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Lo Divin Cammino

CANTO XVI
(D’istanza a Carrillòne)

Al Carriglion, addentro tempio austero,
pel sant’ offizio, parroco n’attende
a fin de la funzion, non parmi vero,
d’abbraccio e’ pellegrini a sé protende.

prendetteci la gola d’emozione
che pure la mi’ dama si fe’ muta.
Per man d’Iddio, Santa bendizione,
no’ porge l’officiante e ci saluta,

pe’ tutti spesa fu parola bona:
in grazia del Signor, e nel Su’ Credo,
quinci c’udimmo l’tocco all’ora nona,
a capo basso, presimo congedo.

fora d’ecclesia sotto loggia assiso
sempre co’ fil di fumo a fior di bocca,
attendeci Rodolfo col sorriso
che motto del Signor, ei non lo tocca!

E’ che l’mi duce, fa di miscredente
si picca dire ch’è d’ecclesia indegno
ch’e entrar a tempio, non li vale niente
e manco de la Croce fassi l’Segno.

“Se l’alma mia ferita in Lui ripuose,
e di parola sua, cercassi lume,
solo silentio e buio mi rispuose,
c’a far senza d’Iddio, presi costume!”

Questo mi disse con parola franca,
e ancor più franco fette nel peccare,
Rodolfo mosse a guisa mano stanca,
come molesta mosca di scacciare.

“Male non n’arreco e se mi tocca,
in quel ch’è n’forza mia d’ausilio porto;
motto fellone, mai sortì da bocca,
ne’ l’ disquisir co’ l’altri fu distorto.

Questo lo faccio sol perché va fatto
perché coscienza tosto me lo chiede,
perché coll’altre genti ci vol tatto
e non, per onorar chi non si vede!

Ne’ li gironi che vi son nell’Ade
di che tu, Gran Maestro, desti conto,
pe’ quelli come me, per Su’ vontade,
Dond’è Ridolfo, collocato a monto?

Forse d’ignavo? O doppo l’Acheronte,
nel Cerchio primo a limbo collocato,
oppur a’ prodighi, nel quarto conte,
o forse cerchio novo, va ‘nventato?!”

Fu la mi’ dama, che ridendo pose:
“Che novo Cerchio, pe’ Ridolfo stette,
tra tutti li viziosi dell’inferno,
manca chi fume troppe sigherette!”

Così di leve passe la serata
come tra’ pellegrin è d’uso fare
con vino a desco, confidanza è data
fusse di motto serio o pe’ celiare.
 
Mi rivedo un po' nel pensiero di Rodolfo ... nonchè nella sua brutta abitudine di "sfumacchiare" mentre cammina ... :-o
 
CANTO XVII
(Da Carriglion de’ Conti a Terradiglio de’ Templari)

Presta d’ostello fora si fa strada
e bona scorta femmo di borraccia
che per disegno di cotal contrada
d’ostelli a lungo raggio non v’è traccia!

Segno non v’è di posto pe’ ristore
che tutti e’pellegrini fan la scorta
pe’ Calzadiglia ci vorran quattr’ore,
menar di vitto pare cos’accorta.

Di fascino rude e d’antica scorza
famiglio tutt’attorno mi si vanta,
t’amo meseta! Che di muta forza,
de’ tempi mia, spettacolo s’ammanta!

Di passo a passo movesi e’viandanti
nel gran silenzio che campagna treva,
nell’ombre lunghe, sole port’avanti
che da Levante a spalle for si leva.

Su panca ch’è disposta lato strada
donde posammo l’ossa a dar contegno
vergata a fil di lama v’è segnata,
scritta scavata a forza dentr’al legno.

Or che m’avvedo di moderna foggia
cosa che da poeta parmi scritta,
significanza su Ridolfo poggia,
che d’altro lato a panca, sede a dritta.

“Nota v’è detta saggia e di gran conto!”
Dissemi l’duce di sorriso spande:
“monita chi, su’ n’alto sale pronto,
d’orgoglio non si gonfi troppo grande.

Di porre d’attenzion ti si richiede,
e ti convenga sempre ricordare,
più n’alto sali più l’culo ti si vede
che “tronfio” val’ a dir, non doventare!”

