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Almansa - Avila

  • Creatore Discussione Creatore Discussione liam
  • Data di inizio Data di inizio
"Io nelle tappe migliori butto via il cervello: sono solo corpo e scemenza e mi ci trovo benissimo"
E questa fa il paio con "le salite che altro non sono alla cuspide che dei trampolini dai quali si può spiccare il volo"! (cito a memoria)
Hai nello zaino delle frasi così illuminanti che sono meglio di una mappa! :-)
(ed anche questa me la segno sul quadernetto delle frasi "fighe"!)
:bacibaci:
Raul
 
... d'accordo con Raul ... sapessi quante ne ho fatte di scemenze sui Cammini, soprattutto quando il corpo non rispondeva come avrei voluto ...
Ed anche il mio quadernetto di citazioni (quello che mi porto sempre nei miei Cammini) si arricchisce ancor più ...
E un grazie infinito (come il Cammino del Levante) per farmi rivivere quei giorni andati, quando ancora era tutto un Cammino da ... ri/costruire
 
13/09 Nambroca – Toledo
E sì, baro.
La tappa di oggi sarebbe di 40km con arrivo a Toledo. Significherebbe arrivare a pomeriggio inoltrato, senza possibilità di visitare un po’ la città. Decido di fare solo mezza tappa. Bus fino a Nambroca. Non faccio parte dei duri e puri.
Pensavo di viaggiare su un bus di pendolari che andavano a lavorare a Toledo, ma forse prendono quello prima, qui sono in maggioranza persone anziane. I discorsi che capto vertono tutti su visite mediche che stanno andando a fare.
A Nambroca scendo solo io.
Una indicazione per il cammino proprio davanti alla fermata. Sarà un caso o questo bus è molto usato?
Un breve tratto di strada e sono nei campi.
Accanto agli ulivi coltivazioni diverse: angurie, zucche, zucchini.
Incrocio qualcuno che corre, passeggia, va in bici. Dà già l’idea di area più urbana.
Burguillos. Cambiano anche i paesi. Case nuove, villette a schiera: si capisce che la città ormai è vicina.
Però poi ti trovi davanti un attraversamento oche. Saranno una ventina, più qualche anatra, escono da uno stagno e con calma attraversano la strada. E le macchine si fermano e aspettano che siano passate tutte, comprese le 4 ritardatarie. Ed è buffissimo.
Un viale con casette tutte uguali e sono di nuovo tra i campi.
Una piccola collina e un uliveto a triangolo che ne occupa una fetta.
Salgo su e trovo i campi arati, le stradine a zigzag, il colore della terra. Qui la città non si sente proprio.
Continua ad esserci un po’ di arietta e si cammina bene.
Questa mezza tappa vale la pena.
Bivio a Y, non vedo frecce, neanche paletti caduti, neanche più avanti. Non posso neanche andare a logica perché mi sembrano buone entrambe. Fuori la tecnologia. Mi indica dove sono, proprio su un bivio a Y, ma le tracce? Mi sarò dimenticata di caricarle ieri sera, anche se... Carico. Adesso si sposta sulle tracce ma non vedo più la freccina.
Oh cribbio, dove diavolo sono finita? Rimpicciolisco e scopro che sono tutto da un’altra parte.
Ho sbagliato alla fine del viale con le casette uguali. Colpa dell’uliveto triangolare. In linea retta più di 4km fa, ma qui le strade sono tutto tranne che rette.
Non ho nessuna intenzione di tornare indietro.
Dai telefonino, che adesso giochiamo un po’.
Studio un po’ la mappa e decido di riattaccarmi al cammino più avanti, salto Cobisa, allungo parecchio, ma sempre meno che se tornassi indietro, forse. Ma più che altro mi diverto.
Tra stradine e campi mi invento un pezzo di cammino.
Punizione per aver preso il bus. O premio? Questo tratto mi piace.
Mi riaggancio al percorso ufficiale sulla discesa verso Toledo.
Una curva, campanili e cupole spuntano laggiù.
Arrivo al Tajo. Costeggio il fiume con vista superpanoramica sulla città. Pullman e pullman di turisti, tutti che si fotografano in tutti i modi possibili e immaginabili. A volte devo scendere sulla strada perché l’ampio marciapiede è pieno. Fortunatamente qui i pellegrini non fanno parte del folklore locale e passo inosservata.
Sono già stata a Toledo un po’ di anni fa.
Dovrei entrare dal ponte pedonale de Alcantara. Voglio entrare dal ponte de Alcantara.
Eccolo! Ovviamente sbaglio e ci finisco sotto invece che sopra. Rifo.
Non so perché ma gli antichi ponti di ingresso alle città mi fanno sempre un certo effetto. Questo ancora di più.
Devo fare una foto. Già devo farla con il telefonino, quindi non vedo cosa fotografo, in più ci sono sposi e fotografi e assistenti fotografi che occupano tutto il ponte. Non voglio fotografare loro.
Calma, hai tutto il tempo.
Mi siedo su uno scalino e aspetto che si spostino.
Finalmente ho la mia foto e la mando.
La risposta mi sembra contenta e mi fa molto piacere. Vero, questa volta ci sono proprio arrivata “por pueblos”. Non mi ricordavo più di questa frase.
Saluto Cervantes e vado alla ricerca dell’ostello. Lo trovo abbastanza facilmente, ma avevo fatto un lavoro preventivo.
Il gestore mi dà una cartina e una serie di informazioni utili.
Tra una cosa e l’altra non sono poi arrivata prestissimo, ma ho comunque un po’ di ore per girare.
Pensavo ci fosse più gente. Sì, ci sono turisti e risento parlare italiano, ma si può girare tranquillamente.
Anche il caldo, all’ombra dei vicoli, é assolutamente sopportabile.
Vado a vedere la cattedrale, su consiglio del gestore dell’ostello chiedo se posso avere il timbro sulla credenziale e ottengo anche l’ingresso gratuito. Bella. Valeva la pena anche se avessi dovuto pagare il biglietto. Gli archi e le colonne, come sempre con il naso per aria. Ma particolare anche il volto sorridente della statua di Maria con il bambino.
Poi la Sinagoga Bianca che non avevo visto l’altra volta. Bello l’interno, bella la luce.
Ma soprattutto giro a caso tra i vicoli, mi perdo immediatamente e va bene così.
Trovarsi davanti alla Mezquita de la Luz senza averla cercata è ancora meglio.
Sì, ho fatto bene a fare solo mezza tappa.
Un solo errore e sono anche recidiva: con i gelati in Spagna non ci siamo proprio.
Mi mangio un hamburger, anzi una hamburguesa, e patatine. Non è il mio pasto preferito, ma devo dire che questo è fatto bene.
Piccola sosta in una piazzetta rotonda dove un gatto rosso si disseta alla fontana. Silenzio, non c’è nessuno qui, tutti a caccia della cena.
Tutto sommato una piccolo intervallo con un po’ di folla, un po’ di casino, ci sta bene in questo cammino silenzioso.
Domani si riparte.

