01/08 Rif. Lago Verde – Rif. Jervis
Rif. Lago Verde (2583) - Col di Valpreveyre (2730) - Col Bucìe (2630) - Colle di Boina (2412) - Rif. Jervis (1732)
Piove ancora, anche se non forte.
Marmellate fatte dalla rifugista durante l’inverno. Quella mele, cannella e uvetta… devo provarci.
Mi consigliano di prendere il sentiero basso sul versante francese, il dislivello è maggiore, ma con la pioggia quello sulla pietraia è parecchio scivoloso. Poi all’Alpe Crosenna, se piove tanto, mi conviene scendere a Villanova e risalire al Jervis dalla mulattiera.
Abbigliamento da pioggia e non piove più. Berretto e guanti sono comunque molto piacevoli.
Salgo nella nebbia e nella pietraia fino al Col di Valpreveyre.
Sul versante francese non c’è nebbia, riesco a vedere tutta la conca. Tanti fiori. Belle le nuvole che si “appoggiano” al lato italiano e non riescono ad andare oltre.
Arrivo all’imbocco del sentiero alto. Oltre a sembrare scivoloso come mi hanno detto al rifugio, è anche segnato solo da ometti (almeno per il tratto che vedo), se la nebbia arriva anche qui diventa difficile seguirli.
Lo lascio stare e continuo a scendere fino a raggiungere il sentiero che dalla Francia sale al Col Bucìe.
Arrivare su è particolare. Bric Bucìe, Col Bucìe sono nomi più che familiari per me, li sento da sempre. Eppure non sono mai arrivata fino qui. Mi ritrovo a fare pat-pat alla colonnina che segna il confine.
Versante italiano, di nuovo nella nebbia, comincia anche a piovigginare.
Mi fermo un attimo al bivacco Soardi, subito sotto il colle. Che bello deve essere dormire una notte qui (Ehi! Non farti venire strane idee!).
Riprendo a scendere.
La vedo che sta lentamente attraversando il sentiero. La salamandra nera. Sono anni che non ne incontro. Cammina lentamente, ondeggiando, con una eleganza pazzesca. Poi quel nero “gommoso”. So che non bisogna toccarla, sia perché è ricoperta da un liquido leggermente urticate, ma soprattutto per non toglierle la protezione. Ma la tentazione di farlo è tanta.
La seguo con lo sguardo finché non si infila tra l’erba.
Quando non la vedo più, l’illuminazione. Perché non l’ho fotografata? Uff, mi sarebbe piaciuto avere una foto. Perché non ci ho pensato? Sarei una pessima fotografa. Non colgo l’attimo.
Questa volta però sono fortunata. Poco più avanti ne incrocio un’altra. E poi altre ancora. Mi faranno compagnia per un bel tratto e avrò la loro foto ricordo. Con il sole non le avrei viste di certo.
In lontananza, nella nebbia, pecore che belano, campanacci e cani. Chissà dove sono.
Quando il sentiero devia verso destra e ricomincia a salire mi vengono una serie di dubbi.
Intorno non si vede niente, non riesco a capire bene. Mi sembra che risalga verso la cresta, verso la Francia.
Eppure non ho incontrato nessun bivio e il sentiero continua ad essere segnato. Anche tirando fuori la cartina non penso che potrei capirci qualcosa, non ho punti di riferimento. Mi viene in mente il colle Malaura che è dopo il Bucìe, ma io non devo andare lì.
Tornare indietro non ha senso. Continuo a camminare sperando di capirci qualcosa più avanti.
Si aprono un po’ le nuvole e vedo che sto arrivando a un colle. Troppo vicino per essere il Malaura. Non resta che andare a vedere.
C’è un bel cartello in legno: “Colle di Boina”. Eeeh? E questo chi è? Mai sentito. L’unica cosa che mi fa venire in mente è un libro di cui avevo parlato con Vittoria e le relative galline, ma con il colle non c’entrano niente.
Cartina, adesso ci vuole.
E scopro che esiste, che ci devo passare. Sono sulla strada giusta.
Ricomincio a scendere.
Mucche. Una si sta grattando il collo su una pietra, occhi socchiusi e espressione super-beata.
E scendo, scendo, senza vedere niente, affidandomi totalmente al Cai che ha segnato il sentiero. Ogni tanto un rumore di acqua. Ogni tanto un campanaccio in lontananza.
Sono sopra l’Alpe Crosenna.
Non piove più da un po’. Non ho voglia di scendere a Villanova, quella strada la dovrò fare anche domani per tornare a casa.
C’è il bivio per il sentiero, lo prendo. Non lo conosco, sono anche un po’ curiosa.
Pensavo a qualcosa di ondulato a mezza costa. Sorpresa iniziale: salita ripida, molto ripida. Poi si stabilizza.
Probabilmente di qui si vede il Pian dei Morti sotto e poi cime e paesaggio che dovrei conoscere, ma non vedo più in là di un paio di alberi.
Strano ma anche bello camminare così, affidandosi totalmente ai segni biancorossi.
Contando sulla cartina i torrenti man mano che li attraverso cerco di capire a che punto sono.
Me la cavo abbastanza bene con i conteggi, sbuco sul sentiero che scende dal Col dell’Urina quando pensavo di sbucarci.
Ricomincio a scendere. Di qui dovrei conoscere. Dovrei, ma non è che riconosca molto.
Intravedo una casa alla mia sinistra. Saranno le grange, ancora un pezzo e ci sono.
Ma non sono le grange. Alzo gli occhi e davanti a me c’è la parete laterale del Jervis. “Oh *parola poco educata*!” e mi metto a ridere.
Non so se avevo 4 o 5 anni la prima volta che ho visto questo rifugio (era la versione per-incendio, ma l’hanno ricostruito uguale, quindi vale). Sicuramente a 6 anni ci sono arrivata dal Col Barant, con mia madre che dava del pazzo a mio padre che mi faceva a fare sti giri.
Mi fermo nella nebbia a guardare… niente, perché oltre al rifugio a 5 metri da me non si vede niente.
Mai avrei pensato che questa giornata passata a camminare nella nebbia sarebbe stata così particolare, bella, intensa, non so esattamente come definirla.
Il rifugio è pieno, sabato.
C’è anche un trio che suona jazz prima e dopo cena. Il dopo mi va bene, ma il prima con la fame, insomma…
Mangio in un tavolo di insegnati. Una giovane coppia di Milano che arriva dal giro del Monviso e 2 vulcanici tedeschi coetanei che stanno facendo la GTA, un pezzo all’anno e dovrebbero arrivare al mare nell’anno della pensione.
Ci infiliamo in una discussione sulle parolacce italiane. Cosa si può dire e cosa no, in quale ambiente e a chi, con che tono, una classifica per grado di offesa. 5 pazzi che parlano inglese con un vasto campionario di parolacce italiane.
Francia, arrivo sul sentiero per il Col Bucìe
Col Bucìe guardando la francia
Col Bucìe guardando l'Italia
si aprono un attimo le nuvole
mucca che si gratta il collo