“Monito bono, c’a lo qual m’accodo
che gente molta dentro di Palazzo,
a cittadino ch’è rimasto fora,
piàcesi rimirar dell’alto n’basso.”

Indi susemmo e strada si reprende,
con monito di volgo nel pensiero,
sì che superbo, di peccato rende
chi di desgrazia d’altri si fa fiero.

Dritta la via c’a Calzadiglia porta,
onde l’ostarìa, oasi ne pare
di caldo beveraggio demmo volta
e Bea fu generosa nel mangiare.

Poi via, d’appresso sempre a campo:
tra poche abitazion di fango rese
che come de’ mi tempi tiene a stampo
for de Fiorenza, nel contado tese.

In Terra di Castiglia e di Leone
d’austera nota lo paesaggio a ciglio,
parmi fora de loco la magione
donde finimmo ‘passi a Terradiglio.

Che tra quest’agi nostra sosta stette
e casa porta nome nome de’ Templari
pur nel sigillo, nobil croce mette,
de’ Cavalier c’à me son tanto cari.
 
CANTO XVIII
(Da Terradiglio a Berciano)

Lungo sentier di lato a strada fina
donde motor, e’carri move lesti,
tra lo rumor e l’puzzo de benzina
pe’ pellegrin, dannatio manifesti.

c’ormai di confidanza mi s’annote
e su’ presenza non m’è più scascione,
veder passa’ li mostri co’ le rote,
fa part’istessa de’ la situazione.

Po’ che lassata istrada tutt’a fronte,
d’appresso de Sagunno a porta vonne,
dentr’a boschetto, dipassato l’ponte,
trovasi ritte allato du’ colonne.

Rodolfo duca, c’illustrò d’astanto
che le colonne menano signale
Da suolo Franco, a volto de lo Santo,
la metà esatta de Cammino vale!

la nota giubilammo con fervore
e co’ la Bea, no’ dettimo d’abbraccio
che lo prossimo bar, ch’è di favore,
proposi fare festa con vin diaccio.

Così che di Sagunne no’ si beve
e motteggiar felici de no’ stessi
che la metà del corso parve leve
c’al principiar più tosta ne paressi!

a tutti quanti e’pellegrini astanti,
pe’ lo calor che gioia cor comanda,
offro di bere, pur che sete tanti,
e calice levar, senza dimanda!

In quella fu che m’appellò viandante
in lingua scanosciuta e pel dell’oro,
Parole bone me tradusse tante,
Ridolfo, che l’foresto va a decoro:

“Oh pellegrino che bevande offersi
mirandoti ben bene da vicino,
Pàremi tal Dante, che compose versi
de cui lessi le gesta da piccino”!

Acciò che motto turbami di molto
e fu mi dama a proferir memento:
“Se fusse veritiero ciò c’ha colto,
d’anni vest’omo contane ottocento!”

Così passò lo dubbio de risata,
e demmi la salvatio donna mia
gaia seguitte tosto la giornata
fin che giungesse meta a nostra via.

Or qui dappresso delle suore ostello
dentro magion c’a mota fu costrutta
àbbino requie l’ossa n’su l’castello
che come dir si suole: “so’ alla frutta”!

Che nell’attesa di formar convitto
di che sorelle tavola ha ‘mbandito,
come famiglia si consuma vitto
doppo che bendiziòn, l’hanno ‘mpartito.

Bona sorpresa po’ dal desinare
no’ nvita all’orazion la superiora
meno che l’duca, fora per fumare,
tutti pregammo iddio per la bon’ora.
 
CANTO XIX
(Da Berciàno a Religgi)

Di pronto da Berciàno mosso pede
doppo de colatione generosa;
che d’altro panorama non concede,
de brulla landa dal Tempo erosa.

Passato poscia di Raniero l’borgo
a fil d’istrada n’taglio tra li campi,
retro di curva, nostra meta scorgo
donde giùnsemo dritti senza ‘nciampi.

Sito modesto, sol du’ case a croce,
presentasi Religgi a lo viandante
ma a’ tempi dell’Impero, fassi voce
di loco che si veste d’importante.

‘Che pur’Iberia, posta è sotto l’tacco
de’ la potenza vira, detta Roma
di strade molte, quivi fu lo stacco
che tutte n’una, verso l’Urbe toma.

