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E' tempo di andare...

Ciau Angelo poeta pellegrino :)

Il tuo racconto…
Il tuo modo di osservare e gustare il cammino e il saperlo racontare, condividere con gli altri è semplicemente…divino! Un vero dono.
Di cui non mi stanco di ringraziarti.
E sorrido, all’emozione di leggere con i piccoli sassi per terra “animo Angelo”; mi riporta alla freccia fatta con lunghi fili di erba in un prato dove perdere il cammino della Francigena era la cosa più facile del mondo, e invece gli amici canadesi che mi precedevano…pensavano a me e a come aiutarmi ?
I doni del cammino!
Amore puro, senza chiedere, per la gioia di dare.

Acqua che scorre oggi, disseta, rinfresca, canta.
Si sente fino a qui.

Sei davvero a buon punto, ormai!
E sai una cosa? Non conoscere i nomi di tutto, piante, fiori, uccelli, ti lascia gustare al meglio la loro essenza, senza pensare di metter loro un’etichetta e per questo esser convinti di aver capito tutto…per un bimbo lo stesso fiore come la stessa fiaba ha ogni giorno un sapore diverso, sempre unico. E’ bello se il cammino ci regala anche questo, gustare l’essenza delle cose e spogliarsi di preconcetti, ritornare ad avere occhi di fanciullo.

Buon Cammino.
A presto
Un abbraccio
Fede
 
Che piacere leggerti...vai Angelo, Santiago ti sta aspettando..abbraccialo anche per noi che ti abbiamo seguito, passo dopo passo...
:Ciao:
 
Lubian – O' Gudina

Nel paese ancora dormiente solo il suono delle numerose fontane sembra segnare lo scorrere del tempo. E i miei passi sul selciato. Dopo una bella chiesetta poco distante si inizia nuovamente a salire tra gli alberi e l'acqua che riveste il sentiero. Fotografo una freccia dipinta su una pietra ed immersa completamente nell'acqua cristallina. L'aria è fresca, siamo a circa 1000 m., salire piacevole. Il paesaggio non presenta novità; castagni, faggi e qualche pino quasi fino ai 1280 metri del colle che divide questa regione dalla Galizia. Arrivarci e sorprendersi è tutt'uno. Il primo cippo della Galizia riporta i km restanti a Santiago, 246,344 m. Da qui ogni cippo riporterà la distanza mancante alla Cattedrale. La valle che si apre alla vista è meravigliosa e ti sembra quasi di vederlo l'oceano là in fondo. Alcune nuvole basse rimangono impigliate sugli alberi mentre le altre già volano in cielo. Si scende, il paesaggio non muta, forse le case diroccate di questi paesini segnano la differente povertà. Una mucca solleva la testa per guardare chi passa, ha le due corna che vanno in direzioni diverse come se stamattina per la fretta le abbia innestate malamente. Qui tutto parla del pellegrino: fontane che riprendono i simboli del cammino, cippi, piastrelle al muro di molte case ad indicare la direzione. Ruscelli scorrono placidi nei quali galleggiano macchie di fiori bianchi che si muovono lentamente sul posto. Faccio una sosta un pascolo verdissimo. Mi raggiunge Helen, canadese. Sul suo zaino pende il fiocchetto rosso simbolo di solidarietà con i malati di AIDS. Glielo indico e lei sorridendo mi parla di un suo caro amico morto quest'anno. Anche lui e anche per lui oggi è in cammino. Ricordo i quasi 10 anni di lavoro in malattie infettive all'inizio degli anni '90. Quanti sguardi di donne e uomini, ragazze e ragazzi ho visto spegnersi di AIDS e la differenza tra la loro e la mia adolescenza era una sottile linea di fortuna, di caso, di scelte, a volte fatte in modo inconsapevole che faceva sì che io fossi al loro capezzale e non al loro posto. E' ora di riprendere il cammino che lentamente risale lungo pendii privi di alberi, ricoperti di ginestra bianca e macchie di fiori viola. Il cielo è azzurro, l'orizzonte ampio. Una croce in pietra con un Cristo ormai consumato dal tempo e dal vento, posta lungo il sentiero, indica la via che da qui riprende a scendere fino al paese. Grazie Helen di avermi regalato questo ricordo per me importante anche se a volte relegato nell'oblio del tempo
 
Ogni tuo racconto è una poesia... grazie Angelo per la condivisione e le bellissime immagini che ci regali...
 