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Attraversamento oche

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Uliveto a triangolo che mi ha fregato

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Cammino inventato

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Anch’io faccio la foto panoramica di Toledo

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Puente de Alcantara y Alcatraz

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Archi della Cattedrale

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Colonne della Sinagoga Bianca

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El Manco de Lepanto
 
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14/09 Toledo – Torrijos
Per la prima volta non dormo da sola. Ma con la famiglia con cui divido la camera scambio solo un veloce saluto quando rientrano mentre io sono già a letto.
Recupero le mie cose in maniera più silenziosa possibile e vado a preparare lo zaino nel salone sotto.
Mangio merendina e succo che mi ha lasciato il gestore, la colazione vera è alle 8:30, un po’ tardi anche per me, che generalmente me la prendo con più calma rispetto alla media pellegrina.
Il sole sta sorgendo e Toledo è già sveglia.
Esco dalle mura e sono a Toledo città normale. Quella fatta di palazzi, viali, negozi, scuole, ospedali. Quella dove turisti e visitatori non arrivano.
La città nuova si allarga solo da questa parte. Ripensandoci, apprezzo ancora di più l’arrivo di ieri, senza periferia.
Sono lungo il fiume, sul “Camino Natural del Tajo”.
Questo “Camino” diventa sempre meno “Natural”. Il Tajo si allontana. La strada è asfaltata. Passano sempre più camion. Una immensa rotonda e per poco non imbocco l’ingresso per l’autovía. Una rumorosa e polverosa cava, ecco la causa di tutti questi camion. Proprio brutto questo tratto.
Supero la cava e la situazione migliora velocemente.
Più caldo oggi. Anche di mattina.
Iniziano le fincas. Più numerose e sembrano anche molto più ricche rispetto ai giorni scorsi.
Finisco per sbaglio dentro una con parecchi cavalli. Una ragazza mi indica la via giusta.
Un’altra è enorme e con doppia recinzione. La prima, intorno ai campi, obbliga il cammino a girarle intorno. La seconda, che intravedo all’interno, più massiccia delimita gli edifici.
Non so che fine abbia fatto il Tajo, ma scopro che adesso sono lungo il Guadarrama.
Una piccola area di sosta invasa dall’erba, non proprio in ottimo stato, ma per il mio platano di mezza mattina può andare.
C’è anche un cartello con una poesia:
“Por el río Guadarrama
baja un barco de papel
y una rama.
El barco es de Rafael,
la rama, del pino aquel,
que no se cómo se llama.”
Ecco, è fatta. La ripeto all’infinito. Finché, per approssimazioni successive, la barca è di legno di pino e la carta viene usata per scrivere una lettera anonima.
Una piccola frazione con Ermita e capre.
Terreno ondulato.
Un irrigatore lunghissimo, questo non è un drago irrigatore, questo è un serpente irrigatore. Non riesco neanche a fotografarlo tutto perché c’è una collinetta in mezzo e da un capo non riesco a vedere l’altro. Certo che quando si muove dev’essere uno spettacolo.
Devono esserci piantagioni di pomodori da queste parti. Incontro parecchi pomodori schiacciati, forse caduti durante il trasporto.
Caldo, sempre più caldo.
