22/09 Sant Cugat del Vallès - Ullastrell
E’ una bella giornata, proprio bella.
Non sto a controllare come arrivare a Sant Cugat, ho fatto il percorso inverso ieri.
Arrivo in Plaça de Catalunya e mi infilo nel primo buco che trovo.
Cerco di capire: la metro no, il treno. Però qualcosa non mi quadra, Sant Cugat c’è, ma non riesco a trovare la linea che ci arriva direttamente.
Guardo, riguardo, giro, rigiro, ma non ne vengo a capo. Non posso passare la mattinata qui, mi tocca chiedere a un gabbiotto di informazioni.
Non sono nel buco giusto. Il ragazzo molto gentilmente, per spiegarmi dove devo andare, esce dal gabbiotto e inizia a gesticolare tipo hostess.
Forse me l’avesse spiegato a voce.
Uscita, scale, angoli, quando sono fuori non mi ricordo più come era posizionato il ragazzo.
E vado dalla parte opposta.
Mi accorgo che non va bene. Torno indietro, ma non proprio indietro, provo in una direzione leggermente diversa. Un altro buco, sarà lui.
Di nuovo il gabbiotto col ragazzo. Ho solo usato una entrata diversa. Scappo via prima che mi veda.
Inizio ad innervosirmi. Perché ieri non ho memorizzato dove accidenti sono uscita?
Ufficio informazioni sulla piazza. Essendo già all’esterno dovrebbe essere più facile seguire le indicazioni.
Mi metto in coda. Una famiglia con un inglese approssimativo vuole i biglietti per la Sagrata Familia e l’operazione va per le lunghe.
Tocca a me: per andare a Sant Cugat?
Tren o ferrocarril?
Oddio, non lo so, nella mia ignoranza sono esattamente la stessa cosa.
Non vorrei mi indicasse il punto da cui arrivo. Mi esce un: “Lo más rapido?”
Risposta già scema di suo, in più quel punto interrogativo la fa sembrare anche sarcastica. Ma non voleva esserlo.
La signorina non apprezza. Abbastanza scocciata mi dice che non può conoscere a memoria tutti gli orari. Con 2 gesti frettolosi mi dice che uno è di qua e l’altro di là. E avanti il prossimo.
Visto che il primo gesto indica la direzione da cui sono arrivata, seguo l’altro.
E trovo un buco.
Ed è quello giusto.
Ma sono abbastanza scoraggiata.
Tanto che quando sale una signora e inizia a farmi una domanda, non la lascio neanche finire e le sparo un “No hablo Español”. Per poi scoprire che avrei anche saputo risponderle.
Sant Cugat.
Mi obbligo ad andare a farmi mettere un timbro all’ufficio del turismo. Devo riprendere confidenza con le istituzioni, ma soprattutto con me.
Direzione da cui sono arrivata ieri e ritrovo le frecce.
Scuole che danno l'idea di essere abbastanza esclusive e un po’ di zona industriale. Ma è tranquilla, è domenica, ed è anche parecchio verde.
Ricominciano le piste di terra tra gli alberi.
Oggi c’è molta più gente. Non solo in bici, anche corridori, famiglie, bambini, cani.
Ricevo e distribuisco saluti.
Se incontro 3 persone in un giorno, un sorriso e un saluto mi fanno sicuramente piacere. Ma così, boh, diventa una cosa talmente meccanica che la mia anima maleducata ne farebbe anche a meno.
Ma mi impegno. Anzi cerco di salutare per prima, alternando attentamente gli “Hola” con i “Bon dia”. Ho anche imparato che i catalani non augurano al plurale.
Un tratto con una bella vista tutto intorno. Si vedono paesoni, zone industriali e colline. Quello sarà Montserrat? Mah.
Les Fonts. C’è un edificio davvero bizzarro. Un castello? Forse sì, ma strano. E’ un insieme di muri, torri, torrette che sembrano assemblate a caso. Mi piace. Sì, un po’ sconcertante, ma mi piace.
Quando torno a casa devo ricordarmi di cercare qualche info (esito della ricerca interessante: questo “castello” è stato costruito da un sola persona a partire dagli anni 60).
Il resto di Les Fonts sono una serie di fontane, una stazione e poco altro.
Sosta su una panchina sotto un albero pieno di uccellini che fanno un gran chiasso.
Salgo di nuovo in un tratto con una bella vista.
Mi annoio un po’ in mezzo alle case.
Un viottolo abbastanza invaso dall’erba.
Lascio il GR6 per seguire solo le frecce fino a Ullastrell.
Le istruzioni che ho scaricato dal sito degli Amici del Cammino Catalano sono perfette: la Macelleria Palet, il vicolo subito prima, il bar del Casal Cultural.
Mi danno delle chiavi colorate, spiegandomi che su ogni porta troverò un bollino dello stesso colore della chiave da usare. Già mi diverte.
L’albegue è dietro il municipio.
Stile Ikea. Allegro e colorato. Uno dei migliori che ho incontrato.
Tramite la chiave verde ho anche accesso al parco giochi posteriore, dove posso usare il mio filo per stendere.
Giro per Ullastrell.
Sulla porta chiusa della Carniceria Palet c’è un messaggio. I proprietari spiegano che ormai hanno superato entrambi gli 80 anni, i figli sono lontani e loro non se la sentono più di andare avanti. Dopo una vita in macelleria ringraziano tutti i clienti e con molto dispiacere chiudono l’attività.
E’ un messaggio un po’ triste, ma anche bello.
Mi viene in mente mio padre, lui non era riuscito a dire basta.
Ci sono ben 2 mirador. Posso mica lasciarmeli sfuggire. E’ indicato, quel cucuzzolo con un cappello di nuvole è Montserrat.
Un pannello che racconta la storia del campanile, noto che è scritto in catalano e in inglese. Niente castigliano. Anche avvisi e istruzioni all’interno dell’albergue.
Nastrini gialli a iosa anche qui. Finalmente capisco: per prigionieri ed esiliati catalani.
Cena al Casal Cultural. Mi trattano molto bene. Termino con una fetta di torta di mele “casera” che è esattamente un quarto della torta intera.
Dovrei chiedere quale dei vari percorsi per Monserrat è consigliabile. Ma non lo faccio. Questa volta non perché non oso. Ho deciso che seguirò questo GR6, ovunque mi porterà.
Ancora 2 passi al primo mirador per vedere la luce del monastero. Scopro che non è sulla cima.