Che questo tuo racconto diventi un libro. Bravo complimenti. Dopo aver fatto il cammino della Plata mi sembra di essere li e camminare insieme a te.

grazie

Claudio
 
13 Maggio 2011
A' Gudina – Laza

E' come salire sull'onda più alta e da lì guardare questo oceano immenso che si apre innanzi ed intorno a te. Le colline si inseguono, onde su onde, e solo il loro colore ti permette di non credere che sia veramente mare. La luce che arriva gioca e da loro movimento, come se la marea pian piano arrivasse a te. La strada serpeggia e ad ogni curva ecco una nuova mareggiata arrivare. La mia ombra cammina scalza decine di metri più in là, sul bagnasciuga di luce. Rimango in ombra, asciutto a guardarla camminare sulla linea che nettamente separa questi due mondi. La mia ombra ha un fisico più slanciato del mio, gambe lunghissime come se io fossi diventato ciò che mi permette ogni giorno di ritrovarmi qui a scrivere le mie emozioni. Vivere la vita in tutta la sua pienezza. Non a metà. Non a tre quarti. Piena di vita ogni giorno. Non secondo la pienezza di un altro. Ma secondo la pienezza determinata dal nostro destino e dalla spontanea volontà che dona la vita e non la affievolisce. Lascio l'asfalto per uno sterrato che sale sulla sinistra sulla Sierra Seca ormai l'ombra mi è tornata vicina. Procediamo insieme, leggeri, perché l'aria lo è, il silenzio lo è, il cielo e i profili di queste colline lo sono. Si sale, ma solo per permettere di vedere in tutta la sua immensità l'Embalse de As Portas. Procedi e tutto questo blu all'improvviso scompare dietro una curva e per un po' è solo il verde a dominare eppoi, cucù!! Eccolo di nuovo lì che si affaccia. E poi di nuovo a nascondersi per farsi scoprire un po' più in là. La vegetazione è dominata dal pino mugo e dall'erica viola. A tratti cespugli di mirtilli. Attraverso piccoli gruppi di case per lo più disabitate o diroccate. La vista è ampia, l'orizzonte a portata di carezza. Non ci sono alberi qui, bruciati in un recente incendio. Mi sembra di sentirlo ancora l'odore del fuoco, il crepitare doloroso dei pini di cui sono rimasti anneriti indici puntati al cielo forse in segno d'accusa. Oggi queste colline sono piene di piste tagliafuoco perché non possa più accadere. Campobecerros la mia meta intermedia, all'ingresso del paese una chiesa dedicata a Sant'Jago posta a custodia del camposanto. Anche il corpo ha bisogno di sollievo dopo 20 km al sole. Sosta al bar “da Rosario”. Aprire la porta ed entrare in un quadro è quanto di più improbabile ci si possa aspettare. Eppure questa magia è avvenuta qui tra quattro case sperse nella Sierra. Il locale è piccolo, quasi in penombra, le pareti interamente ricoperte di immagini di ogni tipo che ne danno un aspetto particolarmente confuso. Coppe vinte in qualche remota competizione tra borghi, trofei di caccia, palchi di corna di cervi, fotografie di cacciatori immortalati in posa accanto alle loro prede. Tutti sorridenti, anche gli animali, sembrerebbero sdraiati lì ai loro piedi per la foto di gruppo e poi ognuno a casa sua che la famiglia aspetta per cena. Peccato non sia stato così. Molti Calendari, il bordone, la zucca e la conchiglia, cartoline e fotografie di pellegrini passati di lì. Ma quello che rende meraviglioso questo quadro di per sé kitsch è un'immagine, sulla destra, appena entrati. Come a volte capita con i quadri dove il centro geometrico non corrisponde al nostro centro ottico e lo sguardo viene attratto là dove il pittore vuole, magari da un particolare di per sé insignificante, marginale. Una povera stufa in ghisa dietro cui è seduta una donna anziana intenta a leggere, occhiali calati sul naso, il suo giornale. Immagine statica, bella, grembiule da lavoro blu a fiorellini, comodamente appoggiata alla vecchia poltrona rivestita di una copertina azzurra fatta, probabilmente da lei, all'uncinetto. Sembra essere seduta da sempre, messa lì per addolcire la vista di chi qui cerca ristoro. Sono certo che nulla cambierà per i prossimi decenni, ogni pellegrino, ogni pellegrina entrerà qui la troverà lì, come ogni altra cosa appesa alle pareti. Se tra cento anni così non fosse, se sulla poltrona è appoggiato solo il giornale, non pensiate sia morta e questa magia dissolta. E' solo andata di là a prendere gli occhiali dimenticati sul comodino... La figlia, vista la mia curiosità per una delle foto appese, mi porta a vedere la statua del “peliqueiro”, maschera di carnevale raffigurante credo un silvano. Per certi versi mi ricorda maschere simili viste in Sardegna o nelle mie valli occitane. E' tempo di andare. Dopo un po' il paesaggio cambia ed ecco i primi alberi e chi si accosta ad un albero sa di essere abbracciato dalla sua fresca ombra. Arrivo alla croce in legno di Cerdedelo, affascinante nel silenzio del giorno. Lascio il mio quotidiano pensiero accanto ad altri gesti di amore. Di qui la sterrata precipita a valle, alla propria destra il vuoto e verrebbe voglia di volare leggeri nell'aria e sorvolare questi pini, questi antichi castagni scavati all'interno, queste case di pietra sparse tra le pietre e arrivare d'un sol volo a Laza.
Prima che da queste nuvole sopra la mia testa inizi a piovere...
 
