Ciao Francesco,
innanzitutto auguri a te e a tutti quelli che leggono questo messaggio. Volevo scriverti già da un po' di giorni, ma non ho ancora avuto tempo per i vari impegni natalizi.
Ha scritto la Cri - mia moglie - ma volvo aggiungere anch'io qualcosa.
Premetto che non conosco né te, né Irma, per cui tutto quello che scrivo lo dico in generale, non pensando esplicitamente a voi.
Per prima cosa un pensiero per te. Tu scrivi:
Io sono fermamente convinto che la vita vada vissuta qui a casa, nella vita di tutti i giorni.
Ma allora perché il Cammino?
Secondo me perché il Cammino è un luogo privilegiato dove potersi ascoltare, dove poter fare esperienze che poi serviranno nella vita di tutti i giorni. Una specie di scuola di vita. Se leggi il forum, avrai visto che tante persone raccontano esperienze straordinarie vissute sul cammino. Ma poi tanto straordinarie non sono, perché sono esperienze di vita che succedono anche nella vita di tutti i giorni a casa. La differenza è che a casa noi siamo distratti dagli impegni di tutti i giorni, per cui spesso nemmeno ci accorgiamo di queste magiche esperienze. E la stessa cosa vale per gli altri. Sul cammino, tutti (o quasi) i pellegrini sono concentrati esclusivamente sul vivere il cammino, sull'incontro con gli altri, sulla spiritualità e quant'altro. Nessun pellegrino rischia di perdere il treno, nessuno deve correre in posta a pagare le bollette o portare 2 figli a impegni in tre ore in 4 angoli della città. Sul cammino è tutto più facile. Ma ad esempio, se là sperimenti e impari che l'altro è una ricchezza, poi è più facile viverlo e sperimentarlo anche a casa, in mezzo al tran tran quotidiano.
Ovviamente il cammino non è l'unico modo di imparare questo. Credo che il Cammino sia UNA scuola di vita, non LA scuola di vita. Per alcuni è un'esperienza indimenticabile, che ti cambia davvero. Io sono fra questi.
Ma per altri no. Altri hanno bisogno di altre esperienze di crescita personali. O non ne hanno bisogno affatto, perché sanno crescere anche nella vita di tutti i giorni.
Francesco, non ti conosco, per cui non so se il Cammino potrebbe essere un'esperienza positiva anche per te. Ma non ci trovo nulla né di male né di strano nel fatto che tu pensi che non lo sia. Probabilmente la tua strada è un'altra. Bello, poter essere liberamente diversi!
Comunque, grazie Francesco che ci hai raccontato il tuo disagio. Siamo talmente entusiasti del cammino, che a volte ci dimentichiamo che esiste anche altro. Che chi non la pensa così non è un troll (per inciso: nel linguaggio di Internet è detto troll chi - a ragione o a torto - interviene nelle discussioni in modi irritanti per le altre persone coinvolte), ma semplicemente uno che la pensa diversamente, cioè potenzialmente un aiuto per vedere le cose in modo più equilibrato.
Tutti questi sono bei discorsi quando chi li fa è da solo. Il problema però viene quando si è in coppia o in famiglia e non la si pensa allo stesso modo. Non è facile trovare un equilibrio. La Cri ti ha scritto "credo che anche se a partire sarà poi uno solo, questa debba essere una decisione di coppia". O di famiglia, aggiungo. Ne sono estremamente convinto. Ma non è facile e ci vuole la massima apertura da parte di chi rimane a casa, ma anche di chi parte.
Ecco, io vorrei parlare di chi parte. Perchè finora tutti hanno parlato di chi rimane a casa, che deve "capire". Vero, ma non basta. Se si è coppia, anche chi parte dovrebbe ricordarsi di chi rimane a casa.
Non basta avere una forte motivazione per partire. Non basta "reclamare il diritto" di partire. Bisogna anche condividere con gli altri questa scelta, fargliela capire. Soprattutto se non capiscono. Non deve trascinando a forza il compagno con zaino in spalle, ma cercando di fargli capire le motivazioni che spingono verso la partenza e quali sono le aspettative di cambiamento. In questo modo chi rimane a casa probabilmente continua a non condividere, però almeno capisce cosa passa per la testa di chi parte. È più partecipe, perché se capisce lo spirito non si sente abbandonato, tradito. Al contrario, potrebbe fare un analogo cammino a casa. Non zaino in spalla, ma metaforicamente parlando.
La Cri ti ha raccontato di Nicole e Jens. Io li ho conosciuti, ma non parlo tedesco, per cui non abbiamo potuto fare grandi chiacchiere. Ma mi immagino che mentre lei camminava sotto il sole di Castiglia decidendo se lui era l'uomo della sua vita, Jens a casa nella vita quotidiana faceva lo stesso. Ecco, questo (a prescindere da come sia andata realmente) mi sembra un modo intelligente di vivere come coppia un cammino comune con scelte diverse.
Tanti auguri di buon anno e di buona vita!
Ciao,
Guido
innanzitutto auguri a te e a tutti quelli che leggono questo messaggio. Volevo scriverti già da un po' di giorni, ma non ho ancora avuto tempo per i vari impegni natalizi.
Ha scritto la Cri - mia moglie - ma volvo aggiungere anch'io qualcosa.
Premetto che non conosco né te, né Irma, per cui tutto quello che scrivo lo dico in generale, non pensando esplicitamente a voi.
