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Diario In bici con 4 figli a Santiago

Discussione in 'Diari pellegrini' iniziata da jeandalmass, 15 Gennaio 2009.

  1. jeandalmass

    jeandalmass Nuovo iscritto

    Finalmente, dopo 5 mesi, ce l'abbiamo fatta !
    E' stato sicuramente più difficile riuscire a "estrapolare" dai nostri ricordi un resoconto leggibile che arrivare a Santiago in bicicletta.
    Eccovi dunque, grazie a Gianfranco che ci ha segnalato questo sito,invitandoci caldamente a raccontare la nostra esperienza, le impressioni di 3 dei 6 componenti della spedizione.
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    Di una cosa non mi potrò mai dimenticare:
    del sorriso spontaneo di Letizia durante la discesa dalla Cruz de Hierro.
    Ma andiamo con ordine.
    Prima di tutto devo confessare che io non ero assolutamente convinto della bontà dell’idea di Silvia :Sposi: sul come trascorrere le vacanze estive 2008: percorrere il Cammino di Santiago de Compostela in bicicletta.
    Il lungo avvicinamento in auto (1000 km) e l’incognita del ritorno da Santiago a St Jean Pied de Port (800 km circa) mi lasciavano alquanto perplesso. C’era poi da preparare le bici (quattro), il carrettino, il seggiolino, le borse, i portapacchi: insomma tutto l’indispensabile (ed è veramente un mucchio di roba !) per affrontare con un minimo di serenità un viaggio di oltre 800 km in bici, con al seguito 4 figli.
    Di Letizia (11 anni e mezzo) ho già accennato: era la più riluttante all’idea di trascorrere le vacanze estive in bicicletta, anche se, sotto sotto, un po’ era affascinata dall’andare a visitare un paese straniero. La sua tiritera durante il periodo preparatorio era: “ Beh, tanto queste sono le ultime vacanze in bici della mia vita”.
    Poi c’era Sara (10 anni), l’atleta di famiglia, entusiasta di totalizzare quanti più km possibile sul suo nuovo computerino da bici.
    E veniamo alle “zavorre”: Chiara (4 anni e mezzo) sarebbe stata trasportata sul seggiolino posteriore da mia moglie. Per lei arrivare a “Santiado” era diventato un obiettivo irrinunciabile (anche se non sapeva cos’era, dov’era, come, quando e se ci saremmo arrivati).
    Infine c’era da sistemare Daniele :littleangel (21 mesi): il carrettino prestatoci anni prima dai genitori di Margherita avrebbe dovuto assolvere alla doppia funzione di trasporto passeggero e capiente rimorchio per i bagagli.
    Proprio la presenza del carrettino, unita all’incertezza del giorno in cui saremmo arrivati a Santiago (se vi saremmo arrivati…) ci ha sconsigliato la prenotazione del viaggio di ritorno (a parità di condizioni ora prenoterei un furgone con almeno 6 posti a sedere ed un enorme bagagliaio con partenza da Santiago 3 o 4 giorni dopo il previsto arrivo in bici, sperando comunque nella clemenza del tempo).
    Dico anche subito che l’aspetto dell’impegno fisico del pellegrinaggio era quello che meno mi preoccupava: già negli anni precedenti avevamo affrontato con successo, tutti insieme in bicicletta, fior fior di salite (Agnello, Mortirolo, Stelvio, Bonette, Fauniera, Sampeyre, Pian del Re, Castelmagno).
    Per questo motivo, in sede di pianificazione, ho voluto dare al viaggio in bici anche una connotazione “sportiva”, pensando, ambiziosamente, di poter arrivare a Santiago in una decina di giorni.

