15 giugno Salceda - Santiago de Compostela
Alba del d-day
Tutti gli sforzi, la fatica, i timori, i dolori sono spariti, resta soltanto il senso di attesa per la conclusione …
taglio
dissolvenza in ingresso
campo lungo di una strada cosparsa di relitti e carcasse di auto, edifici crollati, polvere in sospensione, corpi distribuiti al suolo come tessere di un mosaico andato in frantumi, ad uno dei capi Thanos (rivolto verso la camera), enorme, possente, potente, inquetante, minaccioso, all’altro capo (ripreso di spalle) Ironman, l’armatura lacerata, i segni delle battaglie incisi come vergate, le spalle semicurve, nessun’altro fisicamente intorno a loro, soli uno di fronte all’altro nello scontro finale
Ironman alza la testa, guarda Thanos negli occhi, i pensieri degli amici di prima, di adesso e di sempre si avvicinano a fargli coorte, raddrizza le spalle, riconnette l’AI e muove il primo passo e capisci che non ci sarà scampo per il nemico, perché quello che muove Ironman è l’amore, la fiducia, il sostegno, la consapevolezza di essere dalla parte giusta, di fare ciò che è bene, di farlo per se e soprattutto per gli altri
Anche se sai come andrà a finire, resti inchiodato alla poltrona, il cuore a mille, le mani irrequiete animate di vita propria, perché lo vuoi vedere, vuoi essere testimone, vuoi rimanere fino ai titoli di coda, vuoi poter dire “io ci sono, io c’ero” …
Svegliarsi senza la sveglia, un regalo del Cammino, la luce del mondo che filtra dalle leggere tendine poste alle finestre della nostra stanza, Manfred e Nick che dormono ancora, lo sapevo e ho preparato lo zaino in anticipo ieri sera, lo raccolgo scendo a piedi nudi le due rampe di scale fino al piano terra e finisco di prepararmi, l’adrenalina scorre potente in me, sono ipercinetico, esco in un lucore fatato, il cielo ancora grigio perla, come un lago tra i boschi rovesciato a tetto del mondo, con le acque immote, in attesa
Mi fermo il tempo necessario per la colazione al medesimo ristorante di ieri sera, il Cammino è già percorso da centinaia di piedi baldanzosi, sono gli ultimi 25 chilometri del Francese e tutta l’energia accumulata da un millennio su questo tracciato è convogliata come in una strettoia, un fiume possente in prossimità dello sbocco, mi incammino, all’inizio stento un po irrigidito poi tutto si scioglie, ritrovo quel ritmo vitale sincrono che ho sviluppato attraverso i precedenti giorni, e accelero
È come se fossi un surfista che coglie l’onda della “grande mareggiata del 1962”, ma non quando monta in risposta alla risalita del fondale in prossimità della linea di costa, no, quest’onda l’ho presa al largo quando ancora non era un’onda ma soltanto il bacio di un refolo di vento sulla superficie del mare e che, inspiegabilmente da un punto di vista fisico, riesci a portarmi, e io la sento crescere man mano che procede, si fa spessa, corposa, cresce in altezza
“… era una distesa immensa di spuma e in acqua si sentiva il morso del freddo... ma ora tutto sembrava appartenere al passato… il cambiamento non era nella spiaggia, nel vento, nelle onde, il cambiamento era nelle persone...”
Mi porta con se innalzandomi al di sopra di me, donandomi l’opportunità di vivere ancora una volta quella ineguagliabile sensazione di distacco che permette di vedere le cose dall’esterno, gli altri pellegrini che camminano, chi in gruppo, chi da solo, chi parlando, chi in silenzio, e il Cammino che si stende in avanti e soprattutto indietro, quella fune che era sottile e quasi invisibile ad Oviedo è diventata un striscia larga e ben visibile, ed io osservo, lasciandomi trasportare da questa onda che accelera, accelera al punto che il paesaggio intorno a me diventa indistinto, i luoghi si succedono, le azioni si ripetono, i colori si confondono senza soluzione di continuità
Ricordo di essermi fermato due o tre volte, tiendas diverse, persone diverse, situazioni identiche, tutti festosi, tutti vocianti, un gigantesco happening lungo decine di chilometri, chi ti sorride, chi ti saluta, chi canta, chi balla, chi cade e viene aiutato a rialzarsi, chi prosegue come se fosse in trance, io entro ed esco dal flusso, ne sono parte ma al contempo non lo sono, io sono il flusso, mi tornano in mente i giorni passati e sorrido, le fatiche passate e piango, i pensieri fatti, disfatti, ri-assemblati e, a volte, buttati, e rido piangendo o viceversa, quest’ultima tappa è un frullato emozionale
Lo stradone che porta a Monte do Gozo è monotono, diritto, privo di anima, prima di imboccarlo mi sono fermato in un boschetto di eucalipti, c’è un bar ristorante, ci sono i servizi igienici, le bancarelle con i souvenir dove ho comprato lo scudetto del Primitivo che cucirò sullo zaino una volta tornato a casa, provo a pensare come sarà la prossima volta che partirò per un Cammino con questa mia prima esperienza cucita addosso e solo l’idea mi dà orgoglio
I passi si susseguono, questo stradone sembra non voler finire mai, ma forse è qui proprio per permettere ai pellegrini di smettere di pensare, di aprire la mente ai ricordi, alle sensazioni, agli incontri che si sono succeduti nelle loro ultime settimane di vita, chi una, chi due, chi quattro, cinque, sei, gli altissimi eucalipti sembrano guardie d’onore che ondeggiano le loro chiome al comando del vento come a voler omaggiare coloro che passano
