Bruni-Cengio
Un cane che abbaia in lontananza. Nessun altro rumore. Torno indietro di tanti, tanti anni.
Che dormita.
Colazione con latte di capra. No, niente tè oggi.
Bin Bin, le capre, la bottiglia appesa al cancello tutte le mattine. Estati fa, tante estati fa.
C’è anche pane fatto in casa, marmellata fatta ieri, crostata e albicocche.
Sì, qualche albicocca, per caso, mi finisce in tasca.
Parto.
Il cagnone corre a salutarmi.
Mi segue rotolandosi per i campi.
Arriverà fino al bivio con la piccola cappella, poi torna indietro.
No, non torna indietro.
Mi si piazza accanto sulla stradina. Ogni tanto va un po’ avanti, poi controlla che ci sia e mi aspetta.
Non va bene.
Dovresti tornare a casa.
Torna a casa, dai.
No, eh.
Torno un pezzo indietro. Mi segue.
Va un po’ avanti.
C’è una curva, mi nascondo dietro. Se non mi vede andrà verso casa.
Aspetto qualche minuto, non lo vedo tornare.
E’ fatta.
Riparto.
Turutun turutun turutun.
Non mi giro.
Nasata contro la mano.
Noo. Cosa devo fare con te?
E’ abbastanza chiaro cosa devo fare. Dietro front e ricomincio a salire. Tutto allegro continua a girarmi intorno.
Eccoci nel cortile.
I gatti gli vanno incontro, si fa una bella bevuta nella sua ciotola, si allunga sul marciapiede.
Ci manca solo più che alzi un cartello con scritto “Grazie per la passeggiata”.
Riparto. Esattamente un’ora dopo la mia prima partenza.
Oggi è il tratto dove mi è meno chiaro il percorso da fare.
Ieri sera mi hanno consigliato la provinciale, ma ho la testa dura e voglio provare le stradine.
Boschetti e campi. Non si vedono più le vigne. Sono entrata nell’Alta Langa.
Una cappella diroccata in una frazione diroccata.
Ecco la provinciale.
Dai che il primo pezzetto è andato anche per stradine e sentieri.
Se vado a sinistra dovrebbe esserci un sentiero che mi permette di attraversare la valle e risalire di là.
Ma il sentiero non lo vedo.
Ce n’è uno un po’ più giù. Proviamo.
Va avanti un po’ e poi erba, rovi, rami diventano sempre più intricati.
No, di qui non si riesce più a proseguire.
Risalgo sulla provinciale. Niente mi sa che devo arrivare fino su. A questo punto mi conveniva arrivarci direttamente e evitarmi sto giro, ma ormai è fatta.
L’indicazione di una ciclabile. Ce l’ho.
Allunga un po’ rispetto al sentiero che non ho trovato, ma accorcia rispetto al giro sulla provinciale.
Non è che mi sparisce nel nulla anche questa però?
C’è un signore nell’orto.
“Questa arriva dall’altra parte?”
“Sì, sì, fai solo attenzione quando arrivi al ruscello, non attraversarlo, sali un po’ nel bosco e poi trovi il sentiero”
“Ma è una ciclabile, le bici devono salire nel bosco?”
“No, le bici continuano, ma non arrivano a quelle case lì. Ma è facile basta che non attraversi il ruscello, poi lo incroci il sentiero”
“Va bene, grazie”
Io non ci devo arrivare a quelle case lì, tornerei indietro. Farò come le bici. Ma mi sembra complicato cercare di spiegarglielo.
Bisogna già essere ciclisti bravini per seguire questa ciclabile. Ma a piedi è piacevole, in mezzo al bosco.
Ecco il ruscello.
Per fortuna non devo andare a quelle case lì. Non mi è proprio chiaro dove cercare questo sentiero.
Ma io seguo la pista principale. Dopo un po’ lascia il bosco per entrare nei pascoli.
Proprio bella questa zona. E’ di nuovo cambiato completamente il panorama.
Igliano. Suonano le campane.
Piccolissimo paese.
