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2007 - cammino francese della cri

Il "seduta sotto un albero" mi ha fatto partire tutta una serie di ricordi.
Sto seguente il tuo cammino e ogni tanto un immagine la riconosco. Anche nella diversità del resto.
 
mi incanta sempre, chi ha più di un'anima che convive serena dentro di lui.


Sorrido da un po’ di giorni a queste frasi, perché siam tutti toccati da un argomento che ormai ho fatto mio, mi piace sempre replicarle e raddrizzarle in ciò che penso.
In questo caso:

“mi incanta sempre, chi serenamente convive con un’unica anima”
 
11 maggio 2007
los arcos - viana

materasso in plastica.
notte inquieta, strana e stranita - pensieri molti, lacrime a tratti.
the caldo e madeleines di prima mattina riconciliano un po' con il mondo.

"in che lingua sogni?".
degli italiani in bici.
quelli che passando in macchina salutano. chissà dove vanno, dentro il loro quotidiano. dove andiamo noi è evidente a tutti.
un camion veloce sulla carrettera. l’aria che sposta fa volare via un cappello.
dell’origano negli interstizi di un muro. quasi esate, profumo di sole.
delle noci. basta allungare una mano per scambiare bellezza.
quello che passa con le spille da balia sul culo. metallo a tenere fermi pantaloni strappati.

felicity.
40 anni, ne dimostra almeno 10 di meno.
si porta cucito addosso la voglia di "just fall in love".
un desiderio bruciante di maternità e di bambini suoi.

una fontanella a bordo strada.
come è bello avere la testa bagnata.
acqua che scorre sul coppino.
gocce che si infilano fredde nella schiena, tra maglietta e pelle sudata.

albergue.
nella stanza delle lavatrici, dal soffitto pendono ganci per appendere le bici.
i nostri scarponi sulle mensole degli scaffali.

fare la doccia.
scrivere al terzo piano del letto a castello.
leggere guide.
dormire un po' dentro il caldo del pomeriggio. dormono tutti, solo una signora tedesca sta ancora scrivendo.
compartir una lavatrice.
un bicchiere d'acqua con ghiaccio e limone. i soliti vecchietti di paese giocano a carte en la calle al tavolino accanto al nostro.
stendere i panni, anche per gli altri.
noi, in vacanza dai nostri passi.
rimane un pomeriggio troppo lungo.
non mi piace smettere di camminare così presto.
come se non avessi altri abiti di cui vestirmi, una volta smessi i miei panni di pellegrina.

in biblioteca anche oggi [praticamente è un tour di biblioteche, scrivevo].
la mail che mando.
forse più impegnata, per certo meno spensierata.
segue i pensieri del giorno.

degli spagnoli finiscono domani il loro primo pezzo di cammino.
andranno avanti l’anno prossimo.
capita che lo facciano così il cammino, gli spagnoli.
una settimana all'anno per molti anni in fila.
guardano stupiti i miei piedi senza vesciche.

hans.
lo trovo seduto solo ad un tavolino di un bar.
lunga barba bianca, occhi buoni di uomo buono.
molto schivo - stamattina ha giusto accettato qualche nocciolina delle mie.
mi siedo con lui.
sta finendo di mangiare, un bicchiere di vino rosso davanti al piatto.
i suoi figli.
uno studia in costa d’avorio mediazione dei conflitti.
un altro vive dentro una macchina con una donna eritrea.
la figlia ha sposato un ragazzo con cui ha fatto il cammino.
lui e sua moglie hanno fatto il viaggio di nozze in italia. autostop fino a firenze, cammino di san francesco fino ad assisi a seguire. ed erano anni, quelli, in cui di cammini non parlava nessuno.
così.
così deve essere.
così sogno il mio uomo.
così sogno la mia vita.
fiducia, speranza ed abbandono.
essenzialità spartana, mondo addosso.
cielo infinito a fare da coperta, stelle meta di passi.

dal terrazzo dell’albergue, il tramonto su logroño.
quanto è bello, questo tramonto.
quando è bello berselo seduti su questo muretto.
pietre antiche, cielo rosa, verde di prato.
la piana srotolanta davanti.
logroño pare lì, a portata di mano.
 
