Un cammino diverso, molto diverso.
Per noi hospitaleri, io, Ivana, Renzo, Raffaela, Peppinetto Losito, sua moglie Giusta e un altro pellegrino, Antonio, non è stato un camminare a piedi per valli e monti, ma un camminare “con il cuore”, partecipare prendendoci cura di persone che km dopo Km arrivavano a una base diversa ogni giorno.
Cammino della Visitazione, così è stato chiamato, nome scelto dagli stessi detenuti perché era una “visita” a vari Santuari Mariani (con l’intermezzo di un santuario Francescano), che ha toccato la Madonna dei Martiri a Fonni, luogo di partenza, per poi proseguire verso il Santuario della Madonna d’Itria (più correttamente “Odigitria”, colei che mostra la strada, detta anche, in alcune zone della Sardegna, la Madonna del Buon Cammino), poi al Santuario di Nostra Signora di Gonare, sulla cima ventilata del Monte Gonare, quindi alla Cattedrale di Nuoro intitolata alla Madonna della Neve, proseguendo verso il Santuario di S.Francesco di Lula, per terminare il cammino al Santuario della SS. Annunziata nel territorio di Bitti, barbagia pura.
Il compito di noi sette “hospitaleri” è stato quello di occuparci della logistica, trasporto dei viveri e alcune masserizie e pensare alla cucina: arrivare prima di coloro che camminavano per far trovare pronti i posti letto, acqua calda, cibo caldo e soprattutto la nostra presenza, il nostro cuore; essere lì come un punto di riferimento per qualsiasi necessità, punto d’ascolto, coccole materne.
E così è stato.
Un breve quadro delle giornate, così come mi viene, piccoli flash: la quotidiana colazione a base di caffè, latte, tè, biscotti, marmellate, nutella; la preghiera del mattino prima della partenza, le nostre frenetiche pulizie delle camere o camerate e dei bagni; la spesa di quello che poteva servire di fresco, il pane e il companatico per i panini del pranzo, le “tortillas” improvvisate e irripetibili (non sappiamo cosa ci abbiamo messo dentro ma il risultato è stato meraviglioso, detto da uno dei ragazzi, panettiere a Madrid!); la polenta di Renzo con le salsicce nel “nostro” albergue di Solotti sull’Ortobene; le due giornate di pioggia e di vento terribile che ci spostava; la cerimonia quotidiana della lavanda dei piedi, come fossimo a S. Nicolàs; la calorosa accoglienza e disponibilità di Matteo, pastore pellegrino di Santiago che con il suo sorriso e la sua umanità ci ha scaldato in una giornata di freddo terribile, persona da non perdere, un fratello; l’emozione per la mia prima lavanda dei piedi, difficile per me inginocchiarmi e rialzarmi ma volevo farlo; la folla che arrivava la mattina a S.Francesco di Lula dopo aver camminato tutta la notte (un pellegrinaggio notturno che si ripete da anni e anni: partenza alla mezzanotte in punto da Nuoro per salire al Santuario, una trentina di km), quando loro arrivavano noi stavamo per andar via verso la SS.Annunziata; la chiesa di Gonare senza luce elettrica ma solo illuminata da candele, in cima al monte con la sua ripida salita sui sassi scivolosi lucidati dai passi dei pellegrini, il vento che spingeva indietro, la roccia con un incavo creato dalla Madonna che lì si è fermata a riposare durante la salita; le infinite telefonate dei ragazzi con le famiglie; le foto; il lasciarsi andare dei ragazzi pian piano acquistando confidenza. Piccoli pezzettini di giornate che sono state ben altro oltre questi flash.
Ma cosa sono state davvero queste giornate? La scoperta di persone che dopo aver sbagliato, dopo aver deragliato dai binari su cui tutti cerchiamo di restare (ma come è facile, come è semplice a volte sbagliare, uscire dalle regole), riescono ad accettare la loro punizione nell’attesa del risorgere a nuova vita. Non potrò mai dimenticare il pianto di Angelo al momento di tornare alla colonia penale di Mamone che ripeteva “io non ho mai pianto al rientro dopo i permessi, io sono sempre stato un uomo duro, perché ora piango? Io non voglio più essere un delinquente”. Come non potrò dimenticare Matrix che nella salita verso la chiesa di Gonare si ferma davanti a un piccolo altarino e con il rosario in mano si fa il segno della croce, prega per qualche minuto e si asciuga le lacrime di nascosto.
All’inizio – parliamoci chiaro senza nasconderci dietro un dito – c’è una sorta di curiosità verso persone che passano parte della loro vita chiusi non solo dietro sbarre ma soprattutto dentro il loro errore. Ma per fortuna la curiosità è un vento veloce che passa in fretta, lasciando la voglia di condividere, di far sentire affetto e partecipazione. Subentra subito la fase migliore: sono fratelli, persone con cui si sta facendo un pezzo di strada, non sono da trattare in maniera diversa da uno qualsiasi di noi, non sono da fare oggetto di cure leziose ma sentirli come figli, amici, fratelli appunto.
Si condivide la giornata, c’è chi cammina e chi prepara panini da portare in un punto concordato; la sera prima della cena la messa con la quotidiana lavanda dei piedi, atto di umiltà e di accoglienza in ogni Santuario, gesto con il quale si ribadisce il concetto espresso nel Vangelo di Giovanni: “se non ti farai lavare i piedi non potrai far parte di me”. E loro hanno fatto parte di noi, sono stati lavati i loro piedi esattamente come lo sono stati quelli di noi accompagnatori.
Nessuno ha chiesto loro che cosa avessero fatto per perdere la libertà, qualcuno si è confidato, qualcun altro ha parlato poco, alcuni ci hanno fatto vedere le foto dei loro bambini e tutti, tutti avevano la brama di parlare con i loro familiari, le mogli, i genitori. Ogni pausa era buona per chiamare casa, approfittare di questi giorni in cui la telefonata era libera. Ore di racconti alle mamme e alle mogli, concentrare in sei giorni quello che non si può fare durante le lunghe giornate in carcere o nella colonia penale. Ho scoperto che i cellulari al loro rientro sarebbero stati sequestrati per cui non avrebbero avuto la libertà di chiamare ogni qualvolta la nostalgia bussava alla porta dell’anima.
E’ stato bello incontrarli e conoscerli al loro arrivo, un po’ spauriti, euforici per il permesso premio, qualcuno un po’ spaesato, qualcun altro un po’ diffidente; è stata gioia pura vedere la felicità di Joshua per lo sconto di pena che lo ha reso uomo libero proprio durante il cammino, il suo ripetere che era un miracolo e la volontà di proseguire sino alla fine il cammino con tutti noi, invece di correre subito a Napoli dalla famiglia; è stato invece malinconico riportarne alcuni davanti al cancello della colonia penale di Mamone (altri sono andati a d accompagnare chi doveva tornare al carcere di Bad’e Carros a Nuoro), non riuscivamo ad andare via. Si tenevano stretti tra di loro per consolarsi, asciugarsi le lacrime a vicenda prima di varcare il cancello, ci siamo salutati mille volte, correndo dall’uno all’altro, prolungando il tempo insieme.
Cosa mi è rimasto di questa esperienza? Oltre la voglia e l’intenzione di ripeterla, la sensazione di aver sbagliato tante volte nel giudicare.
E’ facile ergersi a giudici dimenticando che le persone che hanno commesso reati sono in ogni caso persone, che anche dietro il più efferato delitto c’è la possibilità, c’è la speranza di riscatto. Non voglio dire che sia tutto così semplice perché davanti a certi reati rabbrividiamo e rifiutiamo l’idea che chi li ha commessi siano esseri umani, ma se è giusto che chi ha sbagliato paghi, è altrettanto giusto che venga in ogni caso considerato una persona. Quando si stava organizzando il tutto, io continuavo a parlare di “detenuti” mentre il Priore della Confraternita ogni volta mi correggeva: “persone detenute”. Si tratta di una piccola differenza lessicale che ha un perché, una sottigliezza che riesco a cogliere ora. Non cambia niente, è chiaro che se parlo di detenuti, sto parlando di persone, ma mettere l’accento sul fatto che sono persone, forse migliora il concetto.
Forse con questo lungo post non sono riuscita a mostrare davvero che cosa lascia dentro un cammino simile, e non voglio usare parole di cui a volte si abusa (non dimenticherò mai…, resteranno per sempre… ecc.) ma è certo che una parte di me è stata cambiata, forse una piccola parte, forse nemmeno io so quanto, ma di sicuro il “compartir” è stato vero e profondo e senza paura mi sento di dire che forse sono una Patrizia leggermente migliore e più ricca dentro.
Un caro abbraccio ai ragazzi, in ordine sparso come mi vengono in mente: Matrix, Dickson, Daniele, Bruno, Angelo, Valentino, Jorge, Flaviu, Joshua, Edward, Antonio. Un grazie a chi ci ha ospitati, Frate Piergavino e soprattutto Matteo, un grazie enorme a tutti gli hospitaleri per il grandissimo paziente supporto e per l’aiuto che mi hanno dato nell’organizzazione e infine grazie anche agli accompagnatori che hanno camminato e condiviso le fatiche di km e km sotto la pioggia, contro il vento, sotto il sole.
Patrizia