Per cio’ che fu, de “rilegar” più strade
che tale motto fu per estenzione
unire li pensieri com’accade
si principiò a nomar “la religione”.

Motto m’è caro, cosa parmi bella
che come strade vanno tutte n’una
la religion che popoli affratella
che come questa, non lo fa nessuna!


Ma disquisir non vo’ di cose dotte,
che poco hann’a che far co’ lo Cammino
c’a fin de strada fatta, poco sotte,
parmi stranezza quando m’avvicino.

Su casa che d’addentro fa locanda
pintate su’ le mura di facciata
du’ enormi occhi scrutano la landa
t’allegra l’cor, t’arride la giornata!

Dentro ch’entrammo volgesi l’guardare
che tutte le pareti fanno festa,
disegni molti e motti pe’ rimare
che l’pellegrin di passo ne ridesta.

De tal’impresa parvemi costrutta
che quello ch’a da dire porti urgenza,
pitta su muro: possi dirla tutta
e ‘mperitura resta la presenza!

Doppo di prender posto nell’ostello
finito fu l’bucato e l’abluzione,
si tornò al bar e mèssimo cappello
che mura scritta valse la cagione.

Poscia che birre a copio consumate
a rinfrescar lo gozzo e fare festa
parole molte lette, altre vergate
c’a un par di “Posca” consumè la testa!

Acciò che quando da Religgi passi,
su’ n’alto dov’è l’anta che fa diaccio,
più che l’avido contar, su contapassi,
vale testimonianza che qui traccio.

E non la mia, solo perché son colto,
tutte parole sono d’esperienza:
contar tu passi non ti giova molto
s’a spirto de Cammin,ti manca essenza!
 
recuperato post passati.
avevo letto senza mai aver tempo di commentare.

mi sono piaciute:
  • l'incertezza che regna quando di mezzo c’è “Chi Tutto Puote”.

  • durante che cammina solo per gustare libertate!
    [e chi non lo fa?]

  • il ripartire la terza, quarta, quinta volta.
    solo perchè sul cammino sente l'anima bona.
    e solo ripartendo si calma il cuore.
    [già. oh, già]

  • il cammino pieno di beltade e di persone buone
    non che non ce ne siano anche nel mondo.
    ovvio che ci sono.
    ma sul cammino si hano occhi diversi.
    e cuore aperto.

  • le mesetas di fascino rude, d’antica scorza, di muta forza.
    poesia pura.
    poesia.
    pura.

  • il motto "più n’alto sali più l’culo ti si vede".
    in quanti uffici andrebbe affisso?
    quanti arroganti dovrebbero saperlo?

  • la spiegazione del termine religione dal termine rilegare.
    davvero?

  • il suo esclamare "so’ alla frutta”.
    conferma che sei pellegrino e uomo esattamente come noi, Durante

  • il duca rodolfo che non fa altro che fumare.
    e me lo immagino malandrino simpatico.
    ma giusto.
    e franco.

  • il posca di cui aveva parlato quando si parlava di bic ed evidenziatori.
    diceva che aveva usato un posca.
    mi chiedevo perchè.
    ecco svelato l'arcano.
    ma che a reliegos ci fosse un bar così io non lo sapevo.
    lo dico da un po' che mi tocca - mi tocca proprio - tornare sul francese.

e poi.
e sopratutto.

da milanese.
quell'articolo davanti al nome.
non serve che dica altro.

ciao.
cri
 
Oh, Cri de li Grilli ... il cor mi s'allegra pe' quanto ne scrivesti, che ti vo' mette un laic :ok: quello che vuol di' "mi garba"!
De gratia infinita. :cuore:
Ora vo' postar du' Canti pe' la contentezza! ( così a chi un li garba, darà la colpa a te!) :rofl:
:bacibaci:
 
CANTO XX
(Da Religgi a superba villa di Leone)

Si volta da Religgi ad hora tarda
che pochi pellegrini nell’ ostello,
silentio fin a mane no’ ci guarda
c’a sole alto, ancor non s’ha cappello.