Arrivo a Monte do Gozo, impressioni contrastanti, luogo moderno, organizzato allo scopo, bello il monumento, ma gli manca il romanticismo, cerco un punto da cui posso vedere lo skyline di Santiago dispiegarsi nella vallata e cerco di aguzzare la vista per scorgere le guglie della Cattedrale, niente da fare, il caldo e l’afa dell’estate incipiente non aiutano e allora provo ad immaginare come potesse essere nell’anno mille o giù di lì, quando i pellegrini che si sono seduti in questo stesso punto venivano da una esperienza ancora più difficile, sofferta, decisamente più pericolosa di quella che ho vissuto io, e cerco di ricreare quel senso di magico, mistico e, perché no, leggermente soprannaturale, che doveva accompagnarsi alla vista, al fine, dell’agognata meta
Credo di essere rimasto seduto pochi minuti o forse sono state ore, il tempo non ha più significato, passa non passa, non importa, inizio l’ultima discesa del mio Primitivo, pallido simulacro della calata dall’Altro de Palo o all’Embalse, il passo è sempre più leggero, sarà che non sono più su sentieri da quadrupedi, sarà che ormai sono allenato, sarà perché mi sto avvicinando alla meta, mettetela come vi pare arrivo alla zona urbanizzata di Santiago con un solo respiro
Mi fermo a fare una cosa che non mi piace, ma chissà perché la voglio fare, un selfie con la scritta Santiago de Compostela alle spalle, mai avrei creduto di farlo
Riprendo, ormai sono in città, come al giorno uno, camminando su marciapiedi affollati di persone affaccendate alla propria vita, i pellegrini ci sono e si vedono ma non sono più gli unici abitanti del mondo, schivo macchine, attraverso semafori, seguo le conchas di bronzo incastonate nei marciapiedi, sono stanco ma ormai ci siamo, spalanco la bombola di etanolo, boost e accelero, il centro storico si erge intorno a me, vie e viottoli, slarghi e piazzette, tutti qui parla, i palazzi, il selciato, presenze non presenti ma percepite, una ridda di voci che provengono dal passato e dal presente sospinge gli ultimi passi, percorro Rua de Acibecheria e sbuco in Plaza da Imaculada, la facciata del transetto settentrionale della Cattedrale si staglia alla mia destra ma non è ancora l’arrivo
Un musico di strada sotto l'arco che porta Plaza de Obradoiro suona una versione ad armonica struggente di Alleluja, come se mi avesse aspettato per dare finalmente la stura a tutte le emozioni che sono montate senza che nemmeno me ne rendessi conto
Entro nella Plaza, si scatena di tutto, piango e rido, mi sento orgoglioso e fiero come da troppo tempo non era, guardo intorno a me centinaia di persone festanti che si abbracciano, tutti con un sorriso in volto che spero porteranno sempre nel cuore perché è l’espressione della più pura felicità che un essere umano possa mostrare
Arrivo al centro della piazza e mi sdraio, incurante di qualsiasi cosa senza rendermi conto che in questo luogo tutto è permesso purché sia manifestazione di gioia e felicità, i miei occhi scorrono sulle torri della Cattedrale e si perdono nel blu del cielo, non c'è immaginazione che possa preparare a quello che si prova stando qui, nei piedi sento ognuno dei passi fatti per arrivare, negli occhi ho ciascuna delle viste su cui ho postato lo sguardo, ogni volto, ogni voce, ogni risata, ogni lacrima, ogni goccia di pioggia o di sudore, tutto è qui ora ed io rifarei ogni singola cosa e rivivrei ogni singolo istante ancora, ancora e ancora
Sono partito senza sapere perché, sono arrivato con risposte a domande che non avevo, sono partito solo, sono arrivato solo, ma non ho mai camminato da solo, vicine o lontane, affianco, dietro, davanti, le mie famiglie sono state con me, quella naturale, a casa, silente, i cui pensieri di amore mi arrivavano attraverso la distanza per dirmi "c'è la puoi fare", quella pellegrina, dispersa nella rete ma costantemente con me, consigliera, incitatrice con il frutto dell'esperienza, di cui ora mi sento parte a titolo e per cui ho un affetto difficile da comprendere per chi non ne faccia parte, quella del Cammino, costruitasi spontaneamente, presente quotidianamente eppure distante ma mai assente, con cui ho iniziato e finito, queste famiglie hanno tessuto intorno a me una presenza, un Filo di Arianna a cui mi sono aggrappato nei momenti più duri, quando le ragioni di questo Cammino mi si sono palesate in tutta la loro crudezza e difficoltà, che mi ha cinto la vita quando sono sceso nell'abisso per andare a riprendere colui il quale ero venuto a cercare, a cui mi sono arrampicato per tornare al mondo e riportarlo a casa, il Cammino mi ha dato quello di cui avevo bisogno senza saperlo, perché il Cammino da, generosamente e senza remore apparecchia la tavola per ciascuno che lo intraprende e sta solo ad ognuno avere il coraggio di accettare l'invito, ma rifiutarlo significherebbe rifiutare se stessi perché il Cammino è te e tu sei il Cammino
Stordito dall'emozione, resto appoggiato ad una colonna e nella mia mente un nastro d'argento idealmente parte da qui e torna a Oviedo per poi volare sopra il mare fino a Gerusalemme e tornare indietro a Roma, dove una mattina di ormai un anno fa ho sentito che dovevo fare il Cammino, e quindi rimbalzare ad Assisi per poi fermarsi a Sant'Antimo dove ormai due anni fa qualcuno ha battuto il colpo che ha dato inizio a tutto questo
Ho legato la concha al mio zaino, so di essere tra i fortunati che sono dovuti venire a Santiago
Ora e tempo di andare a prendere la Compostela e quindi riposarsi
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