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Riparto ..... in cammino verso il Bangladesh

Ezio

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20 febbraio 2011.
Riparto seguendo il mio sentiero senza freccia e mi ritrovo ancora in questo paese disastrato dai monsoni e nella poverta’ indescrivibile.
A Dhaka, all’uscita dall’aeroporto un mendicante si avvicina e gli do’ 20 taka (18 centesimi), una discreta cifra, ci puoi comprare un piatto di riso. Non l’avessi mai fatto, uno “stormo” di disabili escono da tutte le parti, ciechi, storpi, senza braccia, implorano: “Dadu, anche a me!!” Che fare? Gia’ perche’ a loro no?
A distanza di un anno nulla e’ cambiato, ancora la solita confusione, forse piu’ macchine e bus ridotti alla rottamazione. La polvere e’sempre tanta e si confonde con la foschia dell’umidita’.
Dopo tre giorni di viaggio (Urbino-Shatkira) arrivo alla Rishilpi. Abbracci, abbracci e abbracci!!!
Ritrovo Uggiol, ricordate il ragazzino paralizzato e portato da padre Giacomo? Uggiol mi lascia sconcertato. La prima cosa che mi dice: “Come stai? Io sono il primo della classe. Raccontami di te e della tua famiglia”. Questo in un discreto italiano. Questo giovane che viene dalla foresta, paralizzato per una caduta da un albero, adottato dai miei amici pellegrini di Urbania ha voluto imparare l’italiano per dialogare con me.
Ritrovo Pinocchio, bimbo rigido come un secco e distorto ramo d’albero e mostrandomi un gomito fasciato (operato da Chiara, medico volontario) esclama: “ Chiara brava, Chiara brava!!”. Ora Pinocchio riesce a piegare il braccio.
Quante storie da raccontare!!!
Ah, ho ritrovato Kamona e dalla sedia a rotelle mi mostra il suo bimbo di 18 mesi.
Poi i disabili artigiani, i bimbi dell’universita’ (asilo), delle elementari, poi i 72 sordomuti, i “gattini” disabili fissi della missione, alcuni orfani altri raccolti nelle discariche, altri salvati dal traffico d’organi e come dice Cristiano e’ arrivato il “dono delle lacrime”.

Dal Bangladesh, dove le ombre camminano.
 
ciao Ezio
un cammino difficile il tuo, ma di certo felice.
Ti ammiro per quello che fai
complimenti
dacci notizie
Ciao
:abbraccio:
Cetty
 
22 febbraio 2011.

Attorno ai villaggi

In questi giorni ho fatto visita ad alcuni villaggi a pochi km dalla missione.
Quando ti inoltri al limite della foresta un caldo umido ti avvolge, la nebbia si alza dalle inquinate risaie e se tira un po’ di vento la polvere si appiccica alla pelle. L’aria ha un odore acre, potente.
Questo mi fa pensare di non trovarmi in un luogo adatto a me, eppure qualcosa mi attrae, mi chiama.
Tra le palme e le alte canne di bambu’, qualche capra e dietro intravedi le capanne con mura di fango. Qualche bimbo ti viene incontro, poi non so’ per quale mezzo di comunicazione, sbuca gente da tutti gli angoli, vogliono vedere, toccarti e infine strisciando tra un a capanna e l’altra, nella polvere, arrivano i disabili, perche’ non c’e’ nessun genitore o fratello disposti ad aiutarli. Semplicemente vissuti come la maledizione del loro Dio e come un’ulteriore bocca da sfamare.
Che senso ha lavorare per questa gente senza futuro?
La risposta, se vuoi, la trovi all’interno della missione dove l’integrazione del bimbo disabile e’ totale, prioritario.
E le donne? Queste procurano acqua da torbide pozze, accudiscono i figli e lavorano la cacca delle vacche che essiccata servira’ per accendere il fuoco, piccoli crateri di fango dove in un tegame d’alluminio si cuoce il riso (quando c’e’).
Gli uomini spesse volte li trovi inermi, oppure ombre che camminano ai fianchi di polverose stradine, come se non volessero disturbare.
Una sensazione di isolamento ti pervade, eppure sei in mezzo ad un chiassoso e festoso vociare.
E quando riparti li vedi soli e tristi. Che fare?

Dal Bangladesh, dove le capanne di fango assorbano il dolore quotidiano e i monsoni le porta via.
 
Ezio non vedevo l'ora di leggerti .... oggi più che mai, tra pochi giorni noi saremo in "Burkina" :drive: ....ti penseremo e pregheremo per te! :abbraccio:
Manu ;)
 
1 marzo 2011. La storia si ripete.

