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Per non dimenticare la Senda litoral

Franvi

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Ho scritto il diario del cammino (la Senda litoral del cammino portoghese) che ho percorso verso fine estate del 2020. Non ha pretese di completezza e tantomeno di tipo artistico. Vuole essere solo una chiacchierata tra amici, per rievocare luoghi e percorsi a molti già noti.



PORTO – VILA DO CONDE


All’aeroporto di Orio al Serio, vista la scarsa affluenza al check in, butto là una battuta al controllore. “Fiacca oggi, eh?”. Quello senza scomporsi mi risponde flemmatico:” Vedesse gli altri giorni…”. Davanti a me sull’aereo un pilota, che probabilmente ha usufruito di un passaggio, si allunga poco dignitosamente sul sedile e si fa una dormita fino a destino. L’aereo mi deposita a Porto prima di mezzogiorno. Viaggio tranquillo con parecchi posti vuoti.

Raggiungo l’ostello situato presso la fermata della metro di Senhora da Hora situata a nord della città. C’è un ospitalero che sta pranzando, ma quando arrivo interrompe il pasto per registrarmi. Un quarto d’ora buono se ne va solo per riempire un lunghissimo modulo on line. Verso la fine mi faccio aiutare, decisamente il portoghese non fa per me. Penso che con la compilazione della dichiarazione dei redditi avrei fatto prima.

Le brandine superiori dei letti a castello sono avvolte dal cellophan. Poi, a parte le solite istruzioni in materia di pandemia e un po’ di barattoli di gel sparsi qua e là, tutto il resto è nella norma.

Ritorno in città, fuori c’è il sole, l’aria è piacevole. Tanta gente per le strade, anche troppa per essere un giovedì. In breve mi ritrovo sul ponte metallico allungato sul Douro, tra passanti non troppo rispettosi delle restrizioni.

Porto presenta la stessa conformazione di tante città litoranee: se vai a livello del mare (qui invece c’è il fiume), poi devi risalire verso il centro. Senza rimpianti rientro in ostello e me ne vado a cena poco lontano. Sono una buona forchetta e se dico che ho mangiato fin quasi a strozzarmi, dovete credermi. Ma la sorpresa arriva al momento di uscire. Non comprendo il conto da pagare, così comincio ad allungare al cameriere un biglietto da 10 euro e mentre rovisto nel portafogli in cerca di un’altra banconota, quello mi mette in mano qualche spicciolo. E mi augura anche un buon cammino. Debbo ricordarmi del Portogallo nelle mie preghiere serali.

Il giorno dopo lascio l’ostello con l’eccitazione del primo giorno di cammino. Vado all’appuntamento con l’oceano, ma alla fermata della metro presso Mercado un bar aperto calamita la mia attenzione. Ordino in spagnolo, sorseggio il mio caffelatte bersagliato dai soliti sguardi furtivi. Quando esco il gestore mi rincorre con i bastoncini dimenticati al tavolo.

Sento l’ululato cavernoso dell’oceano prima di vederlo. Quando me lo trovo davanti non posso fare altro che fermarmi. La visione è veramente stravolgente, tanto più che mi sembra un tantino agitato. Certe onde che partono da lontano e si ingrossano man mano si avvicinano alla riva e qui si frangono contro gli scogli con un fragore assordante il nostro Adriatico non se le sogna nemmeno. Mi vengono i brividi davanti a questa massa d’acqua, una autentica forza della natura.

Con l’oceano di fianco proseguo lungo un largo marciapiedi. Fermo una passante per alcune foto di rito: quando mai avrò più uno sfondo simile alle spalle. Gente scende sulla spiaggia, gironzola tra gli scogli, si stende sotto le tendine antivento.

Ben presto comincio a camminare su passerelle di legno a pochi palmi dalle dune di sabbia e dai bassi cespugli. Ogni tanto una piccola zona per un po’ di descanso (non conosco l’equivalente portoghese). Con l’avvicinarsi del mezzogiorno, la gente sulle passerelle aumenta. Anche famiglie intere con figli e quant’altro al seguito, tutti rigorosamente senza mascherina. Si cerca solo di mantenere un minimo di distanza, ma sulle passerelle non sempre è possibile.

Fa piuttosto caldo, sudo molto, del resto sulle passerelle l’ombra non si trova neppure a pagarla. Così alla mezza mi fermo presso un bar al limite della spiaggia per un panino con birra. Alla mia richiesta il ragazzo del bancone mi guarda dubbioso. Pensavo che anche un portoghese sapesse districarsi tra un bocadillo e una cerveza. Mimo qualche gesto di facile interpretazione, ma temo, a giudicare dalla sua espressione attonita, che riguardo al panino i dubbi invece di dissolversi abbiano preso una involontaria direzione. Fortunatamente l’intervento di un avventore mi toglie dallo spiacevole imbarazzo.

E’ il primo giorno di cammino e non voglio esagerare con le distanze. Così dopo aver ignorato l’ostello di Labruge, mi dirigo verso Vila do Conde. Trovo facilmente l’ostello, ma è chiuso per Covid. L’ospitalera mi indirizza ad un hostal poco lontano, dove trovo alloggio in una stanzetta alquanto sporca con cinque posti letto. Il mio, l’ultimo libero, è su una brandina in alto. Sotto c’è un italiano di mezza età, gli altri tre occupanti sono portoghesi o spagnoli e fanno comunella tra loro.

L’italiano dice di chiamarsi Gennaro e di abitare nell’hinterland milanese. Ha una buona stazza fisica, ma con una evidente pancetta e un’espressione del viso un po’ rincagnata dove un naso aquilino piuttosto pronunciato la fa da padrone. Mi dice che questo è il suo primo cammino e che è arrivato qui da Porto con i mezzi pubblici. Saputo delle mie precedenti esperienze, mi elegge a suo mentore. Sì, usa proprio questo vocabolo, e per uno che non vuole rivelare la sua professione, la cosa mi lascia un po’ perplesso.

Nel pomeriggio faccio una visita al monastero di Santa Clara accanto all’omonimo acquedotto romano che domina la città dall’alto della collina. In centro c’è mercato all’interno di uno spiazzo chiuso, sorvegliato all’ingresso da un gruppo costituito da Polizia local e Guarda civil. Entro con la mascherina, ma dentro gli assembramenti e il via vai di persone destano qualche preoccupazione, così prendo velocemente l’uscita. Forse la forza pubblica, invece di fare salotto e bersi qualche bibita all’ingresso, avrebbe fatto meglio a mettere il naso all’interno.

A sera ceno con Gennaro all’aperto di un bar con un piatto di Francesina. Non lo trovo così irresistibile come il mio compagno mi aveva garantito
. Ma questo, si sa, fa parte degli inconvenienti di ogni pellegrino.
 

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Jackie

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Che bello, Franco...
Grazie, è piacevole leggere di cammini in questo momento...
Prossime tappe? Non farci aspettare troppo mi raccomando :);)
 

Edo

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Apro il forum e mi ritrovo l'inizio di un diario e la giornata promette bene anche se ormai è quasi alla fine.

Grazie della condivisione Franco.

Edo
 

Franvi

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VILA DO CONDE – MARINHAS

Una notte di tregenda con Gennaro che tiene svegli tutti con il suo russare. D’altronde cosa potevo aspettarmi da un naso simile…

La mattina presto esco dalla cittadina seguito da Gennaro, sembra assorto nei suoi pensieri, non una parola su tutto il fracasso che ha causato stanotte. Uno dei presenti, dopo ripetuti tentativi per farlo desistere, ha preso la porta con in mano il cuscino ed è andato chissà dove. Anch’io volevo fare qualcosa per non passare la notte sveglio, ma i tappi per le orecchie erano in qualche anfratto dello zaino e di scendere dal letto al buio lungo la scaletta mi è parsa una decisione un po’ velleitaria.

Nella mia nuova veste di mentore approfitto del momento per qualche consiglio che ascolta con interesse. Stupendi azulejos ai bordi della strada illustrano tipiche scene di pesca e di lavoro nei campi. Raggiungiamo l’oceano con onde alte che fustigano la spiaggia dove mucchi di alghe attendono di essere caricate, dopo l’essicazione. In giro c’è la consueta agitazione del sabato favorita da una giornata che si preannuncia soleggiata. Un mulino a vento, ormai in disarmo, ricorda che queste sono zone dove il vento è di casa.

Causa la presenza di un campeggio, il cammino vira verso l’interno sempre con le passerelle sotto i piedi, a dire il vero più strette del solito. Ogni tanto vi sfreccia anche qualche ciclista, come se pedalare sullo sterrato vicino non fosse dignitoso. Terminate le passerelle, riprendiamo a seguire le frecce, per la verità scarse e non proprio coerenti.

Ad Apulia facciamo una sosta per il pranzo. Alcuni locali pubblici appaiono chiusi, presumo per il Covid, e comunque la gente non se ne fa un problema, perché circola numerosa per le strade. Dopo Fão passiamo il fiume Cadevo per entrare ad Esposende, lungo un passeggiata all’ombra delle palme. In lontananza il fiume getta le sue acque nella massa azzurra dell’oceano.

A meno di un’ora c’è Marinhas dove conto di fermarmi presso il locale albergue municipal. L’arrivo è estenuante, per il caldo, lo strato di sabbia sotto le scarpe e il ginocchio destro che comincia a farmi male. Ci dirigiamo alla Croce Rossa per la chiave, ma ci dicono di andare direttamente all’albergue già aperto. L’ostello è letteralmente bardato con un nastro bianco rosso per garantire la massima protezione dal Covid. Come arriviamo ci mettiamo in fila a debita distanza. Per entrare (l’uscita è da un’altra parte) bisogna seguire un percorso appositamente segnalato, dove per terra sono disegnate le impronte dei piedi a garanzia delle distanze da rispettare.

Per ogni pellegrino l’ospitalera Claudia mette in atto il solito rituale che si prende dieci minuti buoni per ciascuno. Questa la sequenza dopo la misurazione della temperatura corporea. Primo, con lo zaino in spalla, togliere le calzature, infilarle in un sacchetto e riporre il tutto su dei ripiani di una scarpiera. Secondo, infilare lo zaino, evitando di appoggiarlo a terra, in un comune sacco nero dello sporco e a piedi scalzi, e con il sacco sollevato da terra, raggiungere la postazione dell’hospitalera per il disbrigo delle pratiche di registrazione. Infine con il benestare della stessa e un suo sorriso di circostanza viene assegnato il posto letto, una brandina in basso, con l’obbligo della distanza con gli altri pellegrini e il rispetto delle istruzioni antiCovid.