Un bambino con canottiera rossa e capelli biondi mi avverte che la fontana spruzza di lato, meglio aprirla lentamente. Mi spiega come uscire dal paese. Mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Fantastico folletto guardiano del borgo.
Iniziano i sentieri di Deserta Langarum.
Posto davvero bello. Boschi, pascoli, verde, panorama.
“Deserta” poi è più che appropriata come parola. Dopo il folletto in canottiera rossa, incontro solo più un vecchietto che sta girando il fieno col forcone.
Vorrei continuasse così fino a Cencio.
Invece sbuco sulla provinciale.
Una cappella.
Sosta per mangiare le albicocche sottratte stamattina. Uh, sono ancora più buone.
Ma anche per decidere dove passare adesso.
Paroldo o non Paroldo? Mi incuriosisce, è il paese delle “masche”.
Mia nonna avrebbe detto: non credo alle masche, ma tu non ci passare.
Ma non è per questo che alla fine decido di passare più su. Dovrebbe esserci una stradina che mi permette di arrivare quasi a Saliceto senza asfalto. Sì, meglio un pezzo di provinciale adesso per poi abbandonarla quasi definitivamente.
Strade da ciclisti.
Una maxi panchina con vista.
Non c’è traffico, questo pezzo di provinciale è andato bene.
Ecco la stradina. C’è. Segni di trattori. Scende in una valle tra campi e pascoli.
Una frazione abbandonata.
E poi? Poi niente.
Inizia il bosco e finisce la stradina. Giro più volte tra queste 4 case ormai senza tetto per cercare una traccia, qualcosa che mi permetta di andare avanti. Ma niente. Erba, ortiche, rovi.
Fino qui ci sono i campi e la stradina è rimasta, da qui in avanti è stata abbandonata come queste case.
Non ho voglia di tornare indietro, sono a più di metà strada, ma niente, malgrado qualche altro tentativo, non posso andare oltre.
Risalgo sulla provinciale.
Cambio itinerario. Niente Saliceto e punto verso Montezemolo.
Fossi passata per Paroldo avrei fatto meglio. Col senno di poi.
Mi arriva un messaggio. Meraviglie di Saliceto: castello, gli affreschi nella chiesa di San Martino, San Lorenzo che è una delle 5 chiese cinquecentesce del Piemonte, con tanto di elenco delle altre 4.
Mi sa che qui si sopravvaluta la mia cultura. Preferivo i baci di Cherasco.
Oltretutto Saliceto me lo sono giocato. Meglio non dire che mi sono un po’ persa però.
Inizia ad esserci un po’ più di traffico.
Inizio ad avere un po’ di caldo.
Inizio ad avere un po’ di fame.
Cerchiamo di far passare il tempo guardando se c’è qualche alternativa.
Parco Naturale delle Sorgenti del Belbo. Una cosa che si chiama così non può avere sentieri che finiscono nel nulla.
Certo che allungo ulteriormente.
Ma sono stufa di sta strada.
Io ci provo.
Prati, poi alberi. Salgo, poi scendo.
Do addirittura indicazioni a 2 persone. Uso molto il condizionale però.
Arrivo a Saliceto. Un giro più assurdo di oggi sarebbe difficile da pensare.
Il castello lo vedo da lontano, della chiesa cinquecentesca vedo la facciata, San Lorenzo non lo cerco proprio. Ma mangio qualcosa.
Dai che Cengio è vicino.
Un cartello: esco dal Piemonte e entro in Liguria. Il mare si avvicina.
Telefono e arriva un ragazzo a darmi le chiavi della camera.
Quest’idea di andare al mare a piedi la trova proprio strana e divertente.
C’è una pizzeria, ma per ora apre solo il weekend.
Allora? Allora c’è un bar, ma veloce perché la sera chiude e tra cani e giri è già abbastanza sera.
Non so, pensavo che questo Cengio, oltre all’Acna che ha distrutto una valle, avesse qualcosa di più.
Però va bene, devo solo dormire.
Escludendo le strade che spariscono, anche oggi ho visto dei bei posti. Non mi lamento va’.