C’era una volta...., no esiste veramente un villaggio di nome Borodol a sud di Shatkira. Questo villaggio all’interno della foresta, nella giungla, ogni tanto e’ visitato da padre Sergio. Da parecchio tempo nota un ragazzino sdraiato davanti alla sua capanna, sempre immobile, si muove appena e sempre a gattoni. Informatosi viene a sapere che i suoi fratelli sono quasi nelle stesse condizioni, cioe’ semi-paralizzati. Inoltre sono poverissimi, i suoi genitori fanno i trasportatori di terra, cioe’ quando si scava una pozza per raccogliere acqua che servira’ per tutti gli usi domestici, questi con cesti posti sopra la testa trasportano terra per pochi centesimi al giorno. Ogni due ore, la mamma distante dal luogo di lavoro anche km ritorna alla capanna per muovere, girare il figlio, poi torna a trasportare terra.
Questa e’ la giornata di questo bimbo: attendere la mamma che ogni tanto lo muove.
Padre Sergio chiede il consenso ai genitori per portare il bimbo in qualche comunita’ per dargli una vita con un minimo di dignita’. Avuto il consenso, comincia a bussare a diverse porte ma nessuna si apre, arriva alla Rishilpi, lo incontro lungo il viale, solite presentazioni e racconta questa storia. Che fare? Enzo e Laura della Rishilpi aprono la loro porta (veramente e’ sempre aperta, specialmente per i disabili).
Il viaggio di padre Sergio con il bimbo, dal villaggio alla Rishilpi e’ stata un’avventura. Partono in moto, il ragazzino seduto a lato (non riesce a stare a cavalcioni, le gambe sono bloccate), semi legato al torace di Sergio, attraversa la foresta, spinge la moto, attraversa un fiume imbarcando la moto e portando il bimbo a spalle, il caldo-umido e’ bestiale e finalmente arriva. Li abbiamo accolti con grande festa.
Come Uggiol l’anno scorso, portato da padre Giacomo, la storia si ripete.
Ora e’ la volta di Rubin. Rubin bimbo della foresta viene “adottato/mantenuto” da un gruppo di amici, alcuni anche pellegrini, che mi sostengono in questa cordata di aiuto verso i piu’ diseredati della terra. Rubin verra’ inserito a scuola, sara’ sottoposto ad una riabilitazione fisioterapica e avra’ tutto l’occorrente per vivere una dignita’ da ragazzino.
Se al mattino ti inoltri nelle stradine della Rishilpi e incontri due ragazzini sulle sedie a rotelle, sereni e sorridenti, incontri Uggiol e Rubin che vanno a scuola.

Dal Bangladesh dove la vita rinasce anche dopo il tramonto.
 
Caro Ezio

Mi vengono i brividi, mi viene da piangere, eppure nell’anima dei tuoi racconti, che rapiscono il pensiero e lo portano là, c’è speranza e amore.
Grazie. Continua a scrivere.
Ce n'è tanto bisogno.

Un abbraccio e un pensiero ai bimbi di Rishilpi e oltre.

Federica
 
Grazie Ezio per queste tue testimonianze,
leggerti è come esserci, anche se la realtà non si riesce a descriverla.

Un abbraccio forte forte

Edo
 
hola Ezio
spero che tu possa udire il religioso silenzio, commosso da tanto Amore...buon cammino, portatori di speranza, buon camino portatori di gioia e di futuro; buon cammino testimoni di Cristo Risorto...

"Beati gli operatori di pace, perchè saranno chiamati figli di Dio"(Mt 5,9)

buon camino pellegrini...utreya :arrow:
 
continua a scrivere, ezio.
continua a regalarci dolore, amore, speranza.
continua a scrivere.
perchè il tuo cammino diventi il nostro cammino.

siamo con te.
col cuore e con la preghiera.

un abbraccio.
cri e guido
 
Ciao Ezio,
finalmente ti scriviamo. Non avrai mica pensato che ci siamo dimenticati di te?
Come l'anno scorso, anche oggi abbiamo letto i tuoi scritti e la commozione ha preso il sopravvento.
Noi stiamo bene, il viaggio è andato bene e i preparativi per il grande giorno continuano, siamo felici.
Tu ci manchi molto.
ti abbracciamo forte.
Chiara e Alessandro
 
6 marzo 2011 – Coto e Omit.

