per mettere su la mantella e si prosegue in quella che sarà la giornata più bagnata del mio cammino. Tanto torrida e arida, con le debite conseguenze, era stata la salita al Fonfaraon e Puerto de Palo, tanto bagnata senza tregua è questa tappa in cui la pioggia mi accompagnerà fin quasi a Melide, insegnandomi che sul Cammino, come nella vita, non puoi controllare tutto, il tempo climatico men che meno, e quindi l’unica risposta è l’adattamento, la resistenza, la pazienza e la pervicacia e, che non fa mai male, una bella capacità di sopportazione. Primitivo questo Cammino in tutti i sensi, perché il primo nella storia, perché il mio primo, ma anche perché ruvido, implacabile, solitario e sfidante, impossibile resistergli, impossibile stargli lontano, impossibile non farlo. Anche se conosco ormai le sue asperità, i suoi dolori, le sue fatiche, in fondo ai miei pensieri c’è un cicalino che trilla e dice “andrebbe rifatto di nuovo …”. Pensieri, altri pensieri, sempre pensieri, talmente tanti che servirebbe un catalogo per metterli in fila e non perdersi nel rincorrerli.

E intanto continua a venire giù come se il cielo avesse deciso di svuotarsi, a secchiate, a cortine d’acqua. Il Cammino alterna strade asfaltate, pezzi di sentiero, pezzi di strada romana (grandiose le tecniche edili degli ingegneri di Roma Imperiale per cui la calzada drena l’acqua perfettamente mentre le moderne strade asfaltate si trasformano in delta fluviali con pozze che ci potresti passare in barca). Ad un incrocio in cui c'è un piccolo riparo ritrovo il “gruppo di italiani” alcuni a mettere la mantella altri che aprono ombrellini da borsa, sulle spalle zainetti che al massimo contengono un pacchetto di sigarette, il cellulare e la trousse per il trucco. Saluto (in inglese) e tiro dritto. Un po di arroganza non credo che mi lascerà mai, ammesso e non concesso che, arrivato dove sono e nel modo in cui ci sono, avessi ancora “bisogno” di pensare a come stravolgere me stresso.

Arrivo ad As Seixas dove il bar è aperto, la proprietaria però dice che sta chiudendo per correre a casa ad allattare la figlia piccola e poi sarebbe tornata, tomo al volo due succhi di frutta un cafe y leche e una bottiglia d'acqua (già so che salterò il pranzo) e mi accomodo nel patio per una bella sosta nella, vana, speranza che possa smettere o almeno diminuire la pioggia. Vana speranza appunto, perché dopo quasi un’ora, le cataratte del cielo continuano ad essere spalancate e non mi resta che ripartire, tanto acqua per acqua, sempre bagnato sono. Me ne vado sorridendo e mi godo la camminata lungo la Sierra de Carreon sotto un'acqua che dio la manda, in un prsieguo senza soluzione di continuità del paesaggio nrumoso di stamattina, sospeso tra cielo e terra, con le nuvole a farmi da mantella, e io, ormai bagnato dentro quanto fuori, tra quelle nuvole passeggio in uno stato di grazia come pochi “I'm singin' in the rain, Just singin' in the rain, What a glorious feelin', I'm happy again. I'm laughing at clouds., So dark up above, The sun's in my heart, And I'm ready for love”.

Acqua, acqua, acqua, al punto da non capire più dove finisce la pioggia ed inizia il sudore, la mantella trasformata in una membrana cellulare che separa due mondi liquidi. Cammino incurante di tutto, mosso, spinto, alimentato da un sole interiore che buca qualsiasi nuvola, pensieri felici mi fanno volare come i bimbi sperduti nell'isola che non c'è, la pioggia lava via tutte le lacrime versate lasciandomi limpio, colorato e vitale come il mondo che attraverso con passo felpato, ormai dimentico dei dolori fisici che a forza di testate ho respinto al mittente.
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Arrivo sull'ultimo contrafforte del Carreon e mi volto a guardare la successione di monti alle mie spalle indietro fino al principio di questo Cammino, quelli che ho attraversato, su cui ho sudato e patito, che mi hano purificato come un fuoco per lasciare di me solo quello che conta e che non si può distruggere e sono fiero di averli percorsi. I pensieri corrono avanti, i chilometri scorrono indietro, mi avvicino a Santiago, vorrei quasi rallentare il passo per far durare di più questi momenti, ma dopo Santiago c'è casa, l'amore, l'affetto di quelli che mi sono stati al fianco anche se da lontano, consapevoli di quel che stavo facendo e per questo silenti nelle loro preoccupazioni, e vorrei anche correre da loro per mostrargli cosa è successo. Ma ogni cosa al suo tempo e mentre scendo gli ultimi chilometri verso Melide, esce il sole che mi asciuga e mi scalda, quasi a darmi il benvenuto sul Francese, un'altra esperienza, un altro Cammino di cui per ora colgo un assaggio ma che già mi urla nella testa, perché il lavoro è appena cominciato.

well done so far buddy ...
 