cagnone accompagnatore

campanile con robinia incorporata

Alta Langa, boschi e pascoli

solo più boschi

cappella di San Rocco (credo)

stradina per i campi
Un cane che abbaia in lontananza. Nessun altro rumore. Torno indietro di tanti, tanti anni.
Che dormita.
Colazione con latte di capra. No, niente tè oggi.
Bin Bin, le capre, la bottiglia appesa al cancello tutte le mattine. Estati fa, tante estati fa.
C’è anche pane fatto in casa, marmellata fatta ieri, crostata e albicocche.
Sì, qualche albicocca, per caso, mi finisce in tasca.
Parto.
Il cagnone corre a salutarmi.
Mi segue rotolandosi per i campi.
Arriverà fino al bivio con la piccola cappella, poi torna indietro.
No, non torna indietro.
Mi si piazza accanto sulla stradina. Ogni tanto va un po’ avanti, poi controlla che ci sia e mi aspetta.
Non va bene.
Dovresti tornare a casa.
Torna a casa, dai.
No, eh.
Torno un pezzo indietro. Mi segue.
Va un po’ avanti.
C’è una curva, mi nascondo dietro. Se non mi vede andrà verso casa.
Aspetto qualche minuto, non lo vedo tornare.
E’ fatta.
Riparto.
Turutun turutun turutun.
Non mi giro.
Nasata contro la mano.
Noo. Cosa devo fare con te?
E’ abbastanza chiaro cosa devo fare. Dietro front e ricomincio a salire. Tutto allegro continua a girarmi intorno.
Eccoci nel cortile.
I gatti gli vanno incontro, si fa una bella bevuta nella sua ciotola, si allunga sul marciapiede.
Ci manca solo più che alzi un cartello con scritto “Grazie per la passeggiata”.
Riparto. Esattamente un’ora dopo la mia prima partenza.
Oggi è il tratto dove mi è meno chiaro il percorso da fare.
Ieri sera mi hanno consigliato la provinciale, ma ho la testa dura e voglio provare le stradine.
Boschetti e campi. Non si vedono più le vigne. Sono entrata nell’Alta Langa.
Una cappella diroccata in una frazione diroccata.
Ecco la provinciale.
Dai che il primo pezzetto è andato anche per stradine e sentieri.
Se vado a sinistra dovrebbe esserci un sentiero che mi permette di attraversare la valle e risalire di là.
Ma il sentiero non lo vedo.
Ce n’è uno un po’ più giù. Proviamo.
Va avanti un po’ e poi erba, rovi, rami diventano sempre più intricati.
No, di qui non si riesce più a proseguire.
Risalgo sulla provinciale. Niente mi sa che devo arrivare fino su. A questo punto mi conveniva arrivarci direttamente e evitarmi sto giro, ma ormai è fatta.
L’indicazione di una ciclabile. Ce l’ho.
Allunga un po’ rispetto al sentiero che non ho trovato, ma accorcia rispetto al giro sulla provinciale.
Non è che mi sparisce nel nulla anche questa però?
C’è un signore nell’orto.
“Questa arriva dall’altra parte?”
“Sì, sì, fai solo attenzione quando arrivi al ruscello, non attraversarlo, sali un po’ nel bosco e poi trovi il sentiero”
“Ma è una ciclabile, le bici devono salire nel bosco?”
“No, le bici continuano, ma non arrivano a quelle case lì. Ma è facile basta che non attraversi il ruscello, poi lo incroci il sentiero”
“Va bene, grazie”
Io non ci devo arrivare a quelle case lì, tornerei indietro. Farò come le bici. Ma mi sembra complicato cercare di spiegarglielo.
Bisogna già essere ciclisti bravini per seguire questa ciclabile. Ma a piedi è piacevole, in mezzo al bosco.
Ecco il ruscello.
Per fortuna non devo andare a quelle case lì. Non mi è proprio chiaro dove cercare questo sentiero.
Ma io seguo la pista principale. Dopo un po’ lascia il bosco per entrare nei pascoli.
Proprio bella questa zona. E’ di nuovo cambiato completamente il panorama.
Igliano. Suonano le campane.
Piccolissimo paese.
Un bambino con canottiera rossa e capelli biondi mi avverte che la fontana spruzza di lato, meglio aprirla lentamente. Mi spiega come uscire dal paese. Mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Fantastico folletto guardiano del borgo.
