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Tesi sul cammino

Manu91

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Salve a tutti...rientrare dopo tanto tempo su un forum che mi ha aiutato a sciogliere tanti dubbi è come rincontrare un amico :-P
Finalmente sono riuscita a trovare un professore che ha appoggiato la mia idea di una tesi sul cammino di santiago. Mi sto per laureare in psicologia (triennale) e credo di essere una delle poche con un relatore di antropologia culturale :-))
La mia idea iniziale era decisamente troppo ampia...volevo parlare del cammino come viaggio di ricerca dell'equilibrio tra socialità e solitudine, ma purtroppo ho dovuto ridimensionare e mi è stata proposta un'idea originale e più focalizzata: scrivere sulle memorie e le tracce lasciate dai pellegrini durante il percorso...avendo fatto sia il francese che la plata potrei fare un paragone e raccontare di come le varie tracce (che siano simpatiche, di incoraggiamento o di memorie vere e proprie) aiutino il pellegrino nei momenti critici e come la loro assenza renda il cammino meno cammino e più escursione...detto questo...sono alla ricerca di spunti e idee attorno a questo tema! se vi ispira e volete darmi qualche consiglio, ve ne sarei molto grata! Buona giornata :flecha: :-)
 
Io ho appena discusso una tesi per la magistrale in psicologia sulla psicologia dei cammini a piedi.
Molto jung. Un po di Seligman.
E ovviamente psicologia delle religioni con James e Otto.
Saluto

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A Manu 91 un grande "in bocca al lupo" per la tesi e a Piemunt congratulazioni
Vittoria
 
Grazie.

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uau
e si potrebbe poi trovare uno spazio per mettere un link sul forum alle vostre tesi, o almeno a una sintesi :-)
ci penso, Manu...

abbracci
 
Eh si. La mia però credo sia di poco interesse in quanto è piu che altro un'analisi degli aspetti psico religiosi, e dell'archetipo del pellegrino.
Non il pensiero che va per la maggiore.

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ciau piemunt, non so perchè credi questo...
a me interessa molto, archetipi, simbologie, trasformazione nel cammino, gli aspetti psicologici e via dicendo...
se per caso la si può trovare da qualche parte, io la leggo volentieri :-)
buona giornata
 
Pure io piemunt .....

Edo
 
piemunt ha scritto:
Eh si. La mia però credo sia di poco interesse in quanto è piu che altro un'analisi degli aspetti psico religiosi, e dell'archetipo del pellegrino.
Non il pensiero che va per la maggiore.
Anche a me interessa parecchio!

Leo
 
Manu91 ha scritto:
La mia idea iniziale era decisamente troppo ampia...volevo parlare del cammino come viaggio di ricerca dell'equilibrio tra socialità e solitudine, ma purtroppo ho dovuto ridimensionare e mi è stata proposta un'idea originale e più focalizzata: scrivere sulle memorie e le tracce lasciate dai pellegrini durante il percorso...avendo fatto sia il francese che la plata potrei fare un paragone e raccontare di come le varie tracce (che siano simpatiche, di incoraggiamento o di memorie vere e proprie) aiutino il pellegrino nei momenti critici e come la loro assenza renda il cammino meno cammino e più escursione...detto questo...sono alla ricerca di spunti e idee attorno a questo tema! se vi ispira e volete darmi qualche consiglio, ve ne sarei molto grata! Buona giornata :flecha: :-)

Bel tema, davvero originale :-) Le tracce rivolte agli altri, che incoraggiano, che raccontano sono sempre belle da trovare. Le tracce soltanto autocelebrative (come quelle che imbrattano le pietre chilometriche in galizia) sono fastidiose. Io ricordo con particolare piacere tutte le "flechas" composte di pietre, soprattutto nei tratti montani: per quanto non permanenti (anzi forse proprio per questo) sono molto nello spirito del cammino.
Mi piacciono anche le scritte e gli slogan che invitano a porre l'attenzione all'atto del camminare in sé: ad esempio la scritta "good speed is your speed" che ho trovato (se non ricordo male) dopo villar de mazarife. E anche il cartello di stop trasformato in "don't stop walking" subito dopo roncisvalle.
Non sono veri e propri segnali, ma anche le offerte di piccoli frutti, biscotti e altro lasciate in mezzo al bosco, con l'invito a lasciare un donativo, sono certo qualcosa di speciale che dà un messaggio importante di compagnia e di sostegno a chi cammina.
Insomma l'argomento è stimolante, chi continua? :-) :flecha:
 
Ok, la tesi l'ho discussa il 5 marzo. Non so come funziona a livello di diritti. Non vorrei ci fossero casini con l'università. Domani sento l'ufficio tesi per capire se non è un problema diffonderla su internet senza violare diritti di chissache.
Quando anni fa finii il poli ricordo che serviva l'autorizzazione dell'uni .... ma don passati parecchi anni.
Vi aggiorno. Ciao

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La sistemo togliendo un po di cose troppo teoriche e nel giro di qualche settimana la propongo in versione più pellegrina. Saluti

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Ciao! Mi interessa tutto ciò che riguarda il Cammino perchè leggerne o vedere immagini mi fa sentire di nuovo pellegrina, illumina il presente e mi apre nuovi orizzonti perciò mi piacerebbe leggere anche il tuo lavoro se possibile. Saluti
 
Qualche anticipazione tratta dalla tesi in fase di rielaborazione:

- dal capitolo 3: Sulle caratteristiche dei cammini a piedi

3.5 La vulnerabilità’
Il pellegrino allontanandosi dalla propria casa diviene vulnerabile da molti punti di vista. É vulnerabile perché si è volontariamente allontanato dalle certezze della vita che conduceva. É vulnerabile perché il fatto di mangiare o dormire dipenderanno non solo dalla propria volontà, ma da circostanze esterne al di fuori del proprio controllo. É vulnerabile perché la partenza implica non solo il distacco dalle proprie radici ma spesso anche la perdita dell'identità posseduta fino a quel momento. La vulnerabilità equivale, in termini religiosi, a vivere l’esodo dello spirito, simile ai lunghi anni nel deserto alla ricerca della terra promessa per il popolo di Israele (Nieuviarts,2008, p.25).

