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TESI

Diego B

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Hola a tutti.
Ancora tre esami e spero di riuscire a laurearmi, ma... l'argomento che ho scelto per la discussione di tesi è abbastanza complesso dato che cerca di dare una risposta alla domanda se il pellegrinaggio a Santiago de Compostela costituisca, o no, un fenomeno antropologico a sé stante. Ovviamente a questa domanda, da pellegrino, rispondo affermativamente tentando di argomentare sulla peculiarità del fenomeno che per me è unico nell'ambito del mondo religisoo cristiano e dunque assai caratteristico per gli studi delle scienze umane. Ora, trattandosi di un lavoro di taglio antropologico ho la necessità di condurre un cosiddetto "lavoro sul campo". Questo campo, per me, è raccogliere altre voci di pellegrini, le vostre se accetterete. Certo non baso le mie letture e la mia ricerca solo in questa discussione.... ma sono convinto che voi potrete indicarmi, con la vostra schiettezza, sentieri che da solo non riuscirei a scorgere. Pertanto vi sottopongo, per ora, la seguente domanda: il moderno pellegrino cristiano compostelano cosa acquisice a Camino effetuato? Ringrazio anticipatamente chi vorrà rispondere.
Diego B
 
Mi piacerebbe molto rispondere alla tua domanda, ma temo di non poterlo fare prima del prossimo anno. Quello che posso però dirti già adesso, sperando di non andare OT e di non ribadire l'ovvio, è che il moderno pellegrino non è solo un/il cristiano che cerca il contatto con l'apostolo, ma, a mio modestissimo parere, è una figura antropologicamente e sociologicamente complessa, sfaccettata, moderna. Tutti i pellegrini acquisiscono qualcosa e, forse, è proprio la stessa cosa che alla fine ci si porta a casa.

f.
 
Ciao Diego, se non hai fretta, ti risponderò dopo aver percorso il mio primo cammino (esattamente tra 2 mesi e 5 giorni partirò).
A presto
 
Innanzitutto, ciao Diego.
Tornando alla tua domanda (semplice all'osso da far paura) devo premettere che non posso dirmi moderno pellegrino cristiano compostellano.
Malgrado la premessa, penso comunque di poter rispondere: alla fine del Cammino il pellegrino trova la Grazia.
Non una grazia, ma la Grazia tout court, ovvero consegue uno stato di beatitudine dato dalla comunione intensa, reale, quotidiana e palpabile con... con cosa?
Con se stesso? Con Dio? Con le energie del cosmo? Con il proprio destino? Con... vattelappesca, boh?
Diciamo che consegue la possibilità di incontrare un piano della realtà diverso dalla quotidianità, poi il resto sta a lui.
Il motivo per cui alla fine del Cammino sia data ai pellegrini questa possibilità non lo comprendo appieno.
Non si tratta comunque di un premio, semmai di una ricompensa per i disagi e le fatiche patiti, viatico necessario ed irrinunciabile per conseguire, appunto, la Grazia.
La prova?
Il Cammino fatto in macchina non funziona. ;-)
 
Mi piacerebbe offrirti un contributo, ma quel "cristiano" mi taglia fuori dalla tua domanda. Se la tua ricerca dovesse allargare, in futuro,il "target" (oddio che brutta parola... :-o ) sarò ben lieto di aiutarti nel tuo lavoro.

Fly
 
chinasky ha scritto:
Mi piacerebbe molto rispondere alla tua domanda, ma temo di non poterlo fare prima del prossimo anno. Quello che posso però dirti già adesso, sperando di non andare OT e di non ribadire l'ovvio, è che il moderno pellegrino non è solo un/il cristiano che cerca il contatto con l'apostolo, ma, a mio modestissimo parere, è una figura antropologicamente e sociologicamente complessa, sfaccettata, moderna. Tutti i pellegrini acquisiscono qualcosa e, forse, è proprio la stessa cosa che alla fine ci si porta a casa.

f.

puoi parlarmi del "contatto con L'apostolo"?
 
