Eccomi, come promesso avrei scritto in un topic a parte i dettagli di ciò che è successo durante la mia escursione per Portofino, che sarebbe durata circa 100 km.
Andiamo con ordine: parto alle 10 circa del mattino, (ero un po' stanco a causa del tempo trascorso la sera precedente a sistemare la roba nello zaino) e mi fermo verso mezzogiorno per mangiare un menù fisso al bar ristorante di Sarezzano, paese in cui ho trascorso i primi anni di vita e parte dell'infanzia. Diciamo subito che non era in programma fermarmi per mangiare nei ristoranti che incontravo durante il viaggio, perché sono partito con fornellino e viveri a sufficienza per i primi due-tre giorni, tuttavia il richiamo del buon cibo è stato superiore a quello della mia intenzione di farne.
In seguito sono partito in direzione Garbagna passando per Arpicella e Avolasca, raggiungendo il paese verso le sette di sera. Anche qui, vista l’enorme stanchezza e il male alle spalle che mi affliggeva (portavo uno zaino del peso di 10 kg) , ho scelto di prendere una pizza e bere una birra media al bar-pizzeria della piazza Principe Doria (IMG_5). Intanto mi sarei riposato. C’era molta gente, anche se molti tavoli erano vuoti, e vicino a me un gruppo di ragazzi parlava ad alta voce dandomi fastidio..ormai però mi ero seduto in quel tavolo!
Pizza e birra comunque buonissime, ma non voglio certo fare pubblicità al locale
. Alle nove di sera circa me ne sono andato, dato che faceva anche buio, e solo dopo poche centinaia di metri ho trovato un luogo ideale per il bivacco, proprio nei pressi della torre del vecchio castello di Garbagna (IMG_6). Lì ho posto la tenda, una nuovissima Lanshan 1, gonfiato il materassino, e dopo pochi minuti ero pronto per la notte. Purtroppo c’erano moltissime zanzare e così ho dovuto tenere chiusa la zanzariera, soffrendo un po’ il caldo e la mancanza d’aria.
Il giorno seguente mi sono svegliato abbastanza presto (erano le 6.30 circa), ho rimesso tutto in ordine e sono tornato in paese per fare colazione. Prima di partire però volevo ricaricare il cellulare perché mi sarebbe servito non solo per le telefonate, ma anche per seguire il tracciato. Ho chiesto quindi gentilmente alla barista se avrebbe potuto caricarlo, ma il suo caricabatterie non era compatibile, dato che lei aveva un iPad e io uno Redmi note. Ad ogni modo possedevo il pannello solare portatile e avrei potuto caricare il mio smartphone durante il cammino.
Ma ahimé il giorno sembrava non essere partito sotto buoni auspici, poiché quella mattina le nuvole coprivano quasi tutto il cielo e il pannello non riusciva a ricevere raggi a sufficienza per restare in carica. Quindi rimanevano due opzioni, anzi tre. 1) Ritornare a Garbagna, 2) aspettare che spuntasse il sole, oppure 3) cercare un altro posto dove poter ricaricare il cellulare.
Avevo quasi deciso di tornare indietro, quand’ecco vidi nella mappa l’icona di un agriturismo non molto distante dal luogo in cui ero (Casa Castellini). Quindi entrai e chiesi se fosse stato possibile fare colazione (la seconda!) e intanto ricaricare il cellulare. Fortunatamente il gestore aveva uno smarphone della mia stessa marca e quindi non ci furono problemi di compatibilità. La colazione inoltre era buonissima. Latte, caffé, spremuta d’arancia, torta e biscotti, pane, burro e marmellata. Tutto fatto da loro. Quindi oltre al cellulare mi ricaricai anch’io di nuove forze!
Ripartii dunque fiducioso, anche se con 11 euro in meno, e mi inoltrai a passo deciso su di un monte, verso Cantalupo Ligure, la tappa successiva.
Era una zona di caccia e mi sarei aspettato di trovare qualche cerco o qualche cinghiale, invece niente, solo zanzare e tafani che non mi lasciavano un minuto. Facevo qualche sosta di tanto in tanto per recuperare, dato che buona parte del percorso era in salita, mangiando una barretta energetica e bevendo un sorso d’acqua, poi ripartivo. L’acqua intanto stava per scarseggiare, ma mi sarei rifornito nuovamente a Cantalupo, pensai.
Raggiunsi presto la vetta del monte Gavasa, a circa 1000 metri di quota e mi ritrovai davanti a uno splendido panorama (IMG_8 e 9). Proseguii quindi in discesa senza problemi per circa 1 km, seguendo un po’ la traccia dell’applicazione un po’ i segnali di vernice bianco-rossa dato che il percorso non era chiaramente visibile perché composto in prevalenza da rocce.
Man mano però che procedevo la pendenza si faceva sempre più accentuata e a un certo punto non riuscii più a vedere alcuna indicazione che potesse aiutarmi a capire quale fosse il sentiero. Avrei certo potuto cercare di seguire la traccia dello smartphone, ma pareva che, proseguendo in quella direzione, il percorso presentasse più difficoltà che non quello intrapreso. Inoltre, pensai, che se avessi trovato un percorso alternativo a quello della traccia, sarei arrivato a destinazione in minor tempo.
Problemi fisici non ne avevo, l’unico problema era il peso dello zaino (di cui in parte mi ero liberato buttando due confezioni di riso) e l’acqua ormai finita da un paio d’ore. Quindi scesi senza perdere altro tempo. Non descriverò i dettagli della discesa, ma posso senz’altro affermare che molti tratti erano molto impegnativi e si rischiava davvero di ruzzolare giù a valle se avessi messo male i piedi o le bacchette. Quindi mi venne l’idea, al fine di rischiare meno e risparmiare inoltre tempo e fatica, di far rotolare lo zaino nei tratti dove sarei stato sicuro che prima o poi si sarebbe fermato e sarebbe stato facile il recupero. Così feci e l’idea sembrò funzionare. Meno male che lo zaino era robusto e non si fece alcun danno! Dopo essere sceso da una parete piuttosto alta senza alcun attrezzo ero convinto di avercela ormai fatta. Ero quasi arrivato nei pressi della strada provinciale, sentivo il rumore dei veicoli e il percorso sembrava ormai pianeggiante.
Purtroppo però dopo alcuni metri mi dovetti ricredere. Davanti a me si parava un dirupo dell’altezza di circa una decina di metri, forse anche di più, tutto coperto di arbusti e vegetazione che non mi permettevano di vedere il terreno sottostante.
Fui preso quindi dallo sconforto più totale, dato che con l’attrezzatura che avevo non potevo più tornare indietro (ma non sono un esperto di arrampicata) né proseguire, inoltre non avevo più acqua e stavo morendo di sete.
Malgrado ciò lo smartphone era ancora parecchio carico (circa il 65%) e così chiamai il 118 senza pensarci due volte. Spiegai la situazione e fornii le coordinate del Gps (44,725813°N – 9,0266666°E). Poco dopo mi richiamò una signora da un altro reparto, rifornii dettagli e coordinate e mi disse che secondo lei non erano esatte e che mancava qualcosa (sic!). In seguito mi richiamò un Vigile del Fuoco, ripetei di nuovo l’accaduto e le coordinate, le quali parevano non essere anche a lui del tutto precise, poiché a suo dire esse segnavano la strada, mentre io mi trovavo a circa 50 metri dalla strada (IMG_10).
Per dire, questo è il grande servizio di rintracciamento offerto dal nostro paese!
Ad ogni modo, mi dissero che entro breve sarebbe arrivata una squadra di VdF esperti di alpinismo che mi avrebbero tirato fuori, quindi non mi sarebbe rimasto che attendere.
Per la verità io mi sarei aspettato l’elisoccorso, ma poi mi spiegarono che per la centrale era già troppo tardi e che sarebbe bastato il soccorso via terra.
Intanto, non so per quale motivo, tutt’a un tratto le mie mani, il cuore e la testa iniziarono a fibrillare. Sarà per via della mancanza d’acqua oppure il motivo è un altro. Fattostà che quando misi il mio cappello sul capo o sul cuore, quella parte smetteva all'istante di fibrillare.
Aspettai in tutto circa mezz’ora, quando i soccorsi arrivarono nel luogo in cui stavo. Erano circa 7-8 VdF i quali, dopo avermi imbracato per bene e avermi dato una bottiglietta d’acqua, mi aiutarono con tanto di corda e moschettoni, fino a raggiungere il bordo strada. Ad aspettarci c’erano altri VdF più un’autoambulanza e una pattuglia di Carabinieri. Al centro di tutte queste figure c’era la lettiga nella quale fui invitato a sedermi. Intanto finii di bere l’acqua, ma purtroppo dallo stress dovuto all’attesa il mio stomaco si era chiuso, e così finii per vomitarla tutta.
Così dopo che gli infermieri si furono accertati che le mie condizioni fossero buone, salii sulla pattuglia dei Carabinieri che mi chiesero dove volessi andare. Così salutai i VdF e gli infermieri e partii.
Sebbene fossi ancora intenzionato a raggiungere Cantalupo Ligure per poter proseguire il viaggio il giorno seguente, il Carabinere maggiore in grado mi convinse a farmi portare ad Arquata Scrivia, città nella quale avrei potuto chiamare un dottore se mi fossi sentito male e prendere un treno l’indomani per ritornare a casa, qualora avessi voluto.
La pattuglia mi lasciò così davanti una pizzeria, dove presi una margherita e una bottiglia di birra. Pagai il conto anche se della pizza non riuscii a mangiare che due fette, a causa di questo blocco che ancora avevo, poi feci un giro per il paese, mangiai un gelato, presi una bottiglietta d’acqua e successivamente mi incamminai alla ricerca di un luogo dove dormire.
I guai però ancora non erano finiti! Infatti il supporto di plastica della torcia frontale, durante i ruzzoloni fatti dallo zaino, si ruppe e così dovetti fare un bel po’ di strada a piedi con il residuo della torcia in mano, fino a quando trovai uno spiazzo abbastanza ampio dove porvi la tenda. Il luogo si trovava nei pressi del Santuario di Arquata e in quel momento mi sembrò l’unica soluzione valida per il pernottamento.
Posi la torcia su un albero e in qualche modo misi su la tenda, gonfiai il materassino ed entrai all’interno. A un certo punto però notai che il materassino era molle e che si stava sgonfiando pian piano. C’era infatti un buchetto che non so in che modo si era formato, dal momento che il materassino era sempre stato all’interno della tasca inferiore dello zaino! Per di più le bacchette d’alluminio erano irrimediabilmente piegate e non si regolavano più all’altezza voluta.
Infine avevo anche due vesciche, una grossa e una piccola, quella grossa era particolarmente fastidiosa e già stavo iniziando a zoppicare, ma anche se avevo le garze sterili con il betadine mi mancava l’ago.
Decisi quindi che tutto ciò era troppo e che l’indomai sarei tornato a casa col treno nel primo pomeriggio. Dormii tutta la notte nel terreno duro e mi risvegliai prestissimo, forse anche a causa della particolare scomodità della sistemazione.
Così scesi in paese e vi feci una visita, dal momento che non vi ero mai stato (IMG_11 e 12) e a mezzogiorno mangiai in una locanda un secondo con maialino arrosto, ratatuille e salsa di lamponi.
Tutto buono e locale confortevole, se non fosse che prima di andarmene chiesi alla presunta proprietaria dove fosse il bagno, ma lei, dopo avermelo indicato, siccome vide che non l’avevo addosso mi incalzò dicendo: “mi scusi, si metta la mascherina!”
Dopodiché, ancora un po’ amareggiato, raggiunsi la stazione e presi il treno che mi avrebbe riportato nella mia città.
In allegato: immagini e traccia gpx.
Andiamo con ordine: parto alle 10 circa del mattino, (ero un po' stanco a causa del tempo trascorso la sera precedente a sistemare la roba nello zaino) e mi fermo verso mezzogiorno per mangiare un menù fisso al bar ristorante di Sarezzano, paese in cui ho trascorso i primi anni di vita e parte dell'infanzia. Diciamo subito che non era in programma fermarmi per mangiare nei ristoranti che incontravo durante il viaggio, perché sono partito con fornellino e viveri a sufficienza per i primi due-tre giorni, tuttavia il richiamo del buon cibo è stato superiore a quello della mia intenzione di farne.
In seguito sono partito in direzione Garbagna passando per Arpicella e Avolasca, raggiungendo il paese verso le sette di sera. Anche qui, vista l’enorme stanchezza e il male alle spalle che mi affliggeva (portavo uno zaino del peso di 10 kg) , ho scelto di prendere una pizza e bere una birra media al bar-pizzeria della piazza Principe Doria (IMG_5). Intanto mi sarei riposato. C’era molta gente, anche se molti tavoli erano vuoti, e vicino a me un gruppo di ragazzi parlava ad alta voce dandomi fastidio..ormai però mi ero seduto in quel tavolo!
Pizza e birra comunque buonissime, ma non voglio certo fare pubblicità al locale
Il giorno seguente mi sono svegliato abbastanza presto (erano le 6.30 circa), ho rimesso tutto in ordine e sono tornato in paese per fare colazione. Prima di partire però volevo ricaricare il cellulare perché mi sarebbe servito non solo per le telefonate, ma anche per seguire il tracciato. Ho chiesto quindi gentilmente alla barista se avrebbe potuto caricarlo, ma il suo caricabatterie non era compatibile, dato che lei aveva un iPad e io uno Redmi note. Ad ogni modo possedevo il pannello solare portatile e avrei potuto caricare il mio smartphone durante il cammino.
Ma ahimé il giorno sembrava non essere partito sotto buoni auspici, poiché quella mattina le nuvole coprivano quasi tutto il cielo e il pannello non riusciva a ricevere raggi a sufficienza per restare in carica. Quindi rimanevano due opzioni, anzi tre. 1) Ritornare a Garbagna, 2) aspettare che spuntasse il sole, oppure 3) cercare un altro posto dove poter ricaricare il cellulare.
Avevo quasi deciso di tornare indietro, quand’ecco vidi nella mappa l’icona di un agriturismo non molto distante dal luogo in cui ero (Casa Castellini). Quindi entrai e chiesi se fosse stato possibile fare colazione (la seconda!) e intanto ricaricare il cellulare. Fortunatamente il gestore aveva uno smarphone della mia stessa marca e quindi non ci furono problemi di compatibilità. La colazione inoltre era buonissima. Latte, caffé, spremuta d’arancia, torta e biscotti, pane, burro e marmellata. Tutto fatto da loro. Quindi oltre al cellulare mi ricaricai anch’io di nuove forze!
Ripartii dunque fiducioso, anche se con 11 euro in meno, e mi inoltrai a passo deciso su di un monte, verso Cantalupo Ligure, la tappa successiva.
Era una zona di caccia e mi sarei aspettato di trovare qualche cerco o qualche cinghiale, invece niente, solo zanzare e tafani che non mi lasciavano un minuto. Facevo qualche sosta di tanto in tanto per recuperare, dato che buona parte del percorso era in salita, mangiando una barretta energetica e bevendo un sorso d’acqua, poi ripartivo. L’acqua intanto stava per scarseggiare, ma mi sarei rifornito nuovamente a Cantalupo, pensai.
Raggiunsi presto la vetta del monte Gavasa, a circa 1000 metri di quota e mi ritrovai davanti a uno splendido panorama (IMG_8 e 9). Proseguii quindi in discesa senza problemi per circa 1 km, seguendo un po’ la traccia dell’applicazione un po’ i segnali di vernice bianco-rossa dato che il percorso non era chiaramente visibile perché composto in prevalenza da rocce.
Man mano però che procedevo la pendenza si faceva sempre più accentuata e a un certo punto non riuscii più a vedere alcuna indicazione che potesse aiutarmi a capire quale fosse il sentiero. Avrei certo potuto cercare di seguire la traccia dello smartphone, ma pareva che, proseguendo in quella direzione, il percorso presentasse più difficoltà che non quello intrapreso. Inoltre, pensai, che se avessi trovato un percorso alternativo a quello della traccia, sarei arrivato a destinazione in minor tempo.
Problemi fisici non ne avevo, l’unico problema era il peso dello zaino (di cui in parte mi ero liberato buttando due confezioni di riso) e l’acqua ormai finita da un paio d’ore. Quindi scesi senza perdere altro tempo. Non descriverò i dettagli della discesa, ma posso senz’altro affermare che molti tratti erano molto impegnativi e si rischiava davvero di ruzzolare giù a valle se avessi messo male i piedi o le bacchette. Quindi mi venne l’idea, al fine di rischiare meno e risparmiare inoltre tempo e fatica, di far rotolare lo zaino nei tratti dove sarei stato sicuro che prima o poi si sarebbe fermato e sarebbe stato facile il recupero. Così feci e l’idea sembrò funzionare. Meno male che lo zaino era robusto e non si fece alcun danno! Dopo essere sceso da una parete piuttosto alta senza alcun attrezzo ero convinto di avercela ormai fatta. Ero quasi arrivato nei pressi della strada provinciale, sentivo il rumore dei veicoli e il percorso sembrava ormai pianeggiante.
Purtroppo però dopo alcuni metri mi dovetti ricredere. Davanti a me si parava un dirupo dell’altezza di circa una decina di metri, forse anche di più, tutto coperto di arbusti e vegetazione che non mi permettevano di vedere il terreno sottostante.
Fui preso quindi dallo sconforto più totale, dato che con l’attrezzatura che avevo non potevo più tornare indietro (ma non sono un esperto di arrampicata) né proseguire, inoltre non avevo più acqua e stavo morendo di sete.
Malgrado ciò lo smartphone era ancora parecchio carico (circa il 65%) e così chiamai il 118 senza pensarci due volte. Spiegai la situazione e fornii le coordinate del Gps (44,725813°N – 9,0266666°E). Poco dopo mi richiamò una signora da un altro reparto, rifornii dettagli e coordinate e mi disse che secondo lei non erano esatte e che mancava qualcosa (sic!). In seguito mi richiamò un Vigile del Fuoco, ripetei di nuovo l’accaduto e le coordinate, le quali parevano non essere anche a lui del tutto precise, poiché a suo dire esse segnavano la strada, mentre io mi trovavo a circa 50 metri dalla strada (IMG_10).
Per dire, questo è il grande servizio di rintracciamento offerto dal nostro paese!
Ad ogni modo, mi dissero che entro breve sarebbe arrivata una squadra di VdF esperti di alpinismo che mi avrebbero tirato fuori, quindi non mi sarebbe rimasto che attendere.
Per la verità io mi sarei aspettato l’elisoccorso, ma poi mi spiegarono che per la centrale era già troppo tardi e che sarebbe bastato il soccorso via terra.
Intanto, non so per quale motivo, tutt’a un tratto le mie mani, il cuore e la testa iniziarono a fibrillare. Sarà per via della mancanza d’acqua oppure il motivo è un altro. Fattostà che quando misi il mio cappello sul capo o sul cuore, quella parte smetteva all'istante di fibrillare.
Aspettai in tutto circa mezz’ora, quando i soccorsi arrivarono nel luogo in cui stavo. Erano circa 7-8 VdF i quali, dopo avermi imbracato per bene e avermi dato una bottiglietta d’acqua, mi aiutarono con tanto di corda e moschettoni, fino a raggiungere il bordo strada. Ad aspettarci c’erano altri VdF più un’autoambulanza e una pattuglia di Carabinieri. Al centro di tutte queste figure c’era la lettiga nella quale fui invitato a sedermi. Intanto finii di bere l’acqua, ma purtroppo dallo stress dovuto all’attesa il mio stomaco si era chiuso, e così finii per vomitarla tutta.
Così dopo che gli infermieri si furono accertati che le mie condizioni fossero buone, salii sulla pattuglia dei Carabinieri che mi chiesero dove volessi andare. Così salutai i VdF e gli infermieri e partii.
Sebbene fossi ancora intenzionato a raggiungere Cantalupo Ligure per poter proseguire il viaggio il giorno seguente, il Carabinere maggiore in grado mi convinse a farmi portare ad Arquata Scrivia, città nella quale avrei potuto chiamare un dottore se mi fossi sentito male e prendere un treno l’indomani per ritornare a casa, qualora avessi voluto.
La pattuglia mi lasciò così davanti una pizzeria, dove presi una margherita e una bottiglia di birra. Pagai il conto anche se della pizza non riuscii a mangiare che due fette, a causa di questo blocco che ancora avevo, poi feci un giro per il paese, mangiai un gelato, presi una bottiglietta d’acqua e successivamente mi incamminai alla ricerca di un luogo dove dormire.
I guai però ancora non erano finiti! Infatti il supporto di plastica della torcia frontale, durante i ruzzoloni fatti dallo zaino, si ruppe e così dovetti fare un bel po’ di strada a piedi con il residuo della torcia in mano, fino a quando trovai uno spiazzo abbastanza ampio dove porvi la tenda. Il luogo si trovava nei pressi del Santuario di Arquata e in quel momento mi sembrò l’unica soluzione valida per il pernottamento.
Posi la torcia su un albero e in qualche modo misi su la tenda, gonfiai il materassino ed entrai all’interno. A un certo punto però notai che il materassino era molle e che si stava sgonfiando pian piano. C’era infatti un buchetto che non so in che modo si era formato, dal momento che il materassino era sempre stato all’interno della tasca inferiore dello zaino! Per di più le bacchette d’alluminio erano irrimediabilmente piegate e non si regolavano più all’altezza voluta.
Infine avevo anche due vesciche, una grossa e una piccola, quella grossa era particolarmente fastidiosa e già stavo iniziando a zoppicare, ma anche se avevo le garze sterili con il betadine mi mancava l’ago.
Decisi quindi che tutto ciò era troppo e che l’indomai sarei tornato a casa col treno nel primo pomeriggio. Dormii tutta la notte nel terreno duro e mi risvegliai prestissimo, forse anche a causa della particolare scomodità della sistemazione.
Così scesi in paese e vi feci una visita, dal momento che non vi ero mai stato (IMG_11 e 12) e a mezzogiorno mangiai in una locanda un secondo con maialino arrosto, ratatuille e salsa di lamponi.
Tutto buono e locale confortevole, se non fosse che prima di andarmene chiesi alla presunta proprietaria dove fosse il bagno, ma lei, dopo avermelo indicato, siccome vide che non l’avevo addosso mi incalzò dicendo: “mi scusi, si metta la mascherina!”
Dopodiché, ancora un po’ amareggiato, raggiunsi la stazione e presi il treno che mi avrebbe riportato nella mia città.
In allegato: immagini e traccia gpx.
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alla fine posterò oggi con tutti i pensieri s c o n f u s i o n a t i 
Menomale trovai un ragazzo su un trattore che scendeva con la legna e pietosamente mi offrì un passaggio a valle. Mai più da sola, mai più fidarsi 100% delle previsioni meteo in montagna, anche per le escursioni di giornata come nel mio caso.
Ma quali sono stati i miei errori, a par tuo?
