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Diario E ora ho bisogno di raccontare...

  • Creatore Discussione Creatore Discussione Francs
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F

Francs

Hola pellegrini!
Quante volte avrò detto Hola in un mese? Non so, un migliaio?
E allora eccomi, ad un mese di distanza dalla fine di “quel mese”. Ricordate? Prima di partire vi avevo raggiunto su questo forum perché avevo bisogno di conoscervi per capire un po’ di ciò che mi accingevo ad iniziare e ora con la stessa impellenza ritorno in questo posto per raccontare cosa ho vissuto in un periodo che ricorderò per sempre: 2 – 29 luglio 2009.
Non so quanto e cosa scriverò nelle prossime righe e quindi prima che chi inizia si stanchi a leggermi devo fare una raccomandazione, devo adempiere alla missione che mi sono dato in ritorno dalla Spagna: se stai decidendo se fare o meno il cammino, ma hai già il germoglio di un desiderio di vivere questa esperienza, ti prego, vai, parti, non aver paura perché quella strada non giustifica timori, ma concede solo grazia.
800 chilometri…tuttora se penso ai giorni immediatamente prima della partenza ricordo che mi dicevo che avrei abbandonato tutto al secondo giorno, era troppo grande per me ‘sta cosa. Poi prendo il primo aereo verso Londra, poi il secondo per Biarritz, poi quel piccolo autobus per Bayonne e ancora mi scopro timoroso, ma con lo spirito “ormai sono qui e non posso tornare indietro”. Il trenino per S.Jean è il primo vero passo e lì, solo lì, comincia ad aver senso ciò che alla fine del cammino diverrà praticamente il motto dell’intero viaggio: io lo so che non sono solo anche quando sono solo, Lorenzo Cherubini docet. Ogni volta che inizio a raccontare del cammino amo dire che pur essendo partito da solo, non son mai stato solo. Soltanto per un giorno e mezzo mi son sentito solo, ma non lo ero, ero solo io che mi ero isolato, perché il cammino è anche addii e prima di viverli non puoi sapere il male che fanno: Terradillos, non dimenticherò mai quel posto, isolato come me quando vi sono giunto, perfetto e terribile per vivere un distacco.
Dire quella cifra, 800 chilometri, fa pensare che la dimensione dello spazio sia la dominante in un’esperienza del genere, ma ciò che a me ha confuso è stata quella temporale. Ho vissuto per un mese al tempo delle emozioni, dei sentimenti ed è strano trovarsi a dire buon lavoro a qualcuno al telefono quando dall’altra parte ti rispondono che è domenica e tu non ne avevi assolutamente la minima idea. Il cammino mi ha fatto questo effetto: mi è parso di esser lì da sempre al secondo giorno e di essere appena arrivato nel giorno in cui tutto era finito e dovevo andare via, all’inizio i giorni che hai davanti sembrano tanti e quando tutto finisce sembra di aver vissuto un giorno soltanto, ma lungo un mese. I rapporti umani che si costruiscono vivono alla stessa velocità e in quest’ottica il cammino diventa una piccola vita: dei perfetti sconosciuti son divenuti lungo la strada chi l’equivalente dell’amico di infanzia, chi del vecchio zio che rivedi dopo tanto tempo, chi dell’amico confidente, chi della ragazza che ti spinge a mostrarti. E la vita di un rapporto umano può durare tre ore prima delle quali si era perfetti sconosciuti e oltre le quali non ci si vedrà più, ma durante le quali le parole ti sgorgano naturali e le confidenze fioccano come mai faresti nella tua vita messa in pausa prima di partire se non con un amico fraterno. Poi uno dei due pellegrini dice “beh, io mi fermo qui, son stanco” mentre l’altro ha voglia di andare un po’ più in là e ci si saluta con un augurio di buon cammino scoprendo solo allora di non aver mai saputo il nome di chi ha raccolto i tuoi pensieri più intimi offrendoti i suoi che porterai per sempre come prezioso dono e tutto in tre ore di passi, caffè in un bar finalmente trovato aperto e una borraccia da riempire. Ne ho viste e ascoltate tante, dal pellegrino con la protesi alla gamba al portoghese che è partito da casa sua per arrivare ad Assisi a settembre. Poi ho scoperto la categoria del viaggiatore a tempo indeterminato, gente che è via da casa da mesi e che ancora non ha bene in mente quando vi tornerà: gente in pensione o ragazzi che hanno perso il lavoro e che invece di mendicare altro in un momento difficile per l’occupazione ha deciso di spendere il proprio tempo e qualcosa dei propri denari in una storia low cost su quella strada magica. Ho incontrato il mondo: brasiliani, ungheresi, spagnoli, francesi, tedeschi, austriaci, coreani, messicani, norvegesi, svedesi, finalmente la prima islandese della mia vita (l’Islanda è una mia piccola fissazione!), inglesi, canadesi, polacchi e ovviamente qualche italiano, ma senza mai scendere al di sotto di Roma cosa che mi ha stupito. Tutte queste persone mi hanno regalato il senso di una parola che prima recitavo vuota alla luce del senso che le posso dare ora: insieme. Ho scoperto che la gioia è tale se condivisa, che un dolore è più lieve se c’è qualcuno che ti ascolta, che le parole e i pensieri non servono se c’è qualcuno che ti abbraccia. La storia dell’uomo che non deve chiedere mai è un gran pacco che ci vendiamo per proteggerci da un mondo che dipingiamo peggio di quello che è in realtà perché la marea di brava gente che si mette sulla strada in Spagna è la stessa che è partita e ritorna da e a casa propria e che magari è nostra vicina. Per carità, è importante anche la solitudine perché parlare con se stessi è necessario per controllare e riordinare gli appunti presi, ma sentirsi soli fa male e non esserlo. Io, ad esempio, arrivato al Cebreiro alla fine di una tappa di 40 chilometri praticamente in solitaria e dopo una salita passata sotto la pioggia e al vento ho sentito qualcosa di importante, ho avvertito di aver fatto il mio cammino: arrivare fino a Santiago da quel punto in poi è stato un completamento non necessario all’andare quanto al tornare visto che avevo l’aereo dalla città di S.Giacomo. Aver avvertito quella sensazione di completezza di fronte a quel panorama magnifico che si scorge dall’albergue del Cebreiro è stato soltanto l’ultimo passo di un percorso che da solo non avrei mai potuto fare, una strada che prima ho avuto il dono di vivere con e attraverso quelle 4-5 persone decisive e insieme a tutte quelle altre splendide appena in secondo piano. Sto scrivendo un mare di ovvietà che sono tali anche per me stesso, ma è come se solo ora avessi scoperto il vero senso di alcune parole che ho sempre pensato senza dar loro quel senso meraviglioso che ora hanno. Ora mi rimane la paura che tutto possa scomparire, che la vita mi risucchi e che io dimentichi chi ero in quei posti e cioè il miglior me stesso col quale io abbia mai convissuto. Sono un razionale, ma lì ho vissuto emotivamente e son felicissimo di averlo fatto. Certo, ora la razionalità e la maledetta logica che metto sempre ovunque bussano alla porta dei miei ricordi, stanno cercando di insinuare che tutto ciò che ho vissuto sia stato amplificato dal contesto e che tutto deve esser convertito, magari sminuito, ma resisto perché alcuni occhi e alcune parole so non le dimenticherò mai e perché Cizur Menor, Viana, Tosantos, Puente Fitero, El Burgo Ranero, Terradillos, Hornillos, Burgos, Calvor, Melide, saranno sempre delle case nelle quali mi raccoglierò in cerca di serenità e forza.
Perdonatemi le troppe parole, ma tanto ancora avrei da dire e ve lo risparmio.
Ancora una volta, se avete voglia partite.
Buen camino.
Un abbraccio.
 