I tramonti ai margini della foresta sono di un rosso/giallo infuocato, il sole grandissimo cala dietro piante di cocco e bambu’. All’interno nel silenzio, i villaggi, agglomerati di fango e paglia. In uno di questi nasce Coto, una bimba sana e con un problema: e’ di famiglia povera. La bimba pertanto e’ malnutrita, non ha la culla, il suo lettino e’ la nuda terra, dura e umida. In breve tempo si ammala, diventa rachitica e per un’artrite reumatoide mani e gambe si deformano.
Viene portata alla Rishilpi gia’ grandicella, scheletrica e con gli arti bloccati. S’inizia la fisioterapia, viene inserita a scuola, impara un lavoro ed ora e’ una ragazza che riesce piano, piano a camminare e gestirsi.
Con le sue dita scheletriche e storte dipinge disegni su legno nel laboratorio di falegnameria. E’ anche brava! E’ una dei tanti disabili che vivono e lavorano all’interno della missione.
Potrebbe essere felice, pero’ non e’ cosi’.
Coto ha una sorella sposata e un nipotino, Omit. La sorella l’anno scorso muore e il papa’ di Omit si risposa. Ora il bimbo ha una nuova mamma ma dopo pochi mesi muore anche il papa’ e Omit rimane di nuovo solo, la mamma poverissima non riesce a mantenerlo.
Coto nonostante i suoi problemi di salute e handicap chiede di poter prendere il nipote con se’.
Ora Omit vive alla Rishilpi con la zia-mamma, e’ un bimbo felice e vispo, ha sette anni, frequenta la primaria, e’ intelligente ed e’ bello incontrarlo al mattino con camicia a quadretti azzurra e cravatta blu che va a scuola.
Gli e’ stato ridato la vita e la dignita’ di vivere come un bambino.
Ogni giorno mi cerca e nonostante le nostre lingue non s’incontrano riusciamo a comprenderci. “Ezio dammi un cinque”, e il palmo delle nostre mani s’incontrano, (in breve tempo il mio “cinque” e’ diventato il saluto di tutti). Omit, e’ contento, mi abbraccia le gambe e leggo soddisfazione nei suoi occhi.
Omit e’ uno dei miei tanti bambini da adottare a distanza.

Dal Bangladesh, dove un sorriso e una carezza valgono una fortuna.
 
GRAZIE Ezio,
grazie per quello che fai
e grazie per quello che ci racconti
perchè le tue parole ci aiutano ogni giorno a ricordare
quanto siamo fortunati.
Preghiamo per te, per tutti i tuoi bimbi,
preghiamo per ringraziare di averti conosciuto
un grande grande abbraccio

nora e alberto
 
Ciao Ezio

mi associo a quanto scritto da Nora anche per noi è così..

Rina e Giovanni
 
8 marzo 2011. Sensazioni

Durante il giorno la foresta e’ splendida, la luce del sole filtra tra le palme e le manguste fuggono al minimo rumore. La tigre del Bengala, forse, ci sta osservando perplessa e dubitosa, chi sa’ se riusciro’ a vederla? Alla sera, prima di notte la nebbia si alza e rimane sospesa solo di alcuni metri e si confonde con il fumo degli “spiedi” di cacca delle mucche. Poi il buio totale e strani urli di uccelli lacerano l’aria.

Le risaie sono piene di gente che lavora, in gran parte donne. Immerse fino al ginocchio, nell’acqua paludosa inquinata da concimi e con gambe colme di eczemi, alcune hanno un neonato sulla schiena, fissato con un pezzo di stoffa. Sapranno mai dell’Occidente, dei McDonald’s?

La stazione di bus di Kulna e’ un inferno dantesco. Urla, polvere, zanzare e persone che corrono da un lato all’altro. Chi non ha i soldi sale sul tetto del bus. Venditori di semi, biscotti, di acqua torbida si arrampicano ai finestrini per offrire la loro merce. I mendicanti trascinano stampelle e arti.
L’odore e’ acre, il caldo e’ pesante, spesso e bagnato.

Shatkira. L’ospedale. Malati a decine nelle camerate, anche sotto i letti, garze inquinate e piatti di plastica in ogni angolo. Malati sdraiati nel pavimento delle corsie, stampelle, flebo vuote si confondono con gatti in attesa del vomito.
E i volti? Stravolti dalla sofferenza ti seguono con lo sguardo e urlano aiuto solo con gli occhi. Qui si mangia una volta al giorno e solo una ciotola di riso.
L’unica che rimane indifferente e’ la mia fotocamera.


