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Semi di girasole

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Franvi

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Semi di girasole

Ognuno fa il cammino come gli pare. Lo spirito del cammino. I moderni pellegrini medievali. Quante volte ho sentito o letto queste espressioni. E quante volte ho storto il naso.

Recentemente ho fatto il Francese, tutto, da S. Jean. L'avevo già fatto, ma volevo rendermi conto se c'erano delle novità, dei cambiamenti rispetto al primo di 15 anni fa. Arrivato a Santiago mi sono sentito svuotato, smarrito, stanco, e non solo nel fisico. Una capatina col bus a Fisterre e Muxìa, e poi subito a casa a ritemprare le forze e a mettere ordine nei ricordi.

Fra i tanti, quello dei furgoni che di mattina sfrecciavano per la campagna e nei paesi con scritte sulle fiancate tipo Camino facile, Camino comodo, appesantiti da zaini, borse e quant'altro era di ingombro durante la marcia. Ma anche taxi pronti a soccorrere chiunque era in difficoltà o più semplicemente voleva porre fine prima del tempo alla modesta fatica quotidiana.

Se fino a Leon, Astorga il cammino era filato via senza particolari sussulti, tutti o quasi consapevoli della distanza ancora da percorrere, dopo l'atmosfera si era fatta meno greve e opprimente. Si cominciava a rialzare un po' la testa e ad annusare un'aria più leggera e spensierata. Piccoli gruppi hanno cominciato a invadere il cammino con la loro allegria ed esuberanza, talvolta un po' smodata, e a imporre la loro presenza negli albergue e nei bar lungo la strada.

Tanto che a Triacastela, già nel primo pomeriggio, non ho trovato un letto libero malgrado i numerosi albergue, mentre i ristoranti traboccavano di gente festante e chiassosa, dall'espressione tutt'altro che affaticata. Per un momento ho temuto di esser finito su un altro Cammino. Il proprietario di un albergue mi ha spiegato che da lì a Santiago in quelli privati si entrava solo con la prenotazione, con o senza credenziale. In Galizia così ho dormito solo in quelli municipali, dove questa non è richiesta e ho visto donne, preoccupate per il posto letto, prenotare subito dove era ancora possibile.

Avevo la percezione dell'altro Cammino solo per strada e davanti ai bar e solo per poche ore del mattino. Poi più nulla. E si identificava in quei gruppi di persone che, quasi a metà mattina e ancora fresche di sonno, si attardavano ai tavoli dei bar in conversazione tra loro davanti a una ricca e abbondante colazione senza nessuna fretta di cimentarsi con la nuova tappa, per la quale probabilmente un café con leche o un tostado erano più che sufficienti.

Nelle ultime tappe, mentre nel mio caso le energie cominciavano a latitare, tanti gruppetti di giovani facevano mostra di una esuberanza fastidiosa e invadente. Talvolta anche cialtrona e poco rispettosa degli altri.

Ce n'era abbastanza per appellarsi al misterioso e sfuggente “spirito del cammino”, al quale peraltro ho sempre guardato con occhio scettico e disincantato. Uno spirito per la verità inafferrabile, buono per tutte le stagioni, retaggio di tempi lontani, omologato da una antica consuetudine. Però, a quanto pare, poco incline agli adattamenti storici e, forse, è per questo che col passare degli anni ha perso molto del suo significato (se mai ne ha avuto uno).

Oggi la gente (trovo irrispettoso scomodare la parola pellegrini) rivendica totale libertà nel corso di un cammino e guarda con fastidio a ciò che ne limita le sue scelte. Come si dice: ognuno fa il Cammino come gli pare. Anche se l'espressione non nasconde un fondo di ipocrisia e di arroganza. Nel limite del possibile anch'io ho fatto il Francese a modo mio, curando di arricchire la mia esperienza senza abbandonarmi a clamori assordanti e inopportuni squilli di tromba.