Ultima modifica:
scrivere al terzo piano del letto a castello.

che ricordo!!! anch'io ero su al terzo piano, non so come ero riuscita a salirci di certo ero molto preoccupata di come scendere ..Per fortuna un ciclista mi afferrò al volo :rofl:

Grazie Cri di questi bei ricordi
:bacibaci:
 
12 maggio 2007
viana - naverrete

guardarsi alle spalle. la strada fatta, quello che si lascia, quello che si era.
giorno di addii.
ma sono addii che scivolano via leggeri - bozzoli di bruchi che diventeranno farfalle in un altrove scrollati via dentro un unico, nuovo passo bagnato dal sole.
sono privilegio e grazia, [que]gli addii leggeri.
lo sapevo già.
oggi lo so molto di più e molto, molto meglio.

alle nostre spalle, il sole che sorge.
la laguna di logroño nella luce di un nuovo giorno appena iniziato.
una donnona grande con la gonna rossa ed un omino picolo piccolo camminano davanti a noi tenendosi per mano.
cantano.
ce li ho negli occhi ancora oggi.
loro.
e la serenità dentro i loro passi.

due scritte su due muri.
"no dejes que el miedo destrya tus suenos".
"you walk in light and love".

una occhieggia quotidiana in una foto appesa davanti alla porta di casa.
l'altra andrebbe stampata a caratteri cubitali dentro il cuore e negli occhi.

donna felisa - e sua madre prima di lei - accoglie pellegrini alle porte di logroño.
un cane alla catena. appoggiata per terra una vecchia pentola con le sue crocchette.
odore di urina nel sole già caldo.
per chi entra in casa, pane abbrustolito e caffè.

davanti a quei retabli così ricchi e così dorati, il “my gold, my gold!” di evert del nicaragua.
trattato di storia, teologia, sociologia ed antropologia culturale in quattro parole, una virgola ed un punto esclamativo.

sabato mattina iberico in città iberica.
cicogne in giro. il rumore che fanno con il becco. i loro nidi sul campanile.
sole a illuminare la cattedrale, ombrellone di bar sopra di me a farmi ombra.
del polline vola in giro per la piazza.
passa qualche pellegrino, ma sono pochi.
scrivo il diario con una biro che mi hanno prestato.
sono una che non si concede mai niente - oggi mi sono concessa una colazione come si deve.
che poi, come si deve. caffè con leche e brioche al cioccolato.
ma al bar.
seduta.
sola.
sembro una turista [va beh, basta non guardare come sono vestita, precisini].
ne avevo bisogno.
avevo bisogno di tempo per me.
di non aver nessun altro intorno.
di tempo per me senza dover camminare.
di coccolarmi un po’.
di non farmi trovare.
la nota stonata: la puzza di pipì canina appiccicata al mio marsupio.
viene dal cortile di donna felisa.
bisognerà lavarlo.

le mie scarpe sporche di polvere e fango secco scricchiolano sul pavimento in legno nel silenzio di una biblioteca.
la luce verde di quella stanza piena di studenti che studiano.
le mie dita sulla tastiera.
"cammino.
e lo sai, il tempo è molto.
ogni tanto ti penso.
mi chiedo chi sei".


ferma ad un semaforo mi sistemo il foulard.
l’”animo, peregrina” che viene da una macchina che aspetta il verde, ferma accanto a me.
una nonnina attraversa la strada, occhi limpidi di vita vissuta.
"tu eres una buena guapa".
come fa a dirlo?
dice: "basta guardarti".

chiedo informazioni per starda.
un uomo in giacca e cravatta: non sa, ma sorride.
un ragazzo: sfila gli occhiali da sole e indica.
un vecchio: mi accompagna due passi, fino al semaforo giusto.
un altro vecchio che fa jogging: chiede un bacio che non riceve. dirà buen camino.

il toro enorme all'uscita della città.
era pubblicità per brandy, ora è un'iconica sagoma di metallo a legare terra e cielo.
croci intrecciate dentro le maglie metalliche di una rete a bordo autostrada.
macchie di neve sulle montagne lontane.
carica di ferro e di vita, davanti a noi la terra rossa della rioja.