3.6 La leggerezza
La vita del pellegrino a piedi implica la necessità di accontentarsi del poco di cui dispone. Il pellegrino impara a vivere in modo leggero. Si diventa pellegrini leggeri con la pratica e serve sempre un po’ di tempo per imparare che il poco di cui si dispone può essere più che sufficiente. I bagagli sono fisicamente pesanti da portare, e, tanto più pesante è lo zaino tanto più elevata la probabilità che si verifichino problemi al fisico.
La leggerezza del bagaglio paradossalmente implica, con il tempo, che pure i pensieri divengono leggeri e si scopre spesso con grande gioia che leggeri è meglio. Le troppe cose, la possibilita’ di scegliere tra troppe alternative, così come troppi pensieri sono di peso, d’intralcio alla ricerca del pellegrino. Nieuviarts (2008) sintetizza: “E in questo forse consiste in profondità la natura del pellegrinaggio: lenta spoliazione per raggiungere gradualmente l’essenziale, che è interiore e indicibile” (Nieuviarts,2008, p.25).

3.7 Consumo di forze e generazione di energia
Intraprendere un pellegrinaggio a piedi significa affrontare una prova fisica impegnativa. Camminando per lungo tempo e per lunghi tratti si consumano le energie, e, passo dopo passo, si esauriscono le forze e ci si sente fisicamente stanchi. Con il tempo, il pellegrino impara che spesso la stanchezza fisica si accompagna a stati di serenità mentale e di benessere profondo. La fatica fisica porta il pellegrino ad avere un nuovo rapporto con lo spazio che lo circonda, ma anche con il tempo e con le persone con cui viene a contatto. Sono comuni i resoconti di pellegrini che raccontano che, dopo qualche giorno di pellegrinaggio, quando la fatica incomincia a farsi sentire iniziano a scoprire parti ed elementi del corpo di cui prima non erano coscienti (per esempio un piede che duole, o un ginocchio che scricchiola). Tale consapevolezza, che generalmente non è presente nella vita di tutti i giorni, porta il pellegrino a rivedere il centro di gravità di se stesso e della propria vita. Accade allora che il modo di vivere di prima viene relativizzato insieme ai valori precedenti e si scopre un nuovo modo di vivere in cui si riacquista fiducia nelle proprie risorse psichiche ma anche fisiche. Camminando a lungo si riscopre il piacere e il gusto di vivere e la connessione con ciò che ci circonda. Cio’ e’ molto importante perche’ permette al pellegrino di rivedere la propria vita sotto una luce nuova. Il pellegrino vede scorrere i momenti belli e quelli difficili, le situazioni di vita forse mai elaborate che pesano, e che rappresentano ferite aperte. Il cammino a piedi diviene un metodo per passare al vaglio tutte queste situazioni passate, e che permette di integrarle nella pellegrino (Nieuviarts,2008, p.29). I racconti dei pellegrini ci informano che spesso le difficoltà e le fatiche connesse con il camminare per lungo tempo portano a rompere i circoli viziosi che ci portiamo dentro come per esempio storie e dolori personali. Avviene che una fatica fisica interrompa un dolore psichico: nella mente si aprono così insperate prospettive verso nuove opportunità e nuove vie mai battute prima.

:flecha:
 
..ed un altro estratto che si introduce meglio l'argomento della tesi:

4.1 L’archetipo del pellegrino
L’archetipo del pellegrino fa riferimento a una tipologia di esperienze umane molto simili che si ritrovano nelle culture di tutti i popoli del mondo e che sono caratterizzate da un comune denominatore: il viaggio da uno spazio non sacralizzato a uno sacro dove esiste una qualche forma di tempio (Cardini, 2006, p.32).
Il pellegrino in cammino vive, consciamente o inconosciamente, l’esperienza dell’archetipo del pellegrino mettendosi gradualmente in contatto con una forza misteriosa e potente, che lo investe, che gli trasmette un grande vigore e che, in ultima istanza, cambia la sua vita in meglio.
J.D. Clift e W.B. Clift (1996) osservano che i pellegrinaggi costituiscono una di quelle esperienze umane che continuano a realizzarsi con costanza in tutto il mondo. Cio’ avviene perché l’archetipo richiamato dal pellegrinaggio, quando è vissuto, porta a risultati concreti, sentiti e percepiti come importanti da chi ne fa esperienza. Molto spesso tali risultati si concretizzano in esperienze con una forte connotazione religiosa e mistica. Come tutti gli archetipi, anche l’archetipo del pellegrinaggio è vissuto da chi ne fa esperienza come assolutamente reale e convincente.
J. D. Clift e W.B. Clift (1996) argomentano, a questo proposito, che la veridicità e l’impatto dell’esperienza del pellegrinaggio risultano scontate agli occhi del pellegrino, ma quando questi tenta di trasmettere, almeno in parte, il suo vissuto, mediante il racconto, a chi non è mai stato pellegrino, ben difficilmente verrà compreso dall’uditore. Chi ascolta spesso non trova ne’ convincenti ne’ realistici i racconti del pellegrino, tanto meno, riesce a capire il desiderio del pellegrino di imbarcarsi nuovamente in una simile esperienza (J.D. Clift e W.B. Clift, 1996, p.11).

ciao :-)
 

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