Cinzia69 ha scritto:
Ciao Diego, se non hai fretta, ti risponderò dopo aver percorso il mio primo cammino (esattamente tra 2 mesi e 5 giorni partirò).
A presto

non ho fretta... perché non mi dici allora, per adesso, cosa ti aspetti?
 
FraViC ha scritto:
Innanzitutto, ciao Diego.
Tornando alla tua domanda (semplice all'osso da far paura) devo premettere che non posso dirmi moderno pellegrino cristiano compostellano.
Malgrado la premessa, penso comunque di poter rispondere: alla fine del Cammino il pellegrino trova la Grazia.
Non una grazia, ma la Grazia tout court, ovvero consegue uno stato di beatitudine dato dalla comunione intensa, reale, quotidiana e palpabile con... con cosa?
Con se stesso? Con Dio? Con le energie del cosmo? Con il proprio destino? Con... vattelappesca, boh?
Diciamo che consegue la possibilità di incontrare un piano della realtà diverso dalla quotidianità, poi il resto sta a lui.
Il motivo per cui alla fine del Cammino sia data ai pellegrini questa possibilità non lo comprendo appieno.
Non si tratta comunque di un premio, semmai di una ricompensa per i disagi e le fatiche patiti, viatico necessario ed irrinunciabile per conseguire, appunto, la Grazia.
La prova?
Il Cammino fatto in macchina non funziona. ;-)


premio... ricompensa... :roll:
 
flyover ha scritto:
Mi piacerebbe offrirti un contributo, ma quel "cristiano" mi taglia fuori dalla tua domanda. Se la tua ricerca dovesse allargare, in futuro,il "target" (oddio che brutta parola... :-o ) sarò ben lieto di aiutarti nel tuo lavoro.

Fly

no Fly, :no: non penso che quell'aggettivo/attributo ti possa tagliare fuori... perché, anzi, non provi per un momento a far finta di esserlo? sarebbe interessante sapere anche da te cosa ti saresti aspettato...
 
la bellezza di essere quello che si è.
senza maschere.
senza schemi.
senza ruoli.
essere quello che si è in tutta libertà.

la bellezza del mondo, e della vita, e delle infinite potenzialità davanti a noi.
e l'oceano di finisterre è una buona metafora.

la certezza che queste bellezze sono dei doni di Dio.


un abbraccio.
cri
 
no Fly, :no: non penso che quell'aggettivo/attributo ti possa tagliare fuori... perché, anzi, non provi per un momento a far finta di esserlo? sarebbe interessante sapere anche da te cosa ti saresti aspettato...

concordo diego, "nessuno si senta escluso". il cammino per santiago è nato in un'epoca in cui "cristiano" era quasi sinonimo di "uomo". e anche per chi non crede penso che sia proficuo misurarsi con questa idea di uomo nel momento in cui si intraprende il cammino. non pensate che anche l'uomo medievale non avesse riserve che oggi definiremmo da agnostico o da ateo... però si diceva ugualmente "cistiano". in fondo il cammino verso l'apostolo è un cammino verso qualcosa che si riconosce come originario per la nostra esperienza di europei, di popolo. questo penso che valga per tutti.
avrei molte cose da dire sull'argomento. penso di aver risposto alla tua domanda nel mio diario di cammino, se avrai voglia di leggerlo (link nelle mie info qui a destra).
in breve però posso dirti che il cammino è il privilegio di far coincidere una esperienza di vita con la metafora perfetta della vita cristiana. la vita cristiana è cammino, e almeno per un mese nella vita può esserlo davvero, non soltanto in senso metaforico. se ci penso la gioia, a volte l'euforia che porta dipende proprio da questo, vedere il senso per una volta concretizzato nella strada, nei passi da fare uno dietro l'altro. per una volta lo scopo è davanti ai miei occhi, non nascosto, non difficile da recuperare ogni volta con l'impegno del fare memoria della appartenenza cristiana, che si dimentica così facimente. la strada è memoria, in tanti sensi: è memoria storica, ma è memoria anche di Cristo. le reliquie degli apostoli (pietro a roma, giacomo a santiago, Cristo stesso a gerusalemme) erano "il punto fisico più vicino a Cristo" da raggiungere. non è diverso per me oggi. io ho camminato meditando sulla "contemporaneità e compresenza" in Cristo. se Cristo c'è, tutti quelli che sono con lui (che hanno camminato con lui) mi sono contemporanei e stanno con me. li ho trovati tutti su quella strada, da san francesco all'ultimo sconosciuto pellegrino che magari è morto di fatica o ucciso dai briganti.
spero di essere stato chiaro. buon lavoro, che bella tesi! :-)
 
