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trailer... Cammino primitivo

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Gente, parto anch'io... stavolta per attraversare l'Italia... chissà cosa ne verrà fuori...

e dato che sarò via per un po', quasi quasi vi lascio un trailer del mio ultimo diario (quello del primitivo dell'anno scorso...) e per favore, se qualche anima pia lo legge e mi subissa di complimenti (anche ipocriti, anche fasulli, non mi interessa!!),ne sarò veramente felice!!!

Ecco qua,

11 luglio 2008 Orio – Oviedo

Stavolta non ho voglia di partire: questi due giorni trascorsi a casa dopo il ritorno dalla Sardegna si sono trascinati in un delirio di lavoro; non ho scritto né telefonato a nessuno, soltanto lavorato, senza posa. Avrei voluto decomprimermi un attimo, impigrire qualche giorno, lasciar maturare lentamente questa partenza al calore di una settimana di ozio e noia. Invece no.
Invece mi trovo proiettata sul pullman, col solito zaino leggerissimo, per niente convinta e quasi di malavoglia, tutt’altro umore rispetto ad un anno fa.
Non so, mi infastidisce l’idea di cercare ancora le medesime cose, il pensiero di essere sempre sporca, di ricominciare ogni mattina senza mai riposare, e poi tutto questo parlare e scrivere di cammino, non mi sembra di aver lasciato il cammino da un anno, mi sembra sempre di essere appena tornata e in questo momento, per me, non è una bella sensazione.

Ciò che vorrei sarebbe poter dormire, prendermi una settimana di ozio in un posto bello e accogliente. Invece non ci riesco mai: inutile inventare ragioni, il tormento è dentro di me.
Ieri mi ha chiamato Antonio, del resto la colpa è mia, come Campanellino ho svolazzato disseminando polverina luminosa. Non so cosa mi accada, di colpo mi riesce facile avere la sensazione di piacere, senza provare interesse, è così anche con Paolo e Massimo, o con Roberto, che per me è come un fratello e mi considera la sorella che non ha. E nessuno di loro mi piace, neppure un po’, ma mi piaccio io come sono. O forse nessuno di loro è abbastanza letterario, nessuno di loro è passato attraverso la smaterializzazione e la successiva ricostruzione sotto forma di personaggio fantastico, come ho fatto con Lulu o con Josè.

Ho scambiato qualche sms con Gianfranca, che ormai ha raggiunto Carrion de los Condes. Ci siamo sentite spesso in questi giorni, sin da quando ero in Sardegna con Riccardo e correvamo lungo la strada per Alghero.
Venti giorni fa i suoi messaggi sembravano provenire dallo spazio siderale, ed ora sono qui anche io, in quella stessa altra parte del mondo.
Leggo i suoi messaggi e tutto, del Cammino Francese, mi suona familiare: ogni paese è come se l’avessi appena visitato, singolare e scontato insieme.
Il luogo di villeggiatura più lungo del mondo. Mi rifugio nel pensiero del Francese perché questo Primitivo invece non mi attira, forse le Asturie meritavano altro; ieri, leggendo dei Picos de Europa mi sembrava di stare sbagliando tutto, non so.

Sono già arrivata ad Orio. Come sono squilibrati questi diari, mezza pagina per un percorso insignificante e niente sulle persone che vedo, sulle cose che penso.
Ho iniziato a leggere i resoconti di chi ha fatto questo cammino prima di me, e naturalmente le descrizioni sono tutte avvincenti, anche se non fanno che ripetere quanto sia duro questo cammino: proprio quest’anno, che ho la gamba dolorante e che sono già così stanca. Ora come ora mi piacerebbe arrivare a Lugo e poi evitare la confusione del Francese. Ennesima banalità, vulgata del cammino: in luglio Melide, Arzua, Palas del Rei, sono una schifezza. Ma sarà poi vero? E cosa significa ressa, per una che è costretta ogni giorno a farsi largo a spallate sui vagoni della metropolitana?

Poi sarebbe bello da Lugo prendere i pullman blu e grigi dell’impresa Freire, la mitica linea Lugo Santiago, poi chissà, arrivare a Finisterre. Ma non so se ce la faccio coi tempi.

Certo, le Asturie mi attirano, le immagino verdi e boscose, non riesco ad associarle alle miniere ed alla rivolta del 34. Ho comprato all’edicola dell’aeroporto un romanzetto storico che mi ronzava attorno da un po’, come feci l’anno scorso con la porcheria di Diana Gabaldon. Ennesima deprimente fotocopia di gesti già compiuti. Questo si intitola “il vangelo di Maria Maddalena”, e già il titolo la dice lunga; secondo il risvolto di copertina sembrerebbe l’ennesima imitazione del Codice da Vinci, coi catari e la Francia come nell’insopportabile “la Bibbia di Argilla” che non sono riuscita a finire qualche mese fa. Manca poco all’arrivo, sono le undici e mezza, ho dormito, l’aereo pullula di gente che va avanti e indietro, irrequieta.

A Orio, nell’attesa dell’imbarco ho indottrinato tre uomini di mezza età che affrontavano per la prima volta il cammino. Faranno solo la Galizia, hanno già rovinato i piedi con allenamenti scriteriati, portano zaini pesantissimi, pensano che l’essere maratoneti li predisponga ad ogni cosa. Errori da principianti, insomma, che ho tentato di raddrizzare in extremis, infiammata di sacro e ridicolo zelo. Quanto mi detesto, quando assumo questi toni da sacerdotessa del cammino; quando spiego, racconto, istruisco, e alla fine pretendo che tutti si attengano supinamente alle mie indicazioni. Irritandomi, allorché la mia scienza infusa non viene accolta col reverente stupore che meriterebbe.
E vorrei tenerli tutti sotto le mie ali come l’evangelica chioccia, rimanere in contatto, sapere, verificare. Eppure so bene che la gente prova un istintivo fastidio per la mia eccessiva, sovietica assertività. Come se non sapessi, poi, che il cammino si crea all’interno di ciascuno di noi, senza alcun bisogno dei miei paternalistici interventi.

*

A Valladolid fa freddo, il cielo è basso, striato dalle nubi violacee che tanto hanno fatto ballare l’aereo nei minuti che hanno preceduto l’atterraggio.
Dalla radio dell’autobus una voce ciarla in spagnolo. Si parte.
Il grano è ancora alto, la terra qui è appena ondulata. Pastiglia; orizzonti tanto vasti da far sembrare i capannoni modellini sperduti in un plastico. Ogni volta che si arriva in un paese nuovo è una sorpresa: il paesaggio non era imprevedibile eppure mi riesce sempre difficile razionalizzare, collegare lo sguardo al cuore, alla mente.
E’ così difficile connettere il mio concetto angusto e frammentario di Spagna a ciò che vedo. Com’è possibile che un paese prospero, civile, europeo, abbia spazi così immensi? Come si può sentire “casa”, “patria”, un ambiente tanto assurdamente dilatato, inospitale, così giallo?
Le nazioni sono solo un disegno tracciato su una mappa, è facile immaginarle come un frammento di ciò che si conosce, vedere i luoghi nella loro realtà è un trauma culturale, non è facile accettare la relatività di ogni esistente.
Qui, la civiltà sembra colare sulle colline come una glassa appiccicosa, o come catrame. E forse l’alterità del paesaggio rende più evidente la bruttezza dei cartelloni o dei palazzi, quelli sì tanto simili a ciò che ben conosco.

Fra il grano ondeggiano i papaveri. Oltrepassata una curva la strada scende e appare Valladolid. Che nome secentesco, da Spagna profonda, da siglo de oro. Non vedo la città moderna, nella mia fantasia è una rocca fantastica, cervantina.
Ricordo la prima volta che ho visto il nome su un cartello stradale, ero alle soglie di Leon, su quel tratto infernale di cammino che corre lungo l’autostrada. Ad un certo punto il camino deviava a sinistra, verso l’interno e la massa brutale del Banco de Espana, mentre a destra la carretera si lanciava verso il cuore della Spagna, preannunciando, fra le tante destinazioni, la più misteriosa e suggestiva, Valladolid.
Come anche Toledo, Segovia, Oviedo.
Nomi che sanno di spade e ventagli, di cortigiani in nero, nere monache e frati dagli occhi torvi, mantiglie intraviste dalle grate e duelli in strade a malapena illuminate dalle torce.
Ho lasciato a casa il quaderno con gli appunti di grammatica spagnola, peccato, mi sarebbe potuto servire.
Oltrepasso il rio Pisuerga: dove l’ho già sentito? Mi viene in mente San Nicolas, il ponte che separa Palencia da Burgos, non ne sono sicura. Non riesco a conciliare ciò che vedo col ricordo di San Nicolas.

*

Ho buttato un sguardo frettoloso a Valladolid ed ho realizzato che di due cose ho bisogno: una felpa e una cartina.
Dalla stazione dei pullman ho preso un viale, chiamato “dell’arco spezzato”; girato un angolo ho intravisto questo strano, enorme arco, forse il residuo di un acquedotto.
Poi, date le spalle alla periferia ho preso la via del centro, passando oltre un ospedale, giusto per ricordare a me stessa l’ubiquità della sofferenza.
Dopo qualche zig zag fra costruzioni massicce e viali alberati, ho raggiunto un viale che da un lato si affacciava su un parco e dall’altro era costeggiato da negozi poco interessanti – dove cioè i dolci erano scadenti e costosi - finché sono arrivata ad una grande piazza, ampio crocevia fra fontane e palazzi, dominata dall’accademia dell’aviazione, un bel palazzone dal décor traforato e vagamente moresco, trasudante delizioso fascismo ispanico. Non ricordo molto, ma certo qui nel 36 la fedeltà era a Burgos e qualcosa di quell’aria permane fra questi palazzi monumentali, rigidi, le vie squadrate, il monumento marziale di fronte all’accademia.
Valladolid. Si.
Sono ritornata a passo veloce verso l’autostazione – che rabbia, un cartellone promuove un ristorante peruviano, un menu fantastico a prezzi stracciati, ma solo la sera, e l’unica churreria della zona è chiusa – e mi sono accontentata di una ciambella all’anice, dura come certi dolci pugliesi, ma barata, che ho comprato ad una delle minuscole bancarelle nell’atrio della stazione degli autobus.
Solo dopo che ho fatto la mia difficile scelta ho scorto una mosca agonizzare fra le ciambelle superstiti, ma ormai alea iacta erat. E poi, è noto, ciò che non strozza, ingrassa, motto che dovrei far incidere sulla mia lapide, insieme a “ci penserò domani”.
Mentre rosicchiavo d’impegno il mio magro pasto, ho ritrovato i tre futuri pellegrini, in attesa del bus per Villafranca del Bierzo: è bastata l’aria del cammino e già l’atmosfera fra noi si era addolcita, ci siamo risalutati da vecchi amici – io con la bocca ancora piena di ciambella - ci si è augurato reciprocamente buon cammino e poi via, a mai più.
Sulle panche di fronte alle banchine degli autobus sfila uno spaccato di popolazione in movimento, vecchi, donne, ragazzi al ritorno da scuola.
Ed ora mi aspettano quattro ore di autobus, schiacciata nell’ultimo posto in fondo sul corridoio, il solo rimasto, il peggio del peggio. Spero che il paesaggio mi distragga, anche se sono stanchissima. Stavolta non dovrebbe venirmi la nausea come tre anni fa, visto che non ho bevuto né acqua né caffè.
E poi, tre anni fa da Villafranca a Bilbao ho trascorso dieci ore quasi filate in autobus, sarebbe venuta la nausea anche ad Antoniotto Usodimare.
Intanto cerco di ascoltare gli altri viaggiatori, per farmi l’orecchio. Il cielo è sempre nuvoloso, ci sono 23 gradi e una grande afa. Ed ecco, l’autobus scivola dolcemente sulla strada. Accanto a me una ragazza parla ininterrottamente al telefono. Mi chiedo chi le paghi le schede telefoniche. Per un po’ ascolto, poi, estenuata, cerco di isolarmi. Dormicchio.

*

Sono in un bar ristorante fetido – molto fetido – ad Oviedo, di quei posti che – forse un tempo - mi piacevano da morire. Purtroppo, il tempo è terribile: fa freddo e minaccia pioggia, sono tanto stanca e mi sento miserabile, e sono stufa di sentirmi miserabile, e sradicata e sfinita.
Ma ho deciso, domani me la prendo comoda, guardo la cattedrale e cerco di andare a Santa Maria de Naranco, poi arrivo a Grado e dormo in albergo. Questo, più che un ristorante, è una mescita piena di uomini, mi hanno apparecchiato un tavolino in fondo al bar, per non impegnare il minuscolo “comedor”.
Come primo piatto dell’unico menu del giorno, il padrone mi ha portato un’insalata con aceto, tonno e uova (triade perfetta di tutto quanto più mi disgusta).
Incredibilmente, vinta l’atavica iniziale ripugnanza, sono riuscita ad ingoiare tutto senza vomitare, anzi alla fine ho persino apprezzato. Mi sento soddisfatta come Steve Mc Queen in Papillon, quando mangiava gli insetti che estraeva dalle crepe del muro.