E' piacevole leggere questo diario immergendosi nel Camino, in attesa del nostro turno...
 
Che bello leggerti, Angelo...quando "litigo" con la Via de la Plata (ovvero tutti i giorni) faccio un giro tra i tuoi scritti e mi rappacifico con questo mondo arcaico e poco ospitale che accoglie i miei passi. Avere una visione totalmente diversa, mi arricchisce:cerco di vedere quello che vedi tu (a volte viene bene ed altre meno) ed e' come fare due viaggi distinti al medesimo tempo.Sono contento che sei partito nel mio stesso periodo...mi fornisce molte opportunita' di valutare il mio pensiero. Grazie,quindi. E buon Cammino.
 
14 Maggio 2011
Laza – Xunqueira de Ambia
Oggi, come un vecchio bambolotto abbandonato in soffitta, i miei occhi sono girati in dentro, nulla vedono di ciò che lo circondano triste non trovo parole, per quanto cerchi di far tracimare questo fiume in piena...
 
15 Maggio 2011
Xunqueira de Ambia - Ourense

Seduto sulla panchina alla fermata del bus, lo stuzzicadenti infilza rondelle di polpo bollito in un pentolone. Così sul bordo della strada prima di arrivare all'albergue, entra in me il piacere in modo imprevisto ed improvviso. Volevo fare solo una foto a quella insolita visione prima di raggiungere il desiderato riposo ma la grande disponibilità della signora, che orgogliosa pescava il suo mollusco, non poteva non essere ricambiata con una razione take-away. Mi sento buffo e anche un po' in colpa, dopo due giorni di pensieri per chi è rimasto a casa, io qui a perdermi dietro un “pulpo a la galega”.
Oggi il cammino e il mio cuore mi hanno parlato di cuccioli e in me sgorgavano lacrime sulla soglia del visibile. Un nido di cicogne posto su un alto palo con 3 piccoli che attendevano, chiamando, il ritorno dei genitori; un piccolo verdone lungo il sentiero che cercava inutilmente di alzarsi in volo ed allontanarsi dai miei passi. Come è fragile la vita dei cuccioli, di qualunque specie essi siano.
Pomeriggio. Mi addormento profondamente, stanotte ho dormito poco e male, i pensieri per il mio bimbo che non sta bene mi hanno tenuto lontano dal sonno.
Nella bella Cattedrale di Ourense ho incontrato, nell'ora delle confidenze, Sant'Jago ormai abituato al mio ricercato abbraccio, anche se qui idealmente attraverso la grata. Ho bisogno che mi aiuti a capire cosa è bene che io faccia. Andare avanti o tornare ai miei cari? Sono confuso e con sensazioni discordanti.
Sono quasi le 22 quando rientro nell'Albergue del Convento di San Francesco, l'Hospitalero è ancora lì da oggi pomeriggio a riguardare per l'ennesima volta la festa del Barcellona, non-curante (he don't care - non gli è caro, non gli sta a cuore) dei pellegrini. L'ambiente poco amorevole e trascurato è adeguato al suo modo di fare. Ore 22,00 la giornata è finita, può bollare la cartolina, non prima di aver detto alla pellegrina americana, la quale vorrebbe da qui iniziare il cammino, che può trovare domani su internet da sola le informazioni.
 
oggi il cammino ti pone delle scelte chissà quale sarà quella giusta continuare o ritornare,ascolta il tuo cuore e non sbaglierai qualunque sia la tua decisione BUON CAMMINO
 
...che la natura in questi ultimi due giorni verso Santiago nutra la tua anima e addolcisca tutti i tuoi passi, che un vento leggero soffi lontano da te i pensieri pesanti e una luce dolce ti guidi per mano.
Due giorni di cammino, e sei lì; e noi insieme a te.

