Ciao,
riceviamo questa mail da mio fratello, che con moglie e figli (Enrico 17 anni, Marco 16 e Carlo 11) è tornato fresco fresco da un Camino Francés in bici.
Ci sembra bellissima e bellissimo lo spirito di semplicità che traspare. Leggendo ci siamo commossi ed emozionati.
Non aggiungiamo altro, perché ci sembra superfluo.
Cri e Guido
==========================
Damas y Caballeros,
siamo tornati. Il viaggio è andato tutto bene e la Provvidenza ha provveduto al meglio. Sabato mattina io e Marco siamo arrivati dall'Ecuador. Senza troppi preparativi tecnici, abbiamo caricato quello che avevamo e siamo partiti domenica 18 agosto. Lunedì alle 17 da Saint Jean, ai piedi dei Pirenei lato francese ci siamo messi in sella, o meglio, in cammino con le bici appresso. Non ci siamo documentati più di tanto per lasciarci sorprendere dal viaggio, così non avevamo molte idee di come sarebbe stato il percorso e di cosa avremmo trovato, né di quello che avremmo potuto fare. Il primo giorno abbiamo fatto solo 16 km, arrivando a sera col dubbio se saremmo riusciti prima o poi a passare almeno i Pirenei. Poi il giorno dopo con un balzo di 70 km abbiamo scavalcato i Pirenei (seguendo quasi sempre il sentiero e raramente la strada) e sulle mesetas abbiamo fatto anche 95 km in un giorno. Cruz de Hierro e O Cebreiro, con i loro 1300 e 1540 m di quota li abbiamo passati con un saltino, quasi sempre lungo i sentieri (Carlo, accompagnato da un ex-ciclista spagnolo professionista ora infermiere, è arrivato in cima col cuore solo a 130, suscitando ammirazione da tutti).
Dicevo della Provvidenza Jacobea:
Bene anche le nostre "prestazioni", se si considera che:
Tutto ciò premesso, 3 o 4 giorni prima di arrivare abbiamo incontrato una famiglia con bici supertecnologiche, che ci hanno un po' preso in giro per il nostro stato da Armata Brancaleone. Bene: gli abbiamo dato oltre un giorno di distacco a Santiago!
Ovviamente di storie da raccontare ce ne sarebbero molte, così come di elucubrazioni su senso e motivazioni del viaggio o sulle intense esperienze umane che solo il Camino permette. L'intensità e l'unicità del viaggio (ma che ci fanno 200.000 persone all'anno così diverse eppure così simili su un camino così massacrante?) alla fine ha coinvolto tutti, compreso Enrico che alla partenza non era proprio entusiasta. Ma penso che per adesso basti così. Queste cose appassionano chi le fa, ma forse annoiano chi le ascolta. Lo scriverle invece che raccontarle permette a chi le legge di ignorarle non appena si stufa. Quindi basta così.
Ciao e a presto
Max e Ileana, con Enrico, Marco e Carlo
riceviamo questa mail da mio fratello, che con moglie e figli (Enrico 17 anni, Marco 16 e Carlo 11) è tornato fresco fresco da un Camino Francés in bici.
Ci sembra bellissima e bellissimo lo spirito di semplicità che traspare. Leggendo ci siamo commossi ed emozionati.
Non aggiungiamo altro, perché ci sembra superfluo.
Cri e Guido
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Damas y Caballeros,
siamo tornati. Il viaggio è andato tutto bene e la Provvidenza ha provveduto al meglio. Sabato mattina io e Marco siamo arrivati dall'Ecuador. Senza troppi preparativi tecnici, abbiamo caricato quello che avevamo e siamo partiti domenica 18 agosto. Lunedì alle 17 da Saint Jean, ai piedi dei Pirenei lato francese ci siamo messi in sella, o meglio, in cammino con le bici appresso. Non ci siamo documentati più di tanto per lasciarci sorprendere dal viaggio, così non avevamo molte idee di come sarebbe stato il percorso e di cosa avremmo trovato, né di quello che avremmo potuto fare. Il primo giorno abbiamo fatto solo 16 km, arrivando a sera col dubbio se saremmo riusciti prima o poi a passare almeno i Pirenei. Poi il giorno dopo con un balzo di 70 km abbiamo scavalcato i Pirenei (seguendo quasi sempre il sentiero e raramente la strada) e sulle mesetas abbiamo fatto anche 95 km in un giorno. Cruz de Hierro e O Cebreiro, con i loro 1300 e 1540 m di quota li abbiamo passati con un saltino, quasi sempre lungo i sentieri (Carlo, accompagnato da un ex-ciclista spagnolo professionista ora infermiere, è arrivato in cima col cuore solo a 130, suscitando ammirazione da tutti).
Dicevo della Provvidenza Jacobea:
- Marco e Carlo, che avevano biciclette da corsa, hanno forato una decina di volte a testa o poco meno, ma l'unica volta che eravamo rimasti senza toppe ci è successo in presenza di un altro ciclista spagnolo che ci ha regalato due toppe;
- Tentando di gonfiare una ruota, a Enrico è sparata fuori una valvola. Abbiamo tentato di ripararla con mezzi di fortuna, ma quando c'ero quasi riuscito, la valvola ha deciso di tranciarsi a metà, per cui ci siamo trovati senza ricambi e a piedi. Ci siamo fatti 4 o 5 km, io portando la bicicletta di Enrico al traino e Enrico con Marco sulla bicicletta di Ileana, più robusta. Arrivati al primo paese (mi pare Fromista) c'era solo un emporio che aveva solo qualche ricambio per biciclette (qualche sella, campanelli e fanalini). Ma aveva anche come unica camera d'aria quella che serviva a Enrico (con un fondello così, se avessimo sofferto di emorroidi sarebbe stata una tragedia)
- A me si sono rotti 6 raggi della ruota dietro (per ruggine, visto che ho usato la bicicletta che mi ero comprato nel 1974, con la quale ho fatto tutti i miei viaggi negli anni '70 e che non ho avuto il tempo di revisionare prima di partire), ma quasi tutti dalla parte opposta della catena, quindi senza bisogno di smontare tutte le corone per rimpiazzarli (sarebbe stato impossibile con gli attrezzi che avevamo). E quando stavo procedendo pian piano con la ruota svergola per raggiungere un paese dove ripararla, ci ha raggiunto Attilio Rota, un bergamasco di 65 anni, ex ciclista che aveva fatto 11 giri d'Italia e 2 tour de France, attrezzato con raggi di ogni misura, che mi ha aiutato ad aggiustare la ruota (e col quale poi abbiamo fatto grande amicizia, rivedendoci più volte fino a Santiago)
- A Carlo è scoppiata una gomma per un tombino sporgente, ma oramai stavamo entrando nella parte vecchia di Santiago. La cosa è molto dispiaciuta al suddetto Attilio Rota, che abbiamo rivisto proprio subito dopo l'incidente, ma anche lui non poteva farci nulla. E comunque eravamo già arrivati.
- A me l'ultimo giorno credo si sia rotta la marcia più corta del cambio nel mozzo, per cui mi sono venuti a mancare tutti i rapporti più corti, ma ormai le lunghe salite erano finite e non ho avuto bisogno di smontarlo per vedere cosa è successo
- A Enrico si è rotto l'attacco rapido del perno della ruota dietro, ma ce ne siamo accorti solo smontando le biciclette per caricarle in macchina. Salvo che l'attrito della ruota era notevole e Enrico ha fatto una gran fatica a fare gli ultimi km, per fortuna prevalentemente in discesa.
- A Marco, rimontando la bicicletta qui a casa si è rotta la ruota libera, per cui i pedali girano a vuoto. Se fosse successo in viaggio sarebbe rimasto appiedato
- A Ileana, che non avendo cambio sulla bici, ha fatto metà delle salite a piedi, facevano male le scarpe, ma a Estella Attilio Rota (vedi sotto) le ha regalato le sue da mountain bike, che lui voleva buttare e che a Ileana andavano benissimo perché un po' più grandi del suo piede (42 contro 39, ma che hanno permesso di evitare qualsiasi vescica)
- A Santiago siamo arrivati sabato sera (30 agosto) e all'ostello ci hanno detto subito che trovare un mezzo per tornare indietro sarebbe stato un'impresa lunga e ardua. Ma noi la domenica mattina abbiamo trovato una macchina a noleggio. Cercavamo un furgoncino per farci stare tutto, ma abbiamo trovato solo una Renault Laguna, e nemmeno familiare, senza portapacchi. Smontando tutte le biciclette in pezzettini siamo riuscite a stivarle tutte nel baule, con un'opera di incastro degna del miglior riempitore di container (Guido credo ne sappia qualcosa, no?). Le ruote smontate stavano in piedi tra gli schienali dei due sedili davanti. Tra i due sedili era rimasto solo un buco che mi permetteva di vedere lo specchietto esterno di destra.
- Durante il ritorno, poco fuori Leon, abbiamo deciso di fermarci a dormire. Abbiamo chiesto in un ostello se ci prendevano anche se eravamo in macchina di ritorno dal pellegrinaggio. La signora ostellera ci ha detto che quella sera nell'ostello non c'era assolutamente nessuno, per cui se ci fermavamo almeno noi, le davamo un senso al suo stare lì.
- Arrivati a S. Jean Pié de Port abbiamo lasciato ragazzi e bagagli, preso la Multipla e ripartiti per riportare la macchina noleggiata a Pamplona. Avremmo dovuto arrivare all'AVIS di Pamplona entro le 13.30 per non pagare anche il secondo giorno (un centinaio di euro in più), ma siamo arrivati solo alle 15.00. Ma l'ufficio dell'AVIS era chiuso dalle 13.00 alle 16.00, per cui speriamo che prendano per buono il fatto che gli abbia scritto che siamo arrivati in tempo.
Bene anche le nostre "prestazioni", se si considera che:
- Io avevo la bicicletta d'epoca, di cui ho già detto sopra (ma in discesa le ho fatto fare ancora i 75 km/h misurati con contakm, battendo Marco con bici da corsa, che frullava l'aria con il suo 50/12, un passo più corto del mio!)
- Ileana aveva la sua ex-elegantissima bicicletta olandese in ghisa, credo risalente alla sua maturità, senza cambio e con freno a contropedale, che dopo ogni discesa doveva essere raffreddato con acqua provocando gran sbuffi di vapore (potete vedere il filmatino che lo dimostra). Per questa bicicletta i ciclisti spagnoli le hanno assegnato la tripla indulgenza plenaria ad honorem;
- Enrico aveva la sua Mountain Bike, con portapacchi artigianale con due assi di legno, e doppie sospensioni, per cui in salita rimbalzava come un canguro, raddoppiando la fatica delle pedalate
- Marco e Carlo avevano biciclette da corsa, con portapacchi tipo regalo delle patatine, che ogni momento perdevano il carico.
- Il bagaglio era ridotto al "minimo essenziale". L'unico inconveniente è che il "minimo essenziale" è stato definito prima della partenza e prevedeva:
- Tre tende, due delle quali confezionate in sacche rotonde di 70 cm di diametro (mai usate: Enrico ha cercato di venderle in ogni ostello)
- 5 sacchi a pelo
- 5 rotoli di materassino in schiuma (usati per imballaggio al ritorno)
- Viveri e indumenti sufficienti per una missione dell'esercito inglese sull'Hindukush (3 ricambi di tutto per ciascuno, 1 kg di miele, metà del quale tornato a casa, ecc.)
- Un paio di scarpe da ginnastica per me, che dopo due giorni di uso lasciavano una scia pestilenziale che faceva morire perfino le piante, per cui ho comprato un paio di infradito arancioni fosforescenti con le quali ho fatto tutto il resto del viaggio (un po' da checca, ma ottime per la visibilità). Peccato solo che tornati a S. Jean i ragazzi abbiano decretato che quelle scarpe in macchina per 15 ore non le avrebbero sopportate e me le hanno buttate via
- Un libro di Carlo formato enciclopedia Universo, per tenersi aggiornato su ciò che avremmo visitato
- In più, lungo il viaggio ci siamo caricati anche di una bella pietra (quarzite?) da mezzo kg trovata sulla salita Matamulos, e di due zucche portafortuna, che il terzo giorno ci ha regalato Pablito, un vecchietto che viveva lungo il Camino, che fuori casa sua custodiva un cippo con la croce dei Templari che mostrava orgoglioso, e che nel 1965 ha fatto il Camino in bici in soli 6 giorni. Inutile dire che Pablito ci ha incoraggiato a continuare perché quello che conta sono gambe e volontà e non i mezzi.
Tutto ciò premesso, 3 o 4 giorni prima di arrivare abbiamo incontrato una famiglia con bici supertecnologiche, che ci hanno un po' preso in giro per il nostro stato da Armata Brancaleone. Bene: gli abbiamo dato oltre un giorno di distacco a Santiago!
Ovviamente di storie da raccontare ce ne sarebbero molte, così come di elucubrazioni su senso e motivazioni del viaggio o sulle intense esperienze umane che solo il Camino permette. L'intensità e l'unicità del viaggio (ma che ci fanno 200.000 persone all'anno così diverse eppure così simili su un camino così massacrante?) alla fine ha coinvolto tutti, compreso Enrico che alla partenza non era proprio entusiasta. Ma penso che per adesso basti così. Queste cose appassionano chi le fa, ma forse annoiano chi le ascolta. Lo scriverle invece che raccontarle permette a chi le legge di ignorarle non appena si stufa. Quindi basta così.
Ciao e a presto
Max e Ileana, con Enrico, Marco e Carlo

