Questo è uno dei tanti racconti di un grande pellegrino, un grande hospitalero ma, soprattutto, una grande persona, José Almeida Rodríguez
LE PORTE DEL CIELO
Era stato un giorno molto caldo, con un sole che spaccava le pietre, uno di quei giorni in Castiglia, senza una nuvola a frenare gli implacabili raggi del sole e nemmeno un alito di vento.
Quando si fa sera, ci fa piacere stare al fresco, però quel giorno non ci si poteva neanche mettere, come si soleva fare, con le sedie in strada chiacchierando con i vicini di cose irrilevanti.
Avevo lasciato tutte le finestre dell’albergue spalancate per vedere se il calore soffocante si decideva a scapparsene fuori, ma il cemento del pavimento aveva impiegato molte ore ad assorbire l’energia del sole e non gli andava di separarsene.
Come tutte le sere, soprattutto in quelle in cui mi ritrovavo da solo, mi preparai un’acqua tonica con un spruzzo di gin e tanto ghiaccio per rinfrescarmi mentre mi gustavo il mio sigaro seduto sulla porta ed aspettavo l’ora di andare a dormire, dando per conclusa un’altra giornata da hospitalero senza pellegrini da ospitare.
Quando l’orologio segnava quasi le 11 e avevo quasi svuotato il mio bicchiere, vidi avvicinarsi David e Ana, due pellegrini in uno stato pietoso.
“Avete cenato” chiesi, “non abbiamo soldi” mi rispose David. “Non vi ho chiesto questo” dissi “entrate e fatevi una doccia mentre io preparo qualcosa da mangiare”.
Tenevo sempre in frigorifero qualcosa di pronto nel caso fossero arrivati dei pellegrini all’improvviso e questa mi sembrava l’occasione giusta.
Servii una bella ciotola di “purrusalda”, dei pomodori su cui misi tutto quello che avevo nel frigorifero di aperto, tonno, acciughe, olive, peperoncino ed erba cipollina tagliati fini fini.
Il piatto si presentava bene ed era anche nutriente.
Gli occhi di Ana quando vide quel piatto ricco s’illuminarono, nonostante la tristezza che nei suoi occhi permanentemente albergava.
Erano una coppia di mezza età, una quarantina d’anni lui, una mezza dozzina in meno lei.
Mentre divoravano tutto quello che avevo preparato, per non metterli a disagio mi ritirai a preparare del caffè da offrire dopo la cena.
Vidi che Ana, dopo aver terminato il suo piatto si servì altri due mestoli di zuppa e non solo perchè era molto buona.
Terminata la cena, Ana in silenzio raccolse i piatti e li portò in cucina per lavarli, io invece rimasi a chiacchierare con David.
Era contento, mi spiegò, perché vedeva Ana così felice.
Negli ultimi giorni quando entravano in un bar per far riempire le bottiglie d’acqua, Ana lasciava gli occhi sui piatti di zuppa calda, lui insisteva perché ne prendesse uno, ma lei sapeva che non potevano permetterselo.
Venivano da Alicante. Già da parecchi mesi facevano parte di quella piaga sociale che è la disoccupazione.
Non potevano più pagare l’affitto e così si ritrovarono in mezzo ad una strada.
Un programma tv sui pellegrini che percorrevano il Cammino di Santiago li ispirò ad andare in visita al santo per chiedere che cambiasse il loro destino.
Erano in condizioni fisiche molto precarie perché il loro equipaggiamento non era appropriato, soprattutto Ana aveva I piedi piagati e pieni di vesciche.
La condussi all’armadietto dei medicinali e le diedi tutto l’occorrente per curarsi I piedi.
Anche se erano molto stanchi, erano a loro agio, Gli offrii il bicchiere della staffa, prima rifiutarono entrambi, ma alla fine David accettò e assaporava il vino come se cercasse di catturare quegli aromi che si erano persi nel tempo.
Mi fecero molte domande sul cammino che per loro era ancora sconosciuto e non sapevano cosa li aspettasse.
Su uno dei foglietti informativi che abbiamo, segnai gli albergue a donativo e soprattutto quelli in cui ricordavo che avrebbero offerto la cena comunitaria e la colazione (Bercianos, Foncebadon).Dissi loro di andare a dormire tranquilli che il mattino li avrei svegliati io quando fosse stata pronta la colazione, entrambi dissero che non volevano dare altro disturbo, risposi che stavo lì proprio per questo e che c’erano cose, come questa, che non si potevano discutere.
Alle 7 mi alzai per preparare un’abbondante colazione: caffè, succo, pane tostato con burro e marmellata e croissant.
Penso che, non sapendo quando avrebbero mangiato ancora, si sarebbero divorati la maggior parte delle cose che c’erano sul tavolo.
Come aveva fatto la sera prima, Ana raccolse i piatti, però non lo permisi, avevo tutto il giorno a disposizione e lo avrei fatto io una volta che fossero partiti.
Ana andò nella sala dove si ricevevano i pellegrini mentre io e David ci bevemmo un altro caffè e fumammo una sigaretta.
Quando andarono a prendere gli zaini, aprii il frigorifero perché prendessero tutto ciò di cui potevano aver bisogno in cammino.
Continuarono a dire che non volevano approfittare e dovetti prendere l’iniziativa e infilare nei loro zaini, un cartone di succo, alcune bibite e un po’ di frutta. Riempimmo le bottiglie di acqua fresca e li accompagna fuori dall’albergue.
David mise la mano in tasca e tirò fuori una manciata di monete da mettere nella cassetta per le offerte dei pellegrini, si scusò dicendo che non poteva lasciare di più ma che avrebbe voluto farlo.
Gli afferrai la mano e la spinsi di nuovo nella tasca, avevano ancora molti giorni davanti prima di arrivare a Santiago e avrebbero avuto bisogno anche di quel donativo che volevano lasciare .
Proposi che, quando la fortuna avesse girato in loro favore e le cose fossero migliorate, sarebbero potuti tornare e così avrebbero potuto contribuire al mantenimento dell’albergue.
L’abbraccio con cui ci salutammo fu speciale, non riuscii a dire nulla perché un nodo mi prese la gola quando vidi le lacrime rigare le guance di Ana.
Li vidi allontanarsi per la strada che porta al centro del paese, ogni pochi passi si fermavano e mi salutavano con la mano.
Io, fermo sulla porta dell’albergue, sentii che il lavoro che stavo facendo aveva un senso e ne fui orgoglioso.
Quando rientrai vidi che Ana aveva scritto qualcosa nel libro in cui I pellegrini lasciano I loro messaggi e le loro impressioni, in 4 righe aveva lasciato I suoi sentimenti.
“Questo non è un albergue, sono le porte del cielo e dentro c’è un angelo che è una vera benedizione.
Dopo un giorno duro, ce ne andiamo con le pile e la morale ricaricate. Grazie”.
Rimasi lì, cercando di ricordare quando avevo pianto l’ultima volta.
LE PORTE DEL CIELO
Era stato un giorno molto caldo, con un sole che spaccava le pietre, uno di quei giorni in Castiglia, senza una nuvola a frenare gli implacabili raggi del sole e nemmeno un alito di vento.
Quando si fa sera, ci fa piacere stare al fresco, però quel giorno non ci si poteva neanche mettere, come si soleva fare, con le sedie in strada chiacchierando con i vicini di cose irrilevanti.
Avevo lasciato tutte le finestre dell’albergue spalancate per vedere se il calore soffocante si decideva a scapparsene fuori, ma il cemento del pavimento aveva impiegato molte ore ad assorbire l’energia del sole e non gli andava di separarsene.
Come tutte le sere, soprattutto in quelle in cui mi ritrovavo da solo, mi preparai un’acqua tonica con un spruzzo di gin e tanto ghiaccio per rinfrescarmi mentre mi gustavo il mio sigaro seduto sulla porta ed aspettavo l’ora di andare a dormire, dando per conclusa un’altra giornata da hospitalero senza pellegrini da ospitare.
Quando l’orologio segnava quasi le 11 e avevo quasi svuotato il mio bicchiere, vidi avvicinarsi David e Ana, due pellegrini in uno stato pietoso.
“Avete cenato” chiesi, “non abbiamo soldi” mi rispose David. “Non vi ho chiesto questo” dissi “entrate e fatevi una doccia mentre io preparo qualcosa da mangiare”.
Tenevo sempre in frigorifero qualcosa di pronto nel caso fossero arrivati dei pellegrini all’improvviso e questa mi sembrava l’occasione giusta.
Servii una bella ciotola di “purrusalda”, dei pomodori su cui misi tutto quello che avevo nel frigorifero di aperto, tonno, acciughe, olive, peperoncino ed erba cipollina tagliati fini fini.
Il piatto si presentava bene ed era anche nutriente.
Gli occhi di Ana quando vide quel piatto ricco s’illuminarono, nonostante la tristezza che nei suoi occhi permanentemente albergava.
Erano una coppia di mezza età, una quarantina d’anni lui, una mezza dozzina in meno lei.
Mentre divoravano tutto quello che avevo preparato, per non metterli a disagio mi ritirai a preparare del caffè da offrire dopo la cena.
Vidi che Ana, dopo aver terminato il suo piatto si servì altri due mestoli di zuppa e non solo perchè era molto buona.
Terminata la cena, Ana in silenzio raccolse i piatti e li portò in cucina per lavarli, io invece rimasi a chiacchierare con David.
Era contento, mi spiegò, perché vedeva Ana così felice.
Negli ultimi giorni quando entravano in un bar per far riempire le bottiglie d’acqua, Ana lasciava gli occhi sui piatti di zuppa calda, lui insisteva perché ne prendesse uno, ma lei sapeva che non potevano permetterselo.
Venivano da Alicante. Già da parecchi mesi facevano parte di quella piaga sociale che è la disoccupazione.
Non potevano più pagare l’affitto e così si ritrovarono in mezzo ad una strada.
Un programma tv sui pellegrini che percorrevano il Cammino di Santiago li ispirò ad andare in visita al santo per chiedere che cambiasse il loro destino.
Erano in condizioni fisiche molto precarie perché il loro equipaggiamento non era appropriato, soprattutto Ana aveva I piedi piagati e pieni di vesciche.
La condussi all’armadietto dei medicinali e le diedi tutto l’occorrente per curarsi I piedi.
Anche se erano molto stanchi, erano a loro agio, Gli offrii il bicchiere della staffa, prima rifiutarono entrambi, ma alla fine David accettò e assaporava il vino come se cercasse di catturare quegli aromi che si erano persi nel tempo.
Mi fecero molte domande sul cammino che per loro era ancora sconosciuto e non sapevano cosa li aspettasse.
Su uno dei foglietti informativi che abbiamo, segnai gli albergue a donativo e soprattutto quelli in cui ricordavo che avrebbero offerto la cena comunitaria e la colazione (Bercianos, Foncebadon).Dissi loro di andare a dormire tranquilli che il mattino li avrei svegliati io quando fosse stata pronta la colazione, entrambi dissero che non volevano dare altro disturbo, risposi che stavo lì proprio per questo e che c’erano cose, come questa, che non si potevano discutere.
Alle 7 mi alzai per preparare un’abbondante colazione: caffè, succo, pane tostato con burro e marmellata e croissant.
Penso che, non sapendo quando avrebbero mangiato ancora, si sarebbero divorati la maggior parte delle cose che c’erano sul tavolo.
Come aveva fatto la sera prima, Ana raccolse i piatti, però non lo permisi, avevo tutto il giorno a disposizione e lo avrei fatto io una volta che fossero partiti.
Ana andò nella sala dove si ricevevano i pellegrini mentre io e David ci bevemmo un altro caffè e fumammo una sigaretta.
Quando andarono a prendere gli zaini, aprii il frigorifero perché prendessero tutto ciò di cui potevano aver bisogno in cammino.
Continuarono a dire che non volevano approfittare e dovetti prendere l’iniziativa e infilare nei loro zaini, un cartone di succo, alcune bibite e un po’ di frutta. Riempimmo le bottiglie di acqua fresca e li accompagna fuori dall’albergue.
David mise la mano in tasca e tirò fuori una manciata di monete da mettere nella cassetta per le offerte dei pellegrini, si scusò dicendo che non poteva lasciare di più ma che avrebbe voluto farlo.
Gli afferrai la mano e la spinsi di nuovo nella tasca, avevano ancora molti giorni davanti prima di arrivare a Santiago e avrebbero avuto bisogno anche di quel donativo che volevano lasciare .
Proposi che, quando la fortuna avesse girato in loro favore e le cose fossero migliorate, sarebbero potuti tornare e così avrebbero potuto contribuire al mantenimento dell’albergue.
L’abbraccio con cui ci salutammo fu speciale, non riuscii a dire nulla perché un nodo mi prese la gola quando vidi le lacrime rigare le guance di Ana.
Li vidi allontanarsi per la strada che porta al centro del paese, ogni pochi passi si fermavano e mi salutavano con la mano.
Io, fermo sulla porta dell’albergue, sentii che il lavoro che stavo facendo aveva un senso e ne fui orgoglioso.
Quando rientrai vidi che Ana aveva scritto qualcosa nel libro in cui I pellegrini lasciano I loro messaggi e le loro impressioni, in 4 righe aveva lasciato I suoi sentimenti.
“Questo non è un albergue, sono le porte del cielo e dentro c’è un angelo che è una vera benedizione.
Dopo un giorno duro, ce ne andiamo con le pile e la morale ricaricate. Grazie”.
Rimasi lì, cercando di ricordare quando avevo pianto l’ultima volta.


mentre lo leggevo avevo la pelle d'oca dall'emozione. Sono persone davvero speciali con un cuore Grande.