un abbraccio, Angelo in cammino

Fede
 
16 Maggio 2011

Ourense – Monasterio de Oseira

“Non hay pan senza chorico” così, ieri in Plaza Major , riportava un cartello portato con eleganza da una bellissima e giovane ragazza nei cui occhi vedevo tutta la mia bella gioventù e il mio, a volte disperato e forse fallito, assalto al cielo. Una manifestazione anarchica a movimentare un po' una sonnecchiosa domenica spagnola. Ai miei tempi avremmo detto non “c'è pane senza le rose”. Non sono cambiato. Lo credo ancora. Per me “non c'è pane senza poesia” Sono solo un uomo intento a tagliare grosse fette di poesia dalla vita per nutrirsi, per nutrire chi si accosta al tavolo affamato come me. E anche nel pane vi è poesia, nella quotidianità, nell'ordinarietà delle persone. Forse è questo che abbiamo perso. La capacità di sentire come un dovere la ricerca della poesia che è intorno a noi e ci nutre di bellezza e luce. Attraverso i nostri sensi accarezzare il mondo e farlo fiorire, esserne parte e a nostra volta catalizzatori di emozioni da offrire agli altri in reciproca libertà.
A questo pensavo mentre percorrevo il lastricato del Camino Real , dura salita che si alterna tra alberi e case sparse. Si cammina tra boschi fitti nella cui ombra crescono rigogliose le felci. Un gatto pigro sul muretto mostra la lingua indifferente al mio passaggio. Gli alberi sembrano mani che escono dalla terra. Il tronco si apre a palmo slanciando verso il cielo le sue dita. Una foresta di mani offerte al cielo. Ovunque guardi è un gioco di luci e ombre che cambiano, si trasformano come in una rappresentazione di teatro giapponese per te che passi. Fine primo tempo, si esce dal bosco.
Cea, quando arrivi appare come uno spruzzo di pietre, babele orizzontale. Case finite, diroccate, ristrutturate, demolite. Muschio e ortica, fiori ed erbacce, legno a marcire e vecchi forni in cui si cuoceva il pane più famoso e buono della provincia. Fotografo quanto rimasto affacciandomi da finestre rotte che guardano malinconicamente su muri anneriti da molte braci, anche questa è poesia . Inizia il secondo tempo si ritorna a camminare nel teatro delle ombre. Accarezzo le pietre ricoperte di muschio morbido ed odoroso che sembra non volerti abbandonare più e poi ti posa piano sulla strada che porta ad a meravigliarti che in una piccola valletta possa trovarsi un così imponente monastero cistercense. L'esterno è austero, grigio. Pietra squadrata su pietra, quasi a voler dissimulare la sua interna bellezza. Intorno poche case, due piccoli bar e l'albergue ricavato da un locale contiguo al monastero. Ne apro la porta e un'aria fredda e umida mi investe. Nonostante abbia acceso la luce faccio fatica a vedere l'interno. Il mio holà come un boomerang nel desiderio che mi ritorni con qualche saluto pellegrino. Cade ai miei piedi solo e bagnato. Gli occhi si abituano all'oscurità. E' un locale altissimo, una enorme botte vuota. Sul fondo una trentina di letti a castello. Stanotte si dorme qui. La visita al monastero è una vera sorpresa. Il monaco con sapiente amore e passione guida a cogliere le bellezze che si trovano in questo scrigno. Il suo saio bianco si muove con naturale dolcezza tra queste pareti in granito dalle linee essenziali e pulite. Ne senti il rammarico quando indica gli abbellimenti del periodo rinascimentale