alle 14.15 il municipale era già pieno.
albergue privato.
quattro posti ufficiali, due recuperati dentro il garage [per farci posto, vengono spostati una volkswagen e dei barattoli di conserva].
mi gusto:
  • lo specchio grande. ci vedo dentro, del mio corpo, molto più della faccia come succede di solito nei municipali.
  • il sapone a disposizione dentro la doccia. non è shampoo, ma è liquido e profumato. lavarsi i capelli così è bellissimo.
  • il profumo di bucato della federa dentro la penombra del garage che ha la serranda abbassata nel sole del pomeriggio.
  • una doccia lunga, senza nessuno che aspetti davanti alla porta per entrare.
l’hospitalero ci offre del vino rosso della zona per festeggiare l'ingresso nella sua terra.
un portatile aperto sul tavolo. gestisce prenotazioni di pellegrini che verranno.
un pezzo di jamon sfilato da sotto un asciugapiatti e affettato al coltello.
dagli zaini escono pan y queso y platanos y manzanas.
arriva un amico dell'hospitalero.
grappa all’anice con cubetti di ghiaccio.
mi alzo a sciacquare bicchieri.
arriverà anche un vecchio del paese.
regalerà un rametto di basilico.
sogno una pasta con pomodoro fresco, olio e basilico.

dentro la borsa di un pellegrino in bici, si sposta veloce un diario dimenticato.
felicity piangerà, nel riaverlo.
un professore di filosofia [tedesco e 23enne] non ha mai mangiato un’arancia in vita sua.​
non me ne capacito, da dentro la mia concretezza attraverso cui da sempre filtro il mondo.​
come può insegnare il pensiero critico, se non fa esperienza di terra e dolcezza declinata in spicchi arancioni?​
un matrimonio in chiesa.
il solito sfarzo iberico di quel per sempre pronunciato felici, conviniti ed inconsapevoli.
una bambina minuscola sul sagrato accanto a noi - abitino candido [per quanto ancora?], scarpette rosse, codini scompigliati dalla risata allegra.
nicole, della germania dell’est.​
aveva nove anni quando è caduto il muro.​
ricorda la prima volta che è stata all’ovest, la bella cameretta per bambini in cui aveva potuto dormire.​

i monasteri di yuso e suso.
la raccolta di libri antichi che conservano mi interesserebbe molto.
non abbastanza da inventarsi modi per arrivarci.
non abbastanza da rinunciare ai compagni dono della strada.
pare che nella porta della biblioteca ci sia un passaggio per i gatti affinchè mangino i topi che altrimenti mangerebbero i libri.
tutela biblioteconomica a buon mercato.

notte che cala.
seduti in terrazzo.
racconti di plata e di cammino del norte.
instillano desiderio.
bastano per sognare sogni.
il pellegrino tedesco che è arrivato per ultimo dorme per terra in cucina.
luce arancione di un lampione.
una stella in cielo.
antenne della televisione sopra i tetti.
la vita di una sera come tante nella casa davanti.
rumore di posate, acciottolio di piatti, cozzare di pentole dentro il lavandino.
parole di uomini, profumo di carne alla griglia.

io.
sto camminando il mio cammino.
sto cercando il mio cammino.
sto costruendo il mio cammino.
sto camminando da una settimana.
una settimana pare moltissimo tempo, a volte un attimo soltanto.
 
Che bella tappa, Cri ... hai avuto perfino la ventura di conoscere Doña Felicia: purtroppo quando passerò io, Lei starà già offrendo "Higos y Amor" ai pellegrini del Cielo.

Noto che man mano che vai avanti nelle tappe, osservi meno chi ti sta attorno e di più te stessa: stai maturando una consapevolezza nuova e ... si ... "tu eres de verdad una buena guapa"!
 
ecco.
non so.
hai fatto venire il dubbio anche a me.
io da donna felicia non ero entrata [quell'odore di pipì era stato un deterrente fortissimo].
per certo c'era già in ballo una madre ed una figlia.
basterebbe capire a che livello dell'albero genealogico si siedono, queste due donne.
:hihi: :hihi: :hihi:
 
Che bella tappa, Cri ... hai avuto perfino la ventura di conoscere Doña Felicia: purtroppo quando passerò io, Lei starà già offrendo "Higos y Amor" ai pellegrini del Cielo.

La senora Felicia è morta nell'ottobre 2002, penso che al tempo ci sia stata la figlia o la nipote, si danno il cambio a tenere aperto il banchetto davanti alla casa.

Edo
 
Da Viana si vede Logroño.
Non l'ho visto o forse non sapendolo non ci ho fatto caso.
Peccato.
Di Viana mi ricordo un cielo azzurrissimo e dell'erba verdissima.
Anche una coreana che non era riuscita a comprare il pane perché il panettiere aveva appena chiuso e non le ha riaperto.
Non si dava pace. Malgrado avesse poi trovato il pane al supermercato, su indicazione del panettiere.
Continuava a ripetere che in Corea non sarebbe mai successa una cosa così. Un panettiere non avrebbe mai lasciato una persona senza pane.
 
