CANTO III
(Dallo Zubiro fin Pamplone)
Piacciati Guida, proferir favella
a te che lo Cammin non ha segreto
sì che famiglio nome che t’appella
puotesi nomarti o metter veto.
Acciò verso di me volse su’ motto
curiosità fece Beatrice desta
che de la branda giù posta di sotto
per udir meglio suse n’su la testa:
“Nome che quando venni a luce ‘mpose
lo genitor volgendo a me su sguardo
nell’atti pubblici, “Rodolfo” pose
così nomarmi puote l’volgo e l’bardo”.
Che con amor e dedizione guidi
li passi nostri per voler di Dio
conduca da Zubiri ad altri lidi
sapienza di Rodolfo duca mio.
Or dimmi, qui distesi nelle brande
l’altro mistero che mi pare bello,
financo senza merli e mura grande
giacigli sovraposti son “castello”!?
Dal buio sorse voce che si desta
lieve di sonno e sì l’udito fino
scarpone volò alto su mi testa
“Piantatela laggiù, di far casino!”
Rodolfo monitò con dito fermo
c’a Beatrice e me, fece d’assenzo
“Castello” è motto bono e no di scherno,
ma meglio ancor sarebbe far silenzo!”
Così parve lo sonno rispettato
pe’ pellegrini co’ le membra stese
ma russator non fe’ di fatto stato,
e peti concertar a più riprese!
A mane tutto l’mondo si disperta,
di luminarie magiche l’chiarore
come ciclope n’fronte tiene l’erta
rumando le bisacce con rumore!
la Dama mia ch’è svelta nell’appronto,
già con Rodolfo è a desco a desinare
io che m’attardo qui, menando conto
che l’sonno mi fatica abbandonare.
Or quivi assiso, corpo liberando
su candido bugliol, da sol si netta,
che l’acqua sorte fora a mi comando
di tutte l’invenzion, la più perfetta!
Odo vociar oltre la porta chiusa
ridda di motti che san di foresto
che l’conversar con tutti è bona scusa
e l’dimandar al duca po’ m’appresto.
(Dallo Zubiro fin Pamplone)
Piacciati Guida, proferir favella
a te che lo Cammin non ha segreto
sì che famiglio nome che t’appella
puotesi nomarti o metter veto.
Acciò verso di me volse su’ motto
curiosità fece Beatrice desta
che de la branda giù posta di sotto
per udir meglio suse n’su la testa:
“Nome che quando venni a luce ‘mpose
lo genitor volgendo a me su sguardo
nell’atti pubblici, “Rodolfo” pose
così nomarmi puote l’volgo e l’bardo”.
Che con amor e dedizione guidi
li passi nostri per voler di Dio
conduca da Zubiri ad altri lidi
sapienza di Rodolfo duca mio.
Or dimmi, qui distesi nelle brande
l’altro mistero che mi pare bello,
financo senza merli e mura grande
giacigli sovraposti son “castello”!?
Dal buio sorse voce che si desta
lieve di sonno e sì l’udito fino
scarpone volò alto su mi testa
“Piantatela laggiù, di far casino!”
Rodolfo monitò con dito fermo
c’a Beatrice e me, fece d’assenzo
“Castello” è motto bono e no di scherno,
ma meglio ancor sarebbe far silenzo!”
Così parve lo sonno rispettato
pe’ pellegrini co’ le membra stese
ma russator non fe’ di fatto stato,
e peti concertar a più riprese!
A mane tutto l’mondo si disperta,
di luminarie magiche l’chiarore
come ciclope n’fronte tiene l’erta
rumando le bisacce con rumore!
la Dama mia ch’è svelta nell’appronto,
già con Rodolfo è a desco a desinare
io che m’attardo qui, menando conto
che l’sonno mi fatica abbandonare.
Or quivi assiso, corpo liberando
su candido bugliol, da sol si netta,
che l’acqua sorte fora a mi comando
di tutte l’invenzion, la più perfetta!
Odo vociar oltre la porta chiusa
ridda di motti che san di foresto
che l’conversar con tutti è bona scusa
e l’dimandar al duca po’ m’appresto.







