Giocamino
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La Via Lattea è il titolo del libro scritto a due mani da Piergiorgio Odifreddi e Sergio Valzanìa.
Questa strana coppia di pellegrini - ateo o agnostico il primo, cattolico il secondo - ha percorso a piedi il Cammino francese partendo da Roncisvalle da fine aprile a fine maggio 2008.
Ogni sera le loro discussioni e vicissitudini erano oggetto di un programma radio, trasmesso in diretta da una squadra di tecnici RAI che li seguiva lungo il percorso.
Visto che nello stesso periodo anch’io ero sul Camino, questa trasmissione ha costituito per la mia famiglia una fonte di informazioni aggiornate. Una fonte anche troppo precisa: la volta in cui ho telefonato a mia madre e le ho detto che ero partito da Ponferrada e - bugia per non farla preoccupare - che il tempo era bello, mi ha risposto che anche Odifreddi era partito da Ponferrada, ma che aveva detto che pioveva...
Rileggere del meteo, delle deviazioni al percorso presenti nel periodo o di altre cose che avevo visto o vissuto, rappresenta per me il motivo di maggiore interesse sul libro: mi sembrava di rivivere il mio Camino. Il libro però è costituito principalmente dalle conversazioni e dalle discussioni fra i due e questo, a mio giudizio, è il suo limite: una cosa è sentirle in diretta mentre la persona è in viaggio a piedi; altro è leggere mesi dopo lo “sbobinamento” delle registrazioni, senza che ci sia stata una rielaborazione per cercare di rendere nello scritto quello che era stato concepito per essere detto.
La mia recensione finisce qui, ma per chi vuole qualche citazione riporto in coda alcuni brani che ho trovato interessanti o simpatici. La maggior parte di questi... è di Valzanìa!
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Ultreya siempre,
Gio
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“Frecciatina” (è proprio il caso di dirlo) di Valzanìa, credente e pellegrino di lungo corso, a Odifreddi:
“Di solito sono io che vedo le frecce gialle, dipinte sui muri o direttamente sull'asfalto. Quando arriviamo a un bivio tu in genere chiedi: «Dove dobbiamo andare?»
«Di là, vedi, c'è la freccia!» rispondo io.
E tu commenti: «Prima la freccia non c'era, è apparsa quando hai cominciato a guardare tu».
Tendo a darti ragione: vedi, queste frecce le trovo, le riconosco perché ci credo. So che le frecce ci sono, le cerco e le trovo, tu invece non sei sicuro che le frecce ci siano, non guardi nemmeno e ti sfuggono.”
Quando si tratta di dettagli tecnici, può capitare di essere d’accordo con Odifreddi:
“a proposito di pellegrini, oggi abbiamo parlato con loro anche dell'armamentario che tutti noi ci trasciniamo dietro: ci sono filosofie differenti, sulle quali ci si confronta. Alcuni, ad esempio, sostengono che bisogna portarsi due paia di scarpe e cambiarle a metà giornata di cammino, e io sono fra loro. Una delle dispute riguarda invece il fatto se si debba camminare con un solo bastone, come i pellegrini della tradizione, oppure con due: io sono della seconda scuola, per motivi tecnici.
Molti non sanno, ad esempio, che sulle bici da corsa si fissano i piedi ai pedali non soltanto per evitare che scivolino, ma anche o soprattutto per andare più veloci: in tal modo, infatti, si può non soltanto spingere sui pedali, con la gamba che va in alto. In tal modo si fa ovviamente doppia fatica, ma si produce anche un doppio lavoro. Con due bastoni, succede la stessa cosa: non soltanto si cammina con le gambe, ma si spinge anche con le braccia. Uno dei vantaggi è di scaricare parte dello sforzo delle ginocchia sui bastoni, e devo dire che con questo accorgimento la tendinite con cui ero partito mi è praticamente passata.”
Seppure scherzando, Valzanìa descrive bene uno stato simile a quello di cui molti pellegrini fanno esperienza sul Camino:
“...se ci si abbandona al ritmo dei passi, dopo qualche tempo si comincia a sentire più leggera la testa, poi tutto il corpo ed è come se si diventasse parte di quello che ci circonda. Come in una meditazione riuscita. Il ritmo dell'andare diventa diverso, quasi che invece di camminare si fosse camminati, se il verbo camminare potesse essere usato al passivo. L'andare diventa come il giro della grande ruota della vita e ci si sente completamente immersi nel tutto.”
A volte anche su questo nostro forum mi è sembrato di ritrovare la adesione alle idee di Curatolo e Giovanzana di cui parla Valzanìa:
“...mi sconcerta il fatto che tu abbia cominciato a fidarti ciecamente della nostra Guida al Cammino di Santiago de Compostela, edita da Terre di Mezzo, scritta da Curatolo e Giovanzana, due autori che hanno un atteggiamento molto simile al tuo: odiano ogni forma di traffico urbano, di strada asfaltata, elementi che invece io penso facciano parte del Cammino.”
Odifreddi, tornando per la seconda volta in due giorni (!) a Messa per riuscire vedere il botafumeiro in azione, ha una delle sue uscite deliziosamente affilate:
”Questa volta mi premuro di spegnere il cellulare, per evitare che squilli come ieri nel bel mezzo della consacrazione, e mi attiri addosso gli sguardi di disapprovazione di quei fedeli la cui concentrazione non supera il livello di attenzione di una suoneria.
Fedeli che mi fanno tornare in mente un «santone» che meditava una sera seduto per terra a gambe incrociate in un tempio del Tamil Nadu, e con un rapido gesto allontanò da sé una foglia che il vento gli aveva posato sulle ginocchia, meritandosi un'unica lapidaria parola di commento dal mio interlocutore indiano: «Ciarlatano».”