Per la prima volta ci sto dando dentro con il mio litro e mezzo di acqua (la bottiglia da 750 è stata sostituita da una da 500, più comoda per recuperare l’acqua da travasare nella borraccia in caso di lavandini piccoli).
Rielves.
Mi fermo al bar per un po’ d’acqua fresca e un gelato, confezionato questa volta.
Panchina all’ombra della chiesa. Ma sì, ho tempo, faccio prendere un po’ d’aria ai piedi.
Quando riparto scopro che la chiesa è dedicata a Santiago. E allora, perché no, almeno come portavoce forse potrei servire. Ritorno sulla panca, tiro fuori il telefonino, recupero la lettera indirizzata a lui e gliela leggo. Mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi. Mi sento mezzo, quindi giustificata.
Scavalco l’unico binario della ferrovia, da un cartello imparo che durante la guerra civile aveva una grande importanza ed è stata più volte sabotata.
Sotto un sole caldo, lungo campi pianeggianti, vado verso Barcience.
Il castello su una piccola altura alla mia destra.
Altre alture un po’ più serie si vedono più lontano.
Attraverso il paese. Forse non attraverso il centro o forse lo attraverso e non lo riconosco come centro.
Una “urbanización” progettata e mai iniziata veramente. Strade, rotonde, marciapiedi, buchi per i lampioni e vegetazione che si sta riprendendo i suoi spazi.
Un po’ cotta arrivo alla periferia di Torrijos.
Ci sono delle case a schiera che, boh, mi sembrano proprio brutte.
Torrijos non è piccola, ci metto un po’ ad arrivare in Plaza Mayor.
Però mi va bene, la Policia Municipal è aperta.
Un agente mi porta all’Ufficio del Turismo.
L’impiegato mi riporta alla Policia Municipal perché si sono dimenticati di fare la fotocopia dei miei documenti. Per fortuna è tutto all’interno dell’Ayuntamiento.
Poi mi accompagna all’albergue. Deve essere un appassionato di storia, perché scoperto che arrivo da Torino mi fa una interrogazione sui Savoia, Garibaldi, il Risorgimento e l’Unità d’Italia.
Ehm… allora… è che ieri non ho avuto tempo di ripassare…
Nel bel mezzo della Breccia di Porta Pia, sento:
“¡Qué rata!”
Nel vicolo che porta all’albergue un gattone nero e un topo lungo una spanna più coda si stanno fissando.
Il topo contro il muro, il gatto al centro del vicolo.
Temo un epilogo cruento.
Poi il topo fa quello che non ti aspetti: avanza leggermente verso il gatto.
Anche il gatto fa quello che non ti aspetti: indietreggia leggermente.
Il topo continua ad avanzare, il gatto a indietreggiare.
Adesso il gatto è contro il muro, il topo è al centro.
Il topo si sposta un po’ a destra, anche il gatto.
Ho capito la tattica! Il gatto no.
Vanno avanti così finche il topo arriva vicino al tombino. Un salto ed è dentro.
E il gatto? Fa come tutti i gatti quando si fanno fregare. Si dà una leccata, fa due passi, fa finta di niente. “Un topo? No, non l’ho proprio visto. Ero immerso nei miei pensieri. E poi, no, troppo caldo per andare a caccia oggi”
E io sono salva dall’interrogazione.
Chiedo informazioni sul bombero: tutto bene, è passato 2 giorni fa.
Albergue con azulejos.
Aspetto che il sole cali ancora un po’, oggi è stata la giornata più calda in assoluto. Poi vado a fare un giro.
Bella la piazza e l’Ayuntamiento, con un cortile interno.
La chiesa è grande e ha un bel portale, ma non la vedo dentro perché chiusa.
Poco più avanti però ne trovo una aperta, con dentro un organo in legno bellissimo.
Dopo cena vado a prendere un po’ di fresco sulla panchine della piazza.
Un gruppo di ragazzini seduti per terra approfittano del wifi comunale.
Lo faccio anch’io, va’.