    La partenza da St. Jean Pied de Port è stata a dir poco scioccante :eek: : il carico che stavamo trasportando ci costringeva a velocità ridicole ogni qual volta la strada accennava a salire. Ero assolutamente convito che mai e poi mai saremmo riusciti ad arrivare a Santiago, nemmeno in un mese !
    Dopo 2 giorni (anche a causa della rallentata partenza pomeridiana da St. Jean) avevamo già accumulato un ritardo di mezza tappa rispetto al mio “orgoglioso” programma. L’idea di percorrere con il carrettino qualche tratto di cammino “alto” si è rivelata ben presto velleitaria, causa insormontabili ostacoli “orografici” lungo il tragitto.
    Impressionante l’escursione termica diurna: al mattino le temperature inaspettatamente basse (7 °C) ci costringevano ad indossare tutti gli indumenti asciutti che avevamo, mentre nelle ore centrali del pomeriggio ci pareva di pedalare in un forno (calura mitigata da litri e litri di the solubile).
    Complice l’asfalto che incominciava a scorreva veloce sotto le ruote, dal terzo giorno abbiamo iniziato ad assaporare la bellezza del viaggio: la meseta, i paesini stile film “spaghetti western”, i pellegrini a piedi ed in bici stupiti del nostro modo di affrontare il cammino. Come non ricordare David di Burgos ed i suoi due amici: quando ci siamo incontrati la prima volta e abbiamo detto loro che pensavamo di compiere il cammino in una decina di giorni si sono messi a ridere :lol: (simpaticamente) sentenziando “No es posible”. Ai successivi incontri (le nostre velocità di avvicinamento a Santiago erano simili in quanto loro percorrevano quanto più possibile lo sterrato della strada alta) il loro ritornello era “Madre de Dios, no es posible !”, fino all’ultimo bellissimo e gioioso ritrovo sul Monte do Gozo.
    Lungo il cammino di salite “alpine” non ne abbiamo incontrate, ma, con i nostri extra-carichi, Ibaneta, La Pedraja, Cruz de Hierro e ‘O Cebreiro hanno messo alla prova il nostro allenamento. La meno provata (fra chi pedalava) era sempre Sara, che continuava imperterrita a parlare, canticchiare e porre domande, poco opportune specialmente nei tratti più ripidi, dove il mio fiato segnava quasi “rosso”.
    Un aspetto del viaggio in bici che mi ha piacevolmente sorpreso è stato lo spirito di adattamento delle bimbe: più di una volta la “ragion di stato” ci ha indotto a ritardare (se non addirittura saltare) un pranzo, sacrificio accettato quasi sempre volentieri in vista di una maggiore gioia futura (cioè patatine e gelato a cena, oltre ai panini avanzati…).
    Di Daniele si può dire che era diventato un tutt’uno con il carrettino: gli è sempre piaciuto moltissimo essere trasportato, curiosare e, soprattutto, dormire cullato dalle asperità del terreno. Al mattino, al momento della partenza, era lui che gli si avvicinava facendo cenno di voler salire, e guai a non legarlo con le cinturine !
    Per quanto riguarda l’aspetto meccanico posso garantire che le nostre vecchie e poco sofisticate bici da montagna (alle quali avevo cautelativamente fatto rimettere la forcella anteriore fissa) hanno svolto pienamente la loro funzione, non ultima il minimo rischio di furto. A parte qualche foratura (del tutto normale per 830 km percorsi da 10 ruote !) i problemi maggiori sono stati: rottura del mio cerchio anteriore (troppo usurato per intraprendere un viaggio così lungo), esplosione del copertone anteriore di Silvia (idem come sopra) e rottura del mio freno posteriore (estremamente sollecitato dovendo concorrere a tentare di rallentare in discesa circa 140 kg !). Inconvenienti tutti superati con un po’ di perizia meccanica, un po’ di inventiva e molta pazienza nel cercare comunque di arrivare, pian piano, al primo punto di assistenza biciclette.