Non ce ne suol, che tappa corta vale
ch’è l’ultima che va for de la piana
Terra m’è cara al cor, lassar fa male,
ma d’altre pugne l’Viaggio ne dipana.

Così de la meseta s’ha congedo
che terra arsa mett’a dura prova
c’a civita de Burgo mi rivedo
e pàremi d’allor, persona nova!

Questo è l’segreto che n’è colto:
che se da lato l’energie ti spreme,
dall’altro forza ti rennova molto
e n’cor di tempra n’ha gettato seme.

pure Beatrice ch’è ‘na dama fina
che più c’a campi a la magione avvezza,
certame n’ha lottato da regina
che come ramo piega ma non spezza.

Grazie meseta, pe’ la tu presenza,
di doti tutte, quel che io n’ appresi
me l’indicasti tu: ed è pazienza:
n’arse contrade, fa li conti resi.

In quella sott’a bruma di calura
che lo veder da la distantia faglia,
sopra di ponte che levàmmi altura
Civita de Leon, presso si staglia.

Di tutte cose belle che presenza,
come Rodolfo dissemi vecino,
riveste d’importanza e d’imponenza
la Cattedral, gioiello del Cammino.

Che po’ quando dappresso la videtti
c’ancor nell’occhi stante sontuosa
quella di Burgo, che già ne dicetti,
de superar in bello non è cosa!

Ma quando fummo addentro de su mura
toccommi rimangiammi le parole
che quel che vitti fecemi paura
che di stupor e ‘naspettanza vole!

giacchè tramonta, l’sole raggia a taglio
grandi vetragi da’ colori molti
sfumate su colonne e muri a vaglio
d’arcobalen pareva d’esse avvolti.

Che sol pitt’e colori come danza
nella movenza che pian piano cela
movesi come sogno d’isperanza
che Dio n’ persona, vèrgane la tela.

alla movenza di colori e luce
come di completanza volle danne,
Dio si sedette n’aria che riluce
pestando ‘tasti dell’harmònio a canne.

Musica celeste: donde vieni?
e al ballo de’ colori: ch’invitasti?
Non m’aspettai, partendo da’Pirèni *
di tal vision empissi l’occhi casti.

Puro Beatrì, c’abbracciami vecino
cader di lacrima da ciglio aspetta,
pe’ ringraziar Iddio, de lo Cammino
… (e l’disgraziato fòr, con sigheretta!)





* Lui i Pirenei li chiama così.
( n.d.t)
 
CANTO XXI
(Da Leone alla Storga … ehm … su carrozza a motore nomata “tassì”)

Di tutte cose bone che ne colse
pe’ la spirienza che di Viaggio piaccia,
timòr, sortir da ville ce ne tolse
ch’a strada e’carri menano minaccia.

dell’arsenali de dimonio l’arme,
c’a mondo novo molte ha dispianato
più maledetta questa me ne parme
che, come peste, tutt’ ha contagiato.

Sonan le trombe, po’ ti fanno lecca,
l’auriga irato, n’culo ti ci manda; ( OH! POETA!!!)
quelle co’ rote due, danno di stecca
che pel frastuon ne trema la mutanda.

“ Avante più, non me ne cale andare,
che di periglio osar non mi s’addice
de lo Cammino meglio accomiatare
che far rischiar il collo de Beatrice!”

Ciò detto posta n’terra la bisaccia
assiso su di panca a braccia n’croce
co’ broncio da cittino mir’a manca
n’attesa che Rodolfo desse voce.

Ed elli non tardò proffer semente
grattandosi la testa co’ la mano,
come di cavar fora de la mente
la soluzion che càvaci d’arcano.

“Mira Durante, penza co’ ratione,
c’ha’scritto ier de coltivar pazienza:
al su’ mestier e l’arti, le persone,
raggiungene co’ carro la presenza.

Allora senti quello c’ho da dirti:
pe’ rappacificarte co’ sta cosa
pigliala de petto e caccia spirti
che l’alma irata si rimett’a posa!”

Mitte man a smarfòn, e de ripresa
parola proferitte scanosciuta:
che di lì a poco, carro si palesa
auriga a cocchio tosto ci saluta.

O che mistero quivi manifesta:
che d’altro sortilegio mi ribalta
che la vettura appare tanto lesta
che l’core for da petto ne risalta!