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Buongiorno Toledo

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Impronte

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Ermita e capre

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Serpente irrigante

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Santiago a Rielves

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Castillo de Barcience

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Portale della chiesa di Torrijos

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Torrijos - Ayuntamiento
 
Il pezzo del topo e del gatto mi ha fatto sbellicare! :rofl:
Siccome è così piacevole leggere i tuoi scritti, sono arciconvinto che quando ti sei messa nei panni del portavoce, anche su ai Piani Alti abbiano apprezzato la tua lettera dedicata e ti abbiano dato ascolto!!! ;-)
 
E' proprio così come dici tu Lia il comportamento del gatto quando si fa fregare dal topo...
Ma se il topo è grande il gatto lo teme un pò.:)
 
Ma se il topo è grande il gatto lo teme un pò.
Conosco un gatto che teme un po' anche le sveglie.
Ma appena si rende conto che non sarà aggredito, una zampata e la sveglia è spacciata.
Per evitare la strage adesso vengono messe in salvo nei cassetti:rolleyes:
(vedesse mai un topo di quelle dimensioni penso che fuggirebbe a gambe levate)
 
15/09 Torrijos – Escalona
Speriamo non faccia tanto caldo oggi.
Apro la porta e vengo investita da una folata di vento gelido. Ma gelido gelido.
Forse è la posizione di questo vicolo.
In ogni caso richiudo e tiro fuori il buff, servisse è a portata di mano.
Serve, serve. Eccome se serve.
Nei campi il vento si sente ancora di più e malgrado il cielo sereno il sole non ce la fa a scaldare.
Mi sorpassa una persona in motorino che sta facendo correre dei cani. Abbigliamento totalmente invernale.
Penso al mio cappellino da Batman e ai miei guanti in pile. Staranno ridendo come pazzi al riparo nel loro cassetto: “Questa volta non vi porto. La calda Mancha. Sareste un peso inutile”.
Faccio uno dei pochi selfie della mia vita. Se no chi ci crede.
Però il vento mi piace. Il cielo azzurro mi piace.
Torna la solita domanda: in questo momento vorresti essere in qualche altro posto? No!
Vento: energia, allegria. Forse sono pazza, chissenefrega. Ma soprattutto, chi se ne accorge qui.
Attraverso Santo Domingo e di nuovo campi, ulivi, terra rossa, vento. Wow wow wow.
Un breve tratto di carretera per entrare a Maqueda. Sti spagnoli si fermeranno anche per far passare i pedoni sulle strisce, ma sulle statali corrono come pazzi.
Il castello, speriamo che questo non venga tagliato fuori come quello di Barcience ieri.
No, ci si passa sotto e si può salire.
Bello ma chiuso. Vicino c’è un piccolo parco con vista sulla campagna. Pausa platano? No, non riesco a trovare una panchina al sole. Fino a ieri la mia ricerca era focalizzata a panchine all’ombra.
Scendo al paese. Chiesa fortezza e due archi che ormai non reggono più niente.
Un bar, faccio una colazione vera? Ma no, non ho voglia di entrare, ho voglia di stare fuori.
Il sole inizia a scaldare un po’, il vento continua a soffiarmi in faccia.
Mi mangio il vento, me ne faccio una scorpacciata.
Pianura, ma non all’infinito. Le montagne sono lì che bloccano lo sguardo.
Contenta di vederle, però indicano anche che sto per arrivare.
Ma c’è vento, non voglio pensarci.
A seconda di come giro la testa e di come il vento mi entra nelle orecchie cambia la sua voce.
Dentro la borraccia sembra la sirena di una nave.