La senora Felicia è morta nell'ottobre 2002, penso che al tempo ci sia stata la figlia o la nipote, si danno il cambio a tenere aperto il banchetto davanti alla casa.

Edo
Pensa tu!
Ed io nel 2010 a chiederne notizie alla figlia! :rolleyes:

Giravo con una Guida redatta nel 2001 e ne parlava, ovviamente, "al presente".

Non vorrei sbagliare, ma davanti alla sua casa dovrebbero addirittura aver messo una targa ad imperituro ricordo ...
 
Io ci sono passato davanti nel 2006. C'era un vero e proprio posto di blocco (un tavolino in mezzo alla strada con un ombrellone) e la figlia a sellare. Si era formata una lunga fila di pellegrini. In quella occasione ho rimediato un invito a nozze da parte di una coppia di fidanzati pellegrini che andavano a sposarsi a Granon. Al Municipale di Logrono (quello con la piccola piscina al centro del patio) se esibivi la credenziale senza il timbro con i fichi di Felicia arricciavano il naso e ti prendevi una bella reprimenda. Lì era un'istituzione.
Nella chiesa di San Juan Bautista di Granon si è celebrato il matrimonio e la festa si è tenuta in un bar "incredibile" al primo piano di un'edificio nella piazza principale. Ancora oggi ricordo le enormi colonne di legno che sorreggevano il tetto, l'impiantito in legno ricoperto da una coltre di gusci di arachidi e pistacchi e la cortina di fumo che aleggiava a mezz'aria. Chissà se c'è ancora.
 
Anche una coreana che non era riuscita a comprare il pane perché il panettiere aveva appena chiuso e non le ha riaperto.
Non si dava pace. Malgrado avesse poi trovato il pane al supermercato, su indicazione del panettiere.
Continuava a ripetere che in Corea non sarebbe mai successa una cosa così. Un panettiere non avrebbe mai lasciato una persona senza pane.
La coreana avrebbe avuto tutta la mia solidarietà.
Queste sono le cose che mi mandano al manicomio!!!
 
Ultima modifica:
...ero rimasto indietro.
Ricordi e descrivi particolari bellissimi. Hai un dono raro.
Commovente il saluto di Giordano.
Grazie per questo regalo e nei tuoi racconti mi ci perdo ricordando i miei 2009/2010/2011.
:bacibaci:
 
13 maggio 2007
navarrete - azofra

i fili dell'alta tensione sotto cui passiamo.
friggono nell'aria tra il rosso della terra ed il cielo blu di nuvole.

due poltrone in pelle rossa nel nulla sotto il cielo.
surreali. surreali proprio.
sembra di essere in un film di kustorica.
ti aspetti che da un momento all'altro saltino fuori un'orchestrina tzigana, goran bregović al violino, un gatto nero su una trabant scalcagnata, un gatto bianco ad annusare follia del mondo.
due poltrone.
un po' ti verrebbe anche da sederti lì, non fosse altro che per vedere l'effetto che fa.
invece hai incrostate addosso ancora quelle sovrastrutture che vuole da te l'umanità civilizzata che ancora ti parla convincente e ti dice: "ma serio? che ci fai seduto lì in poltrona in mezzo al nulla?".
e lasci perdere, inutilmente saggio.

in un prato, una distesa di omini.
che poi, omini.
io li chiamo omini. ma non so se sia il loro nome giusto. montanari, venitemi in aiuto.
rispetto a quelli che si trovano sulle nostre montagne - aguzzi equilibristi - questi - pietre arrotondate mollemente adagiate - non indicano nessuna via.
stanno, semplicemente stanno - come a farsi compagnia - uno accanto all'altro, paciosi sassi rotondi a bordo strada.

il murales di najera.
peregrino, ¿quién te llama?
¿qué fuerza oculta te atrae?

allora.
e oggi.
cri, chi ti chiama?
cri, che forza nascosta ti attrae?
13 anni fa le risposte - scarponi polverosi e zaino addosso - erano indubbiamente molto, ma molto più facili.
oggi è difficile anche solo porsi le domande.