Per prima cosa un pensiero per te. Tu scrivi:
Bene, secondo me hai perfettamente ragione. Forse ti può sembrare strano, per uno che ha fatto tutto il cammino francese, "sacrificando" 3 settimane di ferie per due anni consecutivi e che grazie al cammino si è sposato (giusto per informazione: io e la Cri ci siamo conosciuti dopo i rispettivi cammini, fatti da soli in tempi e anni diversi).felix973 ha scritto:Si può essere ottimi credenti anche senza "prove"
Si può dimostrare di essere buoni cristiani anche nella vita quotidiana senza dover correre in "mulo ai lupi" (altra espressione colorita ma che rende molto bene) semplicemente sforzandosi di aprire gli occhi e guardare con il cuore a cio che ci circonda...(cosa molto più difficile a mio avviso di farsi una passeggiata...)
Perchè è così che la vita mi ha insegnato!
Io sono fermamente convinto che la vita vada vissuta qui a casa, nella vita di tutti i giorni.
Ma allora perché il Cammino?
Secondo me perché il Cammino è un luogo privilegiato dove potersi ascoltare, dove poter fare esperienze che poi serviranno nella vita di tutti i giorni. Una specie di scuola di vita. Se leggi il forum, avrai visto che tante persone raccontano esperienze straordinarie vissute sul cammino. Ma poi tanto straordinarie non sono, perché sono esperienze di vita che succedono anche nella vita di tutti i giorni a casa. La differenza è che a casa noi siamo distratti dagli impegni di tutti i giorni, per cui spesso nemmeno ci accorgiamo di queste magiche esperienze. E la stessa cosa vale per gli altri. Sul cammino, tutti (o quasi) i pellegrini sono concentrati esclusivamente sul vivere il cammino, sull'incontro con gli altri, sulla spiritualità e quant'altro. Nessun pellegrino rischia di perdere il treno, nessuno deve correre in posta a pagare le bollette o portare 2 figli a impegni in tre ore in 4 angoli della città. Sul cammino è tutto più facile. Ma ad esempio, se là sperimenti e impari che l'altro è una ricchezza, poi è più facile viverlo e sperimentarlo anche a casa, in mezzo al tran tran quotidiano.
Ovviamente il cammino non è l'unico modo di imparare questo. Credo che il Cammino sia UNA scuola di vita, non LA scuola di vita. Per alcuni è un'esperienza indimenticabile, che ti cambia davvero. Io sono fra questi.
Ma per altri no. Altri hanno bisogno di altre esperienze di crescita personali. O non ne hanno bisogno affatto, perché sanno crescere anche nella vita di tutti i giorni.
Francesco, non ti conosco, per cui non so se il Cammino potrebbe essere un'esperienza positiva anche per te. Ma non ci trovo nulla né di male né di strano nel fatto che tu pensi che non lo sia. Probabilmente la tua strada è un'altra. Bello, poter essere liberamente diversi!
Comunque, grazie Francesco che ci hai raccontato il tuo disagio. Siamo talmente entusiasti del cammino, che a volte ci dimentichiamo che esiste anche altro. Che chi non la pensa così non è un troll (per inciso: nel linguaggio di Internet è detto troll chi - a ragione o a torto - interviene nelle discussioni in modi irritanti per le altre persone coinvolte), ma semplicemente uno che la pensa diversamente, cioè potenzialmente un aiuto per vedere le cose in modo più equilibrato.
Tutti questi sono bei discorsi quando chi li fa è da solo. Il problema però viene quando si è in coppia o in famiglia e non la si pensa allo stesso modo. Non è facile trovare un equilibrio. La Cri ti ha scritto "credo che anche se a partire sarà poi uno solo, questa debba essere una decisione di coppia". O di famiglia, aggiungo. Ne sono estremamente convinto. Ma non è facile e ci vuole la massima apertura da parte di chi rimane a casa, ma anche di chi parte.
Ecco, io vorrei parlare di chi parte. Perchè finora tutti hanno parlato di chi rimane a casa, che deve "capire". Vero, ma non basta. Se si è coppia, anche chi parte dovrebbe ricordarsi di chi rimane a casa.
Non basta avere una forte motivazione per partire. Non basta "reclamare il diritto" di partire. Bisogna anche condividere con gli altri questa scelta, fargliela capire. Soprattutto se non capiscono. Non deve trascinando a forza il compagno con zaino in spalle, ma cercando di fargli capire le motivazioni che spingono verso la partenza e quali sono le aspettative di cambiamento. In questo modo chi rimane a casa probabilmente continua a non condividere, però almeno capisce cosa passa per la testa di chi parte. È più partecipe, perché se capisce lo spirito non si sente abbandonato, tradito. Al contrario, potrebbe fare un analogo cammino a casa. Non zaino in spalla, ma metaforicamente parlando.
La Cri ti ha raccontato di Nicole e Jens. Io li ho conosciuti, ma non parlo tedesco, per cui non abbiamo potuto fare grandi chiacchiere. Ma mi immagino che mentre lei camminava sotto il sole di Castiglia decidendo se lui era l'uomo della sua vita, Jens a casa nella vita quotidiana faceva lo stesso. Ecco, questo (a prescindere da come sia andata realmente) mi sembra un modo intelligente di vivere come coppia un cammino comune con scelte diverse.
Tanti auguri di buon anno e di buona vita!
Ciao,
Guido