    A Sahagun (metà del cammino) siamo praticamente rientrati in tabella di marcia, grazie anche all’arrivo a tarda ora.
    Di lì in avanti il viaggio è filato via liscio, e, quasi senza accorgercene, siamo giunti all’ultimo pernottamento “in itinere”: Arzùa ci sembrava sufficientemente vicina a Santiago per poterci permettere, l’indomani, di prendere parte alla funzione delle 12 in cattedrale.
    Purtroppo l’affollamento di Albergue e Refuge ci ha indirizzati al famigerato “polideportivo”: una palestra adibita a dormitorio dove avremmo potuto “lussuosamente” accomodarci senza materassi né coperte, ma pagando 3 euro a testa. Il duro pavimento, il freddo notturno della Galizia e le intemperanze di Daniele non ci hanno praticamente fatto chiudere occhio.
    Altro pernottamento da dimenticare nel monastero di Samos (e dire che abbiamo voluto andare proprio lì, sperando in una sistemazione simile a quella di Estella o di Hospital de Orbigo). Eravamo stipati come acciughe in un camerone tipo caserma e dovevamo condividere lo striminzito spazio sui letti a castello con i nostri bagagli…
    Sistemazione ideale invece l’abbiamo trovata nell’oratorio del santuario di Cacabelos, con camerette a 2 posti, armadi e tutto lo spazio desiderabile per bici, biancheria, bambini, ecc.
    Al Monte do Gozo è un po’ finita la poesia del viaggio: ci siamo tuffati nella caotica periferia di Santiago, seguendo il flusso dei ciclopellegrini, e l’arrivo in Plaza de Obradoiro (naturalmente troppo tardi per la Messa) è stato liberatorio. Avevamo realizzato la nostra piccola impresa, anche se sapevamo (almeno io) che il peggio avrebbe ancora dovuto venire.
    Esaurita la trafila delle credenziali, ottenuta la compostela (con tanto di facce soddisfatte e orgogliose di Letizia, Sara, Chiara e Daniele) e placati gli istinti alimentari, era purtroppo giunto il momento di affrontare il problema del ritorno.
    A saperlo prima, viste le nostre inusuali esigenze, la prima cosa da fare appena arrivati a Santiago era cercare di noleggiare un mezzo adatto alle nostre necessità.
    Infatti ho avuto l’impressione che il sospirato furgone ci sia stato soffiato sotto il naso da un gruppo di italiani :espulso: che facevano la fila davanti a me all’organizzatissimo punto di aiuto del pellegrino. Inutile la ricerca di un “similScudo”, due mezzi ci sarebbero costati troppo, sui bus caricavano solo 4 bici impacchettate e il primo treno libero era a settembre (sempre con l’incognita del carrettino).
    La soluzione meno illogica sarebbe stata massacrante per me e da incubo per Silvia: ma non avevamo scelta.
    Così ho prenotato un posto sul primo bus disponibile e, abbandonato il resto della famiglia nel seminario di Santiago, ho intrapreso il lungo viaggio per andare a recuperare il nostro mezzo di trasporto.
    A farla breve, dopo circa 12 ore (3 bus, salita a piedi da Roncisvalle a Ibaneta, autostop) sono arrivato a St Jean Pied de Port, ho recuperato lo Scudo e, dopo altre 10 ore di viaggio, ero di nuovo a Santiago.
    Il tempo di caricare alla rinfusa tutto il materiale e, dopo una frugale cena, siamo ripartiti, destinazione Italia.
    Ulteriori 26 ore di viaggio ci hanno permesso di approdare (verso le 2 del mattino) a casa, dove era obbligatorio (ed indispensabile..) fare la doccia prima di potersi infilare sotto le lenzuola.
    Per me la dinamica emozionale di certe esperienze “al limite” (perché di limite si tratta, e il bello è che ognuno possiede il proprio e una mia esperienza limite in bicicletta vale emotivamente quanto una esperienza limite per Merckx…) è sempre la stessa: mentre le faccio mi do del cretino, appena finite dico “mai più” e il giorno dopo comincio a pensare alla prossima esperienza.
    Infatti sull’onda dell’entusiasmo abbiamo subito deciso che anche nel 2009 avremmo
    trascorso le vacanze in bicicletta (via Francigena ?), sperando che il Cammino di Santiago non sia stata l’ultima occasione di pedalare tutti assieme.