Perdonatemi le troppe parole, ma tanto ancora avrei da dire e ve lo risparmio..
Per favore...non risparmiarci.
Continua a raccontare..sono sensazioni che tutti, chi più chi meno, abbiamo provato, ma è così bello riviverle..
Un abbraccio e bentornato.
Silvana
 
:Ciao: mi chiamo cinzia....sn felice di poter leggere...il tuo racconto..mi hai fatto rivivere dei bei momenti...condivido il tuo pellegrinare...io ho fatto solo 120 km...ma mentre arrivavo a SANTIAGO...pensavo .a quando sarei ritornata...x fare i km,mancanti...un abbraccio...complimenti...holà
 
Ho letto il tuo messaggio...e ti prego anche se dopo Silvana di continuare a raccontare, mi sono emozionata positivamente e quando tu dici:
"Sono un razionale, ma lì ho vissuto emotivamente e son felicissimo di averlo fatto.", mi sembra di sentire dal di dentro me....ho sempre vissuto nel senso come diceva qualcuno solo in lungo, ma da quando ho conosciuto il cammino ciò che mi ha dato è stato troppo forte e mi ha aiutato a vivere anche in largo la mia vita (ogni tanto devo ammettere che me ne dimentico) e i messaggi come il tuo rispolverano questa cosa
....mi manca la terza dimensione e chissà che non la ritrovi in un prossimo cammino...SPERO!!!! :|
:littleangel
 
Tutte queste persone mi hanno regalato il senso di una parola che prima recitavo vuota alla luce del senso che le posso dare ora: insieme. Ho scoperto che la gioia è tale se condivisa, che un dolore è più lieve se c’è qualcuno che ti ascolta, che le parole e i pensieri non servono se c’è qualcuno che ti abbraccia.
anche io come le altre persone che hanno letto il tuo bellissimo post ti dico CONTINUAAAAA.....a loro hai fatto rivivere dei ricordi ....a me hai fatto sognare tutto ciò che per adesso ho solo immaginato....il pensiero della condivisione lo trovo stupendo e leggendo i vostri racconti ci si scopre pellegrini da sempre .....ho sempre cercato la condivisione tutti i giorni ....con tutte le persone che hanno incrociato il mio cammino .... e per questo adesso sono certa di essere arrivata a casa.....grazie ....a te....grazie a tutti voi..... :bacibaci: :bacibaci:
 
Questo è il Cammino di Santiago. Se qualcuno ne parla in modo appassionato, pervaso da una malinconia struggente, con il groppo alla gola ed una lacrima che non fatica a vincere la forza di gravità...ecco, io sono felice perchè un'altra anima renderà il mondo migliore.
Chi dice: "Ho fatto il Cammino di Santiago".
Punto.
A capo.
....è come colui che guarda la punta del dito e non vede ciò che indica. Non saprà mai cosa si è perso.

