4 maggio 2007
pamplona - saint-jean-pied-de-port
piove tutta la notte.
mi sveglia un tuono fortissimo.
in italia sarebbe mattino presto, qui è poco più che notte fonda.
i miei soliti problemi a settarmi sul fusorario spagnolo - mi sveglio alle 7.00 e mi stupisco che la spagna per lo più dorma ancora tutta.
l. riderebbe parecchio. e mi sgriderebbe un po', seria e bonaria.
ho un po’ di mal di gola.
il suono della pioggia per strada accompagna il mio alzarmi.
dove sono le stelle che si vedevano dal pullman?
cominciamo in salita.
mi sa che fa freddo.
lo si intuisce anche solo guardando fuori dalla finestra.
le chiavi lasciate nella toppa della porta della pensione scalcinata.
gli zaini già coperti.
il k-way addosso.
un corte ingles sull’angolo della strada - un pensiero a l., ai nostri giorni di barcellona.
uno sms del papà - ha imparato, allora. bello. lo aiuterà a non sentirmi così lontana.
qualche pellegrino per le strade - sono i primi. li scruto. tra tre giorni anche io come loro.
l’albergue da cercare - chi cerca il primo sello, io le indicazioni per sjpdp.
uomini e donne vanno al lavoro. ci danno le indicazioni giuste per muoverci in città. convivono e vivono dentro vie popolate di pellegrini. mi chiedo come debba essere. sono tutti molto gentili.
plaza del castillo. l’arcobaleno sopra un cielo nero di pioggia ripaga dei vestiti già bagnati.
l'albergue del pellegrino.
due ragazze giapponesi si stanno vestendo. mantella e zaino e mani bagnate e occhi a guardarsi.
alcuni pellegrini stanno partendo in bici. fermi sotto il portico con le inferriate, il sedere già sul sellino, un piede appoggiato a terra a tenere l'equilibrio.
un pellegrino di padova. si è perso nell’attraversare i pirenei. è già la terza volta che fa il cammino.
la prima freccia gialla.
deve essere bello.
sapere dove andare.
e andare.
non pensare più a niente.
solo a mettere un piede davanti all’altro.
cammino certo, ovunque vada.
solo fidarsi.
y nada mas.
le ragazze trentine cominciano a camminare.
io non vedo l'ora di poterlo fare.
domani.
dai, cri.
domani.
chissà da dove.
per arrivare da qui a sjpdp bisogna prendere un taxi.
costa 80 euro - devo trovare dei compagni con cui compartirlo, altrimenti non se ne fa niente.
l'alternativa è il pullman per roncisvalle di metà pomeriggio.
potrei prenderlo.
dovrei solo fare pace con l'idea di un punto di partenza diverso da quello che avevo pensato.
biblioteca in piazza.
ha anche internet gratis.
mail per tutti.
così sanno.
scrivere e scrivergli è bellissimo.
in piedi davanti alla biblioteca una napolitana queso y hamon che arriva da saragozza.
briciole di pasta sfoglia nella tasca superiore dello zaino.
continua a piovere.
k-way e fondo dei pantaloni già zuppi.
cerco un bar dove sedermi ed aspettare che apra l’ufficio del turismo.
caffè solo e diario. questa è vita. non so ancora che sarà una costante del mio andare.
le lacrime di un anziano uomo del quebec.
scivolano dolcissime e strazianti tra occhiali spessi e barba di qualche giorno.
un male al ginocchio che non passa, non può più camminare.
per lui il cammino è finito qui, a pamplona, a tre giorni dall'inizio.
si allontana.
due passi, e anche la mantella gialla - svolazzante sole di plastica dentro un cielo di pioggia - è già sparita dietro l'angolo.
una nonna autoctona.
è in giro a fare compere.
mi porta a vedere le strade della festa di san firmino.
la farmacia di sua sorella, sulla piazza dell’ayutamento - ha gli occhi che brillano, mentre mi racconta.
da queste vetrine si gode tutti gli anni la corsa dei tori.
mi chiedo cosa ci sia da godersi, ma evito di fare domande.
non credo capirei la risposta.
e no, il problema non sarebbe la lingua.
una pellegrina francese.
capelli bianchi e occhi da nonna.
pelle della faccia e delle mani cotta dal sole e dalla fatica sulla strada.
mi offre il pranzo al caffè iruna, quello di hemingway.
lei non lo sapeva, che lui veniva proprio qui a scrivere.
che qui, in questo locale che anche oggi è ancora così liberty, sono ambientate pagine e pagine dei suoi romanzi.