“Tassì s’appella com’a tu piacere”
Dissemi l’duca doppo l’opra:
lo passegger addietro suol sedere
piglia bisaccia e po’ montane sopra.

Auriga ve conduce fino a Storga,
e lì c’incontreremo sanza fallo
doman all’albe quando l’sole sorga
a piede piglierem, de novo l’ ballo!”

po’ con timore et curiositate
a cocchio con Beatrice presi posto
che comodo lo seggio e le vetrate,
che contentezza presemi d’accosto.

“Ch’el viaggio sea de vostro gradimento
l’auriga per favor non trattar male,
pagato è lo servigio e l’ godimento …
… e non ti far timbrar la credenziale!!!!”
 
stavolta mi metto in tasca.
  • la Terra di mesetas che è cara al cuore.
    e che lasciarla fa male al cuore.
    sempre così, con le cose care.
    sempre.

  • il cammino che da una parte spreme energie.
    ma dall'altra rinnova la forza.
    che sia anche questo che ci attrae di quelle strade?

  • beatrice che lotta da regina.
    come ramo si piega ma non si spezza.
    è così bella, beatrice, in questo suo lottare così.
    grazia e forza.

  • tra le doti tutte, quella più imparata è la pazienza.
    eh.

  • il sole che dipinge colori come danza.

  • la spiritualità laica e profondissima che leggo dentro alle domande:
    Musica celeste: donde vieni?
    e al ballo de’ colori: ch’invitasti?

  • la perizia con cui te la sfanghi nelle rime difficili.
    Pirèni è stato un colpo da maestro.

  • quella "lacrima da ciglio, pe’ ringraziar Iddio, de lo Cammino".
    commuove.

  • e l’disgraziato fòr, con sigheretta!
    eh.
    figurati se non era lì a fumare, il nostro rodolfo.
    mi fa sempre ridere moltissimo.

  • la mutanda che trema per le macchine.
    il broncio da cittino che metti su.

  • la bellezza di quell'amore nobile che ti fa dire:
    "de lo Cammino meglio accomiatare
    che far rischiar il collo de Beatrice!”

  • la saggezza dentro al:
    "pe’ rappacificarte co’ sta cosa, pigliala de petto".

  • la poesia del "a piede piglierem, de novo l’ ballo!”

  • dante e la bea seduti in taxi come sposini.
    ma quanto sono belli???
    quanto?
ovvio il grazie, durante.
non servirebbe neanche dirlo.

cri de li grilli
 
Ultima modifica:
Perquanto intesi, Cri de li Grilli, "il ditino de' mi garba" simpatia non te ne fa ne' punta ne' poca; io lo vergai l'istesso, perchè n'apprezzai l'attenzione co' la qual commentasti le quartine.
De Gratia, Principessa!

E de gratia referente, porgo anco al nobil messere che s'appella "falso ciclista".

Ovvìa, che già che qui a Purgatorio oggi c'è connetione e campo, n'approfitterei pe' postanne un'altra coppia che ben se sposa inzieme.

Al buon cuore di tutte/i voi che n'avete la bontà di legger l'avventure mie e de la Bea lungo la Strada a tutti noi tanto cara.

(seppure stavolta non farò una bella figura: che la Bea l'ho fatta di molto 'nquietare ...)

Un saluto fraterno da Durante vostro.
 
CANTO XXII
(Dalla Storga alla Fonte del Bandone)

Ridolfo rivedemmo l’giorn’appresso
nel posto c’avevamo convenuto:
sorbimmo beva scura dett’ “espresso”
da loco misterioso provenuto!

Allor dimanda secca lu’ ci pose
col viso furbo chi sa cantare
che de’ tradotta a carro e l’altre cose
volle che ne volessi raccontare.

Ah, che sperientia che vole’ no’ dare!
che non di carro, si, ma di carrozza
comodo l’seggio molto per lo stare
e l’ampi vetri el for, fan tavolozza!

l’auriga nostro, come ‘na criatura
miracci dall’ispecchio che dà retro
ridendo n’aomentava l’andatura
c’a questo, sguardo nostro fessi tetro.