Francesco, Buon Cammino nella vita.
Ermanno
 
Una volta ancora devo ringraziarvi per l’attenzione che mi offrite e se proprio mi istigate a parlare di quel mese allora vi accontento approfittando di voi per fare un po’ di ordine nei pensieri. Finirò a quanto mi scrive Ermanno perché riflette il germoglio di quella riflessione sulla parola “insieme” che è cominciata sulle strade della Spagna e più precisamente credo nel bel mezzo delle mesetas, ma ancora mi serve una premessa. Come scrivevo nel precedente post avevo da qualche giorno perso delle persone alle quali mi ero affezionato, con le quali avevo vissuto insieme il tempo sufficiente ad iniziare e finire dei discorsi, e, pur sapendo dalla partenza che salutarsi e magari per sempre sarebbe stato un passo obbligato praticamente di ogni rapporto instaurato lungo la strada, la sofferenza conseguente non era stata minore di quella che avrei provato se tutto fosse stato una sorpresa. Il giorno e mezzo successivo a Fromista sono stati i peggiori del mio cammino e ricordo che pensavo che se soltanto ne avessi avuto la possibilità avrei mollato tutto e sarei tornato a casa mia, fra le mie cose e le mie abitudini: insomma per la prima volta avvertivo il peso della provvisorietà e non quel suo gusto, ricercato volutamente e predominante in quel contesto, di libertà. “Intrappolato dal cammino”, dicevo a me stesso, ma anche quella poi ho capito che era una replica fedele di una delle fasi della vita “normale”. Ripartire da Terradillos mi ha regalato la conferma di quanto una di quelle persone che avevo lasciato mi ripeteva sempre (anche quando ero sotto Ibuprofene per la tendinite!): “il cammino si prende sempre cura dei suoi pellegrini”. Complice probabilmente una necessità di fuga da quel posto, mi son svegliato prestissimo e son partito prima delle 6. La mattina ancora doveva nascere e il cervello sembrava aver messo il pilota automatico alle gambe mentre di suo aveva tanto altro su cui lavorare, impegnato com’era un po’ a distruggere ciò che faceva male (parte di me stesso che ho scoperto proprio in quei giorni, nell’immediato tendo a distruggere ciò che non va come per me dovrebbe) e un po’ a cercare il materiale per provare a costruire altro. Pian piano nella luce incerta di quell’ora comincio a intravedere due figure che mi sembrano già viste e, finalmente raggiunti, la mia intuizione trova conferma: erano un uomo sulla trentina e una persona sulla sessantina che avevo già incontrato in quella meraviglia di posto che è quella specie di ambasciata italiana di Puente Fitero. Entrambi in quel primo incontro mi avevano colpito, ma per due motivi diversi: il più giovane perché a cena aveva il cascamorto con una mia compagna di viaggio ungherese, l’altro perché era uno che aveva già fatto il cammino e aveva una gran voglia di raccontare la sua passata esperienza e di dare consigli ai pivellini come il sottoscritto. Tornando all’incontro dopo Terradillos, dopo esserci riconosciuti e dopo le prime solite domande sugli obiettivi di giornata, restiamo incantati dalla bellezza dell’alba che ci spunta alle spalle e ci perdiamo in foto, poi incontriamo le prime case di paglia e fango (la sera avrei poi dormito in un albergue del genere a El Burgo Ranero, esperienza fantastica per la “casa” e per le persone), ma tutto cambia marcia quando Sergio (il più giovane) spara la domanda a tradimento: “sei italiano, allora devo chiederti una cosa: per quale squadra di calcio tifi?”. Da quel momento e per le successive due ore e mezzo ci siamo persi in tattiche, ricordi di squadre andate (lui è un tifoso del Real Madrid, io juventino sfegatato), prospettive per la stagione a venire e tutto in quel misto magico di italiano e spagnolo “famo a capisse!”