due operai sotto il sole.
guanti da lavoro sulle mani e tuta gialla fluorescente dentro questo caldo di primavera spagnola.
cantano spostando lamiere.
alzano gli occhi.
un cenno con la mano.
due parole urlate dentro l'aria e la distanza.
"porta un abbraccio a santiago, chica".
lo porterò.

un contadino esce da una vigna.
si avvicina.
ha tra le braccia un mazzo di erbe profumate.
ci infilo il naso.
respiro erba e lavoro e cura e dolcezza e natura selvaggia e sole.
infinito sole.

c'è troppa, troppa gente.
è sempre più forte la sensazione di essere solo in caccia di un letto.
non ho voglia di dover correre, per trovare dove dormire.
non è così che voglio il mio cammino.
mi prestano una tenda da uno.
provo a montarla sul prato lungo il fiume.
io una tenda non l'avevo avuta mai.
io una tenda non l'avevo montata mai.
sarebbe un chilo di zaino in più.
ma vuoi mettere la libertà?
mille chili per un unico grammo di libertà.
e armeggio, tra teli e picchetti.

e armeggio, tra teli e picchetti.
deve esserci un altro sistema.
la tenda era una buona idea.
il materassino è un'idea geniale.
mi viene in mente all'improvviso.
non ho bisogno di un tetto sopra la testa.
ho bisogno di algo al suelo su cui sdraiarmi.
materassino sia.
non pesa niente.
non occupa spazio nello zaino.
si srotola in un attimo.
mille chili per un unico grammo di libertà.
ma cento grammi sono più agevoli da gestire.
[e per saperlo non serviva ripassare anche le equivalenze con i miei figli nella didattica a distanza. comunque grazie, ministro azzolina]
materassino sia.
sarà la mia certezza di libertà.

quel mio bisogno di libertà.
di strada.
di cieli.
di spazi.
di terre.
di altro.
di altrove.
c'era allora.
c'è oggi.
morsicava allora.
morsica oggi.

con il materassino appena comprato arrotolato e legato sopra lo zaino, mi concedo una pennica sul prato davanti al rifugio di najera.
questa sì che è vita.
questo sì che è il cammino come lo voglio io.
quando mi alzo, un merletto di segni d'erba solca la pelle delle mie gambe.
mi sveglio stropicciata.
un caffè nella piazza a spazzare via quello stropicciamento.
il vento solleva foglie secche.
gli spagnoli si godono il pomeriggio di questa domenica.

per tutto il pomeriggio cammino sola.
nessuno in giro.
sono già tutti negli albergues.
sono già tutti docciati.
sono già tutti svaccati sulle brande.
sono già tutti seduti nei bar en las calles.
come pecore al pascolo.
come mucche al macello.
in questi passi ben oltre le ore canoniche dei passi pellegrini,
su questo fuso orario finalmente tutto mio,
inizia il mio nuovo cammino di pellegrina libera.

solo i miei passi ed il profumo di resina del bosco.
solo i miei passi ed il vento tra gli alberi.
solo i miei passi e la luce diversa - per la prima volta cammino nel tardo pomeriggio - che bagna ogni mio andare.

il vento.
canta nel grano.
canta nelle mie orecchie.
canta dentro la mia concha.
canta dentro i miei occhi
canta dentro il mio cuore.

solleva polvere, il vento che accompagna i miei passi.
polvere tra i denti.
polvere sulle mie labbra.
polvere appiccicata al burrocacao che sa di rosa.

alberto.
italiano.
da genova in bici.
occhi che ridono.
lo incontro in mezzo al nulla e al vento.
ed è bellissimo.
scriverò nelle mail: i pellegrini in bici si portano dietro felicità inaspettata.
mesi dopo, ritroverò quella mia frase a brillare spalmata su un pannello di stoffa su cui da lì a poco sarebbero state proiettate fotografie di cammini, falso ciclista a elargire sapere.
un onore per le mie parole, finire lì.
è sempre un onore per le parole finire da qualche parte, che sia un cartellone o un cuore altrui.

