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Diario/Info Il mio, quasi, Glorioso Rimpatrio

Discussione in 'Diari pellegrini' iniziata da liam, 13 Luglio 2015.

  1. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    Sabato prossimo avrei dovuto partire per un giro di una settimana per le montagne qui nei dintorni.
    L'idea era seguire a grandi linee il tratto italiano del Glorioso Rimpatrio, con alcune varianti dovute alla praticità e a posti a cui sono legata.
    La mia famiglia, lato materno, è abbastanza varia in quanto a religioni, mia cugina ha sposato un ebreo, un'altra tende al Buddismo, ma soprattutto mia zia e tutta la sua famiglia è valdese e io da piccola passavo le estati in Val Pellice. Dicevano che ero cattolica d'inverno e valdese d'estate.
    Questa mescolanza è una cosa che ho sempre considerato come un valore aggiunto (non fate caso a come sono poi uscita io, altri membri della famiglia sono più normali).
    Avevo quindi idea (anche se un po' vaga e romanzata) di cosa fosse il Glorioso Rimpatrio molto prima che sentissi parlare del cammino di Santiago, ma solo da alcuni anni ho realizzato che potesse essere intrapreso anche adesso. Tutto è nato da un articolo che parlava dello studio a tavolino durante l'inverno e poi del percorso da Ginevra a Bobbio a piedi durante l'estate fatto da una classe del Collegio Valdese di Torre Pellice. Poi la guida di Terre di Mezzo.
    E' comunque un percorso di montagna, anche se non c'è niente di estremo, per cui sono sempre stata un po' bloccata dalla frase che sento dire da sempre: Non si va in montagna da soli.
    Però una cosa non la si può tirare per le lunghe, per cui ho deciso: o quest'anno o me la dimentico e non ci penso più.
    Allora cartine, itinerari, tappe, rifugi, consulenze pps-siane. Questa volta ci provo.

    Dopo avervi raccontato tutte sta roba, arriviamo al dunque.
    Ho una caviglia che vista di lato tende ad assomigliare ad un arancio. Non racconto tutta la storia (non così chiara peraltro) che ha portato la mia caviglia in questo stato, anche perché mi dareste sicuramente un saggio consiglio che, almeno per ora, non metterò in pratica.
    Oggi la caviglia non mi fa più male, ma
    partire sabato lo escludo, niente di estremo come ho detto, ma dislivello ce n'è abbastanza.
    Domani provo a vedere se posso spostare le mie ferie una settimana più avanti, per poi vedere come va.
    Fine della storia, per ora.

    Ah no ancora 2 cose:
    1) per favore non dite: nulla avviene per caso, io un po' al caso ci credo, altrimenti sarebbe ben dura.
    2) nel caso caviglia dx mettesse giudizio, qualcuno tra voi che parla quella strana lingua chiamata francese si spaccerebbe per me in una telefonata? Oltre all'ovvio rimborso della telefonata offro come ricompensa un sacchetto di gianduiotti (o turinot se preferite il fondente) o altro prodotto tipico.
     
  2. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    Grazie anche a free e a Ghire, cercherò di essere giudiziosa :)

    Vittoria, se slitta tutto di un anno, vi toccherà anche l'anno prossimo una serata con cartine e libri sulla piazza di Moncalieri ;)

    Come promesso (o minacciato...) ecco il percorso. Che poi lo faccia o no chissà che non invogli qualcuno a fare un giro da queste parti.

    Non segue esattamente il percorso del Glorioso Rimpatrio e neanche quello della guida di Terre di Mezzo.
    Probabilmente dalla Val Troncea non sono passati e sicuramente non sono scesi dal vallone degli Invincibili, importante comunque nella storia dei Valdesi.
    Però sia la val Troncea che la zona del Bessè sono 2 posti a cui sono legata, sono quindi variazioni "affettive".
    E' anche un modo per mettere un minimo di ordine nelle mie lacunose e confuse nozioni sulla storia dei Valdesi. Tra persecuzioni, fughe e ritorni mi sto accorgendo che la confusione è davvero tanta...

    Treno Modane + bus Lanslebourg
    Lanslebourg - Ref. du Petit Mont Cenis
    Lanslebourg (1399) - Col du Mont Cenis (2081) - Ref. du Petit Mont Cenis (2150)

    Ref. du Petit Mont Cenis - Rif. Vaccarone
    Ref. du Petit Mont Cenis (2150) - Col Clapier (2477) - Rif. Vaccarone (2743)
    Alta Via Val di Susa.

    Rif. Vaccarone - Rif. Levi Molinari
    Rif. Vaccarone (2743) - Passo Clopacà (2800) - Rif. Levi Molinari (1849)
    Alta Via Val di Susa

    Rif. Levi Molinari - Rif. Arlaud
    Rif. Levi Molinari (1849) - Salbertrand (1032) - Rif. Arlaud (1771)

    Rif. Arlaud - Val Troncea (Laval)
    Rif. Arlaud (1771) - Colle del Lauson (2497) - Col Bourget (2290) - Traverses (1603) - Laval (1677)

    Val Troncea - Balsiglia
    Qui 2 possibilità:
    Laval (1677) - Morifreddo (2710) - Colle dell'Arcano (2781) - Balsiglia (1370)
    Laval (1677) - Troncea (1915) - Colle del Beth (2786) - Balsiglia (1370).
    Sembra che il Sentiero degli Alpini (Morifreddo-Colle dell'Arcano) abbia qualche problema (tratti esposti) per delle frane, chiedere ed eventualmente seconda opzione.

    Balsiglia - Ghigo
    Balsiglia (1370) - Didiero (1260) - Colletto delle Fontane (1572)- Rodoretto (1565) - Ghigo di Prali (1465).

    Ghigo - Rif. degli Invincibili
    Ghigo di Prali (1465) - Colle la Roux (2830) - Rif. degli Invincibili (1356)
    Dalla Roux al rifugio c'è un EE o un E un po' più lungo, da valutare sul momento.
    Da Ghigo possibilità di fare il primo pezzetto in seggiovia, da valutare anche questo.

    Rif. degli Invincibili - Bobbio
    Rif. degli Invincibili (1356) - Bessè (1020) - Bobbio Pellice (734)
    The End
     
  3. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    Per ora vi metto qualche foto.
    Non so ancora bene cosa/come raccontare.
    E' stata una bella settimana.
    In cui tante piccole cose hanno fatto venire a galla un mucchio di ricordi.
    Sì, è stata una buona idea.
    Solo che... avere tanti ricordi mi sa che implichi iniziare ad essere vecchi...
    Adesso dovrei iniziare a pensare alle mie 2 settimane di ferie di fine agosto, ma non ci riesco ancora, mi serve ancora qualche giorno.

    Lago dell'Agnello, vicino al rif. Vaccarone
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    Vista dallo Chabriere (salita ok, ma ancora mi chiedo dove fosse l'evidente traccia a zigzag sull'altro versante, vabbè sono scesa lo stesso...)
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    Quello sulla sx è il Platasse, avevo 17 anni, il nevaio era ben più grande di quella macchiolina bianca e un ombrello nero è stato lanciato lontano
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    Vista da un colle che non so quale sia e su cui non dovevo salire (che vista però!)
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    Colle del Beth (la seconda scelta è andata meglio)
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  4. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    Col de Valpreveyre con francesi che salgono (perché in Francia fa bello e in Italia no?)
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    Col Bucìe, sempre visto, sempre sentito parlare ma è la prima volta che ci arrivo
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    a un certo punto è apparso dalla nebbia lui per qualche minuto, ma non so chi sia
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    Queste sono per SANDRO60SANDRO60 non sono molto a fuoco ma con il vento che c'era non sono riuscita a fare meglio
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    Questi "biondi" chiedono a JuloJulo se quando vede i cugini blu può portare i loro saluti
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    Questo per VittoriaVittoria ho controllato bene, nessuna gallina nei dintorni, il detto è corretto (non so se si legge il cartello: Colle di Boina)
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    questa invece è per me. Grazie per avermi fatto compagnia durante la discesa nella nebbia. Ho letto che siete state "scoperte" nel 1988, io vi conoscevo anche prima e vi ho sempre trovato bellissime
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  5. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    Ho iniziato a pensare a questo giro la sera del 14 marzo.
    O meglio quella sera ho deciso che l’avrei fatto. L’idea era già una di quelle che periodicamente veniva a galla.
    Perché so esattamente la data? Perché sono andata a vedere quando ci siamo trovati a Moncalieri con Vittoria, Graziella, Federica e Paolo. Quel pomeriggio Federica ha nominato il Glorioso Rimpatrio. Tornata a casa ho tirato fuori un po’ di cartine.
    Non sono sempre stata convinta di partire. Ogni tanto la frase “Non si va in montagna da soli” si riaffacciava a farmi venire dubbi.
    Ho cominciato a raccontare la mia idea a qualcuno.
    Ed è capitato che un’altra Graziella mi ha regalato un libro sui Sentieri dei Valdesi.
    Vittoria ed Elio hanno passato una serata con me sulla piazza di Moncalieri con cartine, libri e gelati.
    Altri mi sono stati ad ascoltare.
    Stava iniziando a diventare una cosa reale.
    Poi, prima della partenza: caviglia pazza, ladri da mia mamma, primo rifugio completo.
    Ma la caviglia torna magicamente normale, istruisco il Buffone a diventare un gatto da guardia (no, questo non succede, continua a fare solo il Buffone, ma è già abbastanza), Vittoria ed Elio si offrono di darmi un passaggio fino al Moncenisio.
    A questo punto non mi resta che provarci.
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    il Buffone con i suoi fidanzati: i mie sandali. E poi non devo chiamarlo Buffone (ah il Buffone è una gatta)


    25/07 Ref. du Petit Mont Cenis - Rif. Vaccarone
    Ref. du Petit Mont Cenis (2150) - Col Clapier (2477) - Rif. Vaccarone (2743)

    Esco di casa, mentre butto l’immondizia mi rendo conto che non ho i bastoncini. Ho deciso di prenderli come portafortuna per la mia caviglia. Torno dentro. Sul tavolo c’è anche un libro che devo restituire a Vittoria, continuo a non vederlo e rimane lì.
    In macchina si chiacchiera di un po’ di tutto e siamo al Moncenisio.
    Fresco, dopo il caldo degli ultimi giorni è quasi strano.
    Pile, scarponi, saluto Vittoria ed Elio e mi incammino verso il Passo del Piccolo Moncenisio.
    Mentre cammino allungo i bastoncini.
    Supero il Passo, sono ormai in vista del vallone di Sevine e ancora sto cercando di allungare il bastoncino storto. Ci fosse un cassonetto ci sarebbe già finito dentro, ma non si possono lasciare rifiuti in montagna e allora continuo a tirare. Un millimetro per volta e alla fine ha la stessa lunghezza dell’altro.
    Ecco il lago, molto bello questo vallone, non lo conoscevo.
    C’è un po’ di gente.
    Cardi biondi.
    Costeggio il lago e mi fermo a mangiare qualcosa. Posso prendermela con calma, non dovrebbe essere una tappa lunga.
    Salgo al Col Clapier. L’altro versante è più scosceso e c’è anche un venticello bello fresco.
    Al riparo di una roccia ci sono 3 persone che stanno mangiando. Passo davanti, saluto e una mi dice: Santiago!
    Faccia stupita. Lei mi indica lo scudetto che ho sulla cintura dello zaino.
    Iniziamo a parlare: cammini fatti, cammini che si vorrebbero fare, mi offrono un pezzo di anguria. Riparto con un “Buen Camino”.
    Scendo al torrente, si vedono i segni dall’altro lato, ma non vedo un posto dove attraversare sulle pietre. Non ho voglia di cercare più di tanto, vedo un tratto largo, tolgo le scarpe e attraverso lì. Così faccio sentire un po’ importanti i miei bastoncini.
    La salita al rifugio mi piace e ho tempo per farmela con calma.
    Sono su.
    Un gruppo di signore francesi con cui cenerò (una parla molto bene italiano). Una famiglia olandese con 3 bambini. Un po’ di altre persone sparse.
    Il rifugio è quasi pieno. Alla fine non arriveranno 4 Valsusini che avevano prenotato e chiamati dal rifugista diranno di aver cambiato idea. Così abbiamo anche il divertente spettacolo dell’arrabbiatura del suddetto rifugista che aveva mandato al bivacco del Col Clapiere 3 tedeschi pensando di non aver posto e si ritrova con 4 posti vuoti.
    In serata si alza un vento decisamente freddo e malgrado ci sia un solo bagno esterno le visite sono talmente brevi che non c’è coda.
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    vallone di Sevine

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    dal Col Clapier

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    salendo al Vaccarone

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    rif. Vaccarone


    26/07 Rif. Vaccarone – Rif. Levi Molinari
    Rif. Vaccarone (2743) – Quattro Denti (2106) - Rif. Levi Molinari (1849)

    A colazione una ragazza dice “quando ho fatto il cammino di Santiago…” e ripartiamo anche qui con quale… quando… prossimo…
    Il rifugista mi consiglia di non passare dal Passo Clopacà, ma di allungare un po’ con i Quattro Denti di Chiomonte e il Pertus di Colombano Romean. Al Clopacà sono già stata, mentre il famoso Pertus non l’ho mai visto. Mi sembra una buona idea.
    Inizio a scendere verso il vallone Tiraculo per poi risalire ai Quattro Denti.
    Una conca con uno stagno e del cotton grass.
    I quattro ragazzi e il cagnolino che ieri erano al rifugio hanno la macchina al Levi Molinari e stanno facendo il mio stesso percorso.
    Camminano un po’ più veloci di me, ma ammettono di andare un po’ a “sciancun”, quindi ci ricongiungiamo periodicamente. Mi rendo conto che è da un po’ che non uso la parola “sciancun”.
    Dai Quattro Denti c’è una bella vista sulla Val Susa.
    C’è il primo cartello relativo al Glorioso Rimpatrio.
    C’è anche l’indicazione per il Passo Clopacà. Il sentiero sembra passi in cresta e sembra molto bello. Ma né sulla mia cartina né sulla loro è segnato. Alla fine, anche un po’ per la curiosità di questo Pertus, decidiamo tutti di non prenderlo.
    Scendiamo dal versante della Val di Susa e arriviamo al Pertus, ovviamente è un buco. Un tunnel di 433 metri sotto la montagna in cui passa l’acqua. La cosa particolare è che è stato scavato da questo Colombano Romean nel 1500, pagato dagli abitanti, per portare l’acqua del Rio Tiraculo a 2 frazioni di Chiomonte.
    Sulla cartina è segnato un sentiero che dovrebbe ricongiungersi a quello che scende dal Clopacà, ma non c’è traccia.
    Non ci resta che continuare a scendere, rassegnati ad arrivare quasi a fondo valle per poi risalire al Levi Molinari.
    Invece alle Grange Clot di Brun c’è una indicazione di un bel sentiero che passando a mezza costa arriva direttamente alle Grange della Valle. Sulla cartina non esiste. La mia è anche nuova, perché la precedente era ridotta a brandelli.
    A questo punto mi faccio una bella pausa. E’ domenica, il Levi Molinari è quasi raggiungibile in macchina, ci sarà una folla, non ho voglia di arrivarci troppo presto.
    Quando arrivo c’è ancora un mucchio di gente e, meraviglia, sta per iniziare un concerto di Tarantelle, Pizziche, canti popolari con annessi balli. Forse non ho questo immenso amore per la musica, ma ne avrei fatto anche a meno.
    A dormire lì, oltre a me, c’è solo un’altra famiglia olandese (zona famosa tra gli olandesi!), con figlia e figlio di 16/14 anni. A cena cerchiamo di parlare un po’ tra un canto e l’altro.
    Sento che gli Olandesi confabulano un po’ e poi chiedono di cantare qualcosa anche loro.
    Da pelle d’oca, tutti ammutoliscono. Cantano a cappella benissimo. La ragazzina ha una voce stupenda, ma è l’insieme delle voci che è fantastico.
    Diventano loro i protagonisti della serata.
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    cotton grass

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    3/4 dei Denti

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    il Pertus
     
  6. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    27/07 Rif. Levi Molinari - Rif. Arlaud
    Rif. Levi Molinari (1849) - Chabriere (2408) - Salbertrand (1032) - Rif. Arlaud (1771)