che hanno rimaneggiato la costruzione originale. Ma gli si illuminano gli occhi quando mostra come era ridotto negli anni '30 questo luogo. Rovine buone a dar riparo alle mucche, il granoturco piantato nei chiostri, le pietre saccheggiate per far muretti di confine. Ed ora questa bellezza è stata restituita quasi intatta alle cure amorevoli di 15 monaci. Intorno al monastero non c'è altro da vedere. Attendo davanti al portone le 19,15 per partecipare ai canti del vespro. Il monaco mi vede e mi fa entrare nel locale adibito alla vendita di cartoline, liquori e immagini sacre. Chiede di me, da dove sono partito, se è il primo cammino. Mi fa i complimenti che io lascio scivolare senza cogliere. Non è così speciale camminare in posti molto belli come questi della Via de la Plata e del Sanabrese. Certo è un cammino duro, ancora spesso solitario. Mi lascia parlare un po' e poi resto di sasso colpito dalle sue calde parole. “il Cammino Francese è il Cammino Iniziatico attraverso cui scopri il tuo essere pellegrino nella storia dell'uomo. Tutte le opere ne portano il segno, lo evidenziano, lo esaltano e attraverso l'opera dell'uomo ti senti vicino a Dio e tu dopo non sei più lo stesso di prima. Il Cammino che stai percorrendo oggi è un “Cammino Cosmico”, immerso nell'opera creatrice di Dio, specchio della Sua bellezza e grandezza.”. Mi vengono i brividi. In poche parole è riuscito a dire quanto io cerco di tradurre in me. Mi chiede dei attendere, sparisce dietro una piccola porta dai cui riappare poco dopo. In mano una piccola tavoletta di legno che riporta il volto di Gesù. Vuole farmi un regalo. L'ha dipinto lui. E' un monaco pittore. Luis de Oseira nato a Madrid nel 1946 e dopo aver vissuto dipingendo a Londra è tornato in Spagna per farsi monaco nel 1975. Ho in mano questo piccolo-grande dono inatteso, sento il bisogno di lasciare anch'io qualcosa a lui. Per il mio compleanno una amica mi ha lasciato due libri da portare sul cammino invitandomi a lasciarli in qualche albergue una volta letti. Naturalmente io non ci sono mai riuscito. Con i libri mi è difficile il distacco. Forse questo è il momento e il modo giusto. Apro la copertina del libro di Enzo Bianchi, monaco e priore della Comunità di Bose. Vi scrivo una dedica e sorridente me ne distacco affidandoglielo. Da oggi sarò qualche etto più leggero. Sbagliato. Anche lui ha un libro da regalarmi. Nel 2010 ha fatto una mostra di suoi quadri dedicati al 2° millenario di San Paolo. E così nel mio zaino trovo posto per un libro 30 cm x 30 cm. Sarà il mio Karma al quale non posso sfuggire.
Questo scambio si conclude con un suo ringraziamento e per farlo utilizza una metafora. “Noi monaci, per il mondo, rappresentiamo l'antibiotico dell'amore e della preghiera. Il mondo ne ha bisogno per ritrovare la sua salute. Siamo esterni alla vostra vita, un mondo altro che cura con la propria preghiera. Ma voi pellegrini siete gli anticorpi che il mondo stesso produce per difendersi dal male. Con il vostro cammino lenite e guarite le ferite del mondo”. Che dire? Non mi ero mai visto così importante. Piuttosto un semplice e umile uomo con il bisogno di percorrere questi cammini alla ricerca del proprio senso. Il vespro è brezza che mi porta via, sospeso in alto leggero sostenuto dai canti dei monaci. E non vorresti più venir giù.