pomeriggio di fine aprile.
scrivania in braidense.
libri antichi e tesi in latino stampate ad oslo.
suona il telefono.
"stasera a vimercate c'è un film sul cammino. andiamo".
non era neanche una domanda.
non serviva neanche una risposta.
andiamo.
andiamo io e d., tra i pochi milanesi sprovvisti di macchina causa patente più che arruginita.
andiamo.
mezzi pubblici e cambi in periferia.
andiamo.
come tornare a casa alla fine del film non ci pare un problema.
in qualche modo faremo.
in qualche modo facemmo [e fu da ridere. e fu l'inizio di un'altra amicizia durata anni].
avvisaglie di cammino a 20 chilometri da casa.
film sul cammino a vimercate.
era "tres en el camino".
incantò e commosse, come è giusto che sia.
incantò e commosse, e fu solo la prima volta.
tres en el camino.
lì avevo visto la piscina nel cortile dell'albergue di azofra - onirica macchia di azzurro dentro il caldo della spagna assolata.
la ritorvo oggi.
era film.
diventa vita.
capita, a volte.
 
Ultima modifica:
: i pellegrini in bici si portano dietro felicità inaspettata.
mesi dopo, ritroverò quella mia frase a brillare spalmata su un pannello di stoffa su cui da lì a poco sarebbero state proiettate fotografie di cammini, falso ciclista a elargire sapere. (Cri)


Caspita non mi ricordo questo che quella frase fosse tua ed il luogo dell'evento ....
Dovrei andare a controllare, ma invece no ... mi godo questa riscoperta

Grazie Cri del narrare dei tuoi passi di un tempo che è sempre presenta perché è scritto
 
14 maggio 2007
azofra - grañon

fa freddo.
un freddo porco.
non saprei come altro definirlo.
quel freddo che ti gela la pelle, le ossa, il sangue, qualunque fiato, ogni barlume di pensiero.
inizia subito, quel freddo lì, appena varcata la soglia dell'albergue.
ieri mattina era tutto caldo e bollente di sole.
oggi tutto è spazzato da questo vento gelido.

ecco.
il vento.
ci si è messo anche lui.
ieri era canto, musica, bellezza e compagnia.
oggi è nemico invisibile, insidia subdola, oppositore malevolo, ostilità manifesta.
come se non bastasse la sua sola fastidiosa presenza, soffia contrario, il maledetto.
niente lo ferma.
niente lo blocca.
scorre sul sentiero come fosse autostrada.
scivola liscio tra i nostri passi come fosse palla da bowling su pista perfetta.
e noi lì, ad trascinarci, formiche affardellate di zaino e vita e fatica e pesantezze..
un passo.
dopo un passo.
dopo un passo.
i piedi ad arrancare.
la testa a tenere botta.
le mani coperte dai calzini [ci si ingegna, in mancanza di guanti. e non serve neanche ingegnarsi troppo].
il punta del naso intirizzita.
gli occhi a piangere lacrime che non sono pianto.
le gambe nude [che io sono una che si è fatta venire le gambe blu sui 2.500 metri del passo del torrone sul sentiero roma - il tutto pur di non fermarsi ad infilare i pantaloni lunghi - secondo la brillante teoria fortemente in voga presso ogni ragazza londinese che si rispetti: "il freddo alle gambe non esiste. il freddo alle gambe è solo un'idea. le gambe violacee sono solo un dettaglio tutto sommato trascurabile."] trafitte da polvere che diventa ago e tormento.

sono una decina di chilometri.
paiono cento.
o mille.
o infiniti.
non passano.
non passano mai.
i peggiori dieci chilometri del mio cammino.
che oggi [ma anche allora] questa cosa mi fa sorridere assai.
sulla carta avrebbe dovuto essere una della tappe più facili di tutto il cammino.
tutta pianura - che vuoi che sia.
un'ora e mezza - che vuoi che sia.
due, dai, se te la prendi calma - che vuoi che sia.
e invece.
invece vedi.
vedi quando con la vita ci gioca la vita.

mi sfila accanto un panorama che forse avrei anche guardato, in condizioni altre.
non guardo niente.
non vedo niente.
non c'è niente, oggi, attorno a me.
occhi puntati sui miei piedi.
tutto il resto è troppo grande.
troppo difficile.
troppo lontano.
cammino così, ma non è il modo di camminare.
cammino così, non è il modo di camminare che mi piace camminare.
ma questo è.
oggi.
e altre volte dentro la vita.

