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dieci cose

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dieci cose

ha fatto un cammino.
ha capito dieci cose.

“si può fare un cammino anche senza muovere un passo”.
la sapeva già, questa cosa.
le era già chiara.
agosto caldo di estate lontana.
loro due.
lui. lei.
oro bianco nuovo di zecca brilla sugli anulari.
anelli nuovi come la loro nuova vita insieme.
arrivano su quella piazza davanti a quella cattedrale.
arrivano insieme.
mano nella mano.
come quelle parole incise dentro gli anelli – novità e futuro attorno alle dita.
come quelle parole incise dentro il cuore – “secondo te davvero il nostro cuore batterà sempre e per sempre così forte come batte oggi? davvero? dici? naaa. figurati. non ci credo”.
come quella promessa – promessa di ieri. promessa di oggi. promessa di un domani.
come il futuro che verrà – “la costruiremo insieme, la vita. passo dopo passo. giorno dopo giorno”.
arrivano lì.
arrivano lì, lui e lei.
arrivano.
e sono un noi.
un noi davanti a quella pietra di secoli e di attimi.
un noi sotto quel blu di sogni realizzati.
era stata di lui, quella piazza, quella chiesa, quella casa.
era stata di lei.
era stata ed è di molti, da sempre e per molto tempo ancora.
ora è anche loro.
di loro due insieme.
nei piedi hanno ottocento metri.
metri.
sì, metri.
metri, non chilometri.
ottocento metri.
forse mille.
non di più.
nei piedi hanno solo la poca strada che separa quella loro piazza dal parcheggio dove hanno lasciato la macchina.
però no.
non sono meno pellegrini.
però no.
non si emozionano di meno.
però no.
non sono meno in cammino di altri.
già allora pensava: "ottocento metri o ottocento chilometri. non è forse il cuore, quello che conta davvero? non è forse l'intensità dell'andare, che dà la misura della gioia e dell'essere in cammino?"
stavolta ancora.
anzi.
più di allora.
più che mai.
stavolta, di metri, a piedi, non ne ha fatto neanche uno.
eppure.
eppure non è stato meno cammino.
anzi.
anzi.

“quando il cammino chiama, tu rispondi”.
e no.
non ce n'è.
se il cammino chiama, non si può fare altro che rispondere.
lei non può far altro che rispondere.
e mettersi addosso delle scarpe.
raccattare al volo tutte le sue carabattole.
e ficcarle dentro allo zaino.
così.
alla rinfusa.
senza sacchetti che tengano il sottovuoto per fare ordine.
senza materiale tecnico per facilitare passi.
senza avere stilato liste.
spuntato elenchi.
cavillato sul peso delle mutande.
quando il cammino chiama, lei risponde.
e pazienza se era sciallata dentro la poltrona.
e pazienza se non aveva nessuna voglia di farlo, un cammino.
pazienza se non era proprio il momento giusto, per farlo, un cammino.
pazienza se si credeva già arrivata.
pazienza tutto.
si infila le sue scarpe di tutti i giorni - suola lisa dai tanti passi degli ultimi anni.
e la felpa di Snoopy. quella con il cappuccio grigio. quella che da giorni abita abbandonata sulla sedia all’ingresso.
recupera le peggiori magliette che aveva nell'armadio.
e dei pantaloni, che magari, almeno quello - almeno quello - non siano jeans.
e va.
perché chiama, il cammino.
e insieme al cammino, chiama lei.
insieme al cammino, chiama la parte più vera e più profonda di lei.
e se vieni chiamato così - no, ragazzi, no - non puoi non rispondere.
se vieni chiamato così dal cammino e dal cuore non puoi non andare.
è troppa fatica, voltarsi dall’altra parte.
è imperativo del cuore, andare.
e quindi.
quindi lei va.
va.
dove?
verso dove?
davvero importa?
davvero?
ma vah.
va.
y nada mas.