glielo racconto.
mi ascolta incantata.
non ne sapeva niente.
mi faccio dare il suo indirizzo.
le prometto che le spedirò fiesta in francese, una volta tornata in italia.
non lo farò mai.
quella promessa disattesa ancora mi brucia addosso.
al tavolino liberty dentro il locale liberty.
racconti di una vita.
la sua collega di lavoro che si è suicidata.
la messa che lei ha fatto dire dentro una chiesa romanica fuori da pamplona.
suo padre deportato a buchenwald.
in un attimo sono sul torino-milano della primavera di un anno prima.
due pellegrini seduti accanto a me stavano tornando a casa dal san bernardino dopo un mese sulla francigena.
il: "via, si va a santiago" di uno era stato auschwitz.
dopo aver visto quell'orrore durante un viaggio, aveva bisogno di ritrovare fiducia nell’uomo.
storia e storie che si incontrano.
cerchi che si aprono e si chiudono.
stazione degli autobus.
rivedo la pensione della notte . è così diversa nella luce buia di questo pomeriggio.
un taxi e tre compagni di viaggio: due signore più o meno 50enni e juan, della patagonia.
juan parla molto [troppo?]
gira con un’armonica a bocca in tasca.
questo è un dettaglio che mi piace.
tutta la strada fino a sjpdp.
io stamattina non avrei mai pensato di arrivarci.
ero già pronta a iniziare da roncisvalle.
sarebbe stato cammino comunque.
sarebbe andato bene comunque.
accoglienza a saint jean.
primo sello.
adesso.
adesso sì.
adesso è iniziato il mio cammino.
mi sento il mondo addosso.
mi sento dentro il mondo.
le tedesche.
l'argentino.
il ragazzo italo-libanese che è dietro la scrivania dell'accoglienza.
io italo-svizzera.
l'essere in francia oggi.
il sapersi in spagna domani.
felicità addosso.
andremo.
andrò.
e sarà.
finalmente sarà.
albergue da christiane, contessa dei piedi nudi.
gira sempre scalza.
obbliga tutti a girare scalzi per casa sua.
“perché tenere su le scarpe?”, chiede.
mi tolgo le scarpe. non mi pesa per niente.
ci accoglie in casa sua, christiane.
in corridoio, suo figlio si sta preparando per andare a giocare a calcio.
alle pareti le loro foto.
animali che girano e pentola sul fornello.
normale vita.
normale vita di una famiglia normale.
sensazione di capitare in una loro vita di sempre.
ed essere accolti esattamente lì, dentro alla loro esistenza di ogni giorno.
mi pare una delle accoglienze più belle possibili.
un salto nella chiesa di sjpdp.
un pensiero a tutti i pellegrini che da secoli passano di qui.
quanti sono?
quanti sono stati?
in che passi sto per immergermi?
che orme ricalcherò?
mi pare tutto parecchio più grande di me.
passi lenti per le stradine di questo paesino ai piedi dei pirenei.
una luce grigia di cielo che minaccia pioggia bagna tutto ed ognuno.
il profumo di cioccolato e curry.
penso a c., quando diceva: “goditi ogni attimo, cri. ogni sguardo. ogni odore”.
cioccolato e curry.
pensa te.
chi l'avrebbe mai detto che sarebbero stati questi, i primi odori legati a questo mio cammino?
racconti in camera.
parlano portoghese - srrve solo un po' di attenzione in più da parte mia.
quell'uomo sopravissuto con un altro ad un naufragio.
gli altri loro sei compagni morti in mare.
ha deciso di appoggiare sempre e per sempre i suoi piedi per terra.
cammina da 44.000 chilometri.
sono milioni di passi.
fede incrollabile.
vive offrendo i suoi servizi come giardiniere.
quello che per vivere cuce mantelle di plastica.
quella pellegrina di 89 anni che era sul cammino settimana scorsa.