Prima di sera parecchi letti risultano occupati, per l’ostello è un via vai di persone, come pure di lingue diverse. Consumo la cena, a base di spaghetti e pezzi di carne con Gennaro e altri due italiani, una ragazza di Ivrea e un avvocato di Roma, arrivati dopo di noi.

A sera si crea tra i presenti un clima di convivialità e di esultanza, favorito dalla presenza di una vasta sala dotata anche di TV e di due computer. Il desiderio di stare insieme, di raccontarsi e di scambiarsi opinioni non si fa riguardo di restrizioni e divieti.

Chiudiamo la serata con un bicchiere di porto in un bar vicino, un bicchiere della staffa degno del momento e del posto.

 

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falso ciclista

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Sempre bello leggere esperienze altrui, se non altro per continuare a sognare

Per ogni pellegrino l’ospitalera Claudia mette in atto il solito rituale (Franvi)

Questo rituale, lasciare le scarpe fuori ed infilare lo zaino in un sacco di plastica con disinfettante è in uso su Cammini di Francia da oltre un decennio e così hanno eliminato il problema delle "chinches", zecche e pulci varie che, anche inconsciamente, i camminanti si portano in giro (basta appoggiare lo zaino su un prato, pietre e non controllarlo quando si riparte)

Adesso poi con il Covid era ed è l'unica soluzione

Sul russare poi
l'ho detto e scritto anche in questo forum anni fa
La maggioranza della popolazione mondiale russa, soprattutto con l'avanzare dell'età e, se si è di sonno leggero, non si si può far nulla se non munirsi di buoni tappi per orecchie
io, da russatore, ne ho sempre una buona scorta di tappi, del tipo professionale e costano qualche euro per un bel sacchetto, che in caso di necessità regalo i più insofferenti

Confesso che sopporto sempre meno le storie di notti in bianco, e casini vari causati dal russatore di turno, che certamente non lo fa per dispetto ...

Da quando vagabondo per monti e per pianure la sera ho sempre cercato un posto dove non dar fastidio, anche all'aperto, e quando le caratteristiche atmosferiche lo richiedevano andavo al chiuso e se non avevano un locale adatto dichiaravo di essere un "ronfleur, schnarcher, snorer, roncador, ecc. un russatore insomma e che avevo dei tappi da regalere ...
 

Franvi

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MARINHAS – VIANA DO CASTELO

Non mi ero preoccupato la sera prima di verificare la direzione da prendere l’indomani. Così, senza stare a pensarci, esco da Marinhas e riprendo le passerelle che avevo lasciato ieri vicino alla spiaggia. Finite le passerelle, non resta che la spiaggia piena di scogli e vicino, una serie infinita di appezzamenti coltivati ad orto, dove è facile perdersi. La mia dignità di mentore vacilla. Ma dove mi sono infilato? Qui non si viene a capo di niente, frecce non se ne vedono, così decido di raggiungere una strada asfaltata che va nella direzione desiderata. La decisione si rivela giusta, anche perché a Belinho troviamo un bar per la colazione.

Oggi niente oceano in vista, si cammina nell’entroterra tra paesini e strade secondarie. Forse, dopo ore passate a scarpinare sulle passerelle in legno, un po’ di asfalto può anche piacere. Tanto più che oggi è domenica e la gente si ammasserà sulle passerelle per raggiungere le spiagge.

Arrivati nei pressi del fiume Neiva ricominciano i problemi di orientamento. Dal fiume ci divide un quartiere con strade strette e tortuose. Le frecce non mancano, spesso, però, si contraddicono, talvolta non portano da nessuna parte. Forse, il percorso è stato modificato, ma nessuno ha rimosso le frecce precedenti. Ricordo di aver letto che il vecchio ponte in granito sul Neiva è stato spazzato via da una alluvione e che ne è stato costruito uno nuovo in metallo. Ci soccorrono alcune persone del posto e in breve raggiungiamo il ponte costruito a dorso d’asino.

Finalmente un bosco verde cresciuto ai bordi del fiume con stradine all’ombra e una gran voglia di sedersi su un masso e godere di qualche momento di tranquillità. Ancora strade trafficate, qualche chiesa dove apporre il carimbo e cani che abbaiano. Ma anche splendide siepi di ortensie azzurre e gli immancabili cruceiros.

Il sole non fa sconti, così quando comincio a scorgere in lontananza il lungo ponte metallico color verde allungato sul fiume Lima, il morale prende quota. Una estesa bassa marea mette in mostra vaste chiazze di sabbia nel letto del fiume. Oltre il ponte, che permette il transito anche del treno nella parte sottostante, Viana do Castelo si staglia nella luminosità del primo pomeriggio, con in alto sulla collina la maestosa Basilica del Sacro Cuore. L’attraversamento di un ponte, soprattutto se lungo più di mezzo chilometro come questo, riserva sempre un’emozione da non perdere, anche se circondati da un traffico assordante. Un’emozione ancora più avvincente se il pensiero va al suo costruttore, l’ingegnere Eiffel, quello della famosa torre di Parigi.

Dopo il ponte io e Gennaro raggiungiamo l’albergue poco lontano, all’interno di un edificio attiguo ad una chiesa, presumibilmente un ex monastero. Ci viene assegnata una camera doppia con bagno in corridoio. Praticamente è solo per noi. Arriva anche Rosanna, la ragazza di Ivrea, che lamenta dolori ad una gamba ed è preoccupata anche per le numerose vesciche ai piedi. Me le mostra e convengo che ha ragione ad essere preoccupata. Occorre intervenire subito prima che la situazione peggiori e che l’unica strada che le rimanga da percorrere sia quella verso casa.

L’accompagno in città in cerca di una farmacia che trova aperta in una piazza del centro, nonostante la festività. La cittadina è in festa, gente invade le strade e le piazze, si gode il pomeriggio seduta ai tavolini dei bar o lungo i viali ombreggiati. Tanti occupano i gradini che fiancheggiano per tutta la lunghezza le acque del Lima, dove in uno slargo vicino è stata sistemata in scala reale un’ imbarcazione, forse una caravella. Veniamo a sapere che una funicolare porta fino alla Basilica sulla collina, ma sembra che per oggi abbia esaurito tutte le corse disponibili. Peccato, meritava una visita.

A sera l’aria è tiepida ed invita ad uscire. E tanti, a giudicare dall’affollamento per le strade, l’invito l’hanno preso sul serio. Molti non indossano la mascherina e forse al riguardo non ci sono precisi obblighi delle autorità. Non ho fatto tamponi prima di partire, mi sono fidato delle mie sensazioni e del mio buon senso. E se i tragici ricordi della primavera scorsa hanno insegnato che da certi pericoli, peggio se invisibili, è meglio stare alla larga e proteggersi, penso che continuerò a convivere con il modesto fastidio di una mascherina. Poi, si sa, a ognuno la libertà di fare le proprie scelte.

Per la cena cerchiamo un ristorante vicino all’albergue, giusto per non affaticare Rosanna. Ci accomodiamo all’aperto nel giardino, c’è anche l’avvocato di Roma, un tipo calvo di mezza età. Una cena a base di pesce, per me una zuppa e un filetto con contorno di gustose patatine e a chiusura un bicchierino di porto. Si conversa su tutto, anche di cammini, così vengo a sapere che in una settimana io ho fatto più strada di tutti loro tre messi insieme. Be’, un inizio non si nega a nessuno.

Il tipo di Roma non fa nulla per nascondere le sue propensioni in materia sessuale. Anzi, ci tiene a non essere frainteso. Del resto, basta sentirlo parlare e osservarlo quando gesticola. Non ho pregiudizi verso le persone gay, ne ho conosciute degne di stima e rispetto. E rispetto anche lui, è solo che questo tizio mi sta antipatico, forse è solo una faccenda di pelle.

 

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Franvi

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VIANA DO CASTELO – A GUARDA

Riprendo a camminare dopo una notte tranquilla. L’austerità del posto, al riparo dagli schiamazzi della strada, ha fatto la sua parte, ma l’aiuto fornito dai tappi per le orecchie è stato provvidenziale. Con Gennaro nel letto accanto non c’è altro modo per prendere sonno. A Marinhas la notte scorsa ho dovuto traslocare in un letto della stanza accanto dopo che l’amico aveva messo in moto la sua “turbina”.

Ripassiamo per il centro di Viana do Castelo fino alla confluenza del Lima con l’oceano dove sono ormeggiate alcune navi. Un bar per la colazione e l’oceano è tutto per noi. C’è anche Rosanna che, viste le sue condizioni, ha preferito non partire da sola. Il percorso non si discosta dalle spiagge, fa scrupolosamente il suo dovere di Senda litoral. Un cammino che alla lunga può indurre un calo di interesse, forse anche di noia, per una certa ripetitività nei paesaggi, ma che non manca anche di mostrare ogni tanto qualche interessante reminiscenza del passato, nemmeno troppo lontano.

E’ il caso dei mulini a vento, che, ormai privi delle classiche pale, in prima battuta avevo scambiato per delle piccole postazioni di avvistamento. Se ne contano parecchi, a debita distanza l’uno dall’altro, sormontati da un tetto dalla forma a cono. Ma anche piccole fortezze abbarbicate agli scogli a scopo difensivo, queste sì per avvistare eventuali invasori dal mare.

Presso una passerella Rosanna decide di fermarsi, il dolore alla gamba non le permette più di camminare. Non mi va di lasciarla da sola su una panchina, ma lei sostiene che è in grado di badare a sé stessa e che si farà condurre da un taxi presso un centro salute per una visita. Mi dispiace perdere la sua compagnia, anche perché Gennaro mi ha già anticipato che intende entrare in Spagna a Tui, mentre io proseguirò verso A Guarda, dunque arrivati al fiume Miño ci dovremo dividere.

Proseguiamo sempre lungo la costa con gli scogli scuri a vista e le passerelle. Ma anche all’interno su stradine poco frequentate che offrono il refrigerio di un po’ di ombra. Ma è solo per brevi tratti, oggi il cammino è pressoché una overdose di spiagge, oceano e passerelle.

Un bar affacciato sulla spiaggia ci rigenera con qualche birra fresca. Le spiagge si susseguono senza soluzione di continuità e così pure i loro nomi che scivolano come una brezza leggera sulla inconsistenza della mia memoria. Rimangono negli occhi solo le scene consuete di bagnanti affaccendati intorno ad una tendina antivento oppure occupati a stanare granchi o altri crostacei dalle pozzanghere tra gli scogli.

Ma quando scorgo che gli scogli fanno posto a distese di sabbia sempre più vaste con un brulicare incessante di gente in costume, comincio a pregustare l’avvicinarsi di una pausa rinfrescante. In breve si materializza la spiaggia a mezza luna di Vila Praia De Ȃncora, un carnaio multicolore in mezzo al quale dobbiamo transitare per raggiungere il paese alle sue spalle. Quasi nessuno mostra curiosità o stupore, solo qualche bambino, per gli altri siamo invisibili.