. In mezzo il racconto di un po’ della sua storia e di un po’ della mia, mentre Manolo (l’altro) si attardava un po’ in foto. Arrivati a Sahagun ci fermiamo in un bar a fare colazione e ci salutiamo perché loro avrebbero finito il loro cammino a Leon e avevano deciso di prendersela un po’ comoda perché con quasi un giorno di vantaggio sulla tabella di marcia. Ci abbracciamo come vecchi amici, ci scambiamo le foto e ci auguriamo il meglio per il resto, per tutto. Ripartire da Sahagun dopo quell’incontro avvenuto appena dopo quel pomeriggio pieno di pensieri cattivi, mi ha fatto rinascere: il cammino mi aveva curato e con una cosa piccola piccola come 2 parole scambiate con uno sconosciuto. Ho lasciato Sahagun nuovamente curioso di persone, di posti e di storie, ho ritrovato in un attimo tutta la forza e seppur solo non ero più solo. In quella stessa mattinata ritrovai per strada anche Alvaro, altro spagnolo spassoso col quale avevo passato nei giorni precedenti qualche ora, e incontrai, fra gli altri, Eduardo, camionista spagnolo (anche lui, giornata di spagnoli quella!) spesso in viaggio per lavoro in Italia col quale passai tutto il resto della giornata con annesso saluto al sole organizzato dai volontari freakettoni di Burgo Ranero. In quei due giorni ho capito di essere per strada nel migliore senso possibile, di essere pellegrino fra tanti: si, era una cosa che già avevo capito nei primi giorni di cammino, ma quell’addio mi aveva scombussolato, aveva dato una bella spallata che aveva fatto traballare le cose. Da El Burgo (un paese che mi sembrava un posto da far west nel solito brutto ingresso in ogni paese o città incontrata) son ripartito riconoscendo la forza della mia solitudine. Premessa un po’ lunga, ma ora vado alle parole di Ermanno. La solitudine dei giorni successivi a quello raccontato mi ha portato a riflettere sul valore della compagnia, della condivisione, della parola “insieme”, fino a decidere di rallentare negli ultimi giorni per permettere a due delle persone che avevo lasciato a Fromista di raggiungermi. Perché? Perché ho cominciato a soffrire di quella presunzione da pellegrino. Ho cominciato a pensare “quando tornerò a casa e racconterò ciò che ho visto e vissuto, anche la persona a me più cara e più predisposta all’ascolto delle mie storie non potrà capire tutto ciò che le racconterò perché non conosce ciò che trasuda quella strada”. Ho cominciato ad elaborare quella frase che già mi ha provocato non pochi incidenti diplomatici dal mio ritorno in Italia “Non puoi capire”. Come fare a spiegare che non è un’offesa? Ancora sto cercando di spiegarlo, ma i risultati sono scarsini. Ho capito che arrivare a Santiago un giorno prima della mia partenza per l’Italia per godermi quella meta con tutta calma non mi avrebbe dato quella gioia che avrei provato arrivando con qualcuno da abbracciare all’Obradoiro, qualcuno che avesse vissuto quella stessa esperienza. Rischiavo di perdere l’aereo, ma non m’importava: volevo arrivare con i miei amici perché la gioia è nulla senza condivisione, l’ho capito lì. Così ho fatto. Quella mattina finale del 29 siam partiti insieme da Arca dopo un’ultima cena multinazionale a base di carbonara cucinata da due ragazzi di Vicenza e una notte col sonno ad intermittenza per la troppa emozione di dover compiere solo quell’ultimo passo. Prima il monte do Gozo e poi la prima scritta Santiago hanno avuto più colori perché avevo dentro un’emozione da condividere anche con un solo sguardo con i miei compagni. Quell’ultima mattina è stata un mix di solitudine e compagnia: ciascuno di noi aveva dei silenzi da cercare per ascoltare se stessi, ma aver di fianco qualcuno col quale capirsi pur non parlando. E’ stato meraviglioso. Ho perso la notte di Santiago, non ho preso la Compostela, ma nulla sarebbe stato pari a quell’arrivo INSIEME. La magia è stata totale quando uno dei musicisti di strada qualche metro prima della piazza mi ha accolto con la sua chitarra e suonando un pezzo di Eric Clapton: PERFETTO.
Grazie per avermi fatto rivivere un altro pezzo di quel tempo.
Un abbraccio.
Francesco
 