Rispetto a 15 anni fa ho notato una baldanzosa, e anche un po' insolente, irruzione nel Cammino della lingua inglese (forse per la presenza di tanti asiatici e americani) e dello smartphone. Anche lo spagnolo stentava a reggere il confronto nelle conversazioni, non importava quasi a nessuno. Parli inglese? era la prima cosa che ti veniva chiesta e, se mostravi un mesto disappunto, eri messo subito da parte, nemmeno ti chiedevano quale lingua parlavi per farti capire. Questa faccenda mi ha subito amareggiato e infastidito. Quante volte in passato, a gesti o quant'altro, ho passato sul cammino delle piacevoli serate con persone di altre nazionalità. Anche la globalizzazione aveva preso posto nel cammino, privandomi di momenti di condivisione.

E che dire dello smartphone, insostituibile compagno di cammino a tutte le ore del giorno e della notte. Un muro eretto a difesa di una squallida solitudine, di una identità che teme la contaminazione, nella ricerca spasmodica dell'ultima notizia di casa, del messaggino idiota e del programma di intrattenimento serale diffuso dalla TV preferita. Magari mentre stai consumando la cena, come ho visto fare a Ledigos a una donna asiatica (forse coreana), che alla fine ha rimandato il piatto di pastasciutta ormai freddo e insipido. E che dire delle serate prima di dormire, ma anche di interi pomeriggi, circondato da persone (ragazze soprattutto) allungate nel proprio letto con lo sguardo sprofondato nello schermo del cellulare, nel più deprimente silenzio. Le stesse persone che prima ancora di mettere piede nell'albergue si informavano sull'WiFi, pur avendo la connessione, e che non risparmiavano furenti lamentele al malcapitato di turno se c'erano problemi di ricezione. L'ho visto fare a Fisterre da una ragazza coreana alle 7 di mattina mentre faceva colazione, senza potersi gustare sul cellulare il solito impresentabile programma di quiz nella sua lingua.

Il Cammino francese è primus inter pares fra tutti i cammini che portano a Santiago, quello a cui quasi tutti hanno aspirato almeno una volta nella vita, magari solo per un breve tratto, per curiosità, orgoglio, spirito di appartenenza. Pochi per devozione, tanti per potersene vantare a casa con gli amici. Ed è inevitabilmente il più addomesticato, a misura di pellegrino e delle sue infinite esigenze. Quel pellegrino che riversa e porta con sé sul cammino il suo stile di vita, gli oggetti di cui ama circondarsi, le virtù e i pregiudizi. Così non c'è da meravigliarsi se il cammino è sommerso da una profusione di tecnologia, sotto forma di cellulari, tablet, accumulatori, riduttori, cavetti vari e altre diavolerie digitali, per cui in quasi tutti gli albergue ora si utilizza per la ricarica un supporto multiprese, possibilmente in posizione elevata. Una tecnologia, talvolta esasperata, che ammicca all'altrove, alla quotidianità vista come un salvagente, una via di fuga e di personale compiacimento, un baluardo fedele contro qualsiasi intrusione sgradita. Il Cammino dunque preda delle mode del momento; ne ha viste tante negli anni, passerà anche questa...Si dirà che se tutto evolve, anche il Cammino dunque non fa eccezione, si adegua ai tempi. Non c'è dubbio e, se pensiamo ai pellegrini del Medioevo, ne è passata di acqua sotto i ponti da allora. L'unico motivo che ci potrebbe ancora accomunare a quei nostri antenati è la devozione religiosa, ma, a quanto pare, col tempo se ne sono perse le tracce o quasi. A sostegno e ricordo sono rimaste le canoniche funzioni religiose di inizio e fine pellegrinaggio, e in mezzo, a guisa di enclavi in terra straniera, pochi e coraggiosi albergue parrocchiali, dove forse, a motivo dell'ospitalità essenziale e spartana, si respira ancora aria di altri tempi. Penso a quello di Viana con i materassini per terra, la messa prima della cena comunitaria e un lungo momento di meditazione prima di coricarsi. Per me quasi uno shock, anche se ne ho apprezzato lo spirito.

Parlare del mio cammino significa anche rievocare persone, talvolta solo volti anonimi, paesaggi che si imprimono in maniera indelebile nella mente, scorci di vita vissuta, momenti di gioia inattesa, ma anche di una solitudine che non sempre conforta. E un denominatore che tutto abbraccia: un'ansia sottile dovuta alla condizione fisica non proprio al top, a causa di una sciatalgia che mi sono portato appresso da casa. Poi ho scoperto che qualcuno se l'era procurata camminando, oppure doveva fare i conti con problemi fisici di altro genere, ma non meno invalidanti. Un po' la cosa mi ha ridato morale, anche se le frequenti soste verso il fine tappa o alle prese con una salita mi hanno persuaso che dovevo vedermela solo con me stesso. E' stato così un cammino parallelo con i suoi timori, fragili speranze e la voglia di non mollare.

