17/09 San Martín de Valdeiglesias – San Bartolomé de Pinares
Potrei andare a vedere Los Toros de Guisando, grosse sculture in pietra attribuite ai Celti.
Ieri sera ho cercato e ho visto che il sito apre alle 10. Troppo tardi. Oggi vorrei arrivare a San Bartolomé, per non avere una tappa lunghissima domani. Un po’ a malincuore rinuncio.
Sempre più freddo.
Parto con un passo molto più spedito del solito per cercare di scaldarmi un po’.
Saltando Guisando, la via più breve per i primi 4km sarebbe la carretera.
Non ho voglia di farmi 1h di strada. Faccio una via di mezzo, finché posso sto su stradine nei campi e entro sulla carretera prima del ponte.
Ancora un po’ e si ricongiunge la strada che arriva da Guisando. Abbandono l’asfalto e ritrovo le frecce.
Terreno leggermente ondulato, cespugli, qualche pietra e un mucchio di crocus. Crocus? Boh, non è che ne sia poi così sicura.
Mi fermo a fotografarne uno, così poi posso chiedere il loro vero nome.
Passa una persona con zainetto, borsa di plastica e soprattutto in maglietta. Non congela? C’è il sole ma io ho su maglietta, camicia, pile, cappuccio e buff. Si vede che i locali sono abituati a queste temperature.
Riparto.
Un ponte romano a più arcate.
Una ermita con un parco intorno. Mi fermo per il mio platano, ma poco, fa freddo.
A Cebreros ci si arriva in salita. Salgo a passo sostenuto e finalmente mi scaldo.
Grossa e massiccia chiesa, plaza Mayor.
Non cambio idea, non mi fermo. E’ presto, mi sono appena scaldata, cosa ci faccio un intero pomeriggio qui, meglio sfruttarlo domani ad Ávila.
Freccia e inizio salire in mezzo alle case. Neanche 100m e c’è un grosso buco tutto recintato. Lavori in corso.
Vedo il sentiero che inizia al di là del buco, ma muro di qua, muro di là, non riesco a infilarmi. Torno giù.
Mai chiedere informazioni a marito e moglie. In contemporanea uno mi indica da una parte, l’altro dall’altra. Si mettono anche a discutere tra loro su quale sia la via migliore. Ringrazio e vado a caso, anche velocemente, prima che uno dei due mi rincorra per farmi cambiare idea.
Ritrovo le frecce, ostacolo aggirato.
Mulattiera che sale a zigzag lungo il versante della montagna.
A tratti cammino in mezzo a cespugli che battezzo ginestre, anche se non hanno i “fagioli” che sono abituata a vedere quando non sono più fiorite, ma dei pallini. Per il resto mi sembrano proprio loro.
Bella vista, con Cebreros là sotto.
Sì, è una bella sensazione un po’ di salita costante dopo tanta pianura.
Puerto de Arrebatacapas, ma che nome è?
Attraverso la strada e le frecce mi indicano un sentiero che scende nel bosco.
Ce n’è un altro che segue la cresta con ottima vista. Decido di seguirlo un pezzettino e fermarmi un po’ in un bel posto prima di scendere.
Ci metto un po’ prima di trovare il posto che soddisfi tutti i miei requisiti.
Trovato. Sole, pietra comoda, ottima vista.
Mentre ci sono verifico sulla mappa se non c’è la possibilità di riprendere il sentiero ufficiale più avanti. Sì sì, prima che questo giri definitivamente a sinistra c’è un sentiero che scende. Aggiudicato.
Soddisfatta, mangio qualcosa e mi godo il panorama.
Riparto.
Dove dovrebbe esserci il mio sentiero è tutto recintato. Così imparo a fare di testa mia.
Ci sarà un modo per scendere, non dovrò mica tornare indietro? Ho camminato abbastanza.
Ritorno all’inizio del recinto, il bosco è abbastanza pulito e non troppo ripido, ho il recinto a farmi da traccia, provo ad andare giù.
Mi chiedo se sto facendo una cosa furba. Non mi rispondo e continuo a scendere.
Senza grossi problemi sono sul sentiero “ufficiale” e un cancello mi permette di entrare nel recinto.
Come se avessi sempre seguito le frecce.
Esco dal bosco, attraverso qualcosa che in altre stagioni potrebbe essere un torrente, salgo in un pascolo.
Mucche e vitelli.
Muretti a secco, cancelli da aprire e chiudere, pascoli ondulati, mucche.
Vado avanti così per un po’ e mi piace.
Qui con le frecce ci sono andati giù pesante. Dopo aver zigzagato abbondantemente per un pascolo, mi rendo conto che ne hanno messe sul muretto di destra, su quello di sinistra e in centro, ma il gioco non consiste nell’andare a toccarle tutte. Nel successivo adotto la tecnica di identificare una direzione e seguirla alla ricerca del cancello di uscita, senza preoccuparmi più delle frecce.
Inizio a vedere una valle di fronte a me. Tra un po’ dovrei incominciare a scendere verso San Bartolomé.
Seguo un lungo muretto a secco e la discesa inizia davvero. Una stradina tranquilla tra grossi pietroni che rendono il panorama particolare e piacevole.
La mia parte razionale sa che dovrei essere un po’ stanca ormai, ma quella irrazionale se ne frega e continua a camminare divertita, guardandosi intorno.
Ecco San Bartolomé, mi piace com’è posizionato questo paesino.
La chiesa: è chiuso anche il cancello, la vedo dalla piazzetta, sembra bella.
Provo a telefonare, nessuno risponde.
Chiedo e mi indicano la casa dell’alcadesa, che dovrebbe avere le chiavi.
Suono, ma mi risponde solo un cagnetto che abbaia all’interno. Se ha lasciato il cane prima o poi tornerà. Mi siedo sullo scalino.
Esce un vicino, forse sa dov’è, andiamo a cercarla.
La troviamo.
Mi dice che c’è già una persona all’albergue, un italiano.
Sono stupita. Non avevo proprio pensato alla possibilità che ci fosse già qualcuno e non sono andata a vedere. E’ meglio così, l’alcadesa preferisce dare lei chiavi e benvenuto a tutti.
Le dico che anch’io sono italiana. Fa un commento sul mio spagnolo. Non so se è un complimento o il suo contrario. Meglio non approfondire.
Domenica, negozio chiuso. Per la cena mi consiglia di andare a mangiare al bar dopo la chiesa che fa piatti buoni ed economici. Poi aggiunge che è l’unico che c’è.
Incontro l’italiano e scopro che è la persona con zainetto e borsa di plastica che avevo visto stamattina. Sta facendo il Sureste e fa tappe di 50/60 km, un po’ correndo un po’ camminando.
Le docce sono negli spogliatoi del campo di calcio.
Sto per entrare in una delle due e vedo qualcosa di gomma per terra. Sono senza occhiali, la cosa di gomma muove lentamente una zampa, è una salamandra, attirata dall’umido. Mi piacciono un sacco le salamandre, peccato non aver niente per fotografarla.
Passo all’altra doccia e la lascio tranquilla.
Cena, anche questa volta finisce che mangio da sola, l’italiano si nutre con il contenuto della sua borsa di plastica: un barattolo di ceci e un litro di latte.
Quando è ormai buio da un po’ sentiamo arrivare qualcuno. Un cagnetto viene a salutarmi. E’ il ragazzo in bici. Stravolto anche oggi. Ha forato sulla salita dopo Cebreros e ha spinto la bici fino qui. Ma non si usa più chiave e camera d’aria di ricambio?

Crocus?

Salendo tra possibili ginestre non fiorite e Cebreros laggiù

Vista con Menir (più o meno)

Altra vista da dove non sarei dovuta passare

Pascoli

Le frecce ci sono

Vitelli curiosi

Lungo un muretto a secco