    C’è un tabellone fuori dal rifugio con una mappa e l’indicazione del sentiero che passa dallo Chabriere per arrivare a Salbertrand.
    Ho un conto in sospeso con lo Chabriere, anni fa non ho trovato il sentiero all’inizio del bosco e ho vagato a caso parecchio prima di trovare un’uscita.
    Però se adesso lo “pubblicizzano” dovrebbe essere fattibile.
    Chiedo al rifugista. Mi spiega che è tutto segnato. Devo salire fino alla cima, fare tutta la cresta, poi c’è una evidente traccia che scende a zigzag, arrivata alla fine spostarmi un po’ sulla destra e lì inizia il sentiero che scende nel bosco.
    La salita è molto bella. Prima sentiero, poi pietraia, nell’ultimo pezzettino mi aiuto anche un po’ con le mani (con i bastoncini che intralciano).
    Bellissima giornata, bellissima vista.
    C’è ancora il quaderno dentro la capsula argentata, lascio traccia del mio passaggio.
    Sto un po’ in cima.
    Un cartello indica di seguire la cresta. Perfetto, le istruzioni coincidono.
    Seguo la cresta, guardo giù per identificare la evidente traccia a zigzag.
    Arrivo al fondo della cresta, torno indietro. Questa evidente traccia non la vedo.
    E lo Chabriere mi ha fregato di nuovo.
    Rifaccio un’altra volta avanti e indietro. Niente, non vedo niente.
    Fino all’inizio del bosco posso scendere anche senza traccia, è ripido ma non vedo salti di roccia o altro.
    E se poi non trovo il sentiero che scende nel bosco?
    Però che faccio? Torno indietro al Levi Molinari?
    Allora scendo, con calma, facendo la mia personale traccia a zigzag.
    La caviglia è sicuramente guarita.
    Arrivata giù inizio a costeggiare il bosco.
    Finché non vedo un paletto. All’inizio non sono sicura sia un paletto, potrebbe essere anche un tronco di un alberello, non mi illudo. Poi vedo qualcosa di rosso in punta, e poi bianco. Ce ne sono altri. E’ un sentiero segnato, recentemente, i segni sono belli evidenti.
    A dire il vero non va proprio nella direzione che mi sarei aspettata. Ma va giù, al massimo sbuco un po’ più a monte. Ovviamente sulla mia cartina non esiste.
    I segni continuano freschi e frequenti, anche se non sembra sia passata molta gente di qui.
    Vado giù facendo attenzione a non perderli.
    Non vorrei ritrovarmi di nuovo a cercare di orientarmi in questo bosco grazie a un cane che ogni tanto abbaiava in lontananza. Era il giorno in cui l’Italia ha vinto l’ultimo mondiale. Ultimo treno da Salbertrand. Rigori alla stazione di Collegno. Porta Nuova nel momento in cui iniziava la festa. Arrivare a casa era stata la seconda avventura della giornata.
    Continuo a scendere. Ma ero salita così tanto? (perché le discese mi sembrano sempre più lunghe delle salite?).
    Intravedo una strada in fondo agli alberi. Ci sono. Beh ci vuole ancora un po’, ma poi ci arrivo.
    E’ la strada che scende dal Levi Molinari. Ci metto un po’ a capire a che altezza sono. Quando lo capisco mi viene da ridere. In ogni caso la salita allo Chabriere e la vista da lassù valevano questa deviazione.
    I tratti di sentiero segnati per tagliare non sono in buono stato, rovi e ortiche. Non li faccio tutti. Solo quelli che mi fanno risparmiare molta strada.
    A Salbertrand fa caldo. Vorrei un gelato ma il bar è chiuso. Non ho voglia di andare fino a quello della stazione. Ho voglia di rientrare nel bosco e ricominciare a salire.
    La salita all’Arlaud la conosco abbastanza. Un po’ ripida, ma tutta nel bosco, fresca. Me la faccio con calma perché inizio ad essere un po’ stanca, ma me la godo.
    Nelle mie note in questa tappa avevo scritto: “e questa è tranquilla”. Per fortuna! Arrivo su che sono le sei e un quarto. In tutto il giorno mi sono fermata solo un po’ sullo Chabriere.
    Al rifugio ci sono solo io. L’accoglienza è ottima. Il gestore per me è nuovo, ma poi vedo anche Elisa che invece è lì ormai da parecchi anni e adesso ha anche una bimba.
    Finalmente una doccia e poi ottima cena.
    Il gestore arriva con le cartine. Saggi consigli sulla tappa di domani. Soprattutto dopo che gli racconto dello Chabriere (secondo lui nessuno scende più di lì…).
    Questo rifugio mi è sempre piaciuto e non mi ha deluso neanche questa volta.
    Due passi per la frazione di Montagne Seu, leggo un tabellone sul Glorioso Rimpatrio e poi a dormire.
    La notte mi sveglio perché la stanza è piena di luce. E’ quella di una bellissima luna che entra dalla finestra.

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    verso lo Chabriere (che non è quello sullo sfondo)

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    guardando indietro

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    guardando verso il colle

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    in cima

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    seguendo la cresta
     
  7. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    28/07 Rif. Arlaud – Rif. Troncea
    Rif. Arlaud (1771) - Colle del Lauson (2497) - Col Bourget (2290) - Traverses (1603) - Troncea (1915)

    Colazione, 2 parole con il gestore. Mi lascia anche il suo telefono, nel caso avessi problemi.
    Inizio a salire nel bosco. Sono nel Parco del Gran Bosco di Salbertrand. Con i raggi di sole obliqui è proprio bello.
    Bello anche il tratto del sentiero dei cannoni: verde, dolce.
    Strada militare del Colle delle Finestre.
    Si apre la vista su una serie di montagne che riconosco: l’Albergian, il Ghinivert, la Rognosa, poi la forma inconfondibile del Platasse. Per l’Appenna, il Barifreddo, il Pignerol non sono sicurissima, vado un po’ a posizione.
    Il rifugista mi ha consigliato di scendere a Pragelato al colle del Lauson. E’ più corto e soprattutto posso arrivare all’imbocco della Val Troncea camminando a fondo valle, nella civiltà. Se non ce la faccio, posso sempre chiedere un passaggio o prendere un bus.
    Ma la giornata è stupenda, non una nuvola. Il clima quassù è perfetto, giù temo faccia caldo. Devo solo seguire la militare, niente di difficile.
    Inutile che mi inventi scuse, il fatto è che non mi piace scendere, cerco sempre di farlo il più tardi possibile.
    Alla fine ho dato ascolto a tutti e a lui che è stato in assoluto il più gentile no, ma… è così.
    Sulla militare si cammina bene, malgrado sia aperta, passa solo qualche ciclista stravolto, un paio di moto e poi incrocio una colonna di fuoristrada olandesi (ma quanti olandesi?) che però si fermano appena mi vedono, spegnendo anche il motore, e ripartono solo dopo che li ho passati tutti. Grazie!
    La strada passa quasi sempre in cresta e continua ad esserci una vista notevole da entrambi i lati.
    Col Bourget. Qui devo scendere per forza, altrimenti mi ritrovo al Sestriere.
    Il sentiero, dopo un inizio in comune con una pista da trial, quindi molto scavato, diventa molto più piacevole.
    Allevé, Villardamont, belle queste frazioni.
    Sono sul Sentiero del Plaisentif. Ce l’ho anche sulla cartina. Ci sono le indicazioni per la Val Troncea, dovrebbe farmi scendere direttamente a Pattemouche saltando Traverses e un pezzo di strada. Non è una cattiva idea. Lo seguo.
    Invece potevo evitarlo.
    Appena ci si avvicina al fondo valle il sentiero inizia a sparire. Rovi, ortiche, pantani. Ogni tanto riappare qualche indicazione per il nulla.
    Alla fine dopo essermi infangata, graffiata, essere saltata giù da muretti, mi faccio un pezzo di statale del Sestriere a ritroso ed entro in Val Troncea comunque da Traverses.
    Fino al ponte sul Chisone non riconosco nulla. C’è un Club Med, un campo da golf, un laghetto. Ma le Olimpiadi hanno poi fatto così bene a questa zona?
    Cammino velocemente fino alla sterrata. Qui riconosco. Appare in lontananza il campanile di Laval.
    Ma Laval si vede solo quando ci sei proprio sotto.
    La casa dei pastori è quasi un rudere. Quante estati fa li avevo ancora visti su con le mucche? Poi mi aveva ancora parlato di loro un mio collega. Ci sono un paio di roulotte lì vicino. Forse le mucche sono ancora su.
    Volevo andare fino alla chiesa e vedere se la casa era ancora usata. Forse sì, ci sono dei ragazzini in giro. Ma mi è passata la voglia.
    Continuo a camminare.
    Mi viene in mente il pane e formaggio. 14 anni, forse prima uscita con il gruppo dei “grandi”. Una suora chiede “Chi vuol venire? Saliamo alla Banchetta e scendiamo in Val Troncea, poi prendiamo il pullman direttamente di lì”. Non oso dire “io”, ma la guardo, “vuoi venire?”. Alla fine si unisce solo un’altra ragazza che fa già l’università. Su c’è un vento fortissimo. A Laval ci fermiamo un attimo dai pastori che conoscono la suora e ci offrono pane e formaggio. Qualche anno dopo quella suora sposerà il figlio dei pastori e avranno 3 bambine. Nel frattempo avrò fatto 3 “campeggi” estivi nella casa di Laval.
    Per anni quando passavo di lì davo un’occhiata per vedere se c’era e salutarla. Non so perché si ricordasse di me.
    Tra un ricordo e l’altro sono a Troncea.
    Il rifugio sembra quasi un alberghetto. Ci sono di nuovo solo io. Il ragazzo è tremendamente formale e non sorride mai. Scambio solo 2 parole col cuoco che mi chiede da dove arrivo.