cammino.
cammino.
cammino.
un passo davanti all’altro.
un giorno dopo l’altro.
però.
però non so dove sto andando.
però non so neanche bene dove arriverò.
dicono che ci sia una cattedrale, lì in fondo.
dicono che ci sia una casa.
dicono che ci sia un oceano immenso, alla fine dei passi.
ma la sai una cosa?
io non so dove siano.
e non so quando ci arriverò.
men che meno come.
fa fatica camminare senza sapere niente.
come dici tu: "puoi solo stare lì e mettere un piede davanti all’altro".
testa bassa e andare avanti.
testa bassa e cercare di camminare bene.
questo ti è concesso.
questo, e null'altro.

quando alzo la testa, un campo da golf alla nostra sinistra.
in un attimo mi entra dentro al campo visivo, stonato.
mi si infila dentro gli occhi, fuori luogo e fuori contesto.
è così finto, quello spazio.
è così falso, fittizio, artificiale.
al di là della rete, l'asettica perfezione creata dall'uomo.
al di qua della rere, la perfezione fragile declinata sghemba dentro ogni uomo in cammino.

atterversiamo un piccolo pueblo.
all'ingresso del paese, un cantiere di case in costruzione.
putrelle in ferro, cemento armato, piccole betoniere per il calcestruzzo mangiate dalla ruggine, futuri giardini ammasso di lavori in corso e sterpaglie.
mi immagino le vite che verranno.
risate bambine a rincorrersi per strada.
un birra sul gradino del giardino prima dell'imbrunire.
una porta sbattuta dal vento e dal nervoso.
sotto quel portico, occhi dentro gli occhi a fare progetti, magari non disattesi dal tempo e dalla vita.
dalle finestre aperte, sussurri d'amore e risate di sole.

quando arrivo a santo domingo della calzada sono stanchissima.
a pezzi proprio.
è indubbio.
questa e l'ingresso ad astorga saranno le due tappe più faticose di questo mio cammino.

a santo domingo.
non ho voglia di niente.
men che meno di dovermi fermare per trovare un letto.
traccheggio in giro - anche traccheggiare può essere una soluzione.
riempio il tempo.

un giro in cattedrale.
fatico a vedere il gallo.
non so più se per penombra spinta, abituale miopia o ritrosia del pennuto.
alla fine lo vedo e l'idea [più l'idea, che il fatto in sè] di aver visto un pollo in una gabbia dentro una cattedrale effettivamente mi fa parecchio ridere.
un caffè nella pasteleria isidro.
e sai che c'è?
pure un paio di dolcetti tipici.
si chiamo ahorcaditos.
pasta sfoglia e crema di mandorle come ripieno [io per le mandorle nei dolci posso fare follie].
uno lo mangerò subito.
uno si sfarinerà dentro il sacchetto che metto via nella tasca superiore dello zaino.
domani saranno quasi solo briciole, non per questo meno squisite.
le leccherò via dalle dita, per non perderne niente.


un salto al super.
pan y jamon serrano.
mi faccio un panino.
lo addento seduta sui gradini davanti alla chiesa.
un giro fino ai giardini davanti all'albergue.
ci trovo i soliti amici del cammino. uno ha una rosa gialla appesa allo zaino - ce l'ho ancora dentro gli occhi, quel giallo lì contro il blu di tela tecnica sotto un cielo in cui si rincorrono nuvole cariche di pioggia.
mi stendo nell'erba e chiudo gli occhi.
mi fa da coperta un sole che va e che viene e la giacca poco tecnica a cercare di proteggermi da un freddo che ancora e sempre arriva ad ondate.
quando mi alzo, mi concederò in regalo [ok, il verbo giusto è "ruberò"] un rametto di menta preso da un arbusto dell'aiuola. lo infilerò dentro la zip della giacca. profumerà per chilometri. il thé che pensavo di farmi non lo farò mai.


un giro turistico dentro il vecchio albergue dei pellegrini che ora è parador a 5 stelle.
mi incantano le pergamene manoscritte alle spalle della reception.
un unico pensiero: "io una volta nella vita una notte in un albergo così me la concederò".
e subito l'altro pensiero: "mi vorranno - così sgarruffata, così boschiva e così selvaggia - in un posto così bello? forse no".

c'è un limite anche al traccheggiare.
per me, poi, che non traccheggio mai.
per me, poi, abitata dal milanessisimo demone dell'efficienza meneghina e dal calvinistico senso del dovere di stampo materno.