Il credente al matematico:
“Essere felici è più importante che capire la teoria della relatività.”
Questa strana coppia di pellegrini - ateo o agnostico il primo, cattolico il secondo - ha percorso a piedi il Cammino francese partendo da Roncisvalle da fine aprile a fine maggio 2008.
Ogni sera le loro discussioni e vicissitudini erano oggetto di un programma radio, trasmesso in diretta da una squadra di tecnici RAI che li seguiva lungo il percorso.
Visto che nello stesso periodo anch’io ero sul Camino, questa trasmissione ha costituito per la mia famiglia una fonte di informazioni aggiornate. Una fonte anche troppo precisa: la volta in cui ho telefonato a mia madre e le ho detto che ero partito da Ponferrada e - bugia per non farla preoccupare - che il tempo era bello, mi ha risposto che anche Odifreddi era partito da Ponferrada, ma che aveva detto che pioveva...
Rileggere del meteo, delle deviazioni al percorso presenti nel periodo o di altre cose che avevo visto o vissuto, rappresenta per me il motivo di maggiore interesse sul libro: mi sembrava di rivivere il mio Camino. Il libro però è costituito principalmente dalle conversazioni e dalle discussioni fra i due e questo, a mio giudizio, è il suo limite: una cosa è sentirle in diretta mentre la persona è in viaggio a piedi; altro è leggere mesi dopo lo “sbobinamento” delle registrazioni, senza che ci sia stata una rielaborazione per cercare di rendere nello scritto quello che era stato concepito per essere detto.
La mia recensione finisce qui, ma per chi vuole qualche citazione riporto in coda alcuni brani che ho trovato interessanti o simpatici. La maggior parte di questi... è di Valzanìa!
.Ultreya siempre,
Gio
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“Frecciatina” (è proprio il caso di dirlo) di Valzanìa, credente e pellegrino di lungo corso, a Odifreddi:
“Di solito sono io che vedo le frecce gialle, dipinte sui muri o direttamente sull'asfalto. Quando arriviamo a un bivio tu in genere chiedi: «Dove dobbiamo andare?»
«Di là, vedi, c'è la freccia!» rispondo io.
E tu commenti: «Prima la freccia non c'era, è apparsa quando hai cominciato a guardare tu».
Tendo a darti ragione: vedi, queste frecce le trovo, le riconosco perché ci credo. So che le frecce ci sono, le cerco e le trovo, tu invece non sei sicuro che le frecce ci siano, non guardi nemmeno e ti sfuggono.”
Quando si tratta di dettagli tecnici, può capitare di essere d’accordo con Odifreddi:
“a proposito di pellegrini, oggi abbiamo parlato con loro anche dell'armamentario che tutti noi ci trasciniamo dietro: ci sono filosofie differenti, sulle quali ci si confronta. Alcuni, ad esempio, sostengono che bisogna portarsi due paia di scarpe e cambiarle a metà giornata di cammino, e io sono fra loro. Una delle dispute riguarda invece il fatto se si debba camminare con un solo bastone, come i pellegrini della tradizione, oppure con due: io sono della seconda scuola, per motivi tecnici.
Molti non sanno, ad esempio, che sulle bici da corsa si fissano i piedi ai pedali non soltanto per evitare che scivolino, ma anche o soprattutto per andare più veloci: in tal modo, infatti, si può non soltanto spingere sui pedali, con la gamba che va in alto. In tal modo si fa ovviamente doppia fatica, ma si produce anche un doppio lavoro. Con due bastoni, succede la stessa cosa: non soltanto si cammina con le gambe, ma si spinge anche con le braccia. Uno dei vantaggi è di scaricare parte dello sforzo delle ginocchia sui bastoni, e devo dire che con questo accorgimento la tendinite con cui ero partito mi è praticamente passata.”
Seppure scherzando, Valzanìa descrive bene uno stato simile a quello di cui molti pellegrini fanno esperienza sul Camino:
“...se ci si abbandona al ritmo dei passi, dopo qualche tempo si comincia a sentire più leggera la testa, poi tutto il corpo ed è come se si diventasse parte di quello che ci circonda. Come in una meditazione riuscita. Il ritmo dell'andare diventa diverso, quasi che invece di camminare si fosse camminati, se il verbo camminare potesse essere usato al passivo. L'andare diventa come il giro della grande ruota della vita e ci si sente completamente immersi nel tutto.”
A volte anche su questo nostro forum mi è sembrato di ritrovare la adesione alle idee di Curatolo e Giovanzana di cui parla Valzanìa:
“...mi sconcerta il fatto che tu abbia cominciato a fidarti ciecamente della nostra Guida al Cammino di Santiago de Compostela, edita da Terre di Mezzo, scritta da Curatolo e Giovanzana, due autori che hanno un atteggiamento molto simile al tuo: odiano ogni forma di traffico urbano, di strada asfaltata, elementi che invece io penso facciano parte del Cammino.”
Odifreddi, tornando per la seconda volta in due giorni (!) a Messa per riuscire vedere il botafumeiro in azione, ha una delle sue uscite deliziosamente affilate:
”Questa volta mi premuro di spegnere il cellulare, per evitare che squilli come ieri nel bel mezzo della consacrazione, e mi attiri addosso gli sguardi di disapprovazione di quei fedeli la cui concentrazione non supera il livello di attenzione di una suoneria.
Fedeli che mi fanno tornare in mente un «santone» che meditava una sera seduto per terra a gambe incrociate in un tempio del Tamil Nadu, e con un rapido gesto allontanò da sé una foglia che il vento gli aveva posato sulle ginocchia, meritandosi un'unica lapidaria parola di commento dal mio interlocutore indiano: «Ciarlatano».”
Il credente al matematico:
“Essere felici è più importante che capire la teoria della relatività.”