“si fa una fatica bestia anche se non muovi un passo”.
poi certo.
certo che manca tutta la parte fisica della fatica.
il freddo che mangia la pelle.
il vento che gela lacrime.
le vesciche che pungono piedi.
le gambe che gridano vendetta, alla fine delle discese, quando quei muscoli assopiti dalla quotidianità sono stati usati troppo. e troppo male.
manca il sudore che bagna i capelli.
il fiatone sulle salite.
le guance bollenti di caldo e stanchezza negli ultimi chilometri.
manca la devastazione fisica a fine giornata, quando ormai si è ridotti ad essere solo corpo bisognoso di sonno.
manca quello.
ma il resto della fatica... madre mia.
quella c'è.
c'è quello sconquasso dell'animo.
quell'interrogarsi sempre.
quell'urgenza dell'andare.
e del cercarsi.
che poi, forse, a ben vedere, andare e cercarsi sono due attività che in fondo coincidono.
c'è la fatica del cuore senza riposo.
della mente che sogna in grande, oltre ogni ragionevole limite.
della vita che le si vive addosso.
amplificata ed immensa e potenziale ed infinita come solo su quelle strade di spagna succede.
c'è la fatica dell'incertezza.
del non sapere.
del mettersi a nudo.
del lasciarsi spogliare.
del rimanere lì, inerme e nuda e vera - vera fino all’osso.
vestita solo di tutte le sue miserie.
vestita solo di tutti i suoi splendori.
c'è quella fatica lì.
e brucia, quella fatica.
e fa male.
e chiede lacrime.
anche se, a vederla da fuori, quella donna non è altro rispetto a quella ragazza che era fino ad un attimo prima.
sul cammino i pellegrini si riconoscono al volo.
basta uno zaino.
una conchiglia.
una scarpa.
del fango appiccicato ad una suola.
una luce dentro gli occhi.
una pelle cotta di sole.
attorno agli occhi, la ruga di un sorriso rimasta bianca in mezzo all’abbronzatura.
quello basta, sul cammino, a riconoscersi pellegrini.
ma dentro la vita vera, chi lo vede che lei è in cammino?
chi lo intuisce, il cammino sta camminando?
alla fine è sempre seduta alla sua scrivania.
sempre sorride agli utenti che chiedono.
sempre digita veloce dati sulla tastiera.
chi li vede, i passi che sta facendo, dentro di sé, dentro i suoi giorni, dentro il suo cuore, dentro la sua anima?

“il cammino è un dono. sempre”.
la possibilità di camminare.
di prendersi tempi.
spazi.
passi.
di prendersi giorni per perdersi.
giorni per trovarsi.
per lasciarsi trovare.
giorni per abbandonare tutto.
per abbandonarsi tutta.
giorni per non stare bene niente.
giorni per stare così bene come solo sul cammino.

“il cammino dona. sempre”.
più di tutto dona il sole.
dentro.
addosso.
intorno.
sole ovunque.
cammina nel sole, quella ragazza, quando è sul cammino.
vive nel sole e brilla, quella donna.
brilla dentro ogni singolo passo.
brilla tanto. tantissimo. come poche altre volte nella sua vita.
brilla di un brillare che abbaglia l’intorno. e lo innamora.
il cammino dona occhi nuovi.
hanno la luce addosso, quegli occhi nuovi pieni di vita.
hanno la vita dentro, quegli occhi nuovi pieni di luce.
dona passione, il cammino.
felicità pura su pelle e sorriso.
dona spensieratezza.
leggerezza.
profondità.
ali per volare lontano. anche ovunque.
le dona una nuova sé, il cammino.
una sé rimasticata, rimescolata, fatta a pezzi.
e alla fine – alla fine - rinata nuova.
dona mondo, il cammino.
e vita.
voglia di morsicarla, la vita.
e anche il mondo.
di bersene il meglio, di quella vita e di quel mondo.
perché anche il mondo e la vita sono doni.
dona amore, il cammino.
sempre.
ogni volta.
proprio ogni volta.
e che si fottano le distanze, le età, le responsabilità, i ruoli, le lingue diverse, le vite altre.
all'amore importano i cuori.
all'amore importa l'amore.
e capita.
semplicemente capita.
sul cammino più che altrove.
ogni volta dono e coltellata.
fato prodigo e destino crudele.

“quello che ci sta nello zaino, quello è”.
ovvio, direte voi, pellegrini di lungo corso.
ovvio sì.
ma lei l'ha imparato adesso.
lei lo sta imparando adesso.
lei, la donna da sempre essenziale.
lei, da sempre una che come beauty-case nella vita vera riesce ad avere solo una bustina di plastica con dentro uno spazzolino, un piccolo dentifricio e una scaglia di sapone.
lei.
lei lo sta capendo bene solo adesso.
ci ha dovuto sbattere il naso.
ha dovuto farci amicizia, con questa nuova consapevolezza.
ha pianto lacrime.
nello zaino quello ci sta.
quello.
e nient'altro.
poi – certo - può provare a fare la furba.
appendere pentolini e ciabatte ed amori ed affetti ai moschettoni fuori dallo zaino.
spingere per farci entrare più vestiti, in quello zaino. più persone, più situazioni, più sentimenti.
legare sacchi a pelo e paure e solitudini a qualche cinghia esterna.
però ragazzi.
è inutile che ci si prenda in giro.
quello ci sta.
quello deve starci.
il resto, a casa.
fa niente se fa male.
fa niente se spiace.
fa niente se avrebbe voluto.
fa niente se non avrebbe voluto.
fa niente se le si spezza il cuore, a lasciare a casa così tanto.
fa delle scelte, in qualche modo.
le porta a termine – almeno ci prova, al netto degli inciampi.
fa delle scelte.
ne paga le conseguenze.
e va.
non si scappa.
fare lo zaino è coltellata implacabile sul cuore.
ci mette del tempo, a rimarginarsi, il cuore accoltellato.