17 Maggio 2011
Monasterio de Oseira – Bodeiro Laxe

La notte è sonno sereno, come non mi capitava da giorni. Accolgo l'alba che illumina il monastero mentre risalgo il cammino alla volta di Laxe. L'aurora arrossisce il cielo e dona colore caldo a queste mura all'interno delle quali in questo momento i monaci staranno pregando. Il sentiero è segnato non da frecce ma da continui cespugli di ginestra in fiore che si aprono al passaggio lasciandomi odoroso. Campi segnati da muretti in pietra e nel cielo un'esplosione di nuvole e colori. Fa già caldo quando un grande ramarro prende il sole immobile. Entrambi immobili, quasi a vedere chi ride per primo. Naturalmente io, e perdo. Ancora boschi, si replica la rappresentazione teatrale di ieri. Eppure non me ne stanco. Sono quasi arrivato all'Albergue quando su una recinzione, che delimita l'autovia, centinaia di croci improvvisate con rametti mi riportano al cammino francese. Dove le avevo viste? La memoria e l'oblio si contendono i miei ricordi.


18 Maggio 2011
Bodeiro Laxe – Outeiro

Eccomi a un passo da Santiago. Dopo mille km domani mattina, dietro una curva inatteso e a lungo desiderato, apparirà in lontananza la città e la sua maestosa cattedrale. L'Albergue va via via riempiendosi di pellegrini. Ultimi ad arrivare i ciclisti. In questo giorni si è camminato in solitudine e anche a dormire si era massimo una decina. Stamattina una calzada mi ha portato davanti ad un antico ponte medioevale dimenticato nel fitto del bosco. Un'unica arcata a saltare un piccolo rio. Oggi la strada passa lassù in alto, accanto alla linea ad alta velocità del treno che collega Orense con Santiago per i Fast-pilgrim. Impatto ambientale terribile, viadotti, montagne e colline rosicchiate, boschi abbattuti, opere di compensazione che lasciano ancora più svilito il paesaggio e i loro comuni. Eppure quando sei immerso nella pineta, o nel bosco di roveri, o di eucalipti ti sembra essertele sognate quelle ferite e che tutto intorno è pace. Enormi colonne di eucalipto sorreggono un cielo azzurro profumandolo. Fa effetto ogni tanto incrociare una strada e leggere il cartello stradale che indica 30, e poi 22, e poi infine 17 km a Santiago e tu sei ancora nei boschi. Forse che il bosco finirà in Plaza de Obradoiro?
 
