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Lo Divin Cammino


Raùl

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
..."Primo che la canzone non è nova,
ormai so' quarant'anni che fu scritta" ...


Che tenerezza mi fa la Bea: pur avendo centinaia di anni sulle spalle, parla di quarant'anni fa come di un'epoca remota!
Si è proprio adeguata brillantemente ai giorni nostri, a conferma che le Signore sono generalmente molto più smarty di noi maschietti ...
: - )
 

Sardina

Moderatore
Membro dello Staff
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Direttivo Ass.ne
Oh Madonnina!
Siamo arrivati alla maglietta fina....
Beatrice conosce il Baglioni
E prende Durante per cogl....PATRIZIA!!!!
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXIV
(Da la Fonte de Bandone a Ponteferrato)

Chiuso di sera prima l’accidente
or ch’ho ben intesa la quistione
de costumanza nova, vo cosciente
ed anco de bon passo col bordone.

Di cosa altra devo mentionare
che pur lo desinar, reca sorprese
nera bevanda mossi a consumare
di che Ridolfo sorsa a più riprese.

Nomasi caffè, e ne proviene,
da loco ne’ mi tempi scanosciuto
chi lo scoperse or, non mi sovviene
tale navegator, po’ deceduto.

“Già io t’el disse.” monitò l’mi duce
Da Gibilterra for, non v’è strapiombo
navegator, che barche ne conduce
a nome ne responde de Colombo.

Nel mentre de la cosa ragionava
suso pe’ l’erta ritta di montagna
tosto parossi d’ante la mirata
tal che de commozion l’occhi mi bagna.

Trattasi di croce assa’ piccina
foggiat’a ferro, su di palo stava
e sotto petre molte fa collina
che de divino spirto ne brillava.

“Croce di Ferro”. Disse de rilasso:
“Ognun da casa porta la su’ pena,
depositarla n’base a mo’ de sasso,
ti cura l’alma e scioglie la catena.

Sassi ne meno du’, chiedo dispenza
dell’alma trista quando fu’ cacciato
un de Ravenna, altro da Fiorenza,
che n’giusta pena femmi d’esiliato.

“Deposita le pene sott’a croce”
motto’ Rodolfo guasi sanza fretta,
nel mentre ch’a tu’ fatti da’ la voce,
m’assetto a lato e fumo sigheretta.

Quinci Cammino tosto si riprese
pel Mangiarino e po’ giù pe’ la costa
a Molinsecco, l’energie fu spese,
ancor non era tempo pe’ la sosta.

Giùnsemo a meta guasi su’ ginocchi
e cor bàttemi forte nel costato
de quel ch’io vitti mi si lustra l’occhi
che val la pena dir, del Ponferrato.

Ne par’a me davante loco austero
c’al sol mirallo, la favella tolse
mirabile de torri lo maniero
pe’ l’emozion a fronte me ne colse.

gran testimonio de rammento passe
nell’anno del Signor “trecentosette”,
tre lustri esatti prima ch’io spirasse,
Filippo trucidàlli ne volette.

Sia maledetto a foco dell’inferno
donde bruciasse lento co’ su pari,
condanna comminata pell’etterno
colui che volle morti li Templari!

Oggi a Mercurio giorno è dat’ostello *
bona la nova, pur se son’istanco
potessi dar la visita a castello
che sanza de moneta, s’entra franco.

Li muri e po’ le torri e tutt’istanze
donde la vita, al tempo l’era mossa,
ora n’silentio cupo par che danze
dimonio ch’a lor tutti fece fossa!

Tal fatta historia de li giorni mia
che per vo’ novi, sono tempi iti,
a me paremmi come melodia
che riportammi addietro ne’ mi siti.

ciò ch’a voialtri detto fu su tomi
io lo vivetti proprio come ora
di cavalier che mai si fecer domi
for de maniero, se ne dice ‘ncora.



  • * Il “giorno di Mercurio” (mercoledì) al castello si entra senza pagare (n.d.t.)
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXV
(Da Ponteferrato a La Vega de’ la Valle Carca)

Notte che de riposo sani l’ossa,
ma de mercede conto mi ripassi,
portammi a sogno stesi n’de la fossa
color ch’a lo maniero furon passi.

Or ch’a voler di Dio l’alba mi desta
doppo che de sventura l’sonno ammanta
da branda mi’ figura fugge lesta
di viaggio consolare l’alma ‘nfranta.

Poco mi cale ch’oggi è tutta strada,
al netto de li passi tra le vigne
tra carri de motor, viandante vaga,
allato che te corrono maligne.