“senza parole sarebbe tutto diverso”.
intuizione del primo cammino.
bellezza della vita vera.
assoluta certezza di questi ultimi passi.
parole sue.
parole di altri.
servono come aria.
mancano come respiro.
bruciano come fuoco.
le parole.
ma anche la loro assenza.
urge capire cosa farne, di queste parole che la abitano.
di questo fuoco che brucia.
di questa vita che preme.
sono dono?
spazzatura?
luminoso destino?
inutile fardello?
necessità?
scelta?
sciagura?
seta?
sono sue?
per altri?
del mondo?
nessuna risposta, per ora.
nessuna risposta.
solo la consapevolezza di quanta parte di lei siano.
e quanta vita si sente addosso, a cesellarle una per una.
a farle diventare carne.
pelle.
sogni.
respiri.
sospiri.
coraggio.
paura.
vetro.
diamante.
a farle diventare struggimento.
rabbia.
malinconia.
delusione.
dispiacere.
abisso.
dolore.
a farle diventare lacrime.
carezze.
mani.
braccia.
corpi.
desiderio.
amore.
a farle diventare vita.

“quando ti fanno un regalo, puoi accettarlo con gratitudine”.
capita.
capita che piova addosso un regalo.
come un temporale su cammino.
capita che all'improvviso piova addosso bellezza non cercata, non desiderata, non voluta.
capita che capiti addosso.
così.
senza nessun senso.
senza nessun motivo.
può fare due cose – lei – di questo regalo.
di questa bellezza.
nasconderla.
nascondersela.
non vederla.
ostinarsi e non volerla.
o – come fanno quelli saggi, quelli che riescono e quelli che sanno – accoglierla.
e farla sua.
e viverla per quello che può.
per quello che le è concesso.
e poi.
poi metterla via.
dentro il cuore.
insieme alle bellezze preziose e fragili.
insieme a quello che l’ha resa viva.
insieme a quello che l’ha cresciuta.
insieme a quello che l’ha accompagnata nei giorni migliori della sua vita.

“esistono i temporali, grazie al cielo”.
capitano.
e non può farci niente.
piovono addosso così.
da un giorno all'altro.
da un'ora all’altra.
a volte neanche un'avvisaglia.
cielo sgombro fino ad un attimo prima.
solo sole - ovunque.
e poi.
poi quando si aprono le nuvole, sono aperte.
acqua come se non ci fosse un domani.
può correre via, possibilmente lontano.
o scappare, sperabilmente per sempre.
o cercare riparo.
o infilarsi un poncho.
o aprire un ombrello.
però.
però può anche prendersela tutta, quella pioggia.
lasciarsi bagnare di acqua e vita.
essere allegra.
non pensare.
ridere.
ridere.
ridere.
sguazzare sotto il diluvio.
danzare dentro la pioggia.
ballare libera e felice in mezzo alle pozzanghere.
come la bambina che non è mai stata.
come la ragazza che avrebbe voluto poter essere, infinite vite fa.
poi certo.
quando passa quel temporale improvviso è bagnata fino alle mutande.
zuppa di acqua e di vita.
fradicia di freddo e di non sapere.
però.
però vuoi mettere il buon profumo di terra bagnata che per sempre le rimarrà addosso?
dentro il naso?
in fondo al cuore?
vuoi mettere, quel profumo?
per sempre suo.
per sempre parte del suo cuore.
per sempre parte del suo cammino.
per sempre parte della sua vita.

“esiste un posto che è casa”.
esiste.
tornarci è balsamo, passi, lavoro.
riuscire a tornarci è grazia, cammino, impegno.
poterci tornare indubbio privilegio.
poterci tornare, ammaccata, indolenzita, infinitamente, miseramente, splendidamente vera.
poterci tornare, coperta del fango che alcuni passi le hanno vomitato addosso.
poterci tornare, lividi addosso per i cazzotti presi in faccia alla fine di salite che erano ottomila e strade che erano marmo e granito.
alla fine - in qualche modo – tornarci.
per sempre diversa.
per sempre più viva. e più morta.
tornarci.
trovarsi.
trovare lui.
trovare sé stessa.
è stato cammino.
è vita.
è inverno.
sarà primavera.
 

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