Iniziano i sentieri di Deserta Langarum.
Posto davvero bello. Boschi, pascoli, verde, panorama.
“Deserta” poi è più che appropriata come parola. Dopo il folletto in canottiera rossa, incontro solo più un vecchietto che sta girando il fieno col forcone.
Vorrei continuasse così fino a Cencio.
Invece sbuco sulla provinciale.
Una cappella.
Sosta per mangiare le albicocche sottratte stamattina. Uh, sono ancora più buone.
Ma anche per decidere dove passare adesso.
Paroldo o non Paroldo? Mi incuriosisce, è il paese delle “masche”.
Mia nonna avrebbe detto: non credo alle masche, ma tu non ci passare.
Ma non è per questo che alla fine decido di passare più su. Dovrebbe esserci una stradina che mi permette di arrivare quasi a Saliceto senza asfalto. Sì, meglio un pezzo di provinciale adesso per poi abbandonarla quasi definitivamente.
Strade da ciclisti.
Una maxi panchina con vista.
Non c’è traffico, questo pezzo di provinciale è andato bene.
Ecco la stradina. C’è. Segni di trattori. Scende in una valle tra campi e pascoli.
Una frazione abbandonata.
E poi? Poi niente.
Inizia il bosco e finisce la stradina. Giro più volte tra queste 4 case ormai senza tetto per cercare una traccia, qualcosa che mi permetta di andare avanti. Ma niente. Erba, ortiche, rovi.
Fino qui ci sono i campi e la stradina è rimasta, da qui in avanti è stata abbandonata come queste case.
Non ho voglia di tornare indietro, sono a più di metà strada, ma niente, malgrado qualche altro tentativo, non posso andare oltre.
Risalgo sulla provinciale.
Cambio itinerario. Niente Saliceto e punto verso Montezemolo.
Fossi passata per Paroldo avrei fatto meglio. Col senno di poi.
Mi arriva un messaggio. Meraviglie di Saliceto: castello, gli affreschi nella chiesa di San Martino, San Lorenzo che è una delle 5 chiese cinquecentesce del Piemonte, con tanto di elenco delle altre 4.
Mi sa che qui si sopravvaluta la mia cultura. Preferivo i baci di Cherasco.
Oltretutto Saliceto me lo sono giocato. Meglio non dire che mi sono un po’ persa però.
Inizia ad esserci un po’ più di traffico.
Inizio ad avere un po’ di caldo.
Inizio ad avere un po’ di fame.
Cerchiamo di far passare il tempo guardando se c’è qualche alternativa.
Parco Naturale delle Sorgenti del Belbo. Una cosa che si chiama così non può avere sentieri che finiscono nel nulla.
Certo che allungo ulteriormente.
Ma sono stufa di sta strada.
Io ci provo.
Prati, poi alberi. Salgo, poi scendo.
Do addirittura indicazioni a 2 persone. Uso molto il condizionale però.
Arrivo a Saliceto. Un giro più assurdo di oggi sarebbe difficile da pensare.
Il castello lo vedo da lontano, della chiesa cinquecentesca vedo la facciata, San Lorenzo non lo cerco proprio. Ma mangio qualcosa.
Dai che Cengio è vicino.
Un cartello: esco dal Piemonte e entro in Liguria. Il mare si avvicina.
Telefono e arriva un ragazzo a darmi le chiavi della camera.
Quest’idea di andare al mare a piedi la trova proprio strana e divertente.
C’è una pizzeria, ma per ora apre solo il weekend.
Allora? Allora c’è un bar, ma veloce perché la sera chiude e tra cani e giri è già abbastanza sera.
Non so, pensavo che questo Cengio, oltre all’Acna che ha distrutto una valle, avesse qualcosa di più.
Però va bene, devo solo dormire.
Escludendo le strade che spariscono, anche oggi ho visto dei bei posti. Non mi lamento va’.

cagnone accompagnatore

campanile con robinia incorporata

Alta Langa, boschi e pascoli

solo più boschi

cappella di San Rocco (credo)

stradina per i campi