    Gianni Dalmasso
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    LA MIA SPLENDIDA VACANZA 2008: IL CAMMINO DI SANTIAGO DE COMPOSTELA IN BICICLETTA

    L’estate scorsa, io e la mia famiglia, abbiamo deciso di percorrere il cammino di Santiago de Compostela in bicicletta.
    Volevamo già farlo l’anno prima, ma visto che mio fratello Daniele aveva solo 9 mesi, abbiamo pensato che fosse opportuno rimandarlo al 2008.

    Siamo partiti in auto (Scudo stracarico) da Chiusa di Pesio (CN) il 16 agosto verso le 23.
    Giunti a St. Jean Pied de Port in tarda mattinata, sono iniziati i preparativi (ritiro delle credenziali e sistemazione delle biciclette).
    Dopo aver pranzato, un po’ emozionati, siamo partiti per l’avventura ! È stato molto bello attraversare in bicicletta montagne diverse dalle nostre, come i Pirenei.

    Durante il percorso abbiamo incontrato molte persone italiane, tutti ci hanno incoraggiati, aiutati, salutati…

    In tutti gli ostelli, gli “hospitaleros” ci accoglievano con gentilezza, i camminatori e i ciclisti ci salutavano osservando incuriositi il carrettino e mio fratello Daniele era diventato la mascotte del Cammino.

    Sono sempre stata bene, a parte il giorno in cui siamo saliti a “O Cebreiro”: verso metà salita ho iniziato a prendere forti crampi :( (forse a causa del freddo), ma stringendo i denti sono arrivata lo stesso in cima.

    Mi ha fatto rimanere a bocca aperta la Cattedrale di Burgos: una chiesa spettacolare di stile gotico.

    Poco prima di arrivare a Sahagun ero stanca e, sbattendo contro un paracarro, l’ho rotto e mi sono sbucciata un ginocchio. :(

    Arrivati sul cocuzzolo sopra a Santiago (Monte do Gozo) ero strafelice :p : mi sembrava impossibile. Avevamo percorso più di 820 km in 9 giorni e ci mancava solo più una discesa !

    Quando siamo finalmente arrivati a Santiago (26 agosto) e siamo andati a ritirare la Compostela, ho sentito in me una sensazione, un’emozione che non avevo mai avuto prima, non ci credevo: era semplicemente magnifico!

    Sara D. 10 anni :Ciao:
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    L’impresa più ardua è stata convincere Gianni :angel ad accettare (e, soprattutto, ad organizzare!) questa insolita vacanza…già, perché l’idea è nata da me, ma la pianificazione e l’aspetto logistico sono stati interamente a carico di mio marito. Non mi sembrava possibile, finalmente si sarebbe realizzato quel progetto che sognavo da tempo (due anni, per la precisione), ma che, per l’arrivo non esattamente previsto di Daniele, avevo dovuto rimandare: metterci tutti in cammino verso Santiago.

    Questa meta esercitava su di me un fascino misterioso, per cui non ho provato scoraggiamento di fronte ai farraginosi preparativi e ai primi imprevisti: partenza da casa poco prima di mezzanotte, per venire incontro alle esigenze di Letizia (voleva assolutamente partecipare ad un manifestazione della banda musicale di cui è da poco membro), perdite di tempo per trovare, usciti dall’autostrada, la cittadina di St Jean Pied de Port, la lunga ricerca di un parcheggio, l’attesa che aprisse l’ufficio in cui ritirare le credenziali…
    Questo iniziale entusiasmo si è però presto smorzato: probabilmente avevo sottovalutato la salita fino ad Ibaneta, d’altra parte così carica (circa 45 kg tra bici, seggiolino, Chiara, borse, ecc.) non avevo mai pedalato… A Roncisvalle abbiamo trovato ad attenderci un cartello per la verità non troppo incoraggiante: “Santiago di Compostela –Km 790”…fino ad allora di chilometri ne avevamo percorsi solo una trentina ed io mi sentivo praticamente “alla frutta”. Conscia che il tempo a nostra disposizione era limitato, ho approvato la proposta di Gianni di continuare a pedalare fino a sera. Il buio ci ha sorpresi prima del previsto, per cui non siamo riusciti a trovare posto in nessun albergo dei pellegrini ed abbiamo pernottato in un hotel. Poiché la mia concezione di pellegrinaggio era impregnata di una buona dose di spirito spartano, questa sistemazione, oltre a risultare un vero e proprio salasso delle nostre non troppo pingui risorse, mi ha deluso fortemente: sognavo di vivere, durante questa vacanza-pellegrinaggio, momenti di condivisione e di ricerca dell’essenzialità con altri “peregrinos”.

    Ho trovato tutto ciò, in abbondanza, nei giorni seguenti: le esperienze successive di pernottamento nei vari alberghi per pellegrini sono state veramente vissute all’insegna di uno spirito di condivisione profondo e gioioso. Quello che forse maggiormente mi porto nel cuore è stata l’accoglienza che un po’ ovunque abbiamo trovato: gli “hospitaleros” e gli altri pellegrini avevano quasi sempre un occhio di riguardo nei nostri confronti e ci dimostravano simpatia, interesse e stima. Se possibile, ci riservavano posti-letto tenendo conto delle nostre esigenze. In particolare, mi sono trovata come a casa negli alberghi parrocchiali: i bambini (che, da un certo punto di vista potevano essere considerati un “problema”) erano sempre visti con simpatia e affabilità: Letizia e Sara, le più grandi, venivano regolarmente sommerse di complimenti che, anche se espressi in una lingua a loro straniera, risultavano chiari; i più piccoli, Daniele in particolare, erano circondati di attenzioni e di coccole.
    Indimenticabili, in questo senso i pernottamenti ad Estella e Hospital de Orbigo.
    Altra ricchezza inestimabile dell’esperienza: l’incontrarsi periodicamente con quei “ciclopellegrini” che, per una serie di circostanze, si sono trovati a condividere con noi non solo il “camino”, ma anche il ritmo delle tappe. Rivedersi più volte negli alberghi, o lungo la strada, o nei luoghi attrezzati per le soste, o ancora durante le visite d’obbligo alle varie cattedrali, crea nelle persone un legame particolare, per quanto non si possano scambiare che poche parole: si capisce cosa significa veramente l’espressione “compagni di viaggio” o, tradotta in maniera più liturgica, “popolo in cammino”. Quando poi ci si rivede a Santiago, all’ombra di quella cattedrale così sognata e “sudata”, si crea un’intesa e una comunione che va oltre ciò che si può esprimere con il linguaggio.
    Momento magico, infine, è stato l’arrivo a Santiago: mi sono trovata davanti a quella che è la meta del viaggio, lo scopo di un cammino che è stato gioia, fatica, condivisione, stanchezza, speranza…Quasi avevo timore ad entrare, o meglio, volevo prolungare il più a lungo possibile quella sensazione di soddisfazione piena che procura l’arrivo. E’ un momento veramente da godere ed assaporare e poi custodire come tesoro. Mi ricordo in maniera nitida la sensazione di aver portato a termine ciò che mi ero prefissata e averlo fatto con chi più mi sta a cuore: tutta la mia famiglia, nessuno escluso, da chi ha faticato di più, ma alla fine ce l’ha fatta, a chi si è lasciato beatamente trasportare dormicchiando o guardandosi intorno. A tutto ciò si aggiunge la suggestione che quello compiuto non è un cammino qualsiasi, ma il “Camino” percorso nei secoli da migliaia di persone…

    Questo, in sintesi, è stato per me il “Camino di Santiago de Compostela”.

    Silvia Grande
     
    A panucci piace questo elemento.

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