In me c'è sempre stato il desiderio di fare il Camino, anche se non so perchè, ma leggendo quanto hai scritto non vedo l'ora che arrivi aprile/maggio, forse potrò capire cosa effettivamente vado cercando

Giancarlo
 
ciao,
un grande richiamo la tua testimonianza, non da leggere ad un fiato solo, ma da riflettere riga per riga.
Io partiro' tra poco, e leggendo le tue righe nella quali condivido tante cose, sento ancora di più il
bisogno da partire. Amore, gioia, felicità, lo stare insieme, riscoprire se stessi e certi valori ormai rimossi,
la presenza costante di un amore incondizionato che viene da Dio, son cose molte forti e importanti che
spero mi accompagnino nel mio cammino.
Ciao pellegrino.
 
Allora, nuovi giorni passati, nuove domande che arrivano da nuove sensazioni provate. Sento che la mia dimensione è andare, ma ho paura che sia fuggire. Provo a spiegarmi meglio. Da quando son tornato in città avverto una certa costrizione fisica e mentale. Tutto mi sembra piccolo, stretto, vecchio, vuoto. E’ da giorni che mi interrogo su questo bisogno di cambiamento che mi ritrovo addosso. Le vecchie amicizie mi sembrano prive di stimoli ed io privo di stimoli per loro, sento di dover cambiare tutto. Andando in giro per la Spagna mi son dato prova di non esser sufficiente a me stesso, ma di poter partire da me stesso in qualsiasi posto e situazione mi trovi e allora mi sento curioso di tutto. Ho un po’ il timore di diventare uno di quelli che rimpiange e racconta di continuo di quel mese fantastico…non so come spiegarlo, insomma è come se, trovato me stesso, ora abbia capito di dovermi mettere a tavolino con lui per decidere cosa fare di questa vita. Scusate i pensieri in libertà…vorrei lavorare per qualcosa di utile, vorrei lavorare per un abbraccio…
 
che bella l'ultima frase "...lavorare per un abbraccio"...grande!

Ti ringrazio per aver condiviso le tue emozioni con noi.

Buon cammino...nella vita

Gemma
 

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