Uhm. E' argomento assai interessante.

Tanto quanto camminare su una lastra di ghiaccio molto sottile.... :-))

Ti rispondo così:

Anni fa ho scritto questa frase, "Allora avevamo almeno la piccola, misera consolazione della nostra ignoranza. Adesso invece, sappiamo. E siamo prigionieri del nostro pianeta".

Ecco, il Cammino è questo. Se ci vai, dopo "sai".

Quindi questa semplice parola ti dice quello che trovi. Una consapevolezza.

E dal Cammino, come scrisse Sardina, non si torna più.

Quanto alla fenomenologia antropologica, bisogna a mio avviso contestualizzare il fatto.
Parliamo del Cammino "dopo" il 1989 o del Cammino tout court? Perchè la consapevolezza che quasi tutti noi pellegrini troviamo (in prima e semplicistica istanza), e che si può fare a meno.
La seconda istanza, è che c'è gente che ti vede bello come sei (se lo sei) e non come appari. E se sei brutto, allora lo capisci o te lo dicono dritto e col sorriso.
La terza istanza, è che in cammino, di gente così, c'è un pienone. Te compreso.

E queste ultime due parole parlano, no?

"te compreso".
In tutti i sensi.

cià
Zot
 
Diego B ha scritto:
flyover ha scritto:
Mi piacerebbe offrirti un contributo, ma quel "cristiano" mi taglia fuori dalla tua domanda. Se la tua ricerca dovesse allargare, in futuro,il "target" (oddio che brutta parola... :-o ) sarò ben lieto di aiutarti nel tuo lavoro.

Fly

no Fly, :no: non penso che quell'aggettivo/attributo ti possa tagliare fuori... perché, anzi, non provi per un momento a far finta di esserlo? sarebbe interessante sapere anche da te cosa ti saresti aspettato...

La verità,qualsiasi verità, cambia nel tempo e nel luogo. Anzi, la verità non esiste ma esiste una lavagna bianca nella quale ognuno di noi proietta le proprie impressioni ovvero la propria forma di verità: ma è solo la propria e non la verità assoluta. Quindi "si fa finta" di esser padroni di una verità, mentre in realtà si è certi solamente della nostra "percezione" di essa. Ora tu mi chiedi,quindi, "di fingere di fare finta":un compito ciclopico! :-) Premesso ciò e visto che la tua domanda si "estende" a tutti i Pellegrini,ciò che posso dire senza "far finta di..." e senza elargire certezze che non possiedo, è questa: non aver trovato alla fine dei miei percorsi alcuna epifania o consapevolezza diversa da quella che già mi era propria:il Cammino non mi ha tolto ne' mi ha aggiunto,però mi ha lasciato un dubbio che non riesco a risolvere e che mi angustia ogni volta che metto il naso fuori di casa: "come è possibile che in Cammino le persone (nella stragrande maggioranza) siano così positive, propositive, solidali,corrette,pronte a sorreggersi a vicenda e non avare nei sorrisi e negli abbracci,pronte alla condivisione,prodighe nello spezzare il pane col prossimo e spirituali,mentre nella "vita di tutti i giorni" tutto ciò è l'eccezione? Fingiamo nel Cammino perchè l'occasione lo richiede o fingiamo nelle città perchè ci vergognamo dei nostri alti sentimenti?

Fly
 
flyover ha scritto:
Fingiamo nel Cammino perchè l'occasione lo richiede o fingiamo nelle città perchè ci vergognamo dei nostri alti sentimenti?

Fingiamo nella città non solo perchè ci vergogniamo dei nostri (alti o medi, non importa) sentimenti, ma perchè non riusciamo ad abilitare la "forma mentis" per essere quotidianamente come siamo nel cammino.
Mi spiego meglio: nel cammino siamo TUTTI (o quasi con le dovute eccezioni) persone positive, propositive, solidali, corrette, pronte a sorreggersi a vicenda e non avare nei sorrisi e negli abbracci, pronte alla condivisione, prodighe nello spezzare il pane col prossimo e spirituali, e possiamo guardarci dentro l'un l'altro, ci riconosciamo senza tanti giri di parole. Nella vita quotidiana trovi senz'altro persone così ma molte non le riconosciamo, non riusciamo ad entrare in loro e loro non entrano in noi perchè non c'è corrispondenza di intenti e di conseguenza anche noi mettiamo in un angolo i nostri (alti o medi, non importa) sentimenti di "comunione" che abbiamo vissuto e provato ed esternato sul cammino.
Forse è proprio questo che dovrebbe lasciarci il Cammino: la capacità di leggere dentro i sentimenti altrui e la predisposizione al permettere agli altri di leggere dentro noi, nei nostri medio-alti sentimenti.
Non so se mi sono spiegata meglio o se ho fatto più confusione che altro........ :roll:
Patrizia
 
Ora non mi lapidate :hello: ...ma penso che l'esperienza del Cammino possa benissimo stare nell'insieme dei Grandi Viaggi.
Le fondamenta sono le stesse,
inquietudine
voglia di conoscere il mondo
voglia di conoscere le persone
voglia di conoscere se stessi.

Poi essendo un'esperienza che ti consente di riflettere in pace per gran parte della giornata,per forza diventa qualcosa di spirituale o filosofico. Religioso,per chi ha fede.

SUl fatto del "moderno pellegrino",penso di poter dire che parte del successo sia dovuto alla sicurezza e ai servizi che il Cammino offre. Oggi giorno pochi sono in grado di lasciar tutto e partire a piedi,pochissimi lo sarebbero se non ci fossero hostal,frecce gialle,guide,internet...
La nostra asticella di rischio calcolato è molto più bassa di quella dei tempi andati. Quanti di noi attraverserebbero i monti dell'Oca,sapendo che sono rifugio di banditi? Come forse lo era nei secoli passati.
 
Malin ha scritto:
Ora non mi lapidate :hello: ...ma penso che l'esperienza del Cammino possa benissimo stare nell'insieme dei Grandi Viaggi.
Le fondamenta sono le stesse,
inquietudine
voglia di conoscere...

uhmm :roll: interessante il viaggio con la sua inquietudine e curiositas, ma non sarebbe meglio parlare di un "arrivo"? Se il pellegrinaggio a Santiago ci lasciasse il fatto di essere arrivati all'arca del Santo?..
 
Zot ha scritto:
Anni fa ho scritto questa frase, "Allora avevamo almeno la piccola, misera consolazione della nostra ignoranza. Adesso invece, sappiamo. E siamo prigionieri del nostro pianeta". Ecco, il Cammino è questo. Se ci vai, dopo "sai". Quindi questa semplice parola ti dice quello che trovi. Una consapevolezza.

:roll: cosapevolezza o sapere, cioè scusa Zot, a quale sapere ti riferisci o intendi?
 

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