*

Il viaggio in pullman è stato estenuante, ho dormito, soprattutto, intravedendo di sottecchi questa Castiglia gialla e ondulata, immutabile. La strada incrociava di rado il cammino, percorrevo diagonali diverse, luoghi non riconoscibili se non per i nomi. Dopo Leon, mi sono distratta un attimo e già la pianura si è sgretolata in gole sempre più rocciose e verdi, mentre il pullman si addentrava in queste Asturie grigie e fredde, un po’ Abruzzo, un po’ Val d’Aosta.
A Oviedo, ho faticato per arrivare all’albergue: ero stanca e infreddolita, avevo indicazioni poco chiare e nessuna mappa. La stazione dei pullman si affacciava su di un ampio viale di scorrimento, da cui non era possibile indovinare la posizione del centro. L’ho attraversato e mi sono trovata proiettata in un altro viale altrettanto ampio, pieno di negozi e gente, che sembrava prolungarsi fino all’orizzonte.
Dopo un po’ che camminavo senza meta mi sono imbattuta in un centro commerciale della catena “Corte Ingles”.
Consapevole di cedere ad un richiamo per niente pellegrino, mi ci sono rifugiata, col pretesto di cercare una felpa, la sognavo col cappuccio, stile rapper.
Purtroppo la scelta era troppo ampia – sono appena iniziati i saldi - e non riuscivo a decidermi, anche perché sedotta da una camicia tecnica color cachi dal prezzo abbordabilissimo di otto euro. Nella mia morbosa indecisione ho persino infastidito inutilmente il commesso gentilissimo e molto distinto del reparto escursionismo. Poi, in un cassone pieno di articoli a metà prezzo ho trovato una fantastica felpa grigio bluastra di O’Neill, l’esatta materializzazione di ogni mio desiderio: cerniera, cappuccio, una bella scritta arancione.
Ma costava – seppure scontata al 50% - ben 49 euro.
Un sogno troppo ardito per le mie magre possibilità. Così, dopo averle svolazzato attorno per un pezzo, ho deciso di guardarmi in giro ancora un po’ alla ricerca di un’alternativa soddisfacente: in realtà cincischiavo attorno al nulla, aggrappandomi a quel barlume di vita “non pellegrina”, al fascino mercenario della “roba”, dei negozi, del non luogo. Ancora capace di provare vergogna per lo zaino sulle spalle, per il mio abbigliamento, sciatto persino secondo i canoni di un normale pellegrino, il che è tutto dire.
Quando sono uscita dal magazzino, pioveva ormai a catinelle. Mi sono accucciata in un angolo, ho spiegato kway e coprizaino, poi ho proseguito – non senza essere entrata, e subito uscita, da una bella churreria piastrellata senza ordinare nulla, per non cedere alla tentazione.
Finalmente mi sono fatta spiegare la direzione per l’albergue e, mentre risalivo un’elegante strada pedonale, ho trovato una bella libreria dedicata a Cervantes, sono entrata, per sottrarmi alla pioggia, e far evaporare l’umidità che mi intrideva fino alle ossa. Tornata in strada, ho bordeggiato il centro fino ad una piazza un po’ periferica, dove sono entrata – sempre con la felpa nel cuore – in un negozio di cinesi, i cui gestori parlavano uno spagnolo sgrammaticato, uguale allo sgrammaticato italiano parlato negli identici negozi cinesi di Milano.
Ma la roba puzzava di muffa, non era per niente economica nonostante la qualità scadente, e niente mi piaceva, cioè non ho trovato nulla di abbastanza caldo, felpato e cappucciato. Sono uscita sentendomi sferzare le spalle dall’odio del cinese.
A pochi metri dalla bottega cinese, ecco finalmente l’albergue, piccolo e abbastanza affollato, poco più di un appartamento con l’ingresso sulla strada, ma mi hanno assegnato la branda inferiore, come piace a me, e i bagni sono, tutto sommato, decenti.
Dopo essermi sistemata – cioè dopo aver srotolato il sacco a pelo e cambiato le calze - sono di nuovo uscita, cercando un posticino dove mangiare qualcosa di buono senza dissanguarmi.
Il centro storico iniziava proprio a ridosso della via dell’albergue, uno strano centro di strade inclinate, morbide salite e rotonde discese, che si abbracciavano come in una trottola. Ho girato per i bar elegantini dell’isola pedonale, i ristorantini elegantini, le piazzette popolate di vitaioli che si facevano l’aperitivo, era quasi come a Milano, ma un po’ più “cosy”.
Tutti luoghi fasulli e poco attraenti, così mi sono allontanata verso il piatto reticolo della periferia, cercando ancora l’impossibile posticino accogliente con cucina casalinga e porzioni abbondanti.
Alla fine, pur tentata da una sidreria accanto alla sede di un sindacato, non ho avuto il coraggio di esibire la mia ignoranza in materia di sidro ed ho deciso per questo localaccio vicino all’albergue, dove la scritta “restaurante” ex post sembra una presa in giro.
Però il lomo era commestibile, anche se infestato delle solite patate fritte – che detesto - il cameriere era gentile e la birra fresca.
Non è vero. Il gioco di Pollyanna oggi non funziona: sono demoralizzata, sempre la solita storia, lomo, patate fritte, un’insalata fetente, un letto umido.
Niente fabada, niente churro. Persino le delusioni sono ripetitive.
Ora andrò, sono quasi le dieci. Nonostante tutto, mi sento curiosa di iniziare, devo lavarmi prima che i bagni si affollino e decidere qualcosa in merito alla felpa entro domani mattina.

12 luglio 2008: Oviedo – Ventas d’Escamplero

Fa freddo e, anche se ho dormito come un sasso, mi sento istupidita dal sonno. Sono uscita presto, zaino già in spalla. Ora sono le otto e mezza, eppure il centro antico di Oviedo dorme ancora, in giro, solo gli ultimi cazzeggiatori.
Gironzolando fra le pulitissime strade acciottolate, ancora velate della pioggia della notte, mi sono imbattuta nel mercato coperto: carne dai colori meravigliosi, vitello di un rosa tenero, manzo di un rosso tenue quasi commovente, pesci variopinti, dalle squame lucide e gli occhi grandi. Invece la verdura appare un po’ smorta. Dal banco della panetteria, mi chiamavano piramidi di pane nero e bianco appena sfornato, come le sirene di Ulisse.
Ho fatto colazione nel bar al piano superiore del mercato: vetri scuri, tavolini, un bel bancone; vi si accedeva salendo una stretta scaletta sopra i banchi del pesce e della verdura.
Posato lo zaino ho letto il giornale seduta ad un tavolino quadrato, tranquillizzata dalla penombra silenziosa e dal croissant fresco con cui ho accompagnato il caffè.