14 giugno Melide-Salceda

Ieri sera arrivando a Melide, il contrasto non avrebbe potuto essere più stridente. Nell'Albergue Municipal mi sono sentito frastornato dal numero di persone considerando che il giorno prima eravamo in quattro a San Romao. Qui c'è gente che ha fatto centinaia e centinaia di chilometri, la stanchezza è materiale, io mi sono sentito un nano al confronto, come se avessi portato fuori il cane, ma poi ho ripensato alle montagne e un po' mi sono consolato.

Trovata una branda al primo piano, sistemate le cose, fatta una doccia, sono uscito per fare un giro e mi sono fermato un po di tempo nella chiesetta di San Pedro in Plaza Convento. Sembra che tra le cose a cui questo Cammino mi sta portando ci sia una rinnovata, per non dire nuova, necessità di spiritualità e religiosità, ho passato più tempo nelle chiese in questi quattordici giorni che nei precedenti quattordici anni. Ma per il momento questi pensieri li parcheggio in un angolo perché ci sarà tempo in futuro.

Uscito dalla chiesetta, ho passeggiato per la cittadina ma senza troppo entusiasmo. Difficile condividere uno stato d’animo preciso. Sicuramente essere tornato in mezzo ad aggregazioni umane con più di dieci persone per volta potrebbe essere considerato piacevole, quasi necessario per l’equilibrio psicofisico, eppure la nostalgia per le distese inabitate, i sentieri persi in boschi con un che di primordiale, le ore, ore, ore, spese camminando unico compagno dei miei pensieri, si fa acuta e palpabile, quasi fosse ormai la solitudine diventata una seconda natura. Mi tornano in mente pensieri fatti mentre mi avvicinavo a Sant’Eulalia, “la solitudine è diventata una parte inseparabile di me che, come l'ombra di Peter Pan, mi segue ovunque. Io l'ho assorbita, elevandola da desiderio, prima di partire, a necessità, compagna di viaggio, madre, amica, sorella. Ti ci puoi appoggiare tanto è materiale, ci puoi scivolare dentro nei momenti cupi, farti spingere in quelli di esaltazione, lei assorbe tutto, conserva tutto, restituisce tutto, inclusa quell'immagine di te stesso che lei ti ha aiutato a depurare, pulire e distillare negli interminabili chilometri in cui ti sparava contro le tue contraddizioni”.

Mi sono fermato ad un bar, ho bevuto una clara, chiamato Alfie perché, oltre non volerlo far preoccupare, avevo bisogno, voglia, desiderio di sentire la sua voce, cenato con Terry e Annamaria e per raccontarne i dettagli servirebbe un altro diario, sono tornato all’albergue e perso conoscenza.

I rumori dei pellegrini “francesati” mi svegliano dalle parti dell’alba. Anche in questo percepisco delle differenze. Anche i risvegli sul Primitivo sono una questione individuale, con una dimensione quasi intima, pochissimo o nessun rumore, passi felpati, movimenti accorti, mentre qui c’è più camraderie, rumori, parole, si sente che molte persone sono in cammino da tanto e da tanto con altre persone, c’è energia nell’aria, energia condivisa, distribuita, diffusa, quando sul Primitivo c’era energia personale, individuale, ricerca di risorse nel proprio intimo.

Come che sia sia, mi alzo, mi vesto e si parte. L’uscita dall’albergue è come un incrocio semaforico, quasi tocca aspettare che finisca un’ondata di pellegrini per inserirsi nel flusso della corrente. Mi avvio con il mio solito passo, la caviglia, sebbene addomesticata e riportata a più miti consigli dalla cruenta lotta intercorsa tra me e l’altro me, ancora si fa sentire e comunque ormai non c’è più fretta anche se devo confessare che essere in mezzo a cotanta moltitudine genera effetti contrastanti. Da un lato non sono più concentrato e attento a quello che mi circonda, i paesaggi, pur bellissimi, della Galizia poco possono al confronto con la leggiadria e imponenza di quelli Asturiani, e ricordano quasi le passeggiate nei boschi vicino casa. Dall’altro, è impossibile non percepire l’energia che c’è su questo Cammino. Non che sul Primitivo non ce ne fosse altrettanta, ma, come detto, prima, è diversa, più solitaria mentre qui è diffusa. Ed accade una metamorfosi, tutta l'energia che ho imparato ad estrarre e distillare dal mondo circostante e da me stesso nelle giornate asturiane, entra in sincronia con la corrente che sottende e permea quest'ultima parte di Cammino sul Frances creando una miscela esplosiva. Senza accorgermene, accelero il passo, non sento più la caviglia dolorante, oppure la caviglia si è arresa all’evidenza ed ha smesso di dolorare, e procedo spedito, macino, chilometri, supero persone, mi sembra di non essere più io a camminare, mi sento come una barca con 30 nodi di vento, i polmoni le vele, le braccia scotte di randa e genoa, le gambe timone e deriva, e nessuna onda mi ferma più.
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Poi torno in me, devo impormi di rallentare, devo fare soste, altrimenti rischio di tirare dritto fino a Santiago stasera e quindi inizio a fermarmi ad un punto di ristoro ogni tre, mi mangio un gelato, mi bevo una coca, osservo questa moltitudine intorno a me, stranieri e sconosciuti, tutti diretti verso la medesima meta ognuno con uno scopo, un motivo, una ragione diversa oppure senza nessuno dei tre.

