gianluca (ex pb)
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Massacrante. Sì, massacrante è il termine più adeguato. Massacrante per il fisico ma soprattutto per il morale. Non riesco a descrivere in altro modo gli ultimi tragici chilometri di periferia che ci separano da Logroño. La città è lì davanti a te, la vedi e quasi la tocchi, si avvicina inesorabile seppur lentamente; i passi scuotono l’ultima polvere del giorno, non conti più le gocce di sudore che scivolano lungo le tempie perché sai di essere vicino al traguardo e non t’importa altro che arrivare. Sai che ad attenderti ci sarà un letto e una doccia — meglio se calda, ma non è questo che fa la differenza — allora la tensione si allenta e si ricomincia a sorridere.
Poi, e non sai come fartene una ragione, improvvisamente la città si allontana: le frecce gialle piegano il Cammino verso nord, ora su per un campo di stoppie, ora oltre la statale; badando bene però a tagliare fuori l’ombra di un boschetto! Quindi nient’altro che svincoli e cartelli stradali e fabbriche e cemento torrido dove anche i pensieri si squagliano al sole: due ore di marcia e non sapere il perché.
Sto dicendo a Vittorio che mi piacerebbe conoscere l’ideatore di questa “genialata” per cantargliene quattro, quando arriviamo all’ombra di un sottopasso che a noi pare un’oasi. Scarichiamo a terra gli zaini e sediamo a riposare. Alle pareti, un tazebao di graffiti assolutamente indecifrabili e una serie di figure oscene e volgarità delle quali non mi stupisco affatto. Fra queste, nell’unico angolo del tunnel investito dall’implacabile irruenza del sole, una frase sintetizza la vera indole del pellegrino:
<<Hay tres cosas ne la vida que distingue el peregrino: buenas piernas,
gran comida, y si hablamos de bebida, poca agua y mucho vino>>.
Poi usciamo e, se possibile, è anche peggio di prima: lingua di fuoco questo sentiero di cemento verniciato rosso mattone che sale rasente la città tra filari e filari di viti. E non se ne vede la fine. Vittorio, che sino ad ora era l’unico a tenere alto il morale della truppa, cede di schianto; arranca faticosamente trascinando i passi e quello zaino diventato d’improvviso una zavorra troppo pesante. Rimane indietro di qualche decina di metri, ma né io né Diletta abbiamo la forza di aspettarlo, solo di voltarci a domandare <<tutto a posto?>> e non ricevere altro che uno stanco rantolìo d’assenso. Vederlo patire così fa compassione; lui sempre celato dietro l’imperturbabilità del <<qualunque cosa succeda io vado avanti>> e ora con lo sgomento nell’animo che scalfisce quest’unica certezza.
Mi scolo le due dita d’acqua avanzate nella bottiglia e l’ultima miseria di fiato la consumo bofonchiando parole di rabbia all’indirizzo dello scellerato che ha partorito l’idea di questo insignificante tour ai confini estremi della città. A che scopo tutto ciò? Cosa diavolo ci facciamo qui?
La risposta è una discesa, una casetta riparata all’ombra di un fico, una brocca d’acqua ghiacciata, una donna e il suo sorriso.
Felisa è tutto questo e molto di più.
Felisa è un’anziana signora di ottanta e passa anni che trascorre le sue giornate all’ombra di un enorme fico, a riempire di attenzioni qualunque pellegrino passi da casa sua; e da qui tutti devono passare. Felisa è l’allegria pura e semplice di dedicarsi al prossimo; è la felicità che traspare ad ogni sorriso e ogni gesto; è il dono di Dio sul Cammino di Santiago e la sua sola presenza è un’opera di misericordia. Ci invita a sedere alla fresca ombra del suo fico, al cui tronco sono inchiodate le innumerevoli attestazioni di stima che le sono state conferite negli anni, e le mostra con orgoglio una per una. Poi si scusa di non avere fichi maturi da cogliere <<purtroppo la natura non ha ancora fatto del tutto il suo dovere>>, ma travasa la brocca d’acqua ghiacciata in tre bicchieri di carta e quasi ci obbliga a bere, perché — dice lei — tutti devono assaggiare l’acqua della casa di Felisa. E posso garantirvi che è buonissima. Inoltre vuole sapere chi siamo e da dove veniamo, ascolta interessata e annota accuratamente il tutto su di un registro; infine chiede le nostre credencial e le timbra con il suo personalissimo sello: “Felisa, higos, agua y amor”, con la gioia vera che le trasuda dall’anima. Al momento di ripartire ci stringe a sé in un abbraccio materno, una stretta intensa, decisa, di un’affettuosità che quasi imbarazza, certamente intenerisce. Le prometto di ricordarla nelle mie preghiere ogni giorno e appena giungerò alla tomba dell’Apostolo.
Felisa è tutto questo e molto di più.
Felisa per tutti è un’istituzione del Cammino; ma forse, per chi come me ha ricevuto dal Signore il santo dono di poterla incontrare, Felisa da Logroño è il Cammino stesso. La dirompente vitalità con cui questa donna si prodiga verso l’umanità, e lo fa sorridendo, mi ha fatto dimenticare la stanchezza e la rabbia accumulata lungo la salita, ed ora più d’ogni altra cosa mi preme poter chiedere perdono dei miei pensieri ed essere grato a quello “scellerato ideatore” che, forse inconsapevolmente, ci ha condotto alla fresca penombra di un gigantesco fico. Il fico della casa di Felisa.
Lungo la discesa, la sensazione che avverto è di una strana e fluttuante leggerezza; la stessa leggerezza che provo subito dopo ogni confessione, immediatamente tuffato fra le oceaniche immensità della Grazia di Dio: quell’irrefrenabile e meraviglioso stupore di sentirmi riconciliato con il mondo intero. Solo certe persone riescono ad infondere tali sensazioni, i Santi sulla terra; ed è con questo profetico presentimento che attraverso il ponte di pietra sul fiume Ebro ed entro in Logroño.
Poi, e non sai come fartene una ragione, improvvisamente la città si allontana: le frecce gialle piegano il Cammino verso nord, ora su per un campo di stoppie, ora oltre la statale; badando bene però a tagliare fuori l’ombra di un boschetto! Quindi nient’altro che svincoli e cartelli stradali e fabbriche e cemento torrido dove anche i pensieri si squagliano al sole: due ore di marcia e non sapere il perché.
Sto dicendo a Vittorio che mi piacerebbe conoscere l’ideatore di questa “genialata” per cantargliene quattro, quando arriviamo all’ombra di un sottopasso che a noi pare un’oasi. Scarichiamo a terra gli zaini e sediamo a riposare. Alle pareti, un tazebao di graffiti assolutamente indecifrabili e una serie di figure oscene e volgarità delle quali non mi stupisco affatto. Fra queste, nell’unico angolo del tunnel investito dall’implacabile irruenza del sole, una frase sintetizza la vera indole del pellegrino:
<<Hay tres cosas ne la vida que distingue el peregrino: buenas piernas,
gran comida, y si hablamos de bebida, poca agua y mucho vino>>.
Poi usciamo e, se possibile, è anche peggio di prima: lingua di fuoco questo sentiero di cemento verniciato rosso mattone che sale rasente la città tra filari e filari di viti. E non se ne vede la fine. Vittorio, che sino ad ora era l’unico a tenere alto il morale della truppa, cede di schianto; arranca faticosamente trascinando i passi e quello zaino diventato d’improvviso una zavorra troppo pesante. Rimane indietro di qualche decina di metri, ma né io né Diletta abbiamo la forza di aspettarlo, solo di voltarci a domandare <<tutto a posto?>> e non ricevere altro che uno stanco rantolìo d’assenso. Vederlo patire così fa compassione; lui sempre celato dietro l’imperturbabilità del <<qualunque cosa succeda io vado avanti>> e ora con lo sgomento nell’animo che scalfisce quest’unica certezza.
Mi scolo le due dita d’acqua avanzate nella bottiglia e l’ultima miseria di fiato la consumo bofonchiando parole di rabbia all’indirizzo dello scellerato che ha partorito l’idea di questo insignificante tour ai confini estremi della città. A che scopo tutto ciò? Cosa diavolo ci facciamo qui?
La risposta è una discesa, una casetta riparata all’ombra di un fico, una brocca d’acqua ghiacciata, una donna e il suo sorriso.
Felisa è tutto questo e molto di più.
Felisa è un’anziana signora di ottanta e passa anni che trascorre le sue giornate all’ombra di un enorme fico, a riempire di attenzioni qualunque pellegrino passi da casa sua; e da qui tutti devono passare. Felisa è l’allegria pura e semplice di dedicarsi al prossimo; è la felicità che traspare ad ogni sorriso e ogni gesto; è il dono di Dio sul Cammino di Santiago e la sua sola presenza è un’opera di misericordia. Ci invita a sedere alla fresca ombra del suo fico, al cui tronco sono inchiodate le innumerevoli attestazioni di stima che le sono state conferite negli anni, e le mostra con orgoglio una per una. Poi si scusa di non avere fichi maturi da cogliere <<purtroppo la natura non ha ancora fatto del tutto il suo dovere>>, ma travasa la brocca d’acqua ghiacciata in tre bicchieri di carta e quasi ci obbliga a bere, perché — dice lei — tutti devono assaggiare l’acqua della casa di Felisa. E posso garantirvi che è buonissima. Inoltre vuole sapere chi siamo e da dove veniamo, ascolta interessata e annota accuratamente il tutto su di un registro; infine chiede le nostre credencial e le timbra con il suo personalissimo sello: “Felisa, higos, agua y amor”, con la gioia vera che le trasuda dall’anima. Al momento di ripartire ci stringe a sé in un abbraccio materno, una stretta intensa, decisa, di un’affettuosità che quasi imbarazza, certamente intenerisce. Le prometto di ricordarla nelle mie preghiere ogni giorno e appena giungerò alla tomba dell’Apostolo.
Felisa è tutto questo e molto di più.
Felisa per tutti è un’istituzione del Cammino; ma forse, per chi come me ha ricevuto dal Signore il santo dono di poterla incontrare, Felisa da Logroño è il Cammino stesso. La dirompente vitalità con cui questa donna si prodiga verso l’umanità, e lo fa sorridendo, mi ha fatto dimenticare la stanchezza e la rabbia accumulata lungo la salita, ed ora più d’ogni altra cosa mi preme poter chiedere perdono dei miei pensieri ed essere grato a quello “scellerato ideatore” che, forse inconsapevolmente, ci ha condotto alla fresca penombra di un gigantesco fico. Il fico della casa di Felisa.
Lungo la discesa, la sensazione che avverto è di una strana e fluttuante leggerezza; la stessa leggerezza che provo subito dopo ogni confessione, immediatamente tuffato fra le oceaniche immensità della Grazia di Dio: quell’irrefrenabile e meraviglioso stupore di sentirmi riconciliato con il mondo intero. Solo certe persone riescono ad infondere tali sensazioni, i Santi sulla terra; ed è con questo profetico presentimento che attraverso il ponte di pietra sul fiume Ebro ed entro in Logroño.