De Villafranca, terra de bon vino
ne demmo po’ refocillante sosta
che la bevanda nera da mattino
piacemmi di gustar, in ogni posta.

“E non sol questa, reportò Colombo!”
Dissemi Rodolfo col sorriso:
“Altro portanne, che t’allarga lombo,
ma ch’a palato sa de paradiso!!!”

Quinci ch’all’oste comandò portare
dentro d’argenta carta rinvoltata,
sostantia ch’a miralla me ne pare
Come di sterco del color pittata.

Tu vo’ celiare a Dante e fatte gioco!
D’immonda nota fecemi rebrezzo
de lo sapor che mena ‘mporta poco
a me paremmi cosa che fa lezzo!

Beatrice ‘nvece volle darne saggio,
e l’occhi sua, de luce fassi nette
come di sol, illuminati a raggio
e godurioso mugolo ne dette.

“Oh, che dolcezza, Oh, quant’è sublime
oh, che sentore tanto ‘nusitato!”
Rodolfo ne respose pe’ le rime:
“Adesso sai cos’è … lo cioccolato!”

Po’ che sapor in bocca non si perda,
altra portione vonne reprovare
co’ labbra de color che parmi mer … DANTE, NO!!!!!!!
io quella roba lì”, non vo’ mangiare”!

Susemmo e ripigliammo de cammino,
e lor che mi menavano di celia,
mangiandone ‘gni tanto un pezzettino
con me, che rispondelli a contumelia! (Oh,Santo Me!)

Istrada po’ se fece bella molto
co’ verdi coste ‘nvase da le calle
a pede de montagna vemmi scolto
bona la ‘ndicazion de frecce gialle.

Dimane no’ n’aspetta la pettata
c’al detto lo Cebrero ci conduce
ne temo, doppo de la cioccolata,
qualc’altra nefandezza de lo duce!

Si passò notte ne’ la Valle Carca
ma prima de posar lo corpo a branda
Rodolfo de spaghetto fecci marca,
compagno fu bon vino de la landa.




 

guido_e_cri

Utente storico
Socio Assoc.ne PPS
Beatrice che lo prende per mano.
ma poi sbotta.
"Oh, madonnina! Dante, che coglio.."


maglina stretta e l’ombellico con due elle.
la nera bevanda.
il cioccolato [te lo disse, liam , di assaggiarlo].
il navgigatore di cui non si ricorda il nome.
lo strapiombo oltre gibilterra che non esiste.
il cibo che allarga il lombo ma al palato sa di paradiso.

sempre un piacere, leggerti.
cri
 

Edo

Admin
Membro dello Staff
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Direttivo Ass.ne
Io mi immagino Rodolfo un po' come @Raul e me che a ogni sosta ci accendiamo una paglia ... Si lo sò non fa bene quel maledetto vizio.

Edo

p.s.: Però quelli della mia generazione quanti lenti hanno ballato sulle musiche di quella canzone ? ... Erano gli anni che facevo la "stagione" e si dormivano al massimo 4 ore per notte :)
 

Raùl

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Io mi immagino Rodolfo un po' come @Raul e me che a ogni sosta ci accendiamo una paglia ...
Edo
Chissà perchè ... anche io "Ridolfo" me lo immagino esattamente così! :cool:
... mettici pure che io, come lui, sono piuttosto restio ad entrare nei Templi ... ;-)
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXVI
(Da La Vega de’ Valle Carca a lo monte de’ Cebrero)

De sotto, verso l’alto picco sale
che manco sguardo de faina vede
lassammo a bon mattino lo spitale
ma nebbia no’ mpediva lesto pede.

susemmo sempre n’alto sott’a fronde
n’humeda petra di slittar v’è nota
tra nebbia e guazza, tutto si confonde
ma n’tanto ne s’aomenta de la quota.

Doppo villaggio detto de “La Fiaba”
ancor più d’erta lo tratturo sale
armenti passa ruminando biada,
de pascolo la meta lo finale.

Deh’ che fatica! Me ne manca sciato!
Lo passo che repento ne rallenta
l’altri viandanti, passame di lato
che l’energia d’addentro parmi spenta.

Su sasso che ne pare post’all’uopo
tosto mi seggo co’ respiro corto
ch’anco lo favellar, rimett’a dopo
co’ sta fatica, non se giunge a porto!

Ridolfo co’ la Bea eran davante
tòrnane d’arretro su li passi,
che ne la nebbia, paremi distanti
che solo, lo Poeta, non ne lassi.

“Suseti Durante, che d’istrada manca!”
Dissemi l’duca, ma i’ stav’a cera:
nell’incavo del gomito di manca,
mano di dritt’a colpo detti fiera! “O’DANTE!!!”

