In certi periodi di sconforto può accadere, per ragioni diverse, di perdere la gioia di vivere, l'entusiasmo, e vedere davanti a se il mondo come una ristagnante palude. Sedersi e lasciarsi andare è una forte tentazione. Non desiderare più nulla, non avere la forza per cambiare, sentirsi soli in mezzo agli altri, perdere la capacità di amare e nello stesso tempo sentire un disperato bisogno di affetto. Con il tempo certi condizionamenti possono diventare ossessioni e paventare un futuro pieno di paure e di incertezze. Per salvarci da questo stato dobbiamo crearci un sogno che ci permetta di far rinascere l'entusiasmo, acquisire nuovo vigore, ritrovare serenità.
Noi pellegrini siamo dei privilegiati perché questo sogno l’abbiamo sperimentato sulla strada: sappiamo che si può contare su se stessi, che quello che serve ci viene donato senza che ci affanniamo, che le cose cambiano continuamente e che non ha senso affezionarsi troppo a nessuna dimora, a nessun paesaggio, a nessuna percezione o peggio, crogiolarsi nell’auto compatimento, perché tutto si avvicenda incessantemente e noi non possiamo fermare questo fluire.
Sappiamo si possa essere felici: le cose finiscono ma ne arrivano altre, sempre.
C'è una grande Presenza che abbraccia teneramente i pellegrini, che non si scompone davanti agli scoraggiamenti, alle nostre irritazioni ma che lenisce i dolori, sostiene nella prova, incoraggia e che saluta i nostri momenti di entusiasmo ed energia con pari entusiasmo ….e io, ogni volta, l'ho sentita più vicina lungo la strada.
Certo, mi si dirà “non è necessario andare lontano per ritrovare se stessi e Dio”, ….ma certamente l’esercizio aiuta la ricerca. Il pellegrino è una persona che cerca, è un uomo che ha e pone domande più che risposte certe.
Il pellegrino si allontana da casa, decide un distacco e una partenza; è l'uomo che si mette in movimento, che cammina. Non si siede sulla vita così come è, ma cambia prospettiva, immagina soluzioni, inventa itinerari nuovi per trovare quello che sta cercando e la ricerca che lo abita.
C’è una strada lunga nel mio cuore. Una di quelle con il fondo bianco che scorrono tra due ali verdi di campi macchiati di rosso. Una che si perde all’orizzonte, là dove l’azzurro del cielo va a baciare la terra. Un nastro gros-grein che si arriccia ad ogni piega su un flessuoso tessuto color ocra.
Una strada pregna di assordante Silenzio, abitata dalla Solitudine, inondata dal Sole.
Ne ho percorse di strade così, ma il desiderio è sempre inappagabile; quasi una necessità.
Il richiamo riprende a pochi mesi dal ritorno del precedente Cammino, decanta tra il ricordo dell’estate passata e si congela nel freddo invernale per farsi strada, piano piano, ai primi tepori primaverili.
Ogni pellegrino ha un suo immaginario ruolino di marcia scandito da tempi e mete da raggiungere. Nel mio, in fondo alla lista sta Gerusalemme, da casa. “Ci sarà spazio quando sarà terminato il tempo del lavoro”, mi sono sempre detto.
Immediatamente prima si colloca la Ruta de la Plata, impegnativa per l’entità dei giorni necessari e le condizioni climatiche del periodo estivo. Altra opzione da “jubilato”. “Dopo tutto manca poco”….almeno credevo così fosse!
Recentemente è arrivato chi ha pensato bene di cambiare le carte in tavola. “Al lavoro ci devi rimanere più a lungo”: te lo chiede l’Italia, l’Europa, lo spred, ecc,ecc.
Come si fa a rimanere insensibili quando pare che il destino del mondo dipenda da te?!
Vorrà dire che fra sette anni acquisterò un carrix per metterci pannoloni, medicine, semolino e con andatura barcollante mi dirigerò verso Santiago o il Santo Sepolcro chiedendo la grazia di essere liberato dal tremore senile.
Nel frattempo, colmo di indignazione (sentimento attualmente molto diffuso), non posso far altro che cercare di riprendermi in mano l’esistenza espropriata per viverla da attore protagonista.
Intraprendere ora ciò che mi ero riproposto di fare “dopo” è il mio modo di dire “Pensavate di avermi fregato…!!.”
Ed allora: Plata sia!
Sarà il cammino delle tre “S”: Silenzio, Solitudine, Sole.
Inizio il 24 luglio da Siviglia, dove arrivo, arrivo. D’altro canto, oramai l’ho imparato, quando si giunge a Santiago il Cammino finisce ma non si compie.
In attesa mi emoziono con i diari del Fly e di Angeloscano e Sogno cullato dai versi di Hesse:
Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l'essere per via nell'ampia vastità.
Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.
Mi mostrerà ogni giorno nuovo,
fratelli nuovi e nuovi amici
finché senza dolore ogni forza loderò,
e di ogni stella sarò ospite e amico. (da “La felicità”, versi e pensieri)
Anzi, delle 4 “S”.
Ermanno