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Gente di strada


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Franvi

Utente attivo
Socio Assoc.ne PPS
Gente di strada

La prima volta l'ho vista mentre arrancava lungo la salita che portava a El Ganso. Indossava una minuscola mantellina di plastica per ripararsi dalla pioggia, le copriva a mala pena la testa e le spalle. Ripiegata su se stessa, sembrava ancora più piccola e indifesa. Da sotto la mantellina mi giunse un perentorio Ciao, che mi colse di sorpresa. Una pellegrina di primo pelo, pensai, magari partita qualche giorno addietro da Leon. Davanti a un bar di El Ganso l'ho rivista mentre si passava lo smalto sulle unghie dei piedi. Appariva meravigliata, anzi compiaciuta per gli sguardi della gente. A El Acebo è arrivata in ostello con gli ultimi e si è insediata sul letto a castello sopra il mio.

In mezzo a un folto gruppo di giovani, noi ci siamo trovati a frequentarci senza volerlo. Per me era un semplice atto di cortesia, Daniela, invece, aveva dentro qualcosa da rimuginare ed era in cerca di qualcuno che la stesse ad ascoltare. Ma la sera a cena e durante una passeggiata prima di andare a letto, sembrava più interessata a socializzare. O forse, voleva solo riscoprire il piacere di momenti e gesti semplici che non le appartenevano più. Il giorno dopo durante il cammino la persi di vista. Sapevo di esserle d'intralcio, così lasciai che fosse il caso a decidere. E infatti nel tardo pomeriggio, mentre facevo tardi seduto nel recinto dietro la chiesa di Cacabelos, eccola arrivare con un'espressione sofferente, ma felice. Ha insistito perchè facessi coppia con lei in un angusta stanzetta a due letti.

Cercava di preparare il terreno per uno sfogo che non avrebbe tardato ad arrivare. Siamo usciti a cena e davanti a un invitante piatto di pastasciutta Daniela si è decisa a svuotare il sacco: il suo matrimonio, dopo più di venti anni e con due figli grandi, stava andando a rotoli. Aperte le cateratte, è stato un profluvio di parole, di sospiri, di momenti di pianto male camuffati con la pasta che lentamente si andava raffreddando. Sono stato in silenzio per tutto il tempo, in fondo era quello che voleva da me: ascoltare il suo sfogo disperato. Non compresi tutto quello che disse, ma non mi importava. Mi è bastata la percezione del dramma nel quale era coinvolta, reso maggiormente più angoscioso dal pensiero dei figli. All'uscita dal locale mi è parsa più serena, rilassata, scherzava. Si è anche chiesta come sarebbe stato bello innamorarsi sul Cammino.

La sera, da soli nella stanzetta, mi sentivo un po' a disagio, non sapevo che senso dare al suo sfogo. Nascondeva anche un messaggio nei miei confronti, dunque la fiducia verso di me non era casuale? Oppure il mio “compito” era finito e lei non si aspettava altro? Era il mio primo Cammino e di certo non mi mancava un po' di ingenuità. Daniela nel frattempo si era appisolata, sul viso un'espressione distesa, tranquilla. Non sarebbero mancate altre occasioni di rivedersi, parlarsi.

Ed, invece, l'ho rivista solo dopo una settimana a Santiago, intruppata in mezzo ad altri pellegrini in attesa della Compostella. Mi ha confidato che, qualche giorno prima, in occasione del suo compleanno, qualcuno le aveva aperto appositamente una chiesetta per dire una preghiera. Era felice per essere riuscita a terminare il Cammino. Non sembrava più la donna che avevo conosciuto, ma un'altra, più sicura e decisa riguardo al suo avvenire. Capii che, se mai avevo avuto un ruolo nel suo cambiamento, ora per lei rappresentavo solo uno sbiadito ricordo. Era partito da casa a Reggio nell'Emilia e attraversato gli appennini sopra Pistoia. Le nostre strade si erano incrociate a S. Miniato basso presso la Misericordia. Aveva sul viso una nota malinconica, tracce di una sofferenza a lungo sopportata. Tarchiato e pesante nelle movenze, sembrava capitato per caso sulla Francigena.

Ed invece era reduce dal cammino di Santiago dell'anno prima, portato a termine in virtù della sua fede religiosa, non meno che del consiglio spassionato del suo medico. Era malato dentro Marco e aveva preso quel consiglio di camminare come se fosse la panacea dei suoi mali. Mi aveva subito confidato che dopo Roma sarebbe venuta Gerusalemme e chissà forse la fine delle sue sofferenze. Una crisi di fame sugli appennini gli aveva messo a soqquadro lo stomaco e indebolito il fisico. Non riusciva quasi più a mangiare per paura di rimettere.