Adesso che sono tornato dal cammino so che quella non è stata una sfida, non poteva esserlo. Forse, è stato solo un piccolo granello di sabbia dentro un ingranaggio per rendere la cosa più avvincente. E devo anche confessare che se mai ho provato qualche delusione è stato dopo l'arrivo a Santiago. Dopo due ore passate quasi interamente in coda per il ritiro della Compostella, avevo deciso di andarmene a Fisterre col bus. Ma era domenica e l'unico bus disponibile partiva solo la sera. Troppo tardi. Non ho cercato hostal e sono andato subito al Seminario Menor dove per dormire ho pagato la tariffa più alta di tutto il cammino, e dove ospitavano un po' di tutto: famiglie intere con bambini piccoli e gruppi numerosi di ragazzi arrivati coi bus, mentre i loro zaini li attendevano ammucchiati all'ingresso. Peccato che nessuno si sia preso la briga di avvertirli che in mezzo a loro c'era anche gente che non era lì per fare gazzarra. Evidentemente la concorrenza si è fatta spietata e allora...Chissà se serve ancora la credenziale per entrare.

Era troppo vivo il ricordo dei giorni passati e questa Santiago mi veniva a noia, anzi no, mi dava fastidio, con la marea di turisti, i pullman e quella sgradevole sensazione di strisciante voracità che emanava dai locali pubblici, negozi e bar/ristoranti che fossero. Avevo già nostalgia della solitudine di S. Nicolas, della cena comunitaria di Ruteilan dove le lingue parlate non erano meno delle persone intorno al tavolo, delle sere dove un silenzio ovattato introduceva al sonno.

Ogni cammino lega indissolubilmente il suo ricordo a un episodio, un volto, un'emozione. Qualcosa di unico, di irripetibile. A me è successo verso la fine. Quel giorno ero arrivato all'albergue municipale di Hospital de la Cruz, nella pancia profonda della Galizia, sotto un sole africano. Più tardi ha fatto capolino all'ingresso una ragazza minuta, dall'espressione sconvolta dalla fatica. Scelse un letto isolato all'altro capo della camerata, buttò lo zaino a terra e si gettò prona sul materasso. Per più di tre ore non si mosse. Quando tra un acquazzone e l'altro ho deciso di andare a cena lì vicino, a letto non c'era più.

L'ho ritrovata nell'unico ristorante in attesa dell'ora per la cena, sola, seduta a un tavolo enorme. Sembrava ancora più esile, l'espressione impaurita. Mi sono seduto allo stesso tavolo, le ho fatto un sorriso stiracchiato e lei ha ricambiato. Al suo “Do you speak English” ho nicchiato con aria colpevole. Siamo comunque riusciti a scambiarci almeno i nomi. Guardavamo i rivoli d'acqua che solcavano le vetrate alle nostre spalle. Ho improvvisato qualche gesto a cui Amenda rispondeva divertita. Abbiamo cenato in silenzio sullo stesso lato del tavolo con un occhio al temporale che si stava addensando sulla campagna. Forse, era solo un modo per toglierci dall'imbarazzo. L'ho guardata di sfuggita, sembrava una bambina. Viso tondo, ben fatto, pelle chiara. L'espressione emanava una luce che prima non c'era. Al termine della cena ho visto che armeggiava con il cellulare, scriveva qualcosa. Ho pensato al solito messaggino, e invece ha girato lo schermo dalla mia parte aspettando una qualche reazione. Ho saltato la frasettina in inglese e ho letto sotto: “Grazie per la compagnia, oggi mi sentivo veramente triste”. Sono rimasto sorpreso, senza parole. Ma cosa potevo dirle? Forse, bastava digitare qualcosa sul suo cellulare, invece, sono rimasto lì come un allocco senza fare nulla.

Il giorno dopo sono partito di buon'ora verso Melide, Amenda dormiva ancora.

Non l'ho più rivista.
 

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