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    Colle Lauson

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    versante Val Susa

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    versante Val Chisone

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    strada del Colle delle Finestre

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    panorama serale da Troncea su omonima valle (che frase da cartolina che mi è uscita...)
     
  8. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    29/07 Rif. Troncea – Posto tappa Balsiglia
    Troncea (1915) - Colle ? (?) - Colle del Beth (2786) - Balsiglia (1370)

    Nessuno mi consiglia niente per la tappa e allora penso bene di darmi un buon consiglio da sola.
    Guardando la cartina potrei passare sia dal Colle del Beth che dal Colle dell’Arcano. Sono alti uguali e la distanza di qui è simile. Sull’altro versante però la discesa dall’Arcano è più corta, in pratica dal Beth si fa un giro e si ritorna ai piedi dell’Arcano dove i 2 sentieri si riuniscono. So anche che il sentiero per il Beth è più usato (da chi sale al Ghinivert, da chi va al bivacco, da chi va ai laghi). Ma dall’Arcano a Troncea sono già scesa e non mi sembrava tremendo.
    Così arrivata al bivio vado a destra, Colle dell’Arcano, il cartello c’è, il tempo di salita è uguale a quello per Colle del Beth.
    Dopo un po’ che salgo mi trovo in un posto davvero bello. Un pendio erboso dove le marmotte, dopo qualche fischio basso, decidono che non sono pericolosa e continuano tranquille nelle loro faccende.
    Non me lo ricordavo bello così, ma l’avevo fatto in discesa, a fine giornata, forse ero un po’ stanca e in più il tempo non era bellissimo.
    Nell’ultimo tratto mi perdo un po’ i segni, ma il colle è lì, per cui salgo.
    Quando sbuco c’è un panorama bellissimo.
    Sì, buona idea passare di qua.
    Però… dov’è il sentiero che scende?
    E dovrebbe esserci anche il sentiero degli Alpini che arriva a mezza costa.
    E l’Arcano me lo ricordo molto più roccioso, qui è troppo verde.
    E anche le montagne che riesco a identificare sono messe in una posizione un po’ strana.
    Questo non è il Colle dell’Arcano.
    Ma allora chi è?
    Guardando la cartina una idea di cosa ho sbagliato ma la faccio, ma non è che sia proprio sicura.
    Quello che è sicuro è che davanti a me non c’è il Vallone di Massello.
    C’è poco da stare a pensare, devo scendere.
    Potrei cercare di capire dove ho sbagliato, ma a questo punto mi sembra meglio andare a prendere il sentiero del Beth.
    Così dopo 3 ore sono di nuovo ai Forni di San Martino e questa volta giro a sinistra.
    Mentre salgo inizia ad alzarsi il vento.
    Qui non dovrei sbagliare, il sentiero è molto più sentiero e poi per tutta la salita si ha il colle di fronte con il bivacco sulla destra.
    Quando arrivo su il vento è bello forte, tanto che devo fare un rapido cambio d’abito per non congelare.
    Un bel po’ di ricordi anche qua, i laghetti, il Ghinivert lassù.
    Saluto le cime della Val Troncea, non penso di rivederle nei prossimi giorni. Un saluto particolare al Platasse, chissà se i resti di un ombrello nero che arrivava dall’Argentina sono ancora lì da qualche parte.
    Quando il sentiero si immette su quello che arriva dall’Arcano mi guardo il colle da sotto. Sì, è molto più simile a quello che mi ricordavo piuttosto che a quello su cui sono salita.
    Un pendio pieno di stelle alpine. Ce ne sono davvero tante. Devo fare attenzione a non pestarle.
    Ma soprattutto devo fare attenzione a stare in piedi. Il vento è ancora aumentato, in alcuni momenti arrivano delle folate che mi spostano.
    Ma il momento in cui è più forte è quando arrivo al torrente e devo risalire un pezzo sull’altro versante per prendere il sentiero GTA. Ci metto una vita a fare quel pezzettino, cerco di camminare bassa ma mi sento tanto una tartaruga che può essere rivoltata e può rimanere lì ad agitare le zampe.
    Arrivo sulla GTA un po’ frastornata. Mi giro e vedo un ragazzino e un cavallo, prima persona che vedo da stamattina. Saluto con un cenno del capo, il vento porterebbe via qualsiasi parola. Dopo un po’ mi giro e non vedo più nessuno. Anche le allucinazioni adesso?
    Mi rendo conto che non arriverò giù prima delle 6 mezza. Visto che qui il telefono prende un po’, mi accuccio dietro a una pietra e provo a telefonare alla signora del posto tappa. Non so bene come funziona e vorrei mai…
    La porta è aperta e lei alle 7 arriverà con la cena. Se non sono ancora lì inizierà a preoccuparsi.
    Parla con una erre che mi riporta indietro di una mucchio di anni.
    Man mano che il sentiero inizia a scendere nella gola il vento cala.
    Una cascata, il torrente, la discesa è bella. Ma devo ammettere che sono abbastanza stanca, per cui vado giù con calma e facendo attenzione a dove metto i piedi.
    Balsiglia!
    Il posto tappa è all’interno del piccolo Museo Valdese di questa piccola frazione.
    Mi piace tutto. L’esterno, l’interno e ancora di più quando arrivano marito e moglie con la cesta della mia cena.
    Sarebbe sufficiente per almeno 4 persone. Minestrone, arrosto, zucchine ripiene, fagiolini, formaggio, pane, grissini e poi ramassin, fichi e pere.
    In più in dispensa c’è pasta, scatolame vario, biscotti, marmellate fatte lei, latte, caffè, tè e sicuramente un mucchio di altre cose che adesso non mi ricordo.
    Tutto ordinato, tutto perfetto. Volendo ci sono anche le lenzuola.
    A donativo.
    Chiedo se si ferma tanta gente, no, sembra non si fermi quasi nessuno. Già non sono in molti a passare qui e molti di quelli che passano preferiscono dormire negli agriturismi un po’ più a valle.
    Peccato, davvero.
    Beh, per me non poteva esserci finale migliore a questa giornata.