Dopo il lungo e faticoso passaggio nella sabbia riguadagniamo “la terra ferma” presso l’ufficio del turismo dove ne approfittiamo per un carimbo. Sosta che si prolunga per una doverosa pulizia delle scarpe dalla sabbia, e chi si è trovato a sera coi piedi pieni di vesciche e arrossamenti sa bene che non è tempo perso. Sosta che, data l’ora e l’appetito, trova una degna chiusura in un bar/ristorante davanti ad un bocadillo favoloso e a una birra fresca. Il ristorante è veramente affollato e vedere gente accalcarsi al bancone e tra i tavoli mi mette i brividi.

Mi allontano dal paese con un senso di liberazione, con tutta la gente per le strade e nei locali senza mascherina cominci a dubitare anche dell’aria che respiri. Poco alla volta ci avviciniamo al Miño, spartiacque con la Spagna. Sono un po’ preoccupato per la traversata che vorrei fare in giornata, anche se ricordo di aver letto che il traghetto di lunedì non fa corse. E oggi è proprio lunedì. Vedrò il da farsi sul posto.

Si cammina su una pista soleggiata con le immancabili spiagge gremite di bagnanti e le tende che ogni tanto cambiano colore. Una chiesetta in questa bolgia godereccia e spensierata proprio non ce la vedo. Eppure c’è in carne e… pietre. In un parcheggio enorme di spalle alla spiaggia rischiamo di perderci e riusciamo ad uscire dal parapiglia solo perché la vista di un bosco di pini ci è sembrata una alternativa da prendere al volo. Una freccia gialla mi rimette in ordine la circolazione dopo il trambusto appena passato.

Al termine del bosco ecco il Miño e, oltre il fiume, la Spagna. Accanto alla riva c’è un campeggio, credetemi se vi dico che è un po’ lussuoso, me ne intendo di campeggi, lo vedo da tanti piccoli particolari. Deve essere di quelli che già prima di aprire bocca alla reception qualcuno ha già deciso di non farti entrare. Previsione azzeccata.

Dalla riva si vede Caminha a meno di mezz’ora di strada. Gennaro aspetta che io decida cosa fare, mentre lui ha già preso una decisione. Vedo gente seduta su dei gradini vicino al fiume e un tizio che allieta la loro attesa con delle spassose chiacchierate. Poi arriva una barca che scarica una mezza dozzina di persone. E’ sicuramente il traghettatore di cui ho letto, o uno che fa lo stesso servizio. Dopo mezz’ora sono sulla barca che in tre minuti mi deposita sul suolo spagnolo. Il traghetto per lo stesso servizio avrebbe chiesto 1 euro e mezzo, il barcaiolo invece ne pretende 5, mentre con pochi euro in più col bus sarei arrivato a Santiago.

L’arrivo ha un che di avventuroso, alla Cristoforo Colombo per intenderci, quando sbarca da una scialuppa sull’isola di San Salvador alle Bahamas. Devo fare un salto dalla barca alla spiaggia per non entrare in acqua con le scarpe, mentre lo zaino mi viene spedito poco dopo per posta aerea dal barcaiolo senza ulteriori addebiti a mio carico.

Mi sento in po’ in imbarazzo sotto gli occhi indagatori di alcuni bagnanti. Che mi considerino un immigrato clandestino, un rifugiato? Li tranquillizzo chiedendo indicazioni per l’albergue di A Guarda. E’ impossibile sbagliare direzione, ma voglio evitare di trovarmi alle calcagna la Guardia Civil allertata da una maldestra telefonata di un impiccione.

I pochi chilometri prima di A Guarda sono quanto di meglio può esprimere la faccia bonacciona dell’oceano: calmo e un po’ sornione nella calura del pomeriggio. Ma io sono stanco e ho fretta di arrivare, non voglio trovarmi sorprese appena messo piede in Spagna.

Già da lontano il paese mostra un aspetto rassicurante, con le barche nel porto chiuso dal molo e le case di vari colori e col tetto marrone. L’albergue, mi dicono, si trova nella parte alta del paese, una costante che ormai ho accettato come l’ultima, doverosa fatica prima del letto ristoratore.

E’ aperto e dopo un po’ arriva la Policia local, un giovane atletico, tutto muscoli e una ragazza alta e dall’aria impacciata. Decido per un approccio standard. Traduco: vecchietto allegrotto con una discreta esperienza in fatto di cammini e ostelli. La scelta risulta corretta. Registrazione veloce, consegna del coprimaterasso e del coprifedera di carta e l’assicurazione di ripassare alle dieci di sera per la chiusura dell’albergue. Neppure un pistolotto sulle norme antiCovid, di cui peraltro è tappezzato l’ingresso.

Verso sera esco per un po’ di spesa in un supermercato. Ho deciso di cenare in albergue da solo, vicino al letto, aiutandomi con alcune sedie in mancanza di un tavolino. Nel mezzo arriva un pellegrino, seguito a ruota dalla Policia local per la registrazione. E’ un colombiano, ma risiede in Europa da tempo, e mi racconta di alcune vicende che lo riguardano dove appaiono anche figure di donne, la moglie, forse la sorella. Da come si muove si capisce che sa il fatto suo in materia di cammini, sembra uno di quelli che tutti i giorni si mette alle spalle 40 e più chilometri. Gli offro qualcosa da mangiare e da bere e lo accetta volentieri. A quel che vedo, deve aver dimenticato a casa lo zainetto con i soldi. Comunque è simpatico e di compagnia. Quando rientra a sera dopo un giro in paese bussa ad una finestra della camerata, chiedendomi di aprirgli. La porta d’ingresso è chiusa, anche dall’interno, ma nessuno l’ha chiusa a chiave, neppure la Policia che peraltro si dimentica di passare alle dieci, come convenuto. Così siamo chiusi dentro. Fortuna che la camerata è al piano rialzato.

 

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Franvi

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A GUARDA – HOTEL O PEÑASCO

Uscire di mattino da un albergue passando per una finestra finora non mi era ancora capitato. Qualcosa di simile mi era successo presso la caserma dei VVF di Coimbra in Portogallo quando il mattino io e il mio amico Angelo ci apprestavamo ad uscire. La caserma appariva completamente chiusa e in giro non c’era nessuno. Forse tutto il personale stava riposando dopo un’uscita notturna. Avevamo fretta e così, zaino in spalla, abbiamo valicato un alto cancello col rischio di restare infilzati come tordi alle punte poste sulla sommità.

Sono tornato solo come alla partenza da Porto. In fondo non mi dispiace, del resto era così che volevo portare a termine il cammino. Gennaro sarà già arrivato a Tui e forse ci sarà la possibilità di rivedersi dalle parti di Pontedera. Di Rosanna non so più nulla.

Il cammino prosegue aggirando le ultime case del paese sulla sommità, prima di cedere alla montagna, per poi scendere a capofitto verso l’oceano. Da una posizione elevata il paesaggio appare in un’altra dimensione, si apprezza con occhi diversi. Un monjon a metà discesa mi avverte che mancano ancora 161 chilometri a Santiago. E’ il primo in Galizia.

Davanti a me il colombiano procede spedito, sembra quasi che non sia la sua prima volta sulla Senda.

Il cielo non si è ancora espresso chiaramente, per ora ha un colore grigio indistinto, tipico di certe atmosfere nordiche. Mi avvolge un silenzio che non saprei definire, un silenzio primordiale, di tempi passati. Neppure lo sciabordio cadenzato delle onde contro gli scogli riesce a scalfirlo.

Il paese è ormai alle spalle e il sentiero, chiuso tra muri a secco, corre sinuoso vicino alla costa. Mi sembra già di percepire gli odori della Galizia, indovinarne i colori. Un cartello ricorda che la zona è nota come Cataria Retonda e che nei pressi in passato esistevano dei vivai naturali, dove venivano allevate le aragoste e altri crostacei. Il movimento della marea permetteva il continuo ricambio dell’acqua, senza ulteriori interventi. E’ ancora visibile tra gli scogli una costruzione in pietra che serviva allo scopo.

Il cammino si avventura a mezza costa tra eucalipti e vaste zone danneggiate dagli incendi. Ma anche su tratti di pista ciclabile, al riparo dal traffico, peraltro trascurabile. Sosta a Portacelo, poche case, niente bar, niente colazione. Sembra che un bar si trovi solo a Oia, il prossimo paese, e allora avanti per l’Estrada Real, come recita un cartello. Qui in Spagna sono un po’ pomposi con certi attributi: quello che non è Major è Real anche se si tratta di una stradina solitaria, spesso l’unica del paese. Questa, però, non abusa del suo titolo e non certo per la magnificenza in sé, ma per gli scorci incantevoli che regala sull’oceano.

Procedo a mezza costa tra case sparse lungo il crinale e possenti eucalipti. In una piccola radura c’è anche l’immancabile horreo in pietra disegnato su uno sfondo azzurro. E’ incredibile come talvolta si riesca a riconoscere un posto da tanti piccoli particolari. E non si tratta solo di un horreo, ma anche della facciata di una casa, del colore delle sue finestre, di certi fiori, un’atmosfera che spesso è unica e irripetibile, come certe scene tratte da vecchi film ambientati nella campagna francese.

Mi accorgo ben presto che camminare da solo ha i suoi vantaggi: costruisci la giornata a tua misura, non devi rendere cono delle tue decisioni, ti sembra che quanto di bello cattura il tuo sguardo sia lì solo per te, per il tuo piacere.

Oia, visto dall’alto, sembra il paese dove da piccoli tutti avremmo voluto vivere. Un agglomerato di case ammassato intorno ad una insenatura dell’oceano. Lungo la discesa che conduce al paese, si incontra prima l’eremo di S. Sebastian con accanto un cruceiro. A seguire l’antico Monastero cistercense di S. Maria la Real con annessa chiesa e campanile, a sentire i bene informati, di proprietà privata. Sembra che ad Oia più che la pesca l’attività prevalente sia l’allevamento dei cavalli, una tradizione plurimillenaria, testimoniata anche dal valore attribuito alla coda dell’animale che viene venduta nei mercati.

Trovo un bar aperto, gestito da una donnina anziana, che mi serve un panino col prosciutto crudo e una birra. Anche volendo, non ci sono molte alternative, il bar del resto sembra più un piccolo magazzino non privo di un certo disordine. Mi accomodo all’unico tavolino esterno, vicino all’ufficio del turismo rigorosamente chiuso. Quando vedo fermarsi al bar un gruppi di ciclisti per la classica bevuta di birra, comincio a temere per l’incolumità della donnina. Probabilmente un afflusso simile di clienti non lo vede da anni e questo potrebbe metterla in un pericoloso stato di agitazione.