Faceva lunghe pause durante il cammino, spesso gli capitava di addormentarsi addossato a un muro o su una panchina. Tutti i giorni chiamava i figli a casa per aggiornarli sul cammino e rassicurarli sulla sua salute. Sapevano che il loro padre correva seri pericoli nelle sue condizioni, ma rispettavano la sua decisione. Una sera, evidentemente poco persuasivo, mi pregò di tranquillizzarli a mia volta. Raccontai una pietosa bugia, ma saperlo in compagnia di un'altra persona placò in parte le loro ansie.

Non aveva bastoncini con sé, ma un lungo bastone, che impugnava a guisa di lancia, per difendersi dai cani, verso i quali nutriva un autentico terrore. Sopra Roma, presso una di quelle proprietà dove gironzolano indisturbati cani da guardia di grossa taglia, si presentò l'occasione di mettere all'opera quell'ingombrante bastone. Ed invece quando se ne trovò due che gli ringhiavano in faccia sulla strada, dopo che avevano aggirato un cancello, sbiancò in viso e rimase impietrito a guardarli, lui grande e grosso com'era. Geometra di vasta esperienza, quando se ne presentava l'occasione, non mancava di esternare le sue conoscenze, forse per dare un po' di lustro a una compagnia non particolarmente stimolante.

Finì per piacermi la sua goffaggine, la lentezza dei movimenti, quella sua cocciutaggine a voler procedere nonostante tutto. Per non abbandonarlo ho adeguato ai suoi i miei passi, i miei ritmi. Quando era molto stanco, soprattutto di pomeriggio, talvolta lo lasciavo indietro per raggiungere da solo la destinazione di giornata. A Gallina ho atteso più di due ore all'aperto di un bar prima di vederlo arrivare ansimante lungo il bordo della vecchia Cassia. Nell'avvicinarsi a Roma le forze sembravano venirgli in aiuto, forse per la convinzione che il più era fatto e ora non restava che lasciarsi avvolgere dal fascino della città santa.

A Capranica, ospitati dal parroco nella canonica, non battè ciglio, quando si rese conto che il letto a noi assegnato altro non era che il nudo pavimento. La notte passò quasi tutto il tempo seduto su una sedia, sveglio. Non aveva perso comunque il buonumore e, grazie al suo occhio allenato, non mancò di informarmi che, a causa del pavimento sconnesso, mi ero disteso con la testa più in basso dei piedi. A Roma arrivò da solo, l'ultimo tratto con il bus da La Storta.

L'ho saputo il giorno dopo quando ci siamo sentiti al telefono. Si mostrò amareggiato per l'epilogo del cammino, più di due ore in coda fuori dalla basilica di S. Pietro per poi tornarsene a casa deluso.

Se mai si può provare tenerezza per una persona io l'ho provata per Marco. Non ho mai scambiato una parola con Angelbert che non fosse un banale Buen Camino. E questo per le mie carenze linguistiche, perchè lui, di nazionalità olandese, parlava anche inglese e tedesco. E dire che dal viso abbronzato e dalla barba bianca incolta l'avrei scambiato per un bonaccione un po' scontroso, senza arte né parte. Credo che non abbia fatto parola con nessuno della sua vita di tutti i giorni, anche perchè si capiva che non gliene importava molto, che non era quella la vita che gli stava a cuore. Ogni suo momento sul Cammino era vissuto con grande fervore ed entusiasmo, non un gesto men che banale o scontato, solo l'atteggiamento di chi ha trovato finalmente il posto giusto nella vita.

Si portava appresso uno zaino voluminoso e molto pesante, dal quale ho visto spuntare di tutto, compreso un fornello, un materassino e una tenda, come se il Levante transitasse nel deserto. Non ho scordato l'odore familiare di certe minestre con fagioli o di pezzetti di carne in scatola che per cena scaldava con diligenza sul fornellino.

Talvolta spariva per giorni, ma poi all'improvviso me lo trovavo davanti, felice per aver trascorso alcune notti en plain air nella sua tenda. L'energia per portarsi sulle spalle lo zaino credo che gliela procurasse la birra che beveva in quantità industriali, a tutte le ore del giorno. Aveva bandito la fretta dalla sua vita, la mediocrità, il conformismo. Viveva alla giornata secondo come gli dettava il momento. Anche con gli altri non ha mai stretto legami forti, si garantiva sempre un certo distacco, per isolarsi, sparire. Quando ci siamo salutati ad Avila, io per far ritorno a casa e lui diretto a Santiago, mi ha abbracciato. Forse è stato il gesto che, più di tante parole, ha suggellato i nostri momenti insieme fatti di lunghi silenzi. Nei nostri sguardi il reciproco dispiacere per non esserci conosciuti veramente.
 

minuetta

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
ho letto questo racconto molte volte,
mi sento in cammino leggendolo , sembra proprio di star li :si:
Grazie Franco
Cetty
 

Griffo

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Gente strada

StraGente, l'anima della strada

ed un osservatore , pronto ad affiancarsi silenzioso

bello! bello !
 

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