Entro ad Arzua, ormai il cellulare ed il gps riposano in tasca da ore perché è impossibile perdersi, flechas amarilla tappezzano marciapiedi e muri e se anche non ci fossero o non si vedessero basterebbe seguire il flusso dei pellegrini che, come un fiume impetuoso in primavera, scorre senza sosta, continuamente, fluido anche se fatto di singoli individui.

Sulla piazza principale penso che sia il momento di fare una delle tante pause che costellano questa giornata e mi siedo su una panchina, mi giro e chi ti vedo … Nick, lasciato a Sant’Eulalia e arrivato qui con la variante di Sobrado, che mi racconta come tutta l’acqua che ho preso io ieri loro l’hanno subita in mezzo ai boschi, su sentieri non segnati, senza o con pochissimi segnali. Sembra stanco ma al contempo felice e soddisfatto, ma anche contento di essere tornato sul percorso principale. Mangiamo insieme un bocadillo e ripartiamo, inizialmente camminando affiancati e chiacchierando come tra Berducedo e La Mesa, ma dopo un paio di chilometri lo lascio andare avanti, perché va bene che oggi sono carico e vado spedito ma i miei tronchetti nulla possono con le sue lunghe leve. Restiamo d’accordo che avrebbe provato a trovare un albergue lungo la via e nel caso mi avrebbe texted sul cellulare.

Riprendendo il mio cammino, il mio sguardo e la mia attenzione si posano sui “compagni” di viaggio. Gente di tutte le etnie, fattezze, stati fisici, stati emozionali, singoli, gruppi, famiglie, il Frances è un altro cammino rispetto al Primitivo, non meglio, non peggio, solo diverso e per questo unico come ogni cammino.
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To sail on a dream on a crystal clear ocean, To ride on the crest of a wild raging storm, To work in the service of life and living, In search of the answers to the questions unknown, canta John Denver nelle mie orecchie, mentre io infilo un passo dietro l’altro, su un percorso ormai divenuto praticamente tutto in piano su cui le mie gambe possono soffrire di stanchezza ma non di inadeguatezza.

Nick texta, tutto a posto. Ho perso il senso del tempo, è ancora giorno ma non so che ore siano, cammino come se non fossi capace d’altro e probabilmente ormai è così, finché non arrivo all’albergue a Salceda, altre quattro case buttate a caso ai lati della carrozzabile, dove mi registro, salgo nella camera a quattro letti (wow) e trovo anche Manfed, disfo lo zaino e scendo a fare una doccia (con idromassaggio secondo wow) e poi sdraiarmi nella sala comune a bere una birra.

C’è un bel po di gente, non ero più abituato ma non ci vuole molto ad entrare nello spirito. Lingue diverse, idioma da cammino, si incrociano e raccontato storie. Anche io nel mio piccolo posso ormai vantare una “quasi-storia” e mentre la racconto, perché sul Cammino non esiste che non chiedi a chiunque da dove arrivi, prendo atto che andare a Santiago con il Primitivo suscita ammirazione negli altri pellegrini, e mi fa tornare in mente una cosa accaduta a Fonsagrada e di cui non avevo più scritto. Messa delle 20, al termine della liturgia il parroco resta anziché andare via e chiama i pellegrini presenti per una benedizione. Il momento è particolare, anche per me, ma quello che più mi ha commosso e riempito il cuore è stato il gesto di riconoscimento pubblico del pellegrinaggio attraverso una preghiera semplice ed efficace e parole di conforto e sostegno altrettanto dirette e immediate. Quando quello che stai facendo esce dalla tua sferra personale, dall'intimità in cui è nato e dall'orizzonte individuale con cui lo stai vivendo, ti rendi conto che fare il Cammino non è solo e unicamente un tuo affare ma ha e può avere influenza anche sugli altri.

Passerei ore ad ascoltare ma è ora di cena, Nick e Manfred scalpitano per andare al bar tienda di fronte e, ovviamente, mi aggrego, perché ok la stanchezza ma qualcosa bisogna anche mangiare.

Menù del pellegrino in perfetto stile Cammino, cosa puoi volere di più dalla vita se non una semplicità che a tratti sfiora la povertà, ma che ti rendi conto essere puramente materiale mentre nello spirito si tratta di valori inestimabili condivisi a piene mani con la dignità propria soltanto di chi ha poco ma quel poco lo distribuisce generosamente perché tutti ne possano rallegrarsi?!

Meno uno alla méta, domani sarà Santiago …
 

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