Un gruppo di case bianche, sembrano abitate, ma non vedo nessuno.
Un cubo di cemento, penso abbia a che fare con acqua e irrigazione.
Ci salgo sopra e finalmente mi mangio il platano non più di metà mattina. Aggiunto a un pezzo di pane e un avanzo di formaggio si trasforma nel pranzo.
Rimango su questo cubo bianco un mucchio di tempo. Ci sto bene, non ho fretta.
Ancora pianura e terra.
Poi più verde, mi sto avvicinando al fiume.
Un ponte stretto. Il fiume si chiama Alberche e Escalona è lì in alto con il suo castello.
Per arrivarci prendo una ampia stradina con degli scalini. In che altro modo potevo entrare se non tramite una scalona.
Sono al castello.
Policia Local, suono ma non mi apre nessuno.
C’è addirittura un ufficio del turismo, ma apre molto più tardi.
Questo albergue me lo vado a cercare da sola. Una volta trovate le scuole deciderò cosa fare.
Eccole.
C’è un campanello. Sembra tutto silenzioso e vuoto ma provo a suonare. Intanto cerco i numeri di telefono. Invece, prima dei numeri, appare al di là della porta a vetri una signora.
“Vado a prendere le chiavi e poi ti accompagno”.
Anche oggi tutto facile.
L’albergue è in un locale a fianco della scuola.
La porta è spalancata, ma dentro non c’è nessuno. Mi raccomanda di chiuderla a chiave domani mattina.
Lo faccio anche adesso, altrimenti non sta chiusa e il vento la fa sbattere.
Devo cercare un posto dove legare il mio cordino e stendere la roba lavata.
Eh, se riuscissi a riaprire la porta.
Calma. Appoggio tutto quello che ho in mano, mi metto con pazienza e un micron avanti, un micron indietro, trovo la posizione giusta della chiave che mi permette di girarla e aprire.
Sono libera. Ecco perché non l’avevano chiusa.
Devo trovare una soluzione però: aperta sbatte, chiusa bisogna piangere in cinese per riaprirla.
Ci penserò dopo, adesso vorrei farmi un giro per il paese. Rischio e la chiudo, meglio chiusi fuori che dentro.
Bivio Levante-Sureste, grossa concha di ferro, murales sul cammino.
Vado a farmi mettere il sello all’ufficio del turismo.
Un’occhiata al castello, ma non si può entrare.
Una piazza interessante.
Poi mi siedo a guardare il fiume.
Supermercato, dove una signora mi presta la sua tessera per avere uno sconto e mi consiglia di richiederla.
Il mio spagnolo non sarà una meraviglia, ma è abbastanza per scambiare due parole su una tessera del supermercato. Sembra una scemenza, ma sono cose che fanno piacere.
La porta. Molta, molta pazienza e si apre.
Decido che non la chiudo più a chiave.
Trovo degli opuscoli pubblicitari, li piego e li incastro sotto. Un po’ di tentativi con gli spessori, ma alla fine funziona: sta chiusa e non sbatte.
Sto mangiando la mia cena da supermercato quando dai vetri vedo qualcuno che armeggia fuori dalla porta.
Aspetta, aspetta!
Sfilo gli opuscoli e mi trovo davanti un cagnetto e un ragazzo.
Il cagnetto corre contento qua e là, il ragazzo si siede stravolto.
E’ in bici, con questo vento è stato abbastanza faticoso.
Chiedo, un po’ preoccupata, se il cane gli corre dietro mentre lui pedala. Mi fa vedere la bici con una cassetta in cui si sistema il cane per farsi trasportare. Quando inizia a agitarsi, si fermano, lui spinge la bici e il cane cammina un po’.
Offro il pezzo di formaggio che mi è rimasto ad entrambi. Il ragazzo mi spiega che si fa una doccia e poi va mangiare da qualche parte. Il cane accetta e mi fa capire che preferisce il formaggio alle crocchette che ha nella ciotola.
Non ci speravo proprio più di incontrare qualcuno.
Adesso non posso più dire non ho incontrato neanche un pellegrino.

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Campi ulivi e vento, non si vede ma c’è

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Castello di Maqueda

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Terra e nulla, inizio a salutare questi paesaggi

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Direzione montagne

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Aumenta anche il verde

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Levante di qua

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Camino sui muri

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Castello di Escalona
 
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16/09 Escalona – San Martín de Valdeiglesias
Ragazzo e cane dormono ancora. Ho preparato tutto ieri sera in modo da essere veloce e silenziosa.
La serratura a opuscoli ha funzionato.
Il vento si è calmato. Ancora un po’ d’aria, ma è niente rispetto a ieri.
In cambio ha lasciato una serie di nuvolette spumose.
Mi piace andare a caccia di nuvole e oggi è giornata fortunata. Cammino guardando per aria.
Prima rossastre per il sole che spunta.
Poi una trapunta di nuvolette bianche. Mi sembra proprio una coperta che svolazza sulla mia testa.
Recinti con dentro dei cavalli. Qualche albero. Campi. Ma oggi più che dalla terra sono incuriosita dal cielo.
Sono già a Almorox, questo tratto è volato via.
Sosta colazione sulla panchina della chiesa.
Il paesaggio cambia definitivamente.
Verde, alberi, orti, erba, leggere salite.
Sensazioni strane. Novità ma anche mancanza. Mi manca il nulla. Trovo noioso questo tratto. No, è completamente illogico. Devo solo riabituarmi.
Inizio a vedere dei pietroni. Così inizia a piacermi.
Arrivo nella pineta.
Pini a ombrello. Una pineta rada, molto luminosa, con una larga pista di terra che l’attraversa.
Non ha niente del bosco fitto, che normalmente all’inizio mi piace ma alla lunga mi annoia.
E’ sabato, in un posto così mi aspetterei di incontrare gente. Non so, mi sembra un posto da scampagnate, anche ciclisti con queste belle piste. Invece nessuno.
Non che mi crei grossi problemi la solitudine, direi che ci sono abbastanza abituata.
Questo posto è rilassante.
Attraverso la statale che taglia in due la pineta. Qui c’è un po’ di traffico, moto soprattutto.
Via rientriamo velocemente tra i pini.
Non c’è più vento ma l’aria continua a essere fresca. Pausa pranzo al sole, cercando di trovare una logica alle traiettorie di queste grosse formiche.
Cartelli della Vía Pecuaria con la mucca disegnata. Me li ricordo, li avevo già incontrati all’inizio del Camino de Madrid. Scopro che hanno regole molto precise, a seconda della larghezza il nome cambia.
Qualche recinto e qualche cancello da aprire e chiudere.
Un tratto che sembra essere stato aperto da una ruspa recentemente. Qui in caso di pioggia non deve essere divertente, ha tutta l’aria di essere fango argilloso indurito, con vecchie impronte belle profonde.
Salgo in pochino a vedere il panorama: montagne verde scuro, boschi. Che differenza rispetto ai giorni scorsi. Cosa preferisco? Che domanda deficiente. O forse non è deficiente, ma io non so rispondere. Ieri mi piaceva la pianura e la terra, oggi mi piacciono le montagne tonde e gli alberi, domani si vedrà.
Discesa verso San Martín.
Incrocio un ragazzo con tre cani da caccia. Io, tanto per cambiare, sto parlando da sola.
Sono giù. Non ho cambiato idea, è stata una tappa rilassante.
Niente albergue, hostal anche qui.
Il gestore è particolarmente loquace, mi dice: “si”, “pasaporte”, “no” e mi indica una scala. Strano ma vero, dico molte più parole io.
In compenso la stanza è piena di cartelli che ti dicono cosa fare e non fare. In particolare sembra sia molto importante non portarsi via gli asciugamani. E’ scritto più volte e talmente grosso che fa venire voglia di farlo anche a ci non ci pensava per niente. Ma il posto non è niente male.
Esco a fare un giro. E rientro immediatamente a mettermi calze e pile.
Anche qui un castello. Questo visitabile con biglietteria, ma ormai è tardi.
Il paese mi sembrava più bello visto da sopra che da dentro.
Ma non è piccolo. Me ne accorgo quando chiedo per un supermercato e vengo mandata a un Carrefour lontanissimo.
Qui non trovo una signora che mi racconta le meraviglie della tessera. Alla fine penso di non aver detto più di 20 parole in tutto il giorno. E’ un constatazione, non una lamentela.
Scopro che sono nella Comunidad de Madrid. Ho lasciato La Mancha. Peccato non me ne sia accorta, avrei voluto salutarla e ringraziarla, è stata una buona compagna di cammino, ci sono andata d’accordo.