basta.
mi alzo.
all'albergue dei pellegrini.
ci avevo lasciato lo zaino.
inizialmente avevo anche deciso di fermarmi lì.
ma poi.
poi no.
poi all'improvviso capisco che non è aria.
non ho nessun motivo, solo so che non è per me.
ci sono qui i miei amici del cammino - avrei tutti i migliori motivi per fermarmi con loro.​
non è per me.​
c'è qui michele, accento partenopeo e faccia che ride - "hai visto, cri. c'è anche il bidet. da quanto non lo vedevi un bidet in un bagno?".​
non è per me.​
ci sono qui altri italiani - con loro ho aspettato ridendo dentro ad una lavanderia a gettoni che finisse un acquazzone.​
non è per me.​
recupero lo zaino, con mossa agile me lo infilo in spalla e vado.
saranno passi.
sarò io.
sarà cammino, il mio.

grañon.
non ne sapevo niente.
solo che era il paese successivo.

uscendo dal paese mi tranquillizza una ragazza.
è in giro con i suoi genitori.
"non preoccuparti. a grañon per certo troverai posto. a grañon non viene mai mandato via nessuno".
parla certa - è stata hospitalera lì fino a stamattina.
a granon racconterò di quest’incontro all’hospitalero.
dirà: "ti sbagli. non sono i suoi genitori. la donna è sua mamma, l'uomo anziano è suo marito".
io non ci posso credere.
ma che giri fa, l'amore, quando ti deve trovare?

cammino.
non c'è niente.
non c'è nessuino.
solo io.
solo campi di grano.
solo cielo alto pieno di nuvole a rincorrersi veloci dentro il vento
solo strada.
bianca.
lineare.
da qui al cielo.

grañon.
entro.
entro fradicia di un temporale che mi ha lavato negli ultimi chilometri.
si avvicina l'hospitalero.
mi toglie lo zaino dalle spalle.
mi prende lo zaino dalle spalle.
"a questo ci penso io" - dice - "tu pensa a scaldarti. lì c'è il camino, lì c'è del caffè bollente. prendine quanto ne vuoi. quando è finito lo rifaccio".
ecco.
ecco perchè non dovevo fermarmi a santo domingo.
ecco il destino che si palesa.
qui dovevo arrivare.
dentro questo calore.
dentro questa accoglienza.
dentro questo ben-essere.
respiro.
sono a casa.

materassi al suelo, ovunque zaini esplosi di panni pallegrini.
camino nell'angolo, fuoco acceso.
pavimento in legno, muri in pietra.
delle poltrone.
gente seduta ai tavoli.
gente in cucina.
l'hospitalero maglietta a righe.
la cappa in acciaio inox lucidissimo in cucina.
un bicchiere che metto via nello scolopiatti, dopo averlo asciugato.

in cucina con l'hospitalero.
pelo carote, taglio cipolle - grande soffritto per le lenticchie dei vegetariani.
lavo piatti.
obbedisco a direttive.
è come essere al gemelli.
sono gesti di bassa manovalnza che mi abitano da molto.
ancora una volta è bello essere al servizio.
dare da mangiare.
regalare vita.
regalarla così, con un piatto caldo a fine giornata.

prima la messa, poi i vespri della sera.
la chiesa al buio, i lumini acccesi tra i nostri sedili del coro.
la cena compartida.
la camerata abitata di così tanta vita.

un albergue senza sello.
"perchè qui, quello che si timbra, è il cuore".
allora - sacco a pelo sul colchon e roncadores in gran spolvero.
oggi - dita sulla tasteria e videolezione sulle proprietà dell'aria come sottofondo.
penso ai selli che mi hanno sellato il cuore.
non ne rimpiango nessuno.
alcuni scolorano ancora quando ci passo sopra la mano.
restano tracce di inchiostro sul lato esterno del palmo.
 
Ultima modifica:
Madremia!
Quando il meteo decide di torturarti ... è una cosa che mi fa pentire di aver scelto il Cammino!
Però, si sa ... non sempre può splendere il sole!

Il campo da golf e le costruzioni di cui parli: ti farà piacere sapere che adesso è un centro residenziale elegantuccio ad alta densità di Porschecayenne, "professionisti" di successo, con la faccia giusta, la maglietta fighetta con il ramarro sul petto e l'occhiale nero di ordinanza perfino quando piove!
 
Mi verrebbe da dire ognuno ha il Grañon che si merita.
Ma non penso sia vero.
Forse ognuno vive Grañon (come ogni altro posto) per come è.
Io non ero, forse ancora non sono.
Però la vista dalle campane non era stata male.
 

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