7 marzo, villaggio di Sonka.
Sono in visita ai miei adottati. Incontro bimbi gioiosi e sorridenti. Dietro a una capanna mi attende Nazma Khatoon, e’ assieme alla sua mamma e mi indica la sua casa. Noto qualcosa di strano e non sorridono.
Un muro di terra appoggiato a un’altra capanna forma una stanza di circa due metri. In terra raggomitolato su se stesso, giace senza coperte un uomo. E’ il papa’ da tempo malato. Non si muove, anche lo sguardo e’ immobile e spaurito.
Nazma mi stringe la mano e non mi lascia. Per la prima volta vedo occhi di bimbo, tristi, supplicanti.
Mario sta riprendendo con la videocamera, io dovrei commentare. Ho qualcosa in gola, la voce non esce e gli occhi lacrimano.
Oggi sette marzo, ho visto la miseria, la disperazione, quella vera, quella che non si puo’ descrivere ne’ raccontare. Oggi sette marzo, non ho fame.

Dal Bangladesh, ..... senza parole.
 
Grazie Ezio per quanto condividi con tutti noi ....
un abbraccio GRANDE da noi tre ....
ho sentito Luciana e provo a richiamarla a nelle prossime ore .... così le teniamo un pò compagnia ...
Dany Betto Very
 
12 marzo 2011 – Kolinoti

Chi decide il futuro delle bimbe e’ il padre, in assenza di questo i fratelli, ovvero l’uomo. Essi decidono quando e’ l’eta’ per andare a scuola, quando terminare e soprattutto quando sposarsi.
Non e’ raro incontrare giovani mamme di 12, 13 anni e non e’ raro dato la giovane eta’ che muore mamma e figlio.
Kolinoti viveva in un villaggio del distretto di Shatkira con il marito ed una figlia di 15 anni, molto bella e ambita da diversi uomini, nonostante sia innamorata e fidanzata con un coetaneo, il padre decide di sposarla ad un altro, ci guadagna nella dote: una capra.
La ragazza e’ costretta ad accettare il matrimonio e il fidanzato dice: “non la posso avere io e non l’avra’ nemmeno l’altro”. Nella notte si avvicina alla capanna e getta un secchio di acido sopra quella donna che sta dormendo. Nel buio non si e’ accorto che ha colpito Kolinoti, la mamma.
Kolinati, deturpata, martoriata, non viene curata, anzi viene allontanata dal villaggio, tanto ora non puo’ piu’ mescolare cacca di mucca, ora come donna non vale niente.
Dopo parecchio tempo Laura della Rishilpi la incontra a Calcutta dove fa la mendicante, abbandonata da tutti, anche dai figli. Le propone di ritornare al villaggio e le assicura che verra’ mantenuta. Ora Kolinoti vive da sola in una piccola capanna e per il suo sostenimento ci pensa la Rishilpi e G. di Milano.
Ogni tanto Kolinoti viene a trovarci alla missione. Oggi l’ho conosciuta.
Kolinoti per la “cultura” dell’acido non ha piu’ il naso, ha un occhio solo, senza orecchie e la bocca semi-aperta, bloccata, ed e’ piena di cicatrici.
Sotto questa martoriata carne batte un grande cuore, ci ha portato dei doni: tre fritelle, due banane, due patate, cioe’ il suo pranzo.

Dal Bangladesh, dove quella cosa e’ chiamata donna.
 
14 marzo 2011 – il “marchio” dell’acido

Nomita, ancora con la divisa da scolaretta, nella sua capanna illuminata da un lume a olio, china sui libri e quaderni, seduta per terra nell’unica stanza della sua casa, sogna il giorno che diventera’ maestra. Non immagina il suo destino, il padre l’ha gia’ destinata a un anziano del villaggio.
L’uomo a cui era stata data in sposa la voleva a tutti i costi e lei continuamente si ribellava.
Nomita all’eta’ di 13 anni, in una notte, ha subito il “marchio dell’acido". Un getto grande e potente, una fiammata si conficca sul suo corpo.
E’ diventata cieca, ha perso i capelli, il volto e’ tutto una piaga, rischia la vita. Bepi, missionario laico, si prende cura della ragazza, la porta in Spagna dove esiste una clinica specializzata per questi casi e dopo vari interventi chirurgici, si salva. Sebbene cieca e’ inserita a scuola e arriva a frequentare l’universita’.
Ora Nomita, donna cristiana, e’ costretta a portare il burka per nascondere le atroci malformazioni del suo viso. Nomita e’ insegnante all’Universita’ di Dhaka.

A Dhaka, il governo ha istituito un’organizzazione per aiutare e curare le vittime dell’acido, visto che il fenomeno e’ in netto aumento.
Infatti, ora, molte piu’ bambine hanno accesso alla scuola, socializzano, si istruiscono, escono dall’ignoranza della schiavitu’ e vogliono scegliersi il loro compagno e questa generazione di adulti legata a vecchie tradizioni e’ ancora legata al “marchio dell’acido”.
 

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