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Nuvole

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E nuvole

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Erosione

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Pietre e alberi

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Pineta

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Paperetta gigante

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Panorama

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Castello di San Martín
 
Ultima modifica:
trovo una certa somiglianza tra la parte sommitale di questa roccia:
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e questo:
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Quella che hai descritto come paperella gigante a me sembra più un dinosauro.
È come il test dallo psicologo che ognuno vede una cosa diversa della stessa macchia d'inchiostro :D
 
17/09 San Martín de Valdeiglesias – San Bartolomé de Pinares
Potrei andare a vedere Los Toros de Guisando, grosse sculture in pietra attribuite ai Celti.
Ieri sera ho cercato e ho visto che il sito apre alle 10. Troppo tardi. Oggi vorrei arrivare a San Bartolomé, per non avere una tappa lunghissima domani. Un po’ a malincuore rinuncio.
Sempre più freddo.
Parto con un passo molto più spedito del solito per cercare di scaldarmi un po’.
Saltando Guisando, la via più breve per i primi 4km sarebbe la carretera.
Non ho voglia di farmi 1h di strada. Faccio una via di mezzo, finché posso sto su stradine nei campi e entro sulla carretera prima del ponte.
Ancora un po’ e si ricongiunge la strada che arriva da Guisando. Abbandono l’asfalto e ritrovo le frecce.
Terreno leggermente ondulato, cespugli, qualche pietra e un mucchio di crocus. Crocus? Boh, non è che ne sia poi così sicura.
Mi fermo a fotografarne uno, così poi posso chiedere il loro vero nome.
Passa una persona con zainetto, borsa di plastica e soprattutto in maglietta. Non congela? C’è il sole ma io ho su maglietta, camicia, pile, cappuccio e buff. Si vede che i locali sono abituati a queste temperature.
Riparto.
Un ponte romano a più arcate.
Una ermita con un parco intorno. Mi fermo per il mio platano, ma poco, fa freddo.
A Cebreros ci si arriva in salita. Salgo a passo sostenuto e finalmente mi scaldo.
Grossa e massiccia chiesa, plaza Mayor.
Non cambio idea, non mi fermo. E’ presto, mi sono appena scaldata, cosa ci faccio un intero pomeriggio qui, meglio sfruttarlo domani ad Ávila.
Freccia e inizio salire in mezzo alle case. Neanche 100m e c’è un grosso buco tutto recintato. Lavori in corso.
Vedo il sentiero che inizia al di là del buco, ma muro di qua, muro di là, non riesco a infilarmi. Torno giù.
Mai chiedere informazioni a marito e moglie. In contemporanea uno mi indica da una parte, l’altro dall’altra. Si mettono anche a discutere tra loro su quale sia la via migliore. Ringrazio e vado a caso, anche velocemente, prima che uno dei due mi rincorra per farmi cambiare idea.
Ritrovo le frecce, ostacolo aggirato.
Mulattiera che sale a zigzag lungo il versante della montagna.
A tratti cammino in mezzo a cespugli che battezzo ginestre, anche se non hanno i “fagioli” che sono abituata a vedere quando non sono più fiorite, ma dei pallini. Per il resto mi sembrano proprio loro.
Bella vista, con Cebreros là sotto.
Sì, è una bella sensazione un po’ di salita costante dopo tanta pianura.
Puerto de Arrebatacapas, ma che nome è?
Attraverso la strada e le frecce mi indicano un sentiero che scende nel bosco.
Ce n’è un altro che segue la cresta con ottima vista. Decido di seguirlo un pezzettino e fermarmi un po’ in un bel posto prima di scendere.
Ci metto un po’ prima di trovare il posto che soddisfi tutti i miei requisiti.
Trovato. Sole, pietra comoda, ottima vista.
Mentre ci sono verifico sulla mappa se non c’è la possibilità di riprendere il sentiero ufficiale più avanti. Sì sì, prima che questo giri definitivamente a sinistra c’è un sentiero che scende. Aggiudicato.
Soddisfatta, mangio qualcosa e mi godo il panorama.
Riparto.
Dove dovrebbe esserci il mio sentiero è tutto recintato. Così imparo a fare di testa mia.
Ci sarà un modo per scendere, non dovrò mica tornare indietro? Ho camminato abbastanza.