[uh. se lo sa il nonno].
dopo cena, seduta al tavolo, scrivo il diario.
di fianco si parla di elezioni in francia.
di donne.
di emozioni.
di lacrime.
di risate.
del fatto che se hai voglia di piangere, piangi.
se hai voglia di ridere, ridi.
quando dicono che l’importante non è arrivare.
l’importante è partire.
anzi.
neanche.
l'importante alla fine non è neanche parire.
l'importante alla fine è decidere di partire.
sono partita.
domani partirò.
pamplona - saint-jean-pied-de-port
piove tutta la notte.
mi sveglia un tuono fortissimo.
in italia sarebbe mattino presto, qui è poco più che notte fonda.
i miei soliti problemi a settarmi sul fusorario spagnolo - mi sveglio alle 7.00 e mi stupisco che la spagna per lo più dorma ancora tutta.
l. riderebbe parecchio. e mi sgriderebbe un po', seria e bonaria.
ho un po’ di mal di gola.
il suono della pioggia per strada accompagna il mio alzarmi.
dove sono le stelle che si vedevano dal pullman?
cominciamo in salita.
mi sa che fa freddo.
lo si intuisce anche solo guardando fuori dalla finestra.
le chiavi lasciate nella toppa della porta della pensione scalcinata.
gli zaini già coperti.
il k-way addosso.
un corte ingles sull’angolo della strada - un pensiero a l., ai nostri giorni di barcellona.
uno sms del papà - ha imparato, allora. bello. lo aiuterà a non sentirmi così lontana.
qualche pellegrino per le strade - sono i primi. li scruto. tra tre giorni anche io come loro.
l’albergue da cercare - chi cerca il primo sello, io le indicazioni per sjpdp.
uomini e donne vanno al lavoro. ci danno le indicazioni giuste per muoverci in città. convivono e vivono dentro vie popolate di pellegrini. mi chiedo come debba essere. sono tutti molto gentili.
plaza del castillo. l’arcobaleno sopra un cielo nero di pioggia ripaga dei vestiti già bagnati.
l'albergue del pellegrino.
due ragazze giapponesi si stanno vestendo. mantella e zaino e mani bagnate e occhi a guardarsi.
alcuni pellegrini stanno partendo in bici. fermi sotto il portico con le inferriate, il sedere già sul sellino, un piede appoggiato a terra a tenere l'equilibrio.
un pellegrino di padova. si è perso nell’attraversare i pirenei. è già la terza volta che fa il cammino.
la prima freccia gialla.
deve essere bello.
sapere dove andare.
e andare.
non pensare più a niente.
solo a mettere un piede davanti all’altro.
cammino certo, ovunque vada.
solo fidarsi.
y nada mas.
le ragazze trentine cominciano a camminare.
io non vedo l'ora di poterlo fare.
domani.
dai, cri.
domani.
chissà da dove.
per arrivare da qui a sjpdp bisogna prendere un taxi.
costa 80 euro - devo trovare dei compagni con cui compartirlo, altrimenti non se ne fa niente.
l'alternativa è il pullman per roncisvalle di metà pomeriggio.
potrei prenderlo.
dovrei solo fare pace con l'idea di un punto di partenza diverso da quello che avevo pensato.
biblioteca in piazza.
ha anche internet gratis.
mail per tutti.
così sanno.
scrivere e scrivergli è bellissimo.
in piedi davanti alla biblioteca una napolitana queso y hamon che arriva da saragozza.
briciole di pasta sfoglia nella tasca superiore dello zaino.
continua a piovere.
k-way e fondo dei pantaloni già zuppi.
cerco un bar dove sedermi ed aspettare che apra l’ufficio del turismo.
caffè solo e diario. questa è vita. non so ancora che sarà una costante del mio andare.
le lacrime di un anziano uomo del quebec.
scivolano dolcissime e strazianti tra occhiali spessi e barba di qualche giorno.
un male al ginocchio che non passa, non può più camminare.
per lui il cammino è finito qui, a pamplona, a tre giorni dall'inizio.
si allontana.
due passi, e anche la mantella gialla - svolazzante sole di plastica dentro un cielo di pioggia - è già sparita dietro l'angolo.
una nonna autoctona.
è in giro a fare compere.
mi porta a vedere le strade della festa di san firmino.
la farmacia di sua sorella, sulla piazza dell’ayutamento - ha gli occhi che brillano, mentre mi racconta.
da queste vetrine si gode tutti gli anni la corsa dei tori.
mi chiedo cosa ci sia da godersi, ma evito di fare domande.
non credo capirei la risposta.
e no, il problema non sarebbe la lingua.
una pellegrina francese.
capelli bianchi e occhi da nonna.
pelle della faccia e delle mani cotta dal sole e dalla fatica sulla strada.
mi offre il pranzo al caffè iruna, quello di hemingway.
lei non lo sapeva, che lui veniva proprio qui a scrivere.
che qui, in questo locale che anche oggi è ancora così liberty, sono ambientate pagine e pagine dei suoi romanzi.
glielo racconto.
mi ascolta incantata.
non ne sapeva niente.
mi faccio dare il suo indirizzