Rientrati ormai da diversi mesi, il Cammino continua ad essere il mio pensiero felice. Ho ritrovato questi flashes scritti di getto pochi giorni dopo il ritorno, e siccome rileggendoli ho provato di nuovo emozione e nostalgia, ho deciso di condividerli, con l’augurio che possano suscitare in qualcuno le stesse sensazioni e suggestioni provate da me nel leggere i racconti delle esperienze degli altri.
L’arrivo all’albergue di Burgos, trovato senza cercare, e la presa di coscienza, mentre srotolo sul letto il sacco a pelo, di essere, finalmente, di nuovo in cammino.
L’incontro con Leonardo, ventunenne romano, e con la sua contagiosa gioia di vivere.
L’acqua gelata della fonte di San Bol, io che per bere a piene mani ci cado quasi dentro, mentre Leonardo lava i panni sulla pietra.
Le prime ore di cammino dopo Hontanas: dolci saliscendi, non troppo caldo, le nostre ombre lunghe, la luce giusta, l’aria, i colori, e all’improvviso le arcate di San Anton.
Noi sdraiati all’ombra, sulle panchine di pietra sotto i pioppi del parco di Fromista.
La partenza da Carrion col buio, l’adrenalina della paura di perdere una freccia, e poi il chiarore che a poco a poco ci rassicura.
Il tè caldo al bar di Calzadilla de la Cueza, in compagnia di due ciclisti romani e di tanti altri pellegrini sfiniti e soddisfatti dopo 17 km di meseta.
Terradillos de los Templarios: mentre con i capelli bagnati stendo i panni nel sole e nel vento, assaporo il momento e mi sento pienamente felice.
Bercianos: l’accoglienza calda e coinvolgente, il formarsi del gruppo, la cena con il mio sugo al chorizo apprezzato ed applaudito, Andrea e gli altri con sigari e vino tinto che ridono e scherzano seduti sui gradini, e infine l’emozione della preghiera con la candela che passa di mano in mano.
Noi seduti al tavolino di un bar al centro di Leon che ci divertiamo ad individuare, tra i turisti, altri pellegrini.
Le vetrate della cattedrale di Leon e il soffitto affrescato della cripta di S. Isidoro.
La sosta al banchetto di Agapito, amico dei pellegrini che offre una sedia, un sello, frutta in abbondanza, strette di mano agli uomini e baci alle donne.
La cena a San Martin con Irene e Guido, e Fernando e sua moglie che dopo mangiato cantano per noi mentre sorseggiamo aguardiente.
Le terrazze piene di luce dell’albergue di Astorga.
La salita verso la Cruz de Hierro, nel mattino pieno di sole, e la sosta, il sasso, le foto, la coppia di ciclisti olandesi e le due amiche di Padova, conosciuti il giorno prima e ritrovati, aria, luce e colori e io che vorrei rimanere lì.
L’arrivo a Molinaseca dopo la discesa spacca gambe, il ponte romano e tanti ragazzi che fanno il bagno nel fiume e prendono il sole sul prato verdissimo.
La colazione a Ponferrada a base di cioccolata e churros.
Albergue di Cacabelos: io e Andrea che ridiamo mentre lo fotografo intento al bucato.
La salita verso O Cebreiro incappucciati sotto il diluvio, noi due e Maria, la nostra amica americana conosciuta a Leon, con i torrenti di fango che ci vengono incontro tra le pietre; l’arrivo a La Faba bagnati fradici, l’ingresso al bar e visi conosciuti che ci accolgono con calore; poi, tra la bruma, la chiesa di O Cebreiro, la più mistica di tutto il cammino, pace, serenità, i canti di Taizè in sottofondo, la parola di Dio in tutte le lingue davanti alle reliquie del miracolo Eucaristico, e io che anche qui non vorrei ripartire.
Scendendo da O Cebreiro nella giornata sempre fredda e ventosa anche se ha smesso di piovere: il boccadillo con il bicchiere di vino rosso che ci ridà calore e conforto.
Ribadiso: il prato verde, le finestre dipinte di azzurro degli antichi edifici in pietra che formano l’albergue, il ristorante attiguo e nient’altro nel paese. Seduti su una panchina aspettiamo che termini la lavadora, guardando un allegro gruppo di spagnoli che si bagna nel fiume gelido. Ultima serata di grande pace.
Il profumo di eucalyptos dei boschi della Galizia.
Santiago: io, che per l’ansia di arrivare sono corsa avanti, che rallento per aspettare Andrea, ed entriamo così nella piazza insieme, a contatto di braccio. Poi noi due frastornati davanti alla Cattedrale, che in mezzo a tanta gente troviamo il nostro amico vicentino che sembra ci stia aspettando, e ci accompagna a ritirare la Compostela. E la sera, la cena al Gato Negro con il pulpo e gli incontri, gli abbracci, i saluti.
Il ritorno: la tristezza nel preparare lo zaino per l’ultima volta, poi l’autobus dal quale vediamo i pellegrini che ripercorrono i nostri passi di ieri, e la panchina rotta dove ieri abbiamo sostato per mangiare un frutto e gli ultimi biscotti… poi tutto troppo veloce; ogni tanto, però, guardo il filo ancora annodato alla mia ultima ampolla, e mi spunta un sorriso…
Adesso non ho partenze all’orizzonte, ma sono fiduciosa che il Cammino prima o poi mi richiamerà, e allora, lo so per esperienza, non ci sarà niente da fare…
Buona Pasqua a tutti i pps!
Maura
L’arrivo all’albergue di Burgos, trovato senza cercare, e la presa di coscienza, mentre srotolo sul letto il sacco a pelo, di essere, finalmente, di nuovo in cammino.
L’incontro con Leonardo, ventunenne romano, e con la sua contagiosa gioia di vivere.
L’acqua gelata della fonte di San Bol, io che per bere a piene mani ci cado quasi dentro, mentre Leonardo lava i panni sulla pietra.
Le prime ore di cammino dopo Hontanas: dolci saliscendi, non troppo caldo, le nostre ombre lunghe, la luce giusta, l’aria, i colori, e all’improvviso le arcate di San Anton.
Noi sdraiati all’ombra, sulle panchine di pietra sotto i pioppi del parco di Fromista.
La partenza da Carrion col buio, l’adrenalina della paura di perdere una freccia, e poi il chiarore che a poco a poco ci rassicura.
Il tè caldo al bar di Calzadilla de la Cueza, in compagnia di due ciclisti romani e di tanti altri pellegrini sfiniti e soddisfatti dopo 17 km di meseta.
Terradillos de los Templarios: mentre con i capelli bagnati stendo i panni nel sole e nel vento, assaporo il momento e mi sento pienamente felice.
Bercianos: l’accoglienza calda e coinvolgente, il formarsi del gruppo, la cena con il mio sugo al chorizo apprezzato ed applaudito, Andrea e gli altri con sigari e vino tinto che ridono e scherzano seduti sui gradini, e infine l’emozione della preghiera con la candela che passa di mano in mano.
Noi seduti al tavolino di un bar al centro di Leon che ci divertiamo ad individuare, tra i turisti, altri pellegrini.
Le vetrate della cattedrale di Leon e il soffitto affrescato della cripta di S. Isidoro.
La sosta al banchetto di Agapito, amico dei pellegrini che offre una sedia, un sello, frutta in abbondanza, strette di mano agli uomini e baci alle donne.
La cena a San Martin con Irene e Guido, e Fernando e sua moglie che dopo mangiato cantano per noi mentre sorseggiamo aguardiente.
Le terrazze piene di luce dell’albergue di Astorga.
La salita verso la Cruz de Hierro, nel mattino pieno di sole, e la sosta, il sasso, le foto, la coppia di ciclisti olandesi e le due amiche di Padova, conosciuti il giorno prima e ritrovati, aria, luce e colori e io che vorrei rimanere lì.
L’arrivo a Molinaseca dopo la discesa spacca gambe, il ponte romano e tanti ragazzi che fanno il bagno nel fiume e prendono il sole sul prato verdissimo.
La colazione a Ponferrada a base di cioccolata e churros.
Albergue di Cacabelos: io e Andrea che ridiamo mentre lo fotografo intento al bucato.
La salita verso O Cebreiro incappucciati sotto il diluvio, noi due e Maria, la nostra amica americana conosciuta a Leon, con i torrenti di fango che ci vengono incontro tra le pietre; l’arrivo a La Faba bagnati fradici, l’ingresso al bar e visi conosciuti che ci accolgono con calore; poi, tra la bruma, la chiesa di O Cebreiro, la più mistica di tutto il cammino, pace, serenità, i canti di Taizè in sottofondo, la parola di Dio in tutte le lingue davanti alle reliquie del miracolo Eucaristico, e io che anche qui non vorrei ripartire.
Scendendo da O Cebreiro nella giornata sempre fredda e ventosa anche se ha smesso di piovere: il boccadillo con il bicchiere di vino rosso che ci ridà calore e conforto.
Ribadiso: il prato verde, le finestre dipinte di azzurro degli antichi edifici in pietra che formano l’albergue, il ristorante attiguo e nient’altro nel paese. Seduti su una panchina aspettiamo che termini la lavadora, guardando un allegro gruppo di spagnoli che si bagna nel fiume gelido. Ultima serata di grande pace.
Il profumo di eucalyptos dei boschi della Galizia.
Santiago: io, che per l’ansia di arrivare sono corsa avanti, che rallento per aspettare Andrea, ed entriamo così nella piazza insieme, a contatto di braccio. Poi noi due frastornati davanti alla Cattedrale, che in mezzo a tanta gente troviamo il nostro amico vicentino che sembra ci stia aspettando, e ci accompagna a ritirare la Compostela. E la sera, la cena al Gato Negro con il pulpo e gli incontri, gli abbracci, i saluti.
Il ritorno: la tristezza nel preparare lo zaino per l’ultima volta, poi l’autobus dal quale vediamo i pellegrini che ripercorrono i nostri passi di ieri, e la panchina rotta dove ieri abbiamo sostato per mangiare un frutto e gli ultimi biscotti… poi tutto troppo veloce; ogni tanto, però, guardo il filo ancora annodato alla mia ultima ampolla, e mi spunta un sorriso…
Adesso non ho partenze all’orizzonte, ma sono fiduciosa che il Cammino prima o poi mi richiamerà, e allora, lo so per esperienza, non ci sarà niente da fare…
Buona Pasqua a tutti i pps!
Maura

di commozione