Ritorno all’inizio del recinto, il bosco è abbastanza pulito e non troppo ripido, ho il recinto a farmi da traccia, provo ad andare giù.
Mi chiedo se sto facendo una cosa furba. Non mi rispondo e continuo a scendere.
Senza grossi problemi sono sul sentiero “ufficiale” e un cancello mi permette di entrare nel recinto.
Come se avessi sempre seguito le frecce.
Esco dal bosco, attraverso qualcosa che in altre stagioni potrebbe essere un torrente, salgo in un pascolo.
Mucche e vitelli.
Muretti a secco, cancelli da aprire e chiudere, pascoli ondulati, mucche.
Vado avanti così per un po’ e mi piace.
Qui con le frecce ci sono andati giù pesante. Dopo aver zigzagato abbondantemente per un pascolo, mi rendo conto che ne hanno messe sul muretto di destra, su quello di sinistra e in centro, ma il gioco non consiste nell’andare a toccarle tutte. Nel successivo adotto la tecnica di identificare una direzione e seguirla alla ricerca del cancello di uscita, senza preoccuparmi più delle frecce.
Inizio a vedere una valle di fronte a me. Tra un po’ dovrei incominciare a scendere verso San Bartolomé.
Seguo un lungo muretto a secco e la discesa inizia davvero. Una stradina tranquilla tra grossi pietroni che rendono il panorama particolare e piacevole.
La mia parte razionale sa che dovrei essere un po’ stanca ormai, ma quella irrazionale se ne frega e continua a camminare divertita, guardandosi intorno.
Ecco San Bartolomé, mi piace com’è posizionato questo paesino.
La chiesa: è chiuso anche il cancello, la vedo dalla piazzetta, sembra bella.
Provo a telefonare, nessuno risponde.
Chiedo e mi indicano la casa dell’alcadesa, che dovrebbe avere le chiavi.
Suono, ma mi risponde solo un cagnetto che abbaia all’interno. Se ha lasciato il cane prima o poi tornerà. Mi siedo sullo scalino.
Esce un vicino, forse sa dov’è, andiamo a cercarla.
La troviamo.
Mi dice che c’è già una persona all’albergue, un italiano.
Sono stupita. Non avevo proprio pensato alla possibilità che ci fosse già qualcuno e non sono andata a vedere. E’ meglio così, l’alcadesa preferisce dare lei chiavi e benvenuto a tutti.
Le dico che anch’io sono italiana. Fa un commento sul mio spagnolo. Non so se è un complimento o il suo contrario. Meglio non approfondire.
Domenica, negozio chiuso. Per la cena mi consiglia di andare a mangiare al bar dopo la chiesa che fa piatti buoni ed economici. Poi aggiunge che è l’unico che c’è.
Incontro l’italiano e scopro che è la persona con zainetto e borsa di plastica che avevo visto stamattina. Sta facendo il Sureste e fa tappe di 50/60 km, un po’ correndo un po’ camminando.
Le docce sono negli spogliatoi del campo di calcio.
Sto per entrare in una delle due e vedo qualcosa di gomma per terra. Sono senza occhiali, la cosa di gomma muove lentamente una zampa, è una salamandra, attirata dall’umido. Mi piacciono un sacco le salamandre, peccato non aver niente per fotografarla.
Passo all’altra doccia e la lascio tranquilla.
Cena, anche questa volta finisce che mangio da sola, l’italiano si nutre con il contenuto della sua borsa di plastica: un barattolo di ceci e un litro di latte.
Quando è ormai buio da un po’ sentiamo arrivare qualcuno. Un cagnetto viene a salutarmi. E’ il ragazzo in bici. Stravolto anche oggi. Ha forato sulla salita dopo Cebreros e ha spinto la bici fino qui. Ma non si usa più chiave e camera d’aria di ricambio?

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Crocus?

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Salendo tra possibili ginestre non fiorite e Cebreros laggiù

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Vista con Menir (più o meno)

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Altra vista da dove non sarei dovuta passare

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Pascoli

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Le frecce ci sono

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Vitelli curiosi

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Lungo un muretto a secco
 
Ultima modifica:
per me sono crochi (e anche le altre sembrano ginestre).

Oggi hai incontrato Pascoli, domani Carducci?
ho capito :espulso:
 

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