“Inteso ho che riposar bisogni
e certo non aneli di dar passo,
ho l’artifizio tal, che tu lo sogni,
siccome di salir, col piè rilasso!”

Siddetto cavò fora de bisaccia
latta a cilindro che nomar non posso
a’tempi mia, di questa non v’è traccia,
pittato n’superfice, n’toro rosso. *

Rinfranco datomi da tal pozione
doppo che de riposo me ne stetti
paremmi de sentire conditione
de ripigliar lo passo a denti stretti.

Quale druido la pozione fette
rumando l’pentolon all’Avi caro?
da quando presi sorso, me ne dette,
susir con soma a passo de somaro!

Di sacrifizio, ma anco de letizia
Su di Calvario sanza de la Croce,
vitti confino donde sta Galizia
e solo allora, me tornò la voce!

Ah, che de casa al Santo alfin siam dati!
Giubilo e gaudio de lo cor mi sale,
grazia di Dio e tutti li Beati …
… de colpo si scatena il temporale!

Di cappa e di zimarra la coverta
che cielo aprisse su’, le cataratte,
Più che vedè Cebrèro, parve l’erta,
pe’ pioggia molta, immaginanza fatte!



* Gli ha dato una lattina di Red Bull (n.d.t.)
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXVII
(De’ lo Cebrero a le Tre Castella)

Sortimmo all’albe da diluvio presi,
come fusse Noè ma sanza l’Arca
che talleri per cappa fur ben spesi
ma n’vece de’ calzari, serve barca!

Tra tutt’ e pellegrini fe’ cagione
se fosse saggio d’aspettar che spiove
e tutti a dimandar ne’ lo smarfòne,
che prevision dicesse cose nove.

Ma l’internetto ‘nsiste che fa pioggia:
come Pizia d’oracolo ne stette
parammo tutti a tetto d’una loggia
nell’isperanza vana c’ora smette.

La Bea ch’è donna de coraggio forte
fu la più lesta nel pigliar cammino
e l’altri appresso, ad imitarne sorte,
Ridolfo a litigar co’ l’acciarino!

N’avventurammo pe’ sentieri scuri
co’ li calzari tutti dentr’a mota
a poco valse, fanne li scongiuri
che l’acqua a secchi, no’ segnò di nota.

ma’ vista tanta pioggia tutta ‘nzieme
dicono ch’a Galizia è cosa data
di foco acceso i’ sentiva speme
pe’ l’ossa d’asciugar, doppo l’acquata!

Alfin ne fu concessa sorte bona
a Tre Castella d’incontrar locanda
onde camino acceso l’caldo dona
con cena ricca e vino de rimanda.

Al foco con quell’altri pellegrini
a sera sorte fora un’istrumento
che con su melodia ci ravvicini
E volta a giorno peso, cor contento.

Ne parvemi la cantica bizzarra
d’idioma che ben poco mi s’addice
però … che sono dolce ‘sta ghitarra,
che complice lo vino, fa felice!

Di serenate nove non m’intendo
ma “iesterdei” nel core mi si spalma
seppur che le parole non comprendo,
con sòno de’ le corde move l’alma.

Dice ch’è melodia de coro fino
un coro che provenne da Inglaterra
li stessi de lo “Giallo Summarino”,
de “Scarafaggi”, canosciuti n’Terra.

E quivi tutti quanti a fa’ quistioni
se “Petre Rotolanti” fur più fini
creàssi ‘ntorn’al foco du’ fazioni
com’a mi’ tempi, Guelfi e Ghibellini!*

Questa è serata che mi par di saggio
portare a l’attenzion de chi m’ascolta
ch’a tutti e’ pellegrini è dato l’aggio
d’averla già vissuta a loro volta.

Così sapete di che vo contando
che so’ momenti magici a Cammino,
e’vostri ne starete rimembrando
co’ l’occhi luminosi d’un cittino.




*L’annosa diatriba che divide da sempre, i fans dei Beatles da quelli dei Rolling Stones … (n.d.t.)
 

Edo

Admin
Membro dello Staff
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Direttivo Ass.ne
E quivi tutti quanti a fa’ quistioni
se “Petre Rotolanti” fur più fini
creàssi ‘ntorn’al foco du’ fazioni
com’a mi’ tempi, Guelfi e Ghibellini!*
Grazie per la nota a fine pagina ma forse non serviva, questa si comprendeva al volo per chi come noi ha vissuto quei tempi...

Però Dante cavolo la cioccolata dovresti assaggiarla ! ! !

