14 maggio 2007
azofra - grañon
fa freddo.
un freddo porco.
non saprei come altro definirlo.
quel freddo che ti gela la pelle, le ossa, il sangue, qualunque fiato, ogni barlume di pensiero.
inizia subito, quel freddo lì, appena varcata la soglia dell'albergue.
ieri mattina era tutto caldo e bollente di sole.
oggi tutto è spazzato da questo vento gelido.
ecco.
il vento.
ci si è messo anche lui.
ieri era canto, musica, bellezza e compagnia.
oggi è nemico invisibile, insidia subdola, oppositore malevolo, ostilità manifesta.
come se non bastasse la sua sola fastidiosa presenza, soffia contrario, il maledetto.
niente lo ferma.
niente lo blocca.
scorre sul sentiero come fosse autostrada.
scivola liscio tra i nostri passi come fosse palla da bowling su pista perfetta.
e noi lì, ad trascinarci, formiche affardellate di zaino e vita e fatica e pesantezze..
un passo.
dopo un passo.
dopo un passo.
i piedi ad arrancare.
la testa a tenere botta.
le mani coperte dai calzini [ci si ingegna, in mancanza di guanti. e non serve neanche ingegnarsi troppo].
il punta del naso intirizzita.
gli occhi a piangere lacrime che non sono pianto.
le gambe nude
[che io sono una che si è fatta venire le gambe blu sui 2.500 metri del passo del torrone sul sentiero roma - il tutto pur di non fermarsi ad infilare i pantaloni lunghi - secondo la brillante teoria fortemente in voga presso ogni ragazza londinese che si rispetti: "il freddo alle gambe non esiste. il freddo alle gambe è solo un'idea. le gambe violacee sono solo un dettaglio tutto sommato trascurabile."] trafitte da polvere che diventa ago e tormento.
sono una decina di chilometri.
paiono cento.
o mille.
o infiniti.
non passano.
non passano mai.
i peggiori dieci chilometri del mio cammino.
che oggi [ma anche allora] questa cosa mi fa sorridere assai.
sulla carta avrebbe dovuto essere una della tappe più facili di tutto il cammino.
tutta pianura - che vuoi che sia.
un'ora e mezza - che vuoi che sia.
due, dai, se te la prendi calma - che vuoi che sia.
e invece.
invece vedi.
vedi quando con la vita ci gioca la vita.
mi sfila accanto un panorama che forse avrei anche guardato, in condizioni altre.
non guardo niente.
non vedo niente.
non c'è niente, oggi, attorno a me.
occhi puntati sui miei piedi.
tutto il resto è troppo grande.
troppo difficile.
troppo lontano.
cammino così, ma non è il modo di camminare.
cammino così, non è il modo di camminare che mi piace camminare.
ma questo è.
oggi.
e altre volte dentro la vita.
cammino.
cammino.
cammino.
un passo davanti all’altro.
un giorno dopo l’altro.
però.
però non so dove sto andando.
però non so neanche bene dove arriverò.
dicono che ci sia una cattedrale, lì in fondo.
dicono che ci sia una casa.
dicono che ci sia un oceano immenso, alla fine dei passi.
ma la sai una cosa?
io non so dove siano.
e non so quando ci arriverò.
men che meno come.
fa fatica camminare senza sapere niente.
come dici tu: "puoi solo stare lì e mettere un piede davanti all’altro".
testa bassa e andare avanti.
testa bassa e cercare di camminare bene.
questo ti è concesso.
questo, e null'altro.
quando alzo la testa, un campo da golf alla nostra sinistra.
in un attimo mi entra dentro al campo visivo, stonato.
mi si infila dentro gli occhi, fuori luogo e fuori contesto.
è così finto, quello spazio.
è così falso, fittizio, artificiale.
al di là della rete, l'asettica perfezione creata dall'uomo.
al di qua della rere, la perfezione fragile declinata sghemba dentro ogni uomo in cammino.
atterversiamo un piccolo pueblo.
all'ingresso del paese, un cantiere di case in costruzione.
putrelle in ferro, cemento armato, piccole betoniere per il calcestruzzo mangiate dalla ruggine, futuri giardini ammasso di lavori in corso e sterpaglie.
mi immagino le vite che verranno.
risate bambine a rincorrersi per strada.
un birra sul gradino del giardino prima dell'imbrunire.
una porta sbattuta dal vento e dal nervoso.
sotto quel portico, occhi dentro gli occhi a fare progetti, magari non disattesi dal tempo e dalla vita.
dalle finestre aperte, sussurri d'amore e risate di sole.
quando arrivo a santo domingo della calzada sono stanchissima.
a pezzi proprio.
è indubbio.
questa e l'ingresso ad astorga saranno le due tappe più faticose di questo mio cammino.
a santo domingo.
non ho voglia di niente.
men che meno di dovermi fermare per trovare un letto.
traccheggio in giro - anche traccheggiare può essere una soluzione.
riempio il tempo.
un giro in cattedrale.
fatico a vedere il gallo.
non so più se per penombra spinta, abituale miopia o ritrosia del pennuto.
alla fine lo vedo e l'idea [più l'idea, che il fatto in sè] di aver visto un pollo in una gabbia dentro una cattedrale effettivamente mi fa parecchio ridere.
un caffè nella pasteleria isidro.
e sai che c'è?
pure un paio di dolcetti tipici.
si chiamo ahorcaditos.
pasta sfoglia e crema di mandorle come ripieno [io per le mandorle nei dolci posso fare follie].
uno lo mangerò subito.
uno si sfarinerà dentro il sacchetto che metto via nella tasca superiore dello zaino.
domani saranno quasi solo briciole, non per questo meno squisite.
le leccherò via dalle dita, per non perderne niente.
un salto al super.
pan y jamon serrano.
mi faccio un panino.
lo addento seduta sui gradini davanti alla chiesa.
un giro fino ai giardini davanti all'albergue.
ci trovo i soliti amici del cammino. uno ha una rosa gialla appesa allo zaino - ce l'ho ancora dentro gli occhi, quel giallo lì contro il blu di tela tecnica sotto un cielo in cui si rincorrono nuvole cariche di pioggia.
mi stendo nell'erba e chiudo gli occhi.
mi fa da coperta un sole che va e che viene e la giacca poco tecnica a cercare di proteggermi da un freddo che ancora e sempre arriva ad ondate.
quando mi alzo, mi concederò in regalo [ok, il verbo giusto è "ruberò"] un rametto di menta preso da un arbusto dell'aiuola. lo infilerò dentro la zip della giacca. profumerà per chilometri. il thé che pensavo di farmi non lo farò mai.
un giro turistico dentro il vecchio albergue dei pellegrini che ora è parador a 5 stelle.
mi incantano le pergamene manoscritte alle spalle della reception.
un unico pensiero: "io una volta nella vita una notte in un albergo così me la concederò".
e subito l'altro pensiero: "mi vorranno - così sgarruffata, così boschiva e così selvaggia - in un posto così bello? forse no".
c'è un limite anche al traccheggiare.
per me, poi, che non traccheggio mai.
per me, poi, abitata dal milanessisimo demone dell'efficienza meneghina e dal calvinistico senso del dovere di stampo materno.
basta.
mi alzo.
all'albergue dei pellegrini.
ci avevo lasciato lo zaino.
inizialmente avevo anche deciso di fermarmi lì.
ma poi.
poi no.
poi all'improvviso capisco che non è aria.
non ho nessun motivo, solo so che non è per me.
ci sono qui i miei amici del cammino - avrei tutti i migliori motivi per fermarmi con loro.
non è per me.
c'è qui michele, accento partenopeo e faccia che ride - "hai visto, cri. c'è anche il bidet. da quanto non lo vedevi un bidet in un bagno?".
non è per me.
ci sono qui altri italiani - con loro ho aspettato ridendo dentro ad una lavanderia a gettoni che finisse un acquazzone.
non è per me.
recupero lo zaino, con mossa agile me lo infilo in spalla e vado.
saranno passi.
sarò io.
sarà cammino, il mio.
grañon.
non ne sapevo niente.
solo che era il paese successivo.
uscendo dal paese mi tranquillizza una ragazza.
è in giro con i suoi genitori.
"non preoccuparti. a grañon per certo troverai posto. a grañon non viene mai mandato via nessuno".
parla certa - è stata hospitalera lì fino a stamattina.
a granon racconterò di quest’incontro all’hospitalero.
dirà: "ti sbagli. non sono i suoi genitori. la donna è sua mamma, l'uomo anziano è suo marito".
io non ci posso credere.
ma che giri fa, l'amore, quando ti deve trovare?
cammino.
non c'è niente.
non c'è nessuino.
solo io.
solo campi di grano.
solo cielo alto pieno di nuvole a rincorrersi veloci dentro il vento
solo strada.
bianca.
lineare.
da qui al cielo.
grañon.
entro.
entro fradicia di un temporale che mi ha lavato negli ultimi chilometri.
si avvicina l'hospitalero.
mi toglie lo zaino dalle spalle.
mi prende lo zaino dalle spalle.
"a questo ci penso io" - dice - "tu pensa a scaldarti. lì c'è il camino, lì c'è del caffè bollente. prendine quanto ne vuoi. quando è finito lo rifaccio".
ecco.
ecco perchè non dovevo fermarmi a santo domingo.
ecco il destino che si palesa.
qui dovevo arrivare.
dentro questo calore.
dentro questa accoglienza.
dentro questo ben-essere.
respiro.
sono a casa.
materassi al suelo, ovunque zaini esplosi di panni pallegrini.
camino nell'angolo, fuoco acceso.
pavimento in legno, muri in pietra.
delle poltrone.
gente seduta ai tavoli.
gente in cucina.
l'hospitalero maglietta a righe.
la cappa in acciaio inox lucidissimo in cucina.
un bicchiere che metto via nello scolopiatti, dopo averlo asciugato.
in cucina con l'hospitalero.
pelo carote, taglio cipolle - grande soffritto per le lenticchie dei vegetariani.
lavo piatti.
obbedisco a direttive.
è come essere al gemelli.
sono gesti di bassa manovalnza che mi abitano da molto.
ancora una volta è bello essere al servizio.
dare da mangiare.
regalare vita.
regalarla così, con un piatto caldo a fine giornata.
prima la messa, poi i vespri della sera.
la chiesa al buio, i lumini acccesi tra i nostri sedili del coro.
la cena compartida.
la camerata abitata di così tanta vita.
un albergue senza sello.
"perchè qui, quello che si timbra, è il cuore".
allora - sacco a pelo sul colchon e roncadores in gran spolvero.
oggi - dita sulla tasteria e videolezione sulle proprietà dell'aria come sottofondo.
penso ai selli che mi hanno sellato il cuore.
non ne rimpiango nessuno.
alcuni scolorano ancora quando ci passo sopra la mano.
restano tracce di inchiostro sul lato esterno del palmo.