La ripresa del cammino sotto un sole che ti ha preso le misure già da alcune ore è sempre una faccenda da prendere sul serio. Due birre rinfrescano sul momento, ma pare che non siano un ottimo carburante quando si cammina. Fatte salve le eccezioni, ovviamente.

Uno sterrato segue la costa come un’ombra e non la perde di vista. A parte un horreo e qualche campo dove pascolano delle mucche, lo sguardo insiste dove il piacere è garantito. E poche case ogni tanto non possono certo competere con la magia di colori e di rumori dell’oceano.

Da un po’ sto in traccia dell’hostel dove conto di dormire stanotte. Spero di incontrarlo strada facendo, perché non ho idea dove cercarlo. All’improvviso me lo trovo davanti: hostel Aguncheiro. Poche case di contorno e un senso di solitudine e di speranze deluse. E’ chiuso per Covid, non si specifica da quando. Nemmeno una ipotetica data di riapertura. Che sia fallito nel frattempo?

Proseguo rassegnato, ancora non riesco a farmi una ragione di questo virus che sta complicando il mio cammino, che dovrebbe essere solo un appuntamento con la tranquillità e chissà anche un momento per me stesso.

Da lontano intravvedo un mulino a vento, con tanto di pale, si trova all’interno del campeggio O Muiño. La donna alla reception sembra ben disposta verso di me. In due parole espongo il mio problema, ma sembra che senza una tendina non posso essere accolto. Sul Norte quindici anni fa nella stessa situazione un campeggio mi aveva noleggiato per 6 euro una tendina, era rotta, aveva degli squarci e di notte era pure piovuto. Il mattino dopo l’ho ripiegata accuratamente come se fosse qualcosa di inestimabile. Mannaggia, che esperienza!

Ma qui devo ingoiare amaro. La donna mi consiglia di rivolgermi all’hotel più avanti, ma già solo la parola mi mette in subbuglio la digestione. Credo di non aver mai dormito in una struttura simile nel corso dei miei cammini. Non è una faccenda di soldi, è solo che non mi va, stride con tutto il resto. Tutto qui.

L’hotel Peñasco è più grande e lussuoso di quel che pensavo. E’ isolato sull’altro lato della strada con davanti poche macchine parcheggiate. Devo farmi forza per entrare e penso di riprendere subito il cammino se il costo della camera farà a pezzi il mio desiderio di sobrietà e semplicità. “Chinse” mi risponde un tipo in divisa alla mia richiesta. Me lo faccio ripetere, di recente la mia mente si è un po’ squagliata a causa del caldo e poi con i numeri spagnoli c’azzecco poco. Me lo scrive anche in numeri su un biglietto. Gli leggo in viso un senso di contenuto ribrezzo nei miei confronti, io sporco, sudato in quell’ambiente fresco e allietato da una musica di sottofondo. Gli rispondo Va bene, ma per fargli un dispetto avrei accettato anche un importo più alto.

La camera che mi assegnano è isolata dal resto, ha due letti, il bagno interno e l’ingresso indipendente. Per la roba ad asciugare stendo un filo da una parete all’altra, spero di non dividere la stanza con qualcun altro.

La sera non arriva mai, c’è veramente poco da vedere, a parte uno spicchio di oceano. Nessuno con cui parlare, mi annoio un po’. La sera a cena rivedo ancora il cameriere di prima. Non so spiegarmelo, ma pur usando maniere gentili nel servirmi, non riesce a nascondere un senso di fastidio nei miei confronti. Ad altri tavoli ci sono gruppetti di ragazze senza mascherina, movenze indolenti e vezzose, sguardi dettati da improbabili vite vissute. Con loro il cameriere si fa in quattro e sfodera il sorriso delle belle occasioni.


Io col pensiero sono già a domani.
 

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HOTEL O PEÑASCO – PENSION MANOLO

La prima ora di cammino è tutta sulla Nazionale con ampie banchine sui lati. Tanto vale partire col buio, così avrò tutto il tempo di svegliarmi, senza pensare alle frecce. E poi non ne posso più della camera, mi sembra una prigione.

Di lato intravvedo la massa scura dell’oceano, è alla mia sinistra e questa è una buona cosa. Dopo un po’ dal buio comincia ad emergere davanti a me una figura in movimento. Sarà qualcuno che fa due passi col fresco del mattino. Ma all’altezza di un distributore di bibite al riparo di un piccolo fabbricato scorgo una persona indaffarata intorno ad un bisonte camuffato da zaino. La riconosco subito, è una ragazza del veronese partita da Lisbona con cui avevo scambiato qualche battuta due o tre giorni fa.

Senza perder tempo comincia a medicare delle vesciche ai piedi. Qualcosa deve farle fretta, perché, tempo dieci minuti scarsi, e riparte con lo zaino a spalle. Indovinando una mia curiosità, mi spiega che ad una certa ora del mattino deve trovarsi sul molo di Baiona per imbarcarsi sul traghetto diretto alle isole Cies.

Dove il cammino lascia la Nazionale per una strada laterale che valica il promontorio prima di Baiona, la vedo aggredire la salita in maniera sorprendente come se fosse in gioco la sua vita. Invento una scusa per rallentare e lei sparisce subito dietro una curva. Chi la vede più quella! La scusa è pretestuosa ma l’affanno che mi ha preso sin dalle prime rampe è purtroppo reale.

Per non mortificare le mie scarse energie con inutili sforzi cerco di giustificare il rallentamento con la sacrosanta esigenza di godere della vista dell’oceano dall’alto e, perché no, di fare delle foto memorabili all’alba che si avvicina. Il cammino vive anche di questi sotterfugi, di questi miseri espedienti. Intanto, il mio respiro ringrazia.

Superata la sommità, ecco apparire in lontananza l’oceano e i tetti delle prime case di Baiona. La discesa è uno stucchevole virtuosismo tra case, strettoie, stradine, finché si arriva in una piazzetta con una chiesa in pietra fiancheggiata da due campanili. Di fronte un bar aperto che fa proprio al caso mio. E’ difficile rinunciare a certe abitudini e la colazione è una di queste.

Aver scoperto ieri l’Aguncheiro chiuso, mi pesa ancora, forse conviene saperle in anticipo eventuali chiusure di ostelli. Me ne accerterò appena trovo un posto tranquillo. Ora non mi resta che raggiungere la passeggiata a mare di Baiona, paese che ha conquistato una certa notorietà per essere stato il porto di approdo della Pinta, una delle caravelle di Colombo, dal viaggio di ritorno dall’America nella primavera del 1493. In ricordo dell’episodio esiste un museo e una copia della caravella ormeggiata nel porto.

Baiona è decisamente turistica, con hotel, bar, ristoranti affacciati lungo la strada che costeggia l’oceano. Forse ha beneficiato della vicinanza delle isole Cies, meta giornaliera di numerosi visitatori. Sulla passeggiata c’è una certa animazione, qualcuno corre, altri osservano da una panchina le barche nel porto. A metà passeggiata dei cartelli indirizzano verso il punto di imbarco per l’isola, chissà se la ragazza di prima è già a bordo.

Oggi fa più caldo del solito, si dice così quando la misura è colma. Del resto cosa possono fare pochi alberi? Così quando arrivo prima di A Ramallosa dove c’è il fiume Miñor con il famoso ponte, decido per una sosta accanto a delle palme. Chiamo l’ostello di Saians, circa dieci chilometri più avanti. Una voce di uomo mi toglie ogni speranza di un letto: chiuso per Covid da settimane. Ci speravo molto perché in zona non conosco alternative. Mi suggerisce di andare alla pensione La Chica, a dieci minuti di strada dall’ostello. Forse non vuole lasciarmi a mani vuote. Mentirei se dicessi che sono solo amareggiato. E pensare che un tempo avrei pagato per trovarmi in una simile situazione.

Non è tardi, c’è tempo per trovare un’altra soluzione, magari comincio col vedere alla pensione La Chica. Decido, oltre il ponte, di seguire le frecce verdi lungo il percorso alternativo che fiancheggia l’oceano. Dovrei avere maggiori possibilità di trovare altri alloggi se la pensione mi manda in bianco.

E’ una zona piacevole, con aree verdi e giochi per bambini. Alcuni corrono, anziani con la mascherina si godono il sole sulle panchine. Ogni tanto sulla pista in cemento appare la classica mattonella con la conchiglia e accanto una freccia.

Arrivo al paese di Nigran che attraverso lungo una strada larga tutta in salita piena di negozi e di bar. Un certo languorino intercetta degli odori accattivanti provenienti da qualche bar. Allo stomaco non si comanda. Entro in un bar e mi avvicino al banco, ma mi dicono di attendere. Una ragazza, con appesi alla cintola alcuni stracci e un nebulizzatore, si avvicina ad un tavolino, lo disinfetta accuratamente, sedie comprese, e poi mi fa sedere. Dopo un po’ ritorna per prendere l’ordinazione. A volte basta poco per farti apprezzare un semplice panino al prosciutto.

Ora non mi resta che raggiungere Saians e poi chiedere della pensione. Arrivato, ne approfitto per vedere prima l’ostello. E’ situato in posizione panoramica di fronte ad una piazzetta e non lontano dalla chiesa. Cosa mi sono perso! E pensare che vicino c’è anche una trattoria casareccia di quelle che...

Chiedo in giro della famosa pensione, ma nessuno ne sa nulla. Un signore, indaffarato in giardino, mi prende a compassione dopo che ha saputo che non ho la connessione e, consultato il cellulare, mi informa che la pensione La Chica si trova vicino a Nigran a circa 3 / 4 chilometri di distanza. Peccato che sono appena passato da quelle parti un’ora fa. Sono al punto di partenza. Mi consiglia di proseguire verso Vigo lungo la litoranea e chiedere di Samil, una zona con numerosi alberghi economici.

Non mi resta che incamminarmi di nuovo, tenendo come riferimento l’oceano. La litoranea è un condensato di quello che non mi aspettavo di trovare sul cammino. Anche il sole ci si mette a complicarmi la vita. Così ogni tanto devo idratarmi con qualche birra. Chissà quante dovrò berne da qui a stasera.

Con tutti i turisti che invadono i marciapiedi e le spiaggette oltre la strada, anche l’oceano mi sta venendo a noia. Sento che sto per diventare un turista che cammina e la cosa non mi consola affatto. In prossimità dei centri abitati la folla aumenta, mentre il piacere di camminare invece diminuisce e di molto.