Elli parlò, ma motto su’ non colsi
d’ispanica contrada mi rivolse
mostro’ misura a tempo che sta a’ polsi *
come da dir che rapidi si volse.

Però, Ridolfo, dire te lo devo,
che la quistion la sento e mi fa male,
che de carrozza fassi tappa a trevo,
è come di barar e non ne vale!

“Non ti crucciar Durante: non tè dato!
c’a Dio non ne facesti punto sgarro,
segnami questo a me, come peccato
che non l’ha chiesto tu, viaggiar di carro!”

Così che rinfrancato lu’ mi pose
preso bordon, ci remettemmo a passo
pe’ le colline a terra rossa erose
for de la Storga, mi sentii rilasso.

Or che paesaggio ‘ntorno l’è mutato
e strada fassi de salita erta
mi tocca pe’ li boschi pigliar fiato
che gamba su pe’ ripa, sale ‘ncerta.

ma la fatica ora m’è sollevo
che l’cor mi batte e che me sento strano
per alleviare passo che non levo
Beatrice mia, mi piglia pe’ la mano.

Che camminar così co’ l’amor mio
ripaga l’costumarmi a la salita
Che n’mano sua, guasi sentimmi Dio
volessi mai che l’erta sea fenita!

me mira e di sorriso mi dà volta
con melodiosa voce, fa canzone
e Dante co l’istomaco n’rivolta
giunge felice a Fonte de’ Bandone.





  • * in pratica gli mostra l’orologio (n.d.t.)
 
CANTO XXIII
(De quel c’accadde a La Fonte del Bandone)

Doppo che d’abluzion, doccia nomata
indove com’a pioggia l’acqua scende,
Beatrice ne risorte rinfrancata
vestuta a nova moda ne resplende.

Che di maglina stretta su’ le forme
per mi’ sconcerto, ‘ndegna la visione
che diavolo ne’ giorno o notte dorme
d’ira e virgogna presemi scascione!

Ah, quel che veggo! Cosa sì tremenda!
De l’ombellico fora ne mostrava,
com’a lupanare mostre le pudenda
di fra l’astanti alcun, la rimirava!

“Calmo, Durante! Nulla v’è di male:
maglietta corta mostra d’ombeligo
che dame tutte, l’oggi veste ‘guale
lo star de moda, dicesi ch’è figo!”

mettemi mano ‘n’spalla a consolare:
“Se’ tu, Durante che se’ for dal tempo!
Al mondo novo t’hai da costumare
l’offender la tu’ dama, te fa d’empio!”

“Per reparare, deh, domanda scusa,
che donna de bordello m’hai nomata:
l’onestà mia, de fatto ne ricusa,
e a tutti ne ruinaste la giornata!”

“De lu’non ti curar” Disse lo duce:
“Ottuso è come n’angolo ch’è cieco
bigotto è fatto e mal glie ne conduce
c’anco s’è viro bon, sovente è bieco!”

De stupidezza l’ira me sovrasta
però comprendo c’ho peccato molto,
che n’tutte l’ere resti la più casta
ed io, n’epoche tutte, resto stolto!

Se picca te mostratte, è perché t’amo
de questo io ti prego tener conto
ch’è solo l’tu piacer, quello che bramo
e del perdon ti prego, farme pronto.

“Oh, madonnina! Dante, che coglio … BEATRICE!!!!! (scusa!)
pe’ na maglietta fina, demmi guerra
che come la canzone di Baglioni,
romantica si coglie n’ciel e n’terra!”

Che tu canzoni nove già canosci?
“de la maglietta fina”, se ne canta?
cantasi pure a rima, de’ li scosci,
che gambe tue de fora, tutt’incanta?!

“Primo che la canzone non è nova:
orma’ so’ quarant’anni che fu scritta.
e che d’acconto l’ira non te mova,
vestir co’ guesti “hot pants” è cosa dritta!”

“Ma non vedesti tutte l’altre dame?
paretti di mantella van vestute?
de’ l’abbigliar d’antico fecce strame
monture de castigo son cadute!”

“Questo n’accade” fe’ Ridolfo a chiosa,
“del tronfio questionar, de’ benpensanti,
che stàgnasi nel rennovar la cosa,
e nell’error convinti vann’avanti!”
 

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