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    vista dal Colle "?"

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    vista dal Col del Beth

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    vallone di Massello

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    cascata del Pis (non sono sicura che anche questa si chiami del Pis, mi sembra, ma potrei fare confusione...)

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    interno del posto tappa GTA di Balsiglia

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    esterno del Museo e posto tappa
     
  9. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    30/07 Posto tappa Balsiglia – Posto tappa Ghigo di Prali
    Balsiglia (1370) - Didiero (1260) - Colletto delle Fontane (1572) - Rodoretto (1565) - Ghigo di Prali (1465)

    Colazione con latte, pane e marmellata e ancora qualche ramassin e vado. Lasciando anche qui un pezzettino di me.
    Oggi dovrebbe essere una tappa abbastanza tranquilla quasi tutta a fondo valle.
    Devo dire che la cosa mi preoccupa un po’. Finora i sentieri bassi sono stati quelli più difficili da seguire, spesso invasi dalle vegetazione.
    Infatti, il primo che dovrei prendere non lo trovo proprio.
    E allora mi faccio il primo pezzo sulla strada, tanto non passa nessuno.
    Non passa nessuno perché deve passare l’Ironbike. Me lo spiega un signore con il cane.
    Se capisco bene vanno verso il Colle dell’Albergian. Un tratto in comune con la mia tappa di ieri. Li ho mancati per un giorno, mi è andata bene.
    Non li incrocio neanche oggi, dopo Massello devio verso Didiero, prima che loro arrivino.
    “Quando ero a Massello…” un bambino che abitava vicino a casa mia passava le estati dalla nonna a Massello. Diceva questa frase almeno tante volte quante io dicevo “Quando ero a Bobbio…”.
    Case piene di gerani.
    Mi viene voglia di mangiare ribes. Forse ho visto qualcosa che me lo ha ricordato. Forse a causa dell’abbinamento con i ramassin di ieri.
    Salgo al Colletto delle Fontane, un po’ di sterrata un po’ di sentiero per tagliare.
    Sembra un posto da picnic domenicale. Ma non è domenica e non c’è nessuno. Mi fermo un po’ su una panca.
    Fino a Ghigo è tutto sentiero e non è niente male. Un po’ di boschi, un po’ di pascoli.
    Da Rodoretto seguo il “viôl dâ m’nistre”, il sentiero che il Pastore percorreva la domenica dopo il culto di Prali per andare a quello di Rodoretto.
    Me la prendo con calma e mi godo una giornata rilassante.
    Arrivo a Ghigo con il cielo un po’ grigio.
    Mi sembra quasi una metropoli. Il telefono prende senza dover fare acrobazie, c’è il wifi, c’è gente in giro.
    Il posto tappa è presso l’Albergo delle Alpi, ma visto che ci sono solo io non stanno neanche a mettermi nel dormitorio e mi danno una stanza normale. Gentili e sorridenti.
    Mi raccontano che quest'anno stanno aumentando gli italiani. Sono ben la terza che si ferma al posto tappa. Di stranieri ne hanno qualcuno in più.
    Il tempio valdese è aperto. Entro a dare un’occhiata.
    C’è un signore che parla della prima guerra mondiale nella zona di Trento.
    Mi perdo l’inizio, sta presentando un suo libro (in questi giorni c’è PraLibro) , ma non so molto di più.
    Però mi appassiono e lo sto a sentire fino alla fine.
    Un mucchio di cose che non sapevo su queste persone che combattevano un po’ da una parte e un po’ dall’altra (la faccio facile, ma quante cose di un passato neanche così lontano mi rendo conto di non sapere o di sapere in maniera molto approssimativa).
    Strano sentir parlare proprio di Trento qui. Mando un saluto “mentale” al gruppo pps-trentino.

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    fondovalle

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    case e gerani
     
  10. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    31/07 Posto tappa Ghigo di Prali – Rif. Lago Verde
    Ghigo di Prali (1465) - Bou du Col (1750) – Rif. Lago Verde (2583)