Edo
 

Zot

Utente storico
Socio Assoc.ne PPS
Di serenate nove non m’intendo
ma “iesterdei” nel core mi si spalma
seppur che le parole non comprendo,
con sòno de’ le corde move l’alma.

(CUT)

Questa è serata che mi par di saggio
portare a l’attenzion de chi m’ascolta
ch’a tutti e’ pellegrini è dato l’aggio
d’averla già vissuta a loro volta.

Così sapete di che vo contando
che so’ momenti magici a Cammino,
e’vostri ne starete rimembrando
co’ l’occhi luminosi d’un cittino.
Quanto è vero... E quanto mi mancano quei momenti!
Soprattutto quando con la musica parli la lingua di tutti, e dici le cose che vuoi, sapendo che gli altri ti comprenderanno perfettamente.

...Anche un Poeta che arriva dritto dal 300...
 

Jackie

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
Collaboratore Ass.ne
Innanzi a me, incede donna mia
la miro con su grazia nell’aìre
che n’vita passa, sorte mi fu ria
amor che nacque solo per morire.

Or ch’el Signor concessemi la dote
che n’vita nova chiamasi Cammino
regalo più prezioso non si puote
tener la mi’ Regina qui vecino!

Deh, quant’è bella e d’amor m’incanta
in viso su’ sorriso come fiore
leggiadra la su’ voce quando canta
di lei presenza, mi solleva l’core.

il sol da su, mirandola si duole:
astro lucente, cosa non l’aggrada
torrebbe co’su raggi dar calore
ma ella, che regala luce al sole!

Tacciono l’usignoli al su passaggio,
color castagno li capelli mossi
s’inchina lo stranier per darle l’aggio
quando l’incontra a largo de li dossi.

Oh, core mio, che d’amor stordito
batti lo tempo poco che m’è dato
segue lo sguardo su’ gentile ordito
che po’ n’etterno, puote ser negato

Ode all'amor puro!
Ma quando fummo addentro de su mura
toccommi rimangiammi le parole
che quel che vitti fecemi paura
che di stupor e ‘naspettanza vole!

giacchè tramonta, l’sole raggia a taglio
grandi vetragi da’ colori molti
sfumate su colonne e muri a vaglio
d’arcobalen pareva d’esse avvolti.

Che sol pitt’e colori come danza
nella movenza che pian piano cela
movesi come sogno d’isperanza
che Dio n’ persona, vèrgane la tela.

alla movenza di colori e luce
come di completanza volle danne,
Dio si sedette n’aria che riluce
pestando ‘tasti dell’harmònio a canne.

Musica celeste: donde vieni?
e al ballo de’ colori: ch’invitasti?
Non m’aspettai, partendo da’Pirèni *
di tal vision empissi l’occhi casti.

Puro Beatrì, c’abbracciami vecino
cader di lacrima da ciglio aspetta,
pe’ ringraziar Iddio, de lo Cammino
… (e l’disgraziato fòr, con sigheretta!)
Uguali emozioni!
 

Donato

Utente storico e attivo
Socio Assoc.ne PPS
gran testimonio de rammento passe
nell’anno del Signor “trecentosette”,
tre lustri esatti prima ch’io spirasse,
Filippo trucidàlli ne volette.

Sia maledetto a foco dell’inferno
donde bruciasse lento co’ su pari,
condanna comminata pell’etterno
colui che volle morti li Templari!
è si caro Dante hai vissuto anche quella triste pagina della storia che vide nell'alleanza tra i poteri forti di chiesa e soprattutto stato (francia) la dissoluzione dei templari per impossessarsi delle loro enormi ricchezze. Tuttavia la maledizione di Jaques de Molay lanciata dal rogo davanti a Notre Dame, si avverò ben presto. Il re Filippo il bello e il papa Clemente V morirono entrambi pochi mesi dopo...se ricordo bene
 

Allegati

Durante

Utente attivo e partecipante
Ben te rammenti, messer Donato!
Enrambi moriron tra le pene, poche lune dappresso.

Ed è dipoi de quelli fatti, che il venerdì 13 (quando tutti furon presi) rimane dal volgo mentovato come giorno de sventura.

(Vo' postar du' canti novi, mira ...)
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXVIII
(Dalle Tre Castella a Sarra)

Forte da cielo cade si’ copiosa
che d’accennar de calo non s’appresta
pioggia ma’ vitti tanta scend’a iosa
e vana l’isperanza che s’arresta!

Cagion che no’ ce fette suggerenza
d’asfalto sanza dubbi camminare
che pe’ li campi, mota fa presenza
e rende periglioso nostro andare.

Beatrice svelta già se fe’ padrona
d’idioma novo che se parla d’oggi,
quinci a’ lo duca nostro n’ossessiona
co’ tanta petulanza che ne sfoggi!

Ed ei ridente, con pazienza molta
sovrasto di femminea ciarlerìa
movendo l’capo d’interess’ascolta
meno di peso parre lor la via.

Ed io ch’a mottar novo n’ho vergogna
silente me ne sto de retro passo
che lingua de pulzelle a volt’è gogna
quinci m’attardo e bono me rilasso.

il duca m’ha fornito de ‘nvenzione
con du’ botton vocianti nell’orecchie
oggetto che procura l’attenzione
che musiche ne sorte di parecchie *

E d’ascoltar canzone mi s’aggrada
c’è puro “iesterdei”, ch’è preferita
leggera sott’a pioggia fassi strada,
pur con tormenta, tappa va spedita.

Po’ c’a Samosso fècemo de sosta
pe’ l’ossa far seccar almen di poco
pigliar de’ latte caldo no’ n’accosta
e l’duca a sigheretta danne foco.

Doppo de ripiglianne a passo bono
gronda de acqua sempre la zimarra
le prime case no’ vedemm’a tono
che finalmente ne giungette Sarra!

Su pe’ l’erta ripa femmo strappo
tal de fatica ultima ci tocchi
a bon’ostello ne mettemmo drappo
e di stanchezza, guasi chiusi l’occhi.

doppo di doccia com’è costumanza
(seppur che d’acqua già prendemmo molta),
a seccar panni tempo non c’avanza
che pe’ dimane, cambio non ne scolta!

“Di questo garantisco che n’un’ora”
Disse Ridolfo con la faccia furba:
“Si reca “lavadora e secadora”!
“ Faccenda de li panni, non ci turba.”

Ciò detto puse tutto n’un mastello
che de su’ sponte, ròta, lava e secca
cotal prodigio parvemi sì bello:
e’ panni sortan fora sanza pecca!


*
Rodolfo gli ha evidentemente passato un MP3 (n.d.t.)
 

Durante

Utente attivo e partecipante
CANTO XXIX
(Da Sarra a Portomarino)

Doppo che notte no’ portò ristoro
a mane si sortì fora d’ostello
d’imprecazion, la gente fette coro
c’ancor de pioggia, suole dar flagello!

E pone cappa su de la bisaccia …
E ghetta a’piedi pe’ salvar calzare …
E lacrime de pioggia n’su la faccia,
E sotto de tormenta camminare!

Po’ ch’entrammo a bosco n’erta ripa,
che rio de poco conto, fassi sponte
da letto suo di corso ne straripa
che pe’ guadallo, ci volea Caronte!

Qualcuno ne finì col cul’a mollo,
altri tòrnase retro verso Sarra,
no’ a bona sorte ne salvammo collo
ma poco no’ servitte la zimarra.

Quinci mantemmo passo verso l’porto
che da tempesta tregua non c’è dato
presso villaggio da sentier ritorto,
parammo sott’a tetto a pigliar fiato.

ragion che qui non val de raccontare,
ma che ne conterò n’altro momento
Ridolfo precedette nostro andare
pe’ “turigrin” che porte nocumento.

Quinci con Bea prendettimo reparo
a tirar fiato sotto ‘na veranda
che quel c’accade ora, fu sì raro.
ch’ancor me vo facendo la dimanda.

Disse la donna mia guardando l’cielo:
“Pioggia d’abbandonar, proprio non vole!”
I’ de rimando, voce come velo:
“Che vale, se con me, cammina l’sole?”

Ciò detto le’ mi guarda con intesa
e sanza proferenza d’altro motto
bacio co’ lingua demmi a’ la francesa
che cor a petto, fèrmase de botto!

Parvemi d’usanza assai corriva
pur se contr’Iddio, femmo peccato
piacquemi lo scambio de saliva
che guasi guasi altro n’avre’ dato!

Quinci si suse e posta su la cappa,
come se nente fusse prese passo
i’ come morto e le gambe n’pappa,
assiso rimanetti come sasso.

Però che cosa bella ‘nusitata:
seppur peccaminoso fosse l’gesto,
pure l’Signor facette ‘na risata
e monito all’orecchi non fu desto.

Che Bea fusse de facil costumanza?
O forse ad ella feci disonore?
Onor faccia al franzoso renomanza,
pe’ l’invenzion del bacio dell’amore!
 

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Scudetto Libretto PPS

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Lo scudetto è realizzato in stoffa e può essere cucito o incollato dove si desidera, non è termoadesivo.

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