Un amico che ha percorso tutti i 5 Cammini di Santiago ieri mi diceva che "il Cammino allarga la mente". Io aggiungo che allarga anche il cuore. Quanta saggezza e umanità racchiusa negli incontri con le persone sul cammino. Grazie perchè il tuo Cammino e la tua straordinaria capacità di raccontarlo, ma anche quello degli altri che in diverso modo lo raccontano, ci allargano la mente e il cuore.
Angelo, abbraccia l'apostolo anche da parte mia.
GRAZIE
;)
 
19 Maggio 2011
Outeiro – Santiago di Compostella

Ore 4,30. Lentamente mi vesto, da ieri sera lo zaino attende fuori dalla camerata per non disturbare gli altri pellegrini. Ho voglia di partire, di arrivare, di buttarli giù d'un fiato questi 17 km che mancano a dare senso al tutto.
Ore 5,00. Il cono di luce della pila frontale guida i miei passi. Le nuvole velano la luna rendendomi un po' più solo. La sterrata procede lungo il bosco e il mio respiro assorbe eucalipti e pini. In lontananza il rumore della N. 525 che si risveglia al giorno.
Ore 7,00. Eccola lì ancora dormiente, in lontananza, sormontare la città con i suoi campanili. Tra poco tutto si risveglierà per i riti quotidiani. Piccoli paesini dove qualche tapparella apre lentamente gli occhi sul nuovo giorno. Un cane si avvicina alla recinzione e abbaia, più per dovere che perché infastidito dal mio silenzioso passaggio.
Ore 8,30. Attraverso piccole stradine giungo alle porte della parte vecchia di Santiago. Che dolce così l'ingresso rispetto allo scendere da Monte di Gozo, l'attraversare i casermoni, i negozi, gli uffici che anni fa hanno accolto il mio arrivo dal Cammino Francese. La Facoltà di Filosofia è lì sulla destra ad accoglierti e del resto quante riflessioni “sul senso del mio Cammino”mi hanno accompagnato, in questi 35 giorni, nel silenzio aperto e pieno di domande dei luoghi attraversati. A molte non ho trovato risposta, anzi hanno prodotto nuove domande. Più profonde. Come se il cammino aprisse varchi dai quali guardarsi. Giochi di specchi che riflettendo all'infinito mostrassero altri me ancora più lontani e sconosciuti verso i quali andare.
Ore 8,45. Giro l'angolo con il cuore che per un istante si ferma. Quell'attimo tra il tanto atteso e il timore della delusione dell'incontro. Si ricorderà ancora di me? Gli piacerò ancora? Anche se un po' invecchiato? Mi fermo. Il piede sospeso a mezz'aria quasi a chiedere scusa per aver sbagliato stanza, in equilibrio precario, pronto a rovinare indietro. La piazza è piena di tende e chi non l'aveva dorme, sotto il cielo ormai chiaro, in un enorme puzzle di sacchi a pelo variopinti. Sono i giovani della protesta che in questa nuova primavera rivendicano il diritto alla visibilità, ad aver voce ascoltata. In 50 piazze della Spagna sono lì a ricordare, a chi si ricorda di loro solo in prossimità delle elezioni, che non ci stanno più. Domenica non voteranno né per il PP, né per il PSE. Si chiamano fuori, e fuori nelle piazze chiamano chi li vuole ascoltare. Protesta adulta la loro. Non una bottiglia di alcool in giro, non odore di “fumo”, no scritte con le bombolette sui muri o sulle vetrine. Scatoloni per improvvisare anche lì in piazza la raccolta differenziata. Perché loro sono puliti e pulito vogliono la Spagna e il mondo. Dalla mercificazione; dall'illecito profitto; dalla disparità sempre più dirompente tra chi non ha o ha poco e chi ha molto, troppo; dalla finta democrazia della finta rappresentanza.