    Per Bou du Col, dove inizia il sentiero per il Lago Verde, c’è una strada, ci si può arrivare anche in macchina.
    Ma vedo una indicazione per un sentiero che sale nel bosco.
    Come al solito nella mia cartina non c’è, ma l’idea di non fare la strada mi piace.
    Non mi è chiarissimo dove mi faccia passare. Salgo abbastanza per poi scendere. Mi ritrovo di nuovo su un “viôl dâ m’nistre” (gran camminatori questi Pastori). Arrivo a Bou du Col da dietro. Devo aver allungato un po’, ma non è stato male.
    Ci sono un paio di macchine parcheggiate e all’improvviso mi torna in mente una macchina parcheggiata proprio lì, noi dentro che ci togliamo gli scarponi e una enorme lingua di mucca che lecca il finestrino. A una mia amica questa solerte lavavetri non piace neanche un po’. Io invece rido in maniera spropositata, irritando non poco l’amica.
    Inizio a salire con qualche nuvola che avanza, ma ancora con il sole.
    Salutata da qualche faccia/maschera di legno attaccata agli alberi.
    In alcuni punti bella vista sul laghetto di Bou du Col.
    Bivio. Posso arrivare al rifugio dal sentiero “tranquillo” o salire alla Gran Guglia e scendere.
    La seconda possibilità mi attirerebbe parecchio, ma le nuvole stanno aumentando, in alcuni momenti sono già in mezzo alla nebbia. Faccio la persona saggia e salgo dal sentiero normale.
    Le nuvole ogni tanto lasciano ancora qualche squarcio e la possibilità di guardarmi intorno.
    Arrivo al rifugio in mezzo alla nebbia. Me lo ritrovo davanti all’improvviso.
    E’ presto, ma me ne rimango dentro a sfogliare un po’ di libri e riviste perché è cominciato a piovere.
    Smette un po’ e mi faccio un giro nelle nuvole intorno a rifugio e lago.
    Arrivano 2 gruppi: uno italiano e uno francese.
    Arriva una signora tedesca, anche lei cammina da sola. Sta seguendo una GTA un po’ personalizzata in direzione opposta alla mia.
    All’inizio è molto presa dai suoi sudoku e, malgrado qualche mio tentativo, non c’è molta comunicazione (incredibile, “io” che faccio tentativi di comunicazione con estranei).
    Poi, forse anche perché un po’ distratta da mezzo litro di vino e grappa con mirtilli, diventa molto più loquace e divertente.
    Alla fine è una serata con molte risate (le mie non alcoliche, dovute al massimo alla quantità esagerata di piselli che mi mangio).
    La notte piove parecchio. Il tetto in lamiera dà la possibilità di avere la perfetta percezione della quantità di pioggia in ogni momento. Per fortuna non ho bisogno del silenzio assoluto per dormire e neanche di quello un po’ più relativo.

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    laghetto sopra Bou du Col

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    verso il Lago Verde

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    si vede ancora il laghetto di Bou du Col giù in fondo

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    rifugio, Lago (oggi non tanto) Verde e nebbia che arriva
     
  11. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    01/08 Rif. Lago Verde – Rif. Jervis
    Rif. Lago Verde (2583) - Col di Valpreveyre (2730) - Col Bucìe (2630) - Colle di Boina (2412) - Rif. Jervis (1732)

    Piove ancora, anche se non forte.
    Marmellate fatte dalla rifugista durante l’inverno. Quella mele, cannella e uvetta… devo provarci.
    Mi consigliano di prendere il sentiero basso sul versante francese, il dislivello è maggiore, ma con la pioggia quello sulla pietraia è parecchio scivoloso. Poi all’Alpe Crosenna, se piove tanto, mi conviene scendere a Villanova e risalire al Jervis dalla mulattiera.
    Abbigliamento da pioggia e non piove più. Berretto e guanti sono comunque molto piacevoli.
    Salgo nella nebbia e nella pietraia fino al Col di Valpreveyre.
    Sul versante francese non c’è nebbia, riesco a vedere tutta la conca. Tanti fiori. Belle le nuvole che si “appoggiano” al lato italiano e non riescono ad andare oltre.
    Arrivo all’imbocco del sentiero alto. Oltre a sembrare scivoloso come mi hanno detto al rifugio, è anche segnato solo da ometti (almeno per il tratto che vedo), se la nebbia arriva anche qui diventa difficile seguirli.
    Lo lascio stare e continuo a scendere fino a raggiungere il sentiero che dalla Francia sale al Col Bucìe.
    Arrivare su è particolare. Bric Bucìe, Col Bucìe sono nomi più che familiari per me, li sento da sempre. Eppure non sono mai arrivata fino qui. Mi ritrovo a fare pat-pat alla colonnina che segna il confine.
    Versante italiano, di nuovo nella nebbia, comincia anche a piovigginare.
    Mi fermo un attimo al bivacco Soardi, subito sotto il colle. Che bello deve essere dormire una notte qui (Ehi! Non farti venire strane idee!).
    Riprendo a scendere.
    La vedo che sta lentamente attraversando il sentiero. La salamandra nera. Sono anni che non ne incontro. Cammina lentamente, ondeggiando, con una eleganza pazzesca. Poi quel nero “gommoso”. So che non bisogna toccarla, sia perché è ricoperta da un liquido leggermente urticate, ma soprattutto per non toglierle la protezione. Ma la tentazione di farlo è tanta.
    La seguo con lo sguardo finché non si infila tra l’erba.
    Quando non la vedo più, l’illuminazione. Perché non l’ho fotografata? Uff, mi sarebbe piaciuto avere una foto. Perché non ci ho pensato? Sarei una pessima fotografa. Non colgo l’attimo.
    Questa volta però sono fortunata. Poco più avanti ne incrocio un’altra. E poi altre ancora. Mi faranno compagnia per un bel tratto e avrò la loro foto ricordo. Con il sole non le avrei viste di certo.
    In lontananza, nella nebbia, pecore che belano, campanacci e cani. Chissà dove sono.
    Quando il sentiero devia verso destra e ricomincia a salire mi vengono una serie di dubbi.
    Intorno non si vede niente, non riesco a capire bene. Mi sembra che risalga verso la cresta, verso la Francia.
    Eppure non ho incontrato nessun bivio e il sentiero continua ad essere segnato. Anche tirando fuori la cartina non penso che potrei capirci qualcosa, non ho punti di riferimento. Mi viene in mente il colle Malaura che è dopo il Bucìe, ma io non devo andare lì.
    Tornare indietro non ha senso. Continuo a camminare sperando di capirci qualcosa più avanti.
    Si aprono un po’ le nuvole e vedo che sto arrivando a un colle. Troppo vicino per essere il Malaura. Non resta che andare a vedere.
    C’è un bel cartello in legno: “Colle di Boina”. Eeeh? E questo chi è? Mai sentito. L’unica cosa che mi fa venire in mente è un libro di cui avevo parlato con Vittoria e le relative galline, ma con il colle non c’entrano niente.
    Cartina, adesso ci vuole.
    E scopro che esiste, che ci devo passare. Sono sulla strada giusta.
    Ricomincio a scendere.
    Mucche. Una si sta grattando il collo su una pietra, occhi socchiusi e espressione super-beata.
    E scendo, scendo, senza vedere niente, affidandomi totalmente al Cai che ha segnato il sentiero. Ogni tanto un rumore di acqua. Ogni tanto un campanaccio in lontananza.
    Sono sopra l’Alpe Crosenna.
    Non piove più da un po’. Non ho voglia di scendere a Villanova, quella strada la dovrò fare anche domani per tornare a casa.
    C’è il bivio per il sentiero, lo prendo. Non lo conosco, sono anche un po’ curiosa.
    Pensavo a qualcosa di ondulato a mezza costa. Sorpresa iniziale: salita ripida, molto ripida. Poi si stabilizza.
    Probabilmente di qui si vede il Pian dei Morti sotto e poi cime e paesaggio che dovrei conoscere, ma non vedo più in là di un paio di alberi.
    Strano ma anche bello camminare così, affidandosi totalmente ai segni biancorossi.
    Contando sulla cartina i torrenti man mano che li attraverso cerco di capire a che punto sono.
    Me la cavo abbastanza bene con i conteggi, sbuco sul sentiero che scende dal Col dell’Urina quando pensavo di sbucarci.
    Ricomincio a scendere. Di qui dovrei conoscere. Dovrei, ma non è che riconosca molto.
    Intravedo una casa alla mia sinistra. Saranno le grange, ancora un pezzo e ci sono.
    Ma non sono le grange. Alzo gli occhi e davanti a me c’è la parete laterale del Jervis. “Oh *parola poco educata*!” e mi metto a ridere.
    Non so se avevo 4 o 5 anni la prima volta che ho visto questo rifugio (era la versione per-incendio, ma l’hanno ricostruito uguale, quindi vale). Sicuramente a 6 anni ci sono arrivata dal Col Barant, con mia madre che dava del pazzo a mio padre che mi faceva a fare sti giri.
    Mi fermo nella nebbia a guardare… niente, perché oltre al rifugio a 5 metri da me non si vede niente.
    Mai avrei pensato che questa giornata passata a camminare nella nebbia sarebbe stata così particolare, bella, intensa, non so esattamente come definirla.
    Il rifugio è pieno, sabato.
    C’è anche un trio che suona jazz prima e dopo cena. Il dopo mi va bene, ma il prima con la fame, insomma…
    Mangio in un tavolo di insegnati. Una giovane coppia di Milano che arriva dal giro del Monviso e 2 vulcanici tedeschi coetanei che stanno facendo la GTA, un pezzo all’anno e dovrebbero arrivare al mare nell’anno della pensione.
    Ci infiliamo in una discussione sulle parolacce italiane. Cosa si può dire e cosa no, in quale ambiente e a chi, con che tono, una classifica per grado di offesa. 5 pazzi che parlano inglese con un vasto campionario di parolacce italiane.

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    Francia, arrivo sul sentiero per il Col Bucìe

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    Col Bucìe guardando la francia

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    Col Bucìe guardando l'Italia

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    si aprono un attimo le nuvole

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    mucca che si gratta il collo
     
  12. liam

    liam Utente storico e attivo Socio Assoc.ne PPS

    02/08 Rif. Jervis - Bobbio
    Rif. Jervis (1732) - Col della Croce (2298) - Villanova (1225) - Bobbio (734)

    Cielo azzurro, giornata bellissima.
    Ho tempo per farmi ancora un giretto.
    Ho qualche alternativa. Alla fine scelgo di salire al Col della Croce prima di scendere. Mi sembra un finale appropriato.
    Il pianoro del Pra è illuminato dal sole.
    Mi piace questo posto.
    Ho portato qui parecchie persone negli anni e sono sempre stata contenta quando lo apprezzavano e in qualche modo mi sono sentita un po’ “offesa” quando lo criticavano.
    Inizio a salire.
    Non so quante volte ho fatto i tornanti di questo sentiero. Per un certo periodo almeno una volta all’anno. L’incontro con i valdesi francesi. Salire fino lì, sedersi sul prato, mangiare i panini. Ancora associo pane e frittata a questo posto. Era uno dei momenti che scandivano l’estate.
    Probabilmente è anche l’ultimo giro in montagna che ho fatto con mio padre. Un giorno delle ferie di ormai un bel po’ di anni fa. Una cosa decisa all’ultimo minuto, in macchina fino a Villanova e poi su fino al colle.
    L’ultima volta forse qualche anno fa con le ciaspole.
    Sono su.
    Vorrei continuare, verso la Francia, verso qualsiasi cosa. Non ho voglia di tornare indietro.
    Faccio un pezzetto di sentiero verso La Monta. So che non è distante ce la farei ad arrivare giù e risalire, ma poi dovrei comunque tornare indietro e allora tanto vale farlo adesso.
    Torno giù.
    Al Pra stanno arrivando i primi gitanti domenicali. Qualcuno in bici, la maggior parte a piedi.
    Riempio la borraccia alla strana fontana del Jervis e continuo a scendere.
    “Quanto manca?” me lo chiedono quasi tutti quelli che incrocio. Un gruppo di ragazzi mi chiede “Ma è bello su? Vale la pena?”. Rispondo “Assolutamente sì”. Si mettono a ridere pensando li stia prendendo in giro. Invece sono serissima e più che convinta di quello che sto dicendo.
    Villanova.
    I nomi delle frazioni, non me li ricordo se non nel momento in cui li leggo. “Gulp!”, altri ricordi. E così arrivo a Bobbio.
    Gelato sugli scalini del Municipio.
    Devo chiudere i bastoncini. Per quello storto prevedo una faticaccia. Se non riesco subito lo butto e basta, qui i cassonetti ci sono. E invece, il maledetto, si chiude senza batter ciglio. Niente, se ne ritorna a casa anche lui e la prossima volta sarà di nuovo una lotta.
    A Torre cambio bus e incontro i 2 ragazzi di Milano con cui ho mangiato ieri sera. Faccio con loro anche il tratto in treno, chiacchierando.

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    Pianoro del Pra

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    Col della Croce

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    Croce del Col della Croce

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    Verso la Francia

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    Jervis, Pra e i primi picnic della domenica


    The end.
    Non so cosa dire. Ce l’ho fatta. Mi è piaciuto. Mi è piaciuto tanto.
    Forse i miei cammini non sono cammini, ma non importa.
    Siano qui, siano in Spagna, abbiano una meta, siano solo un girovagare, mi piacciono le sensazioni che mi dà e che mi lascia questo modo di camminare.
    Basta.

    Grazie :)
     
  13. Edo

    Edo Admin Membro dello Staff Socio Assoc.ne PPS

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