E’ un po’ deprimente constatare che le sole soddisfazioni mi arrivano dal cibo, (e magari arrivassero!) ma ho male alla testa e mi sento stanchissima.
Voglio fare la turista, devo decomprimermi, mezz’ora in un grande magazzino ed una fetta bruciacchiata di lomo non bastano per espellere la tristezza, le tossine della delusione, la fatica di vivere.

Ho visto che l’autobus per Santa Maria de Naranco ferma nei pressi dell’albergue, attraversa la città e risale una collina, non so quanto tempo ci vorrà, meglio andare.


*

All’esterno del mercato, gli ambulanti iniziano a stendere le bancarelle: vendono fiori, verdura, abiti, grembiuli da casa a fiori.
Rivedo le estati della mia infanzia, con la mamma e la nonna tutti i giovedì mattina a percorrere l’interminabile via Rembrandt dirette al mercato di via Osoppo.
Come odiavo quella strada così lunga, e come odiavo il mercato, così pieno di gente e roba inutile, così pochi giocattoli e tutti brutti.
Odiavo tutta quella strada a piedi, ed io chiedevo a mia mamma perché non prendessimo l’autobus, ma se andiamo in autobus non vediamo i negozi era la risposta. Negozi orribili, neppure una cartoleria, solo vestiti.
Ed ora, che per età sono ormai più vicina a mia nonna che non a mia mamma com’erano allora, adesso che sono rimasta sola a continuare la tradizione e vedo mia nonna in ogni donna anziana che fruga, rovista, discute, esamina con cognizione e saggezza profonde, considero una gioia imbattermi in un mercato, e assaporo ogni volta le bancarelle e la roba e la gente. E capisco finalmente questo meraviglioso e antico mescolarsi della gente attorno alla roba, tanto più bello di quello dei grandi magazzini, dove nessuno è padrone della propria roba, e nessuna si sente più “signora”, fulcro e protagonista dell’antichissima rappresentazione che contrappone il venditore alla “signora”.

Sbuco in una piazzetta, dove un monumento bronzeo raffigura due ortolane e, accanto alle statue, un ortolano vero ha impilato un mucchio di veri cavoli. Poco lontano una contadina grossa col foulard aiuta il marito a scaricare il furgone: diresti che l’ortolana di bronzo ha preso vita.
Gli ambulanti si danno voce da una bancarella all’altra, scherzano, litigano, nell’attesa dell’ondata dei clienti. Ho girato ancora un po’ fra i saliscendi del centro storico, piazzette deserte e selciati umidi. Da una grata ho fotografato un poster simpatico, che rappresentava una folla di asturiani intenti ad esprimere in dialetto le loro innumerevoli convinzioni sul sidro.
*
Sono in un altro bar, di soli uomini, a Pineo, dopo Oviedo, pareti ricoperte di legno chiaro. Tutti gridano e si agitano, ma non capisco di cosa parlano. Forse commentano la corsa dei tori di Pamplona trasmessa alla tele. Che nostalgia, quante altre volte, quanti cammini, e quanti bar…

*

Avrei tanto da raccontare, ma devo iniziare da Santa Maria de Naranco. Una visione che non saprò descrivere, una delle chiese più belle che abbia mai visto. E neppure le foto possono renderne l’impressione, il colpo al cuore, la sua particolarità, quel sembrare sospesa, fuori del tempo.
L’autobus mi ha portato rapidamente fuori città, risalendo una collina costellata di case residenziali che si faceva via via più deserta.
Dalla fermata sono salita ancora un poco per una breve stradina di campagna. Ad un certo punto, ho alzato gli occhi verso la sommità e sono rimasta senza fiato.
Isolata sul versante della collina, una massa aerea, lieve, irreale, inattesa. Più piccola di quanto mi aspettassi. Un’architettura singolare, visigota, longobarda, un’antichità evidente, non addomesticata, echi di un passato tanto vertiginosamente lontano da far sembrare inconcepibile la sua esistenza, qui ed ora.
Avrei voluto fermarmi, riflettere, scrivere, ma mi sono limitata a fotografare, guardare, assorbire passivamente le immagini. Nella valle di fronte, Oviedo si stendeva dolcemente ai miei piedi, come se il praticello umido di pioggia dove mi trovavo, levitasse al di sopra delle nuvole.

Ricordo quando ho visto per la prima volta la piccola costruzione sulla copertina di un libro dedicato all’arte romanica, l’inverno scorso, in una libreria di via Dante.
Non sapevo a cosa appartenessero quelle linee remote, esotiche. A una reggia, un palazzo, un tempio? sfogliando il libro ho scoperto che si chiamava Santa Maria de Naranco, capolavoro preromanico del nord della Spagna e quell’immagine, la pietra gialla scavata dalle bifore sottili, mi sono rimaste nel cuore, come nei racconti delle mille e una notte, il cavaliere che vede il ritratto della fanciulla e se ne innamora per sempre.
Ma è così difficile venire a patti con l’assoluto, meglio affidarsi alla freddezza dello scatto, meglio perdere tempo in altri futili modi.

Fra una foto e l’altra, ho così attaccato bottone con una ragazza di Madrid, solo per scroccare un’occhiata alla sua guida, per brutalizzare, banalizzare il momento, perché so che la socializzazione guasta la contemplazione, impedisce la scrittura.

Poi mi sembrava sciocco sedermi da qualche parte a scrivere, mollandola di botto dopo aver chiacchierato, e poi era bagnato, e poi iniziava la visita guidata all’altra chiesa, e poi dovevo tornare a prendere l’autobus, e poi e poi e poi....

Riconosco i sintomi, sono solo pretesti per sottrarmi alla necessità di mettere a fuoco le impressioni, è la solita pigrizia mentale, niente altro. Ennesima manifestazione della difficoltà ad entrare nello stato d’animo necessario al cammino. Non mi sono concessa di indugiare, dovevo prendere l’autobus che scendeva e forse la visione era troppo bella per poterla godere a lungo.
Neanche sono entrata: l’ingresso costava 3 euro e costringeva alla visita guidata, mentre io dovevo scendere rapidamente. Ma mi sono inerpicata per le scalette esterne, cercando invano di intravedere qualcosa dalle feritoie ed origliare le spiegazioni della guida, che parlava della sala del trono, di re Ramiro che attorno all’ottocentoquaranta riceveva gli omaggi dei sudditi, prima che la reggia fosse convertita in chiesa.
Non ho visto nulla, ed è meglio così, meglio lasciare qualcosa ancora alla fantasia.

Sono andata a vedere la chiesa gemella, San Miguel de Lillo, poche centinaia di metri al di là lungo il versante, anch’essa posata sulla collina, un parallelepipedo di pietra giallo scuro, serrato come una fortezza, dove Santa Maria è tutta archi e levità.

Ho ripreso l’autobus, sono tornata in città ed ho girato per Oviedo, alla ricerca della felpa. Ma non c’è stato nulla da fare: alla fine mi sono diretta alla Corte Ingles dove ho ceduto all’amore ed ora sono la felice proprietaria di una splendida felpa O’Neill, una follia forse, ma mi salverà dal congelamento.

Poi mi sono comprata al supermercato qualcosa per camminare: barrette, biscotti, acqua e delle buonissime gallette di riso e grano. In realtà stavo acquistando sicurezza, conforto, civiltà portatile.
Uscita dal centro commerciale, mi sono resa conto che ormai pioveva forte, così ho smontato lo zaino in un angolo ed estratto il kway, sentendomi spiacevolmente randagia.
Sono risalita ancora verso il centro ed ho finalmente varcato lo stretto ingresso della cattedrale, facendomi largo fra la folla, benché fosse ormai l’una. Il fatto è che in questi giorni a Oviedo c’è il raduno dei “pueri cantores”, così che oltre ai normali turisti la chiesa brulicava di ragazzini incontenibili e cicciotelli, che non vedevano l’ora di fare casino.

La cattedrale è maestosa, l’altare è dominato da un enorme e splendente retablo a piccoli riquadri, e la parete degli archi è di un bianco perlaceo.

Cercavo la statua del Salvatore e l’ho trovata in un angolo alle spalle dell’altare, ignorata dalle folle che premono per salire agli ori della Camera Santa: eppure nel medioevo i pellegrini facevano centinaia di chilometri per renderle omaggio. Chi va a Santiago e non va al Salvador, visita il servo e trascura il Signor.

E’ una statua antica, potente, colorata. Con un cipiglio degno di un profeta biblico, ben diverso dai sorrisi mansueti del portico della Gloria. Che differenza con gli splendori dell’altare di Santiago.
Del resto è giusto che sia così, che il Salvatore sia una statua semplice, vicina, accessibile. Che cosa siete andati a cercare nel deserto? Un uomo vestito in morbide vesti?
L’ho fotografata mentre un manipolo di pueri cantores si accapigliava ai suoi piedi
Un prete gentile, avvertito da un sacrestano altrettanto gentile, nonostante l’ora assurda e il casino, mi ha messo il sello, ma nel riceverlo mi sentivo un’imbrogliona: come l’anno scorso, non arriverò a Santiago neppure stavolta.
Se ce la faccio arrivo a Lugo, ma non oltre.

Sono uscita dalla cattedrale proprio mentre la pioggia si faceva dirotta, incrociando bellissime ragazze abbigliate con abiti eleganti e vaporosi, cantanti del concerto imminente che scappavano al riparo del pronao, correndo sui tacchi sottili.
Avrei voluto fermarmi al ristorante di stamattina sopra il mercato, mi era sembrato molto buono, ma non avevo fame, mi sentivo già piena, o forse mi sto imbottendo da troppo tempo di cibo inutile.

Così ho proseguito sotto la pioggia battente, seguendo le conchiglie di bronzo incastonate nel selciato che si dipartono dalla Cattedrale. Mi sono fermata però nella libreria Cervantes, per comperare la cartina delle Asturie e trovare un po’ di requie al diluvio.
Poi mi sono fatta coraggio, ed ho ripreso la strada, rivestita da kway e coprizaino, lo zainetto avvolto in un sacchetto di plastica, il cappuccio della mia adorata felpa nuova tirato fin sopra gli occhi, come una tossica o come il protagonista di Paranoid Park. O come Lizbeth Salander, la psicopatica protagonista di “uomini che odiano le donne”.

Oviedo è pulita, elegante, mi ricorda Zurigo ma più grandiosa, più bella. dall’autobus per Santa Maria de Naranco ho scorto viali pieni di fiori, monumenti giganteschi contro lo sfondo verde scuro delle montagne.

Man mano che scendevo verso la periferia, la pioggia diminuiva e, grazie alle dettagliate indicazioni di consumer.es non ho fatto alcuna fatica a mantenere la direzione giusta. Persino le periferie mi sono sembrate gradevoli: mentre mi dirigevo verso il cammino sono scesa per vie popolari, sgarrupate alla spagnola ma pulite. Ho superato sidrerie, pasticcerie, ristoranti e bar, tutti fin troppo attraenti, negozi e botteghe, fino a che sono arrivata al ponte della ferrovia, dove il mojon annunciava l’inizio del Cammino Primitivo.
Primitivo, perché si racconta sia stato inaugurato da re Alfonso il Casto all’indomani della scoperta della tomba di Santiago, avvenuta nell’813. Il primo, e per molto tempo il solo, cammino praticabile, il più sicuro per i pellegrini, ben protetti dalle alte montagne asturiane, nella terra che non fu mai conquistata dai Mori.

Niente frecce sul primitivo, solo questi pilastrini con il ventaglio della conchiglia orientato in direzione opposta al senso di marcia, che poi si invertirà una volta entrati in Galizia.
Ho preso un caffè in un bar moderno sull’incrocio verso il cammino, scroccando un pezzetto di focaccia dal piattino delle tapas. Scavalcato il ponte della ferrovia, la vecchia Oviedo popolare ha ceduto ad un quartiere residenziale, in parte ancora in costruzione, che cede all’aperta campagna quasi senza soluzione di continuità.
Da lì il cammino si è diretto verso le colline sino a congiungersi ad una strada gradevolissima serpeggiante a mezza collina in un paesaggio agreste e piacevole, inframmezzato da paesini. Ai lati della strada sorgevano fitti cespugli di fiori spampanati dalla pioggia che andava e veniva, il cielo si faceva livido per poi schiarirsi, e così il mio umore.

Forse il mio disagio, l’aggrapparmi ai negozi, la difficoltà a partire, erano paura di iniziare, paura di buttarmi nel cammino, timore di non essere più in grado, non so. Ora sono dentro, ed è facile e naturale.
La strada faceva un’ampia curva, e dall’altro lato nei campi un gruppo di uomini, padre anziano e figli adulti sta caricando il fieno sul rimorchio di un trattore, figurine da presepe o da film western.
Non arrivo a Grado, se trovo posto mi fermo a l’Escamplero, avrò percorso solo 10 km da Oviedo, ma sono già le quattro.

*

Ho nostalgia dei cammini passati, mi sembra di non essere all’altezza, di non essere più io, di non essere in grado di competere con quella me tanto formalizzata nei ricordi – miei e altrui – e ormai placidamente assisa sugli allori dei chilometri percorsi ed archiviati per sempre. Com’è tutto complicato. Forse per questo la gente va nei villaggi vacanze, perché lì non c’è nulla di complicato.
Ma non è più tempo di pensare, devo rimettere le scarpe e la felpa nuova (che bella, sono così felice!), il kway, caricare lo zaino e ripartire. A voler ben vedere, il cammino non è pensiero. Il pensiero è prima, è dopo. Durante, c’è solo il cammino.

*

L’albergue di Escamplero è pulito, tranquillo, isolato ed alto sulla collina. Due ambienti, nel primo la cucina e un tavolo con qualche pubblicazione dedicata ai dintorni, nell’altro una decina di letti a castello, ciascuno domina una vetrata che si affaccia sulla fuga delle colline. Solo il mio letto è occupato, e un altro. Nella doccia ho trovato un flacone abbandonato di doccia schiuma, uno dei consueti benefit del cammino. Dalla finestra vedo la vallata perdersi in una distesa di onde azzurrastre intonate al cielo grigio, irlandese.

*

Scioccamente, invece di poltrire sul sacco a pelo, mi sono lasciata tentare dalle cartine raccattate all’albergue e dai depliant.
Avevo capito che nei dintorni, ma sull’altro versante della collina rispetto al cammino, sorgeva una bella chiesa romanica, così sono andata al grande bar poco distante per prendere un caffè e raccogliere il sello con qualche informazione.
All’interno, un avventore suonava una specie di fisarmonica, ed un gruppo di persone dall’apparenza normale lo accompagnava in coro. Ho origliato con finta indifferenza, ma il piacere era ancora maggiore, perché tutti sembravano cantare così, per divertirsi.

Seguendo le indicazioni del barista ho imboccato una stradina laterale che declinava verso il fiume in curve morbide fra castagni, eucalipti, meli. Ho mangiato qualche mela. In basso vedevo i meandri del Nuria ed il ponte ad ampie arcate che congiungeva i lati della vallata. Man mano che scendevo inanellando anse su anse, i tre chilometri indicati dal barista si facevano sempre più lunghi e la risalita si preannunciava sempre più ripida, senza alcuna scorciatoia per il ritorno: ogni strada sembrava sprofondare nella vallata allungandosi come un elastico. Lontano, ai piedi del ponte, un pugno di case isolate e nessuna chiesa, non prometteva nulla di buono, oltretutto iniziava a dolermi il ginocchio.
Ad ogni curva giuravo che la prossima sarebbe stata l’ultima. Infine mi sono arresa e sono ritornata indietro. Così ora mi sento più affaticata di quanto i 9 km da Oviedo possano giustificare.

*

Al ritorno dall’escursione mancata, mi sono nuovamente fermata al bar-ristorante, ed ora sono seduta ad un tavolino sulla terrazza, è uscito finalmente il sole e posso contemplare queste colline così verdi, tanto simili alla Svizzera dell’anno scorso, il paesaggio lungo le rive del lago per arrivare a Berna.
All’albergue, oltre a me, c’è uno spagnolo di Saragozza, e forse sono fuggita anche per questo, per evitarlo.
Ho chiesto un bicchiere di sidro, ma qui nelle Asturie, mi hanno spiegato i camerieri, il sidro non si serve alla spina, solo in bottiglia.
Me lo versano in quel modo funambolico che avevo già visto ieri nel bar fetido di Oviedo e, prima ancora, a Mansilla tanti anni fa allo stand asturiano della sagra di San Giacomo. Poi il cameriere ha applicato un meno folkloristico tappo forato, per consentire alla schiuma di formarsi anche nelle mescite successive.
Guardo il paesaggio attorno a me, i tavolini della terrazza sono bagnati di pioggia, una bambina gioca col nonno.
Ho lasciato la terrazza e sono rientrata un po’ instabile – il sidro è traditore - per cenare, ed ho ordinato la fabada, da due giorni il mio sogno proibito.
Mi è arrivata una terrina gigantesca di fagioli bianchi e salsicce, buonissima, che ho accompagnato col residuo della bottiglia di sidro.
Certo, i miei propositi dietetici escono sconfitti, ma ciò che conta è limitare i pasti, poi dopo aver tanto camminato, qualcosa di energetico ci può anche stare, eccetera, eccetera.
Benché siano le nove, il sole è ancora alto, io sono ubriaca di sidro, mai più, mille volte meglio la birra. Mi è arrivato il conto, ho speso solo sedici euro, di cui appena € 2,20 per il sidro.
*

Sono a letto, in questo albergue favoloso, e dalla finestra alle mie spalle vedo le colline ed i pascoli seminascosti dagli alberi, e un cielo enorme, solcato da strie azzurre che affiorano dove la coltre di nubi si è spezzata.
Sto bene e ho sonno, anche se è chiaro, ma sono le nove e mezza, leggerò un po’ e poi dormirò senza mettere la sveglia, non mi importa a che ora mi alzo.
 
Re: trailer...

Letto tutto d'un fiato..e poi l'ho pure fatto leggere a mio marito.. :) lui dice che quando leggo i diari dei camminanti

mi entusiasmo, attendo di conoscere il proseguimento di questo "tuo" cammino straordinario davvero e non è un complimento fasullo !!! :abbraccio:


...

Rina
 
Re: trailer...

Condivido l'entusiasmo di Rina...brava! Aspettiamo il seguito... :Ciao:
 
Re: trailer...

Non so scrivere, però mi piace tantissimo leggere.
Il tuo racconto è formidabile.
Brava in tutto e per tutto.
Gas.....
 
Re: trailer...

Ooo meno male. Ero già in astinenza.
Tra le perle incastonate nel racconto vorrei segnalare

A voler ben vedere, il cammino non è pensiero. Il pensiero è prima, è dopo. Durante, c’è solo il cammino.

Mi sento soddisfatta come Steve Mc Queen in Papillon, quando mangiava gli insetti che estraeva dalle crepe del muro.

Spero che sia solo l'antipasto
Un caro saluto

m
 
Re: trailer...

accidenti :mrgreen:
ancora un po' e mi perdevo questo tuo trailer..... in bacheca mi era quasi quasi sfuggito
bellissimo come sempre sono i tuoi racconti
aspetto con ansia il proseguimento
e per il momento buon cammino sulla linea gotica :Ciao: :Ciao:
 
Re: trailer...

Bello, bello, bello!
Grazie Dona, ci voleva questo bel racconto per sentirmi un pò meglio, è più difficile della volta scorsa tornare...
Buon cammino e un abbraccione.
Silvana
 
Re: trailer...

Dici: " Il cammino non è pensiero. Il pensiero è prima, è dopo. Durante, c’è solo il cammino."

Sono pienamente d'accordo! Camminando mi sono sentito quasi completamente libero da ogni pensiero!
E pensare che credevo di dover riflettere molto... strano ma vero!

Buen Camino!
Gianni
 

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