Talvolta chiedo di una pensione o di un alberghetto, ma ricevo solo risposte evasive oppure che in giro è tutto occupato. Di Samil nessuno sa nulla. Qualcuno più preciso mi indirizza ad un hostel, mezz’ora per rintracciarlo, per poi sentirmi dire dal gestore, mentre affetta del prosciutto crudo che “se voi pellegrini pensate di andare in giro senza spendere, è meglio che restiate a casa”. Me ne vado senza salutarlo.

Continuo a camminare col pensiero che almeno la strada fatta mi resta dietro le spalle. Una donna che ramazza il marciapiedi davanti a casa mi consiglia di suonare ad una certa porta. Dieci minuti di attesa per trovarmi davanti una donna che, senza mezzi termini, mi butta in faccia una richiesta di 50 Euro. Piuttosto dormo sulla spiaggia di fronte.

Dopo la terza o quarta birra devo convenire che non vengo a capo di nulla e solo lo spirito avventuristico, di cui peraltro vado fiero, mi tiene sulla linea di galleggiamento. Così decido di adottare un diverso approccio. Vedo un bar ristorante ai bordi di un boschetto, mi ispira fiducia, potrei chiedere informazioni ai clienti. Prima, però, parlo con un signore dai capelli bianchi dietro il banco del bar. Comprende il mio disagio e mi consegna un biglietto da visita spiegandomi che è di un suo amico che gestisce una pensione. Aggiunge che si trova presso la terza rotonda della strada a destra. Non si parla di distanze e qui la mia ansia comincia a prendere quota. Tre rotonde in due chilometri oppure dieci? E poi, le rotonde hanno solo la forma che tutti conosciamo o qualcuno ne conosce altre? Meglio non stare a pensarci.

Io comincio a prendere nota, ma se tra la prima e la seconda passa un’ora, i casi sono due: o io me ne sono perse alcune oppure il signore dai capelli bianchi ha pensato che io mi muovessi in macchina. Non serve andare in cerca di troppi cavilli ormai. La Casa Manolo è la mia sola speranza per stasera e, cascasse il mondo, io la troverò.

Alla terza rotonda, o presunta tale, mi butto sulla strada di destra in salita e, neanche a crederci, ecco la Casa Manolo. Sono orgoglioso di me stesso. Senza accorgermene sono arrivato nella periferia di Vigo, nel quartiere Bouzas, come leggo su un cartello. Dei chilometri percorsi ho un’idea piuttosto confusa e non ho nessuna voglia di fare chiarezza: ho trovato da dormire e questo mi basta. Dopo alcune ore di sguardi torvi, anche l’oceano, in fondo alla discesa oltre la rotonda, sembra finalmente sorridermi.

Manolo, un signore di mezza età, un tutto fare dall’aspetto ancora giovanile, mi assegna una camera al primo piano, bagno interno e TV. Ceno da lui con Menù del dia, non il migliore fra i tanti che ho mangiato, ma l’atmosfera del locale mi ripaga delle disavventure della giornata. Solo il ginocchio non partecipa della
ritrovata serenità, quello continua a farmi male.
 

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PENSION MANOLO – REDONDELA

Dopo la sfacchinata di ieri il previsto arrivo a Redondela di oggi casca proprio a fagiolo. Poco più di una passeggiata, anche il mio ginocchio malandato ne sarà felice. Non c’è proprio necessità di partire presto ed invece sono già in strada quando non fa ancora chiaro. Non mi ha mai attirato molto camminare al buio, mentre al contrario non voglio perdermi il momento dell’alba.

Penso, però, che oggi avrei potuto starmene a letto un po’di più, visto che il tempo, da quel che posso capire, non dovrebbe riservarmi un’alba memorabile. E comunque tra le case e i palazzi della periferia di Vigo ogni rosea prospettiva si dilegua all’istante. E non è di consolazione nemmeno la vista dell’oceano, una enorme chiazza scura sovrastata da un cielo plumbeo, a tratti rischiarato dalle luci del porto.

Vigo non fa capoluogo in Galizia, ma ne è la città più grande. E mi basta dare un’occhiata al movimento del porto per rendermene conto. Avrei evitato volentieri l’attraversamento di Vigo ma, una volta presa la litoranea a Ramallosa, non v’è più modo di aggirarla. Non ho una cartina della città e dubito di trovare aperto a quest’ora un ufficio del turismo, così mi affido al buon senso. E il pensiero corre a più di dieci anni fa quando ho attraversato Torino sulla Francigena, ma là c’è un Corso Francia che ti prende dopo Avigliana e ti deposita al centro. Qui invece è tutto più complicato.

Rispetto alla zona del porto, la città appare in posizione più elevata. Cosi mi metto alle spalle il porto con il suo traffico e i suoi caseggiati fatiscenti e comincio a salire. Fosse facile. Le strade scorrono parallele alle diverse altezze della collina, unite tra loro ogni tanto da vie traverse. Insomma una sorta di intricata ragnatela che gradualmente ti porta in alto.

Se giù al porto è un continuo fermento, ora incrociare qualche passante non è così scontato. Un bar aperto da poco mi offre l’opportunità di fare colazione: café con leche e un churro ancora caldo in omaggio. Ad un certo punto ho l’impressione di girare a vuoto, di trovarmi presso la sommità della collina, dove noto ampie zone verdi. Come ho fatto in altre occasioni, chiedo della cattedrale, per un sello, ma anche per individuare eventuali frecce. Ma, a sentire una donna, a Vigo non c’è una cattedrale. Anche altre persone me lo confermano. Allora sono capitato in una città di miscredenti! Poco male. In effetti questa città finora mi è apparsa sotto una veste pragmatica, di gente laboriosa, coi piedi per terra, poco incline ai voli pindarici.

Non ho intenzione di mettere radici a Vigo, e nemmeno di perderci una mattina a scodinzolare su e giù per il centro, così ,quando mi imbatto in una via pedonale diretta verso la confluenza con il percorso ufficiale della Senda, mi ci infilo volentieri. Rua do Principe sembra non finire mai, o meglio, la strada è sempre quella ma forse con un diverso nome. Quando i palazzi mi sfilano di lato e al loro posto appaiono solo case, alberi e qualche piazzetta dalle modeste pretese è segno che la città cede il passo alla periferia, alla campagna. Ritrovo le frecce che avevo lasciato dopo Ramallosa, sono di grande aiuto adesso che il percorso deve districarsi tra vicoli e stradine. Non manca anche una strada con accanto una pista pedonale, ogni tanto fa piacere rivederla.

Oltre il verde delle piante in lontananza si vede la Baia di S. Simon che termina dalle parti di Redondela e che nelle sue profondità nasconde diversi galeoni carichi di oro americano fatti affondare nel 1702 da una flotta anglo-olandese. Nel suo punto più stretto c’è il ponte Rande, strallato, per un certo tempo il più lungo al mondo. E’ maestoso, cattura la scena anche a distanza di chilometri.

Un cartello mi riporta ad una realtà più banale, più terra terra (nel vero senso della parola): Recoge sus cacas. Non è ovviamente diretto a me, ma sarà bene me ne ricordi nel caso che qualcuno sia poco rispettoso di certi obblighi. La Galizia non fa mancare anche qui il suo incoraggiamento: un monjon ricorda che da Santiago mi separano ancora 96,440 chilometri.

Dopo un pannello in legno recante la scritta Senda das Augas, il paesaggio cambia radicalmente. E con lui il tempo, perché inizia a piovere. Poche gocce, per la verità, che mi obbligano a coprire lo zaino. Finalmente un bosco, non proprio riservato a pochi intimi visto il passaggio di parecchi ciclisti, dove ritrovo dei pellegrini, quasi un’apparizione dopo gli ultimi giorni. Mi stupisce la freddezza, anzi l’indifferenza, che c’è tra noi: un saluto frettoloso, talvolta nemmeno quello se incontro una coppia. Presso una curva, una cascatella con accanto panchine per una confortevole sosta.

La pioggerella dura poco e sotto i rami nemmeno si sente. Nella apertura tra gli alberi ancora qualche vista sulla baia disseminata di barche. In certi tratti di bosco vedo dei giovani eucalipti: passargli accanto, poterli toccare è sempre un’emozione che fa piacere.

Quando la strada comincia a declinare fortemente, non so se compiacermi per essere ormai in vista di Redondela, oppure rammaricarmi di dover lasciare il bosco, l’unica nota positiva della giornata. Certo che se l’avessi incontrato ieri pomeriggio questo bosco sarebbe stata un’altra musica e mi sarei risparmiato un bel po’ di giramenti.

La discesa è ripida e in breve giungo nella periferia di Redondela. Su una cancellata qualcuno ha appeso delle conchiglie e augurato un Bon Chemin ai passanti. Davanti una nicchia in pietra a mo’ di fontana con statua di S. Giacomo.

Ero già arrivato a Redondela qualche anno fa e adesso ripercorrere le vie del centro mi richiama alla mente sensazioni già provate. Rivedo il viadotto ferroviario e nella piazza vicino al corso d’acqua l’albergue. Non sembra solo chiuso, peggio, ibernato. Mi mette angoscia vederlo lì, intoccabile come fosse un appestato, con i suoi balconi che sembrano sprigionare rabbia, e davanti la lunga panchina in pietra sulla quale si sono sedute generazioni di pellegrini. Ed ora è vuota. Pensare che allora l’albergue era completo, straripava di gente e in paese si festeggiava il carnevale. Sì, il carnevale ad agosto e le persone si erano riversate per le strade, vestite con maschere diverse. Era di sabato e il mio amico cercava una chiesa aperta per la messa. Non ne ha trovata una. Non voleva credermi, quando gli ho detto che forse il parroco l’aveva incrociato vestito da diavolo. Oggi, invece, il paese appare frastornato, confuso sotto la sferza della pandemia. Anche il cielo grigio sembra voler partecipare dello stesso stato d’animo.

Dopo un giro in paese suono all’hostel A Conserveira. La donna che lo gestisce applica scrupolosamente le norme antiCovid: cucina chiusa, tolto il microonde e il frigo. Dentro c’è una lunga camerata con i letti sistemati su ambo i lati all’interno di piccoli scomparti chiusi da una tendina. In fondo uno spazio riservato alla lavanderia.

Parte del pomeriggio è dedicato al riposo, col pensiero alle fatiche di ieri. Col tempo arrivano altri pellegrini, nessun italiano a quanto mi risulta. Verso sera ne conto una decina, ma col fatto che di spazio ce n’è in abbondanza e inoltre per non venire meno alle canoniche distanze antiCovid, la camerata ha più l’aspetto di una Casa del commiato. Un toccasana per le orecchie, ma vagliela a spiegare a chi magari avrebbe bisogno di altro, che so di un sorriso anche dietro la mascherina, uno sguardo di complicità, o chissà un invito a fare due passi in paese.

