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Il ritorno

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Il ritorno

Santiago di Compostela, stazione degli autobus. In estate è sempre caotica. Sono sul marciapiede davanti ai portelloni aperti dell’autobus. Appena l’autista li ha aperti mi ci sono piazzato davanti e sono il primo. L’esperienza mi ha insegnato che posso sistemare la bicicletta già smontata, il telaio e le ruote, con calma nel vano ancora vuoto. Subito dopo dietro di me si crea ressa di spagnoli che nella pancia dell’autobus infilano alla rinfusa valige, borse, pacchi e quanto altro avevano con sé.
Un gruppo di moderni pellegrini, forse storditi da quel caos o poco pratici, attendono che l’autista li autorizzi ad inserire i loro zaini ed alla fine li sistemano come possono sopra il mucchio che si era formato.

Resto sul marciapiede fino a che l’autista non ha chiuso i portelloni, attento che qualche ritardatario infili al volo qualche borsa o valigia sopra le ruote schiacciandole. I raggi hanno retto per oltre mille e cinquecento chilometri anche su terreni impossibili e sarebbe tragico vederli rompere da una valigia gettata dal ritardatario.
Salgo per ultimo con il biglietto in mano alla ricerca del mio posto. Dentro l’autobus è in corso un vivace alterco tra alcuni spagnoli e una giovane turista che è seduta in un posto non assegnatole. Carnagione chiara, occhi azzurri ed un grande cappello di paglia. Sembra inglese e non fa caso a quello che le dicono perché guarda fuori dal finestrino. Una signora di mezza età, rotondetta e rossa in volto, agita le mani e con voce concitata urla che le sia dato il suo posto, mentre l’autista che ha l’onere di partire con tutti seduti cerca di farsi capire. La ragazza toccata sulla spalla dall’autista gira la testa e lo fissa mentre gesticola che quello non è il suo posto.
Lei ha la classica espressione di chi fa finta di non capire.
La faccenda va avanti per qualche minuto. Siamo in ritardo sull’orario di partenza e l’autista comincia a spazientirsi: non si può partire se tutti non sono seduti ai loro posti. Io sono incerto se fare da interprete.
L’autista e la spagnola che attende di avere il suo posto occupano lo spazio del corridoio in corrispondenza del mio.

Sono stanco e stordito come solo il ritorno, dopo settimane di Cammino, riduce il fisico e l’anima. Ho voglia di sedermi e lasciarmi andare ai miei pensieri. Ma non riesco ad accedere al mio posto.
Mi guardo attorno, mentre l’inglesina fa sempre la gnorri e l’autista, esasperato, alza il tono della voce invitandola a gesti a lasciare quel posto.
Osservo distrattamente i moderni pellegrini sulla via del ritorno a casa. Dovrebbero essere una decina. Siamo così inconfondibili con i vestiti logori, la pelle cotta dal sole e l’espressione del volto persa.

Poi, stanco di attendere in piedi, mi decido e chiedo all’autista se posso fare da interprete. Rassegnato allarga le braccia, nella speranza che lo aiuti a sbloccare la situazione. In inglese spiego alla ragazza che se non lascia il posto all’avente diritto l’autobus non può partire e che gli spagnoli iniziano ad innervosirsi (li sento i loro insulti alla cicha inglesa che non fa partire l’autobus). Forse sentendo che qualcuno parla la sua lingua la ragazza si toglie il largo cappello di paglia, che fino a quel momento aveva tenuto in testa quasi a difesa, e con una espressione rassegnata si alza dirigendosi a capo chino verso il posto segnato sul biglietto, in fondo all’autobus.
Un gracias dall’autista seguito da un applauso e finalmente riesco anch’io a sedermi.

L’ho prenotato con largo anticipo così ho potuto prendere l’ultimo posto vicino al finestrino.
Scavalco una ragazza che per tutto quel tempo è rimasta con l’espressione fissa davanti a sé senza dire nulla, estranea a tutto quel vociare concitato.
Si sposta quel tanto che basta per farmi passare, ma senza distogliere lo sguardo dal poggiatesta del sedile di fronte.
La osservo discretamente. Ha viso e braccia scuri di sole, un paio di pantaloni e una maglietta che devono averne fatta tanta di strada. Ha proprio l’aspetto di chi ha camminato a lungo e adesso probabilmente rimugina dentro di sé tutti quei giorni trascorsi sul Cammino cercando forse di rallentare il tempo del rientro. Lo fanno in molti.

L’autobus finalmente parte e lentamente esce dalla città per immettersi sulle grandi arterie viarie del traffico veloce.
L’onda lunga dell’asfalto schiaccia le parole, sguardi persi oltre i vetri, oltre noi. Il ritorno porta addosso mal di testa e mal d’anima, nei silenzi ognuno fruga dentro di sé”.

Come le parole della canzone dei Negrita che escono dalla mia scatolina sonora vivo l’inizio del viaggio dell’ennesimo ritorno.
Ancora una volta mi sono preso tempo. Un giorno di viaggio in autobus, per raggiungere un aeroporto lontano, dove un aereo in paio d’ore mi scodellerà vicino casa.
Un giorno di viaggio per lasciar decantare i ricordi e le emozioni di più di millecinquecento chilometri di sentieri e stradine, da una costa all’altra della penisola iberica lungo un percorso in gran parte solitario e povero d’incontri.

Porto dentro quei sorrisi, le parole, gli sguardi, i visi. E qualcuno ancora si stupisce del fuoco sacro che ci unisce. Scosse forti all’anima che nessuno scorderà più! Como un rio, como el mar, como el sol. Luz de luz, mata mi dolor”.
(Negrita – Gioia infinita)
 
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