Ore 9,30. Ritiro la Compostella, dopo che Rosita con insistenza mi chiede “A Pié? Todo a Pié?”. “Si, a pié. Todo a pié e a Corazon”. Chiedo di porre un sello sulla nuova credenzial che mi accompagnerà fino a Muxia e poi a Finisterre. Mi dice che non può. La Chiesa riconosce solo il Cammino fino a Santiago. Non altri cammini. Rimango con il mio libretto deluso in mano.
Una sorta di titubanza rallenta il mio varcare la soglia della Cattedrale. Come poco prima di un esame. Eppure ho studiato. La penombra dell'interno un po' mi aiuta ed entro. Comitive di turisti scese da torpedoni vengono accompagnate da guide multilingue. I pellegrini e pellegrine, zaino in spalle, si aggirano lungo le navate della cattedrale. Che bello vederli, vederle. Chissà da dove arrivano? Quali passi li hanno portati qui. Avevamo un appuntamento qui e sono arrivati puntuali. Anche loro hanno lasciato casa e si sono messi in cammino. Lungo il Francese, il cammino del Norte, lungo la Via de la Plata, il Sanabrese, il Portoghese. Visi sorridenti, provati, stanchi, soddisfatti, orgogliosi, solari, visi belli dopo il maquillage dei giorni di cammino.
Una lunga coda di turisti e pellegrini attende di andare ad abbracciare il Santo. Per me c'è tempo. Ci siamo già più volte abbracciati nelle settimane scorse che non ne sentiamo l'urgenza. A volte capita anche con le persone che ci sono care che lo sguardo, il profumo, il percepirne la presenza nella stanza sostituiscono i comuni gesti e parole di affetto.
La Messa del Pellegrino si conclude con lo spettacolo del botafumeiro offerto da un gruppo di pellegrini tedeschi. Il sacerdote ne introduce la simbologia. Il fumo dell'incenso che sale al cielo rappresentano le preghiere dei fedeli che salgono a Dio e nello stesso tempo il fumo che riempie le navate lo spirito divino che respirato entra in ognuno dei presenti. E' la prima volta che lo vedo in funzione. Mi sembra di essere al circo e rimango a bocca aperta a guardare questa magia volteggiare finché, proprio come al circo, la gente non applaude scrosciante. Oggi niente bis... La messa è finita. Andate in pace.
Ore 18,00. La Cattedrale è semi deserta. Non più comitive ancora satolle dell'abbuffata di sapere e arte del mattino da digerire davanti ad un boccale di birra sbragati tra i tanti tavolini che la circondano. Anche i pellegrini sono quasi assenti. Salgo le scale che portano alle spalle dell'altare. Eccoci soli. A tu per tu. Ed ora dopo lunga attesa, ora che sono giunto, dopo 1017 km, fino a qui non ho più parole e rimango in silenzio seduto su una panchetta alle sue spalle. Un unico pensiero sorge in me, come se potesse racchiuderle tutte le parole che non so dire. “Grazie”... Un lungo abbraccio prima di dirgli arrivederci.
Ore 21,00 il sole declina all'orizzonte indicando la via di domani. La cattedrale si indora di luce perdendo così il suo aspetto grigio-austero. Nella piazza i giovani si preparano ad un'altra notte all'addiaccio sotto l'ala protettiva e benevola di San Tiago.
 
grazie, mi hai fatto rivivere una grandissima emezione, ora che ritornerai a casa ti auguro BUON CAMMINO NELLA VITA
 
Sentirò la mancanza dei tuoi racconti...Buon ritorno alla vita quotidiana....
Grazie per aver condiviso il tuo magico Cammino .
 

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