Faccio delle compere e la sera ceno da solo in cucina. La solitudine mi ha sempre regalato bei momenti, ma sentirmi solo in mezzo agli altri come in questo hostel è invece veramente deprimente, e mi porta a pensare come talvolta la distanza tra le persone non sia solo una faccenda di centimetri o metri.

 

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REDONDELA – PONTEVEDRA

Ogni nuovo giorno di cammino fa testo a sé, è sempre diverso da un altro. E non è solo una faccenda di paesaggi, di distanze. Ogni nuovo mattino occorre voltare pagina, come fosse il primo. D’altra parte se ti sembrano tutti uguali vuol dire che sei in riserva di emozioni, che il sole non splende più sul tuo cammino, che a sera solo il peso della stanchezza occupa i tuoi pensieri.

Le partenze invece fanno eccezione, sono uguali tra loro. L’unica differenza è la colazione. Oggi sono fortunato: c’è un bar aperto in paese. Uno sguardo alla torre-albergue nella piazzetta e mi infilo in salita tra le case. Mi dico spesso che l’andatura deve tenere conto della distanza da percorrere, ma poi le cose prendono una piega diversa. Così è per le soste, dovrei farne di più, ma, si sa, quando le ruote girano…

Oggi il percorso va a braccetto con la Nazionale 550 fino a Pontevedra ed è lo stesso di quello classico. Una vignetta ricorda che ai primi di settembre si terrà in paese il 21° festival delle titeres (burattini). Peccato, me lo perdo per pochi giorni. Tra case e stradine ancora un monjon, qui se ne trova uno ogni tanto, non come sul Francese. Ecco la Nazionale con il bar ristorante Jumboli, un’icona del Portoghese, la Woodstock dei pellegrini. Vedo qualcuno dentro, mi sarei fermato volentieri qui per la colazione.

Continuo a salire, prima facile, poi superata una fontana, piuttosto ripido, ma per un breve tratto. Qualcuno alle spalle mi chiama: sono Gennaro e Rosanna. Li avevo già dati per persi ed invece me li trovo alle calcagna. La ragazza sembra essersi ristabilita, è allegra, spensierata. Gennaro mi dice che si sono ritrovati due giorni fa e che ieri hanno dormito in un appartamento privato fuori Redondela. Chissà perché provo solo un tiepido entusiasmo, forse va bene così, nel mio piccolo mondo viaggiante ci sto splendidamente anche da solo.

Accompagnati da un bosco di eucalipti e querce arriviamo all’Alto da Lomba, una collinetta il cui unico pregio, se così vogliamo chiamarlo, è un muro al quale sono appese alcune centinaia di conchiglie. Ma si notano anche fotografie, dediche, indumenti, nastrini e l’immancabile mascherina. Una sorta di cruz de fierro in posizione orizzontale.

Il fatto di aver perso i contatti con loro per alcuni giorni un po’ mi imbarazza, mi fa sentire un intruso. E da certe velate ammissioni di Rosanna, intuisco che fra loro vi sono alcuni dissapori, dei contrasti, sui quali mi guardo bene dall’indagare.

Per altri boschi di querce scendiamo verso Arcade con vista sulla Baia. Il paese è noto per la coltivazione delle ostriche, mentre il vicino ponte di Sampaio sul fiume Verdugo è stato protagonista nel 1809 di una importante battaglia tra gli spagnoli e i francesi di Napoleone. Il ponte è ancora ben conservato e la sua struttura mi ricorda quella del ponte di Ramallosa e quell’altro ancora prima di Esposende. Sarà che il ponte incuriosisce, fatto sta che mi trovo circondato da parecchi pellegrini, probabilmente sul percorso classico. Vicino scorre il rio Ullò, un piccolo corso d’acqua, il cui ponte è stato travolto alcuni anni fa dalla furia della piena. Ora restano solo dei ruderi. Sono parecchi i ponti che da queste parti sono crollati a seguito di alluvioni.

Non c’è quasi il tempo di rilassarsi che la strada riprende a salire per facili sterrati nel bosco di querce. Ma quando la pendenza si fa più ripida ecco le pietre e i lastroni della vecchia Strada Romana XIX. Ma dove non sono arrivati questi romani! Qualche pellegrino va in affanno, ma il tutto si risolve con una breve sosta e abbondanti bevute dalle bottigliette.

L’Alto da Canicouva è presto raggiunto e con questo le “asperità” della giornata sono finite. Non tragga in inganno il nome “Alto”, in Spagna si tende sempre a esagerare le dimensioni. Per chi ha gusti ed esigenze più sofisticati lungo la discesa c’è anche un punto ristoro ben fornito. Per correttezza occorre segnalare anche la presenza dei ciclisti, solitamente in gruppi, a smuovere polvere lungo gli sterrati nel bosco di eucalipti.

Il percorso tira dritto senza particolari sussulti verso Pontevedra. Un cruceiro, delle conchiglie fissate al tronco di una pianta, uno splendido cavallo che si pavoneggia nel campo, questo solo è finito sul mio taccuino. E se non fosse per la Cappella di S. Marta, piccola chiesetta incastonata tra le case, purtroppo chiusa, non ci sarebbe più molto da rilevare, salvo forse un horreo costruito a mo’ di casetta con tanto di portichetto all’ingresso. Transitati oltre la ferrovia, l’albergue di Pontevedra ce lo troviamo di fianco, tra uno svolazzare di bandiere. E’ una costruzione piuttosto grande, che probabilmente viene utilizzata anche per altre finalità. Veniamo registrati e ci viene consegnato il solito sacchetto dove infilare lo zaino. Anche per le scarpe c’è lo stesso procedimento. In tutti gli ambienti viene fatta rispettare scrupolosamente la normativa antiCovid. Nel pomeriggio, una cinquantina di persone partecipa nel parco accanto ad una rappresentazione a cui fa seguito un rinfresco.

Verso sera, mentre Gennaro se ne va in centro, io e Rosanna cerchiamo un bancomat e un supermercato. Ceniamo in una saletta dell’albergue, separati da un divisorio in plexigas. Vorrei fare anch’io un giro in centro, ma la distanza mi sembra eccessiva, e comunque domani mattina ci devo passare, qualcosa da vedere rimarrà anche per me.

A sera conto sette presenze, tra cui due ragazze polacche, già viste a Redondela. Non c’è più molto da fare dopo le canoniche incombenze. Prima di infilarci a letto, però, Rosanna se ne esce con qualche apprezzamento poco lusinghiero su Gennaro e l’avvocato di Roma, conosciuto all’inizio. Si capisce che è uno sfogo che le frullava in testa da un certo tempo. L’avvocato con le sue inclinazioni particolari doveva averla esasperata, magari anche con qualche messaggio dopo che si erano persi di vista. Ma se l’avvocato è chissà dove, Gennaro è invece presente e l’ascolta senza replicare. E’ indubbio che mi sono perso qualcosa nei giorni scorsi e posso provare a immaginare che cosa. Ma non mi riguarda e voglio starne fuori. E comunque dopo quello che ho sentito, non so se è opportuno camminare ancora insieme a loro domani.

Rosanna è intenzionata a proseguire sulla Variante espiritual, mentre io devo prendere ancora una decisione, anche se con il ginocchio dolorante sarebbe preferibile un percorso meno impegnativo. Gennaro non si esprime, forse ha già deciso, ma per qualche motivo sta zitto. Stamattina avrei fatto meglio a ignorarli e tirare dritto per la mia strada.

 

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Jackie

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Grazie Franco,
quest'immersione nel tuo cammino mi fa bene al cuore.
Aspetto le prossime tappe con gioia.
Ciao
 

Franvi

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PONTEVEDRA – CALDAS DE REIS

Non è vero che solo la colazione fa diversa una partenza da un’altra, ma anche episodi come quello di stamattina. Gennaro, all’insaputa mia e di Rosanna, è uscito per primo dall’albergue e si è dileguato. Senza una spiegazione, un chiarimento, come se non ci conoscessimo. Per la verità, l’avevo visto prepararsi lo zaino nella saletta in penombra (strano, c’era posto vicino al letto). Poi quando è arrivato il momento di partire lo abbiamo cercato, ma lui non c’era più.

Viste le condizioni del mio ginocchio, ho deciso per il percorso classico, così saluto Rosanna che va per la Variante. In fondo non mi dispiace di riprendere a camminare da solo, e le circostanze mi hanno dato una mano.

Arrivo in centro, strade deserte, silenzio. E’ un bel momento per guardarsi attorno senza gente per le strade, bancarelle, voci concitate e il traffico che non manca mai. Sembra che ogni cosa trattenga il respiro per offrirti il meglio di sé, per riempirtene gli occhi nella luce neutra del mattino. La chiesa della Vergine Pellegrina cattura l’attenzione con la sua struttura verticale e la base che ricorda una capasanta. Più lontano il convento di S. Francesco essenziale nella sua concezione, con le pietre scolorite dal tempo. Per vie fiancheggiate da eleganti porticati arrivo al ponte do Burgo sul fiume Lerez. La città è ormai alle spalle.

Periferia anonima, zone che ricordano antiche paludi, la ferrovia e il rio Gandara a tenermi d’occhio. Arrivo alla deviazione per la Variante, un cartello mi illustra cosa posso perdermi se non seguo quella direzione. Mi sfiora ancora qualche dubbio, ma non voglio rischiare il ginocchio. Rosanna mi ha confidato di non essere molto in forma, ma parlando con l’hospitalera di Armenteira, si è accordata nel caso di bisogno durante la salita. Un suo conoscente col taxi l’avrebbe trasportata su al paese. Lei comunque mira a garantirsi l’opzione barca a Vilanova de Arousa per il passaggio sul fiume Ulla. Cosa che non è nei miei propositi.

Un horreo, un lavatoio e la strada che si infila in un bosco di eucalipti per arrivare ad Alba con la chiesetta di S. Maria. Qualche filare di uva nera, un cruceiro e accanto la ferrovia dove il gioco ad incrociarsi sta diventando un’abitudine stucchevole.

Finalmente un bosco vero con muretti tappezzati di muschio e uno sterrato in leggera salita tra piante di quercia. Un monjon mi informa che da Santiago mi separano sessanta chilometri esatti. Quando bisogna camminare con ferrovia e Nazionale a pochi passi è inevitabile seguire un percorso sinuoso, fatto di incroci e continui cambiamenti di direzione.

Sul colle di S. Amaro faccio una sosta in un bar affacciato su una piazzetta. Vedo Gennaro seduto ad un tavolino e gli chiedo spiegazioni per stamattina. Non mi risponde, peggio, sembra che non mi veda. Vuoi vedere che sono diventato un fantasma. Mentre si gusta la colazione, chiacchiera con un altro pellegrino. Prima di andarmene gli chiedo dove pensa di dormire stanotte, giusto per regolarmi. Stessa non risposta. Passi per qualche caduta di stile, ma la mancanza di educazione non la giustifico nemmeno in una persona alle prime armi coi cammini.

Lungo la discesa dal colle un cartello segnala la deviazione per l’albergo di Portela, dove ho dormito anni fa. La sera una cena comunitaria tra le meglio riuscite. Lasciato il bosco, sull’altro versante della collina attraverso piccoli abitati con cruceiros di buona fattura e poi a seguire un’immersione nella campagna sempre a braccetto con la Nazionale. Una stupenda campagna in ombra con ponticelli in legno e filari a non finire di uva nera. Rivedo alcuni pellegrini, spesso in coppia, anche un ciclista, con carrettino al traino, si avventura negli stretti sentieri tra i filari.

Resisto alla tentazione di mangiare l’uva, se ne mangio troppa poi lo stomaco borbotta di brutto. Potrei mangiarne meno, certo, ma in questo non sono molto bravo. Un altro cartello segnala la presenza nelle vicinanze delle cascate del fiume Barosa prima di Briallos.

Intanto il tempo comincia a peggiorare, nuvoloni scuri si addensano sulla campagna. In breve cadono i primi goccioloni, poi si scatena un acquazzone con leggere raffiche di vento. Avevo già preparato la mantella in caso di bisogno, ma pure al riparo di alcune piante, indossarla non si dimostra per niente facile. Fortunatamente sopraggiunge una pellegrina che mi toglie dall’impaccio. Riconosco la ragazza, ha alloggiato con me all’albergue di Marinhas e non sembra darsi troppa pena per la pioggia, che peraltro smette quasi subito.

Ritorna il sole di prima, con la strada che poco alla volta si asciuga col caldo. A Tivo un altro cruceiro con accanto un monjon, l’evoluzione del Cammino di Santiago a portata di mano.

L’arrivo a Caldas de Reis è allietato dalla vista sul parco del fiume Umia che attraversa il paese. Prima del ponte sul fiume seguo le indicazioni per l’albergue di Timonel , è privato, ma sembra buono e non chiede molto. Quello comunale, La Posada de Doña Urraca, è più avanti verso l’uscita del paese. Decido di fermarmi al Timonel e la scelta si dimostra azzeccata. Fino a sera non arriva più nessuno.

Stendo un filo intero di roba ad asciugare fuori dall’albergue, mantella compresa, e a giudicare dagli sguardi di alcuni clienti di un bar vicino, non deve trattarsi di uno spettacolo usuale. Rintraccio in centro un market e faccio compere per il pranzo. L’hospitalera mi mette a disposizione la cucina al terzo piano, sono solo. E’ sabato, in paese c’è fermento, i bar sono affollati, scarso uso delle mascherine.

Percorro la via pedonale in centro fino all’altro albergue oltre il fiume Bermaña. Parecchi pellegrini siedono al bar presso la cappella di S. Roque. Mentre faccio compere per la cena, incontro le due ragazze polacche, con le quali ho avuto qualche incontro da Redondela. Sono particolarmente allegre e baldanzose, comunicano simpatia a chiunque. Richieste di una fotografia, si mettono di fianco, abbracciate, con due gambe che si intrecciano tra loro. Per essere solo buone amiche bastava un semplice abbraccio e queste gambe incrociate con aria di sfida mi sembrano più eloquenti di tante parole. Il Cammino è aperto a tutti, però, questa larvata ammissione fatta col sorriso sulle labbra debbo confessare che un po’ mi sorprende.


A tarda sera arriva un pellegrino, fa la doccia e si mette a letto. Il mattino dopo, ancora prima che mi alzi, riparte. Fuori è ancora buio. A ognuno il suo cammino.
 

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Franvi

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CALDAS DE REIS – PADRON

Mi è capitato raramente di alzarmi il mattino in albergue e trovarmi da solo. Di questi tempi, a pensarci, non è detto che sia un dispiacere. Fuori delle luci gialle illuminano a giorno la facciata dell’albergue. Buio pesto. Mi domando a che ora è partito il tizio di ieri sera.

Sto facendo tappe veramente corte da Vigo e non capisco questa mia frenesia di partire presto, col rischio di fare colazione dopo dieci chilometri. Altri pellegrini scendono in strada lungo la via pedonale del centro. Davanti all’albergue Urraca tutto tace. Il ponte sul fiume ha un aspetto sinistro nella penombra, ma la sua forma arcuata è veramente pregevole.

Sterrato in leggera salita e il viadotto della Nazionale sulla testa. Fa piuttosto fresco, c’è molta umidità. Anzi no, fa freddo ed è solo fine agosto. Vedo il fiato uscirmi dalla bocca e sento le mani un po’ rattrappite che cercano riparo in qualche tasca.

Case isolate nella campagna nascoste tra vigneti pergolati sorretti da pietre di granito. Quando mi ritrovo nuovamente tra i piedi la Nazionale, comincio a pensare che non sarà facile liberarsene. Un breve strappo e sono nella piazzetta dove sorge la chiesa di Santa Marina di Carracedo. Puoi passare in un paesino senza fermarti, ma davanti a questa chiesa è impossibile tirare dritto. Sarà per l’atmosfera, la pace che si respira, oppure per quell’angolo della piazzetta dove ci si può sedere sotto le piante accanto ad una fontana.

Arriva un pellegrino vestito di nero, zaino e barba compresi. Sembra un becchino, ma non con l’aria falsamente consolatoria che hanno di solito i becchini. Dà una rapida occhiata alla chiesa e prosegue. Ecco, mi devo subito rimangiare quanto ho appena detto riguardo alla inevitabile sosta, e mi consolo col fatto che forse avendo trovato l’angolo già occupato… Adesso che ci penso, però, sto tizio mi sta un po’ antipatico.


L’asperità” della giornata è già superata, ora il percorso è solo in discesa o con brevi saliscendi fino al fiume Ulla.

Riacciuffo il tizio in nero che si è attardato ad osservare un coniglietto che fa attività motoria in mezzo alla stradina. E poi lo vedo allontanarsi avvolto nella nebbia che comincia a diffondersi sulla campagna. Va be’, mi rimangio anche “l’antipatico”.

Piccoli abitati, filari di uva, stradine anonime abbellite da splendide ortensie azzurre. Una sterrata prosegue in discesa verso O Pino con la Nazionale che, quando non è in vista, è ad un tiro di schioppo. E poco lontano l’autostrada do Atlantico: non si può dire che mi manchi la compagnia.

Un cartello in paese segnala la presenza di un albergue. Ha tutta l’aria di un’oasi solitaria per rigenerare lo spirito, prima dell’abbuffata di pellegrini e turisti a Santiago.

Piccoli saliscendi nel bosco del monte Albor, il piacere di un tuffo nel verde tra muschio e muretti a secco, uno sguardo sulla Galizia più genuina.

San Miguel de Valga con la bella chiesa è appena oltre l’omonimo fiume. Comincio a sentire odore di luoghi che la storia, per qualcuno la leggenda, ha strappato dall’anonimato ed ora sono meta di continui pellegrinaggi.

Ancora poche stradine acciottolate o asfaltate e sono in vista di Pontesecures sul fiume Ulla. Un cartello mostra un pellegrino munito di mascherina e ne consiglia l’uso obbligatorio. Si capisce che qui arriva l’onda lunga di Santiago: in giro frotte di pellegrini arrivati magari da Vilanova de Arousa con la barca, tra loro forse c’è anche Rosanna. Intravvedo nel mucchio Gennaro, faccio in modo di non trovarmelo tra i piedi, questa squallida vicenda è già durata anche troppo.

A Pontesecures tutto diventa motivo di interesse e di curiosità: l’albergue del posto, il cartello che indica la direzione per quello di Herbon poco lontano, la chiesa di S. Julian, il ponte sul fiume Ulla, oltre il quale, se il tuo cuore non avrà fatto un sobbalzo, vuol dire che a te le emozioni ti fanno una pippa. Che poi uno può anche non credere a questa storia della barca approdata lungo il fiume Ulla con il corpo dell’apostolo Giacomo. Ma, si sa, che spesso una bella leggenda non ha nulla da invidiare alla verità, è come un mito, l’accetti e basta.

Passaggio di consegne tra i fiumi Ulla e Sar, un suo affluente che accompagna i pellegrini fino a Padron. Man mano mi avvicino, aumenta la folla, vedo sui lati alcuni albergue privati aperti. Poi in paese l’apoteosi: è domenica e c’è mercato sotto il largo viale di platani dove è posta la statua di Camilo José Cela, premio Nobel per la letteratura. Evito il mercato e mi mantengo sulla strada accanto dove c’è meno gente, e mi dirigo all’albergue municipale vicino al convento del Carmen oltre il fiume.

Avevo sperato di trovarlo aperto, è un ottimo albergue, invece niente anche qui. Gli albergue privati a Padron non si fanno scrupoli ad aprire. Fatte salve le restrizioni imposte dalle autorità, mi sembra che qualcuno, chiudendo i battenti del municipale, se ne sia lavate le mani, lasciando al contrario mano libera ai privati.

Mi rivolgo ad un hostal nei pressi del ponte sul fiume Sar. La signora mi butta in faccia il solito “chinse”. Stavolta non me lo faccio ripetere, ormai i numeri spagnoli per me non hanno più segreti, soprattutto quelli dall’otto al quindici.

Sistemazione piuttosto originale: un letto a castello in una rientranza di ogni piano con accanto il bagno. Con una piccola spesa pranzo da solo al piano terra dell’hostal. Il pomeriggio passeggiata in centro, poca gente, caldo. Nella chiesa di Santiago, dove è posto il Pedron, la pietra in granito servita per far attraccare la barca con l’apostolo, mi faccio mettere il sello.

Verso sera le vie si rianimano, gente affolla i bar del centro, rivedo anche le due ragazze polacche. Ceno presso la pizzeria Da Fogar tappezzata di colori italiani. Prima di farmi sedere al tavolino, una ragazza lo sanifica accuratamente. La pizza non è male e anche il costo è ragionevole. A tarda sera, mentre il paese si svuota, do un’occhiata alla direzione da prendere domani.

Dovrei essere emozionato trattandosi dell’ultima notte sul cammino prima di Santiago. Ma non è così. La prima volta sì che lo ero, eccome. Mi trovavo nell’albergue di Arca O Pino sul Francese in una bolgia infernale di pellegrini, avvolto dal caldo insopportabile di agosto. Non ho dormito tutta la notte, tanta era l’agitazione e la frenesia di partire.

Ora quei momenti sono relegati tra i ricordi più belli, ed è a quei momenti che voglio pensare stasera in attesa del mattino.

 

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Edo

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Devo rifarlo il portoghese prima o poi.

Nel 2019 ci avevo provato e pensavamo di fare la senda del litoral ...ma é stato un dicembre pessimo.

Grazie Franco della condivisione.

Edo
 

Franvi

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PADRON – SANTIAGO

In giornata dovrei arrivare a Santiago. Se ho fatto bene i conti, dovrebbe essere la quinta volta. Non che me ne faccia un merito, non nutro ambizioni di questo genere. Comunque Santiago rappresenta sempre un forte richiamo, con in più la curiosità di vedere come se la passa con la pandemia. Anche l’ultimo giorno sul Cammino l’ho vissuto per un certo tempo con un senso di trepidazione e di ansia, poi quella che mi sembrava una magia è evaporata per sempre insieme alle ultime gocce di sudore.

Stamattina il tempo è bello e non fa nemmeno freddo. Forse, per qualcuno l’appuntamento con Santiago merita il rispetto dovuto ai momenti speciali.

Sotto l’hostal un bar e l’agognata colazione. Fuori l’ennesimo ponte, quanti ne ho superati da Porto e per ognuno ho rallentato il passo e girato lo sguardo. Per richiamarli mi basta il nome del fiume o la località, sono un simbolo, un riferimento come può essere una chiesa o la punta di un campanile.

La chiesa di Santiago è avvolta nella penombra, oggi altri pellegrini busseranno alla sua porta per vedere il Pedron, un anticipo di quello che l’Apostolo riserverà loro a Santiago.

Periferia, Nazionale e Iria Flavia, il complesso monumentale dove la Storia per lungo tempo ha posto la sua residenza, prima che venisse soppiantata da Padron. Accanto alla chiesa c’è anche un vasto cimitero, dove sono raccolte le spoglie di personaggi famosi, come lo scrittore Camilo Josè Cela, che qui è nato. Fatico sempre a entrare in sintonia con località così ricche di storia come questa e, quando mi allontano, ho l’impressione di essermi perso qualcosa. Mi rimane appiccicata addosso solo quella sensazione del tempo che passa e si lascia dietro una scia di silenzio e di pace che neppure il vento riuscirà mai a smuovere.

Che la Nazionale sia diretta a Santiago si capisce senza chiederglielo, quello che invece non mi torna è perché debba incrociare più volte il mio percorso. Meglio non approfondire e guardare altrove. Ed ecco allora una statua di S. Giacomo dall’espressione corrucciata (si vede che anche a lui la Nazionale gli sta indigesta), un cagnone che mi osserva perplesso dietro un cancello. Ma se due horreos vicini non passano inosservati, quello che incuriosisce sono alcuni lavatoi riportati a miglior vita dopo un attento maquillage.

Ma è lungo la Nazionale che la Galizia cala l’asso di briscola: la chiesa di Escravitude con i due campanili ai lati che sembrano bucare il cielo. Ha l’aspetto e il colore dei vecchi saggi che guardano il mondo intorno con un’aria di compatimento e di sdegno. Davanti si vede la fontana alla quale si è abbeverato un contadino, guarendo da una grave malattia. Entro, mi faccio il sello, la sua magnificenza mi toglie il respiro.

Salgo alla chiesa di Santa Maria di Cruces, poco distante, con annesso cimitero, per poi rifugiarmi all’ombra di splendidi filari pergolati. Una strada forestale attraversa un bosco di querce con i raggi di sole che impazzano tra i rami. A seguire un sentiero in salita che poco alla volta si ricopre di grossi pietroni. Che siano passati anche da qui i Romani? Quando metto fuori la testa, ecco un boschetto di castagni secolari e mi viene da paragonarlo a quello di Filetto cantato da Dante nell’Inferno.

Una pista mi porta dalle parti di Faramello, dove esiste un albergue, ma passando sulla Nazionale il paese appare deserto. Prendo la salita per Rua de Francos poco lontano e poi ancora in salita verso O Milladoiro. Il percorso è molto articolato: ai paesini si susseguono incroci e rotatorie. Finché inizia uno sterrato in un bosco di querce, dove incontro ancora le due ragazze polacche, che procedono di buona lena.

Lasciato il bosco, una strada asfaltata che sale al paese, dove, vista l’ora, mi fermo presso un bar per mangiare. Ordino la solita birra e un bocadillo con tortilla e mi servono un panone, grande una spanna, e dentro qualcosa che assomiglia molto ad una polentina, anche nel colore. Conosco la tortilla, dall’aspetto e dal sapore, e questa roba gialla non lo è affatto. Ne mangio solo la metà per pura fame, ma poi desisto. L’abbinamento pane e polenta non è dei più gustosi.

Anche qui a Milladoiro c’è un albergue, ma nonostante alcuni cartelli non riesco a individuarlo tra i numerosi edifici moderni. Comincio a scendere, sui lati recinti con capre e qualche cavallo. Sembra che da qui sia possibile vedere in lontananza Santiago con le torri della cattedrale, per intenderci, un Monte do Gozo del Portoghese. Forse, io non sono fortunato, oppure ho una pessima vista, ma non vedo nulla. Anche al Monte do Gozo, per la verità, non avevo visto le torri, credo a causa di un gruppo di alberi che si erano allungati troppo.

A Ponte Vella, dopo diverse contorsioni tra raccordi e rotatorie, l’autostrada e non so che altro, si riprende a salire e finalmente per l’ultima volta. Prima di essere fagocitato nella lunga periferia di Santiago, ancora il tempo per un bosco con tanto di ponticello su un corso d’acqua. Sembra quasi un appuntamento di addio.

La periferia di Santiago è estenuante, molto trafficata con rotonde e sottopassi, occorre seguire scrupolosamente le frecce per non perdersi. Quando finalmente vedo il lungo parco di Alameda con la cappella do Pilar, nel quale ho passato tempo fa qualche ora all’ombra, la gioia prende il sopravvento. Ancora Rua do Franco e sono in vista della piazza di O Obradoiro.

Quando ci sono arrivato l’ultima volta c’era da sgomitare per aprirsi un varco e i bar avevano i tavolini fin sulla strada e non c’era un posto libero. La famosa piazza era piena di persone ed altre continuavano ad arrivare. Oggi sembra una città fantasma, quei pochi che incontro tirano dritto senza alzare lo sguardo e possibilmente sull’altro lato della strada. In piazza possiamo contarci sulle due mani, non credo di averla mai vista così vuota di gente. Silenzio, sembra di essere tornati al tempo del coprifuoco. Cerco di entrare in cattedrale dalla Plaza das Praterias, ma tra le transenne un addetto mi sbarra il passo. Lo zaino non può entrare. Pensare che l’ho sempre considerato un vanto entrare con lo zaino in spalla ed assistere alla messa senza metterlo a terra. Mi indica dove, a pagamento, depositare lo zaino. Ci vado, è chiuso, meglio così.

Sono curioso di vedere com’è la situazione in Rua das Carretas dove consegnano la Compostela. Non che mi preme averla, tanto più che non so mai dove metterla e devo acquistare il solito tubetto di plastica. Fuori vedo una mezza dozzina di pellegrini occupati a registrarsi col QR del cellulare. Qualcuno s’ingrippa, e quasi vergognandosene, chiede aiuto all’addetto. Io fortunatamente non ho di questi problemi, anzi, ad essere precisi, non ho nemmeno la connessione. Informo l’addetto e quello con uno sguardo di compassione mi allunga un foglietto da compilare: il solito preistorico.

L’ultima volta sono rimasto in coda due ore nel corridoio ad aspettare il mio turno, una confusione incredibile, zaini dappertutto. Oggi non devo fare nemmeno la coda. La ragazza dietro il vetro mi attende con un sorriso smagliante e mi consegna la Compostela senza chiedermi nulla. Il messaggio è chiaro: se hai fatto un cammino, nonostante il virus, non sarò certo io a importunarti con domande inopportune. E poi devo incrementare la statistica. La ragazza è allegra, spensierata, le chiedo il nome. Mila di Milagros, le dico, ti ricorderò nelle mie preghiere serali. Spero comprenda che voglio solo canzonarla bonariamente.

Non mi rimane ora che cercare un alloggio per la notte. Salgo al Seminario Minor, ma un cartello avverte che è chiuso per Covid. Strano, coi pochi pellegrini in circolazione non capisco tutta questa prudenza, non si giustifica considerando i numerosi posti letto a disposizione.

Ritorno in centro e mi siedo davanti alla chiesa di S. Francesco, aspetto anche oltre le quattro del pomeriggio, suono di lato lungo la discesa. Nessun segno di vita. Non rimangono che gli hostal, ma anche con questi ci sono problemi: spesso nessuno viene ad aprire, oppure trovo un numero da chiamare. Già, come se fosse facile intendersi, quando qualcuno risponde.

Alla fine devio sul Seminario Maior accanto alla cattedrale, almeno qui non ci sono malintesi, basta allungare venticinque euro oltre il vetro protettivo.

A sera il senso di vuoto sulla piazza e per le strade assume un aspetto un po’ sinistro, luci soffuse e poche persone che svicolano veloci nascoste dietro la mascherina. Non sembra proprio la Santiago che conosco, anche qui il virus ha picchiato duro. Eppure ogni giorno qualcuno viene ancora a chiedere la Compostela, il filo non si è rotto, aspetta solo il sorgere di una nuova alba.

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Ermetismo

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Grazie Franco per la condivisione di questo Cammino. Le tue ultime parole mi hanno richiamato alla mente quelĺe di una poesia di un amico che ora non c'è più e che tengo sempre com me su un foglietto nel portafoglio:

" Se indugia spaurito il tuo passo,
coperto da un cielo imbottito di strati pesanti,
ai bordi di un campo sfruttato
sol rotto dai corvi e dal vento,
ti appare improvviso
il miracolo
di un grappolo
di girasoli.

Ti additato un sole perduto.

Ma dietro le nuvole nere
tu cerçalo:

c'è. "

Ecco, speriamo che la nuova alba sorga presto.
 

falso ciclista

Socio Assoc.ne PPS
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Ho letto con gran piacere il racconto del tuo Cammino Portoghese
Grazie per averlo condiviso in famiglia

Andate pur andate
Non saran sparsi i vostri passi in vano.

Domenico Laffi che nella seconda metà del 1600 arrivò a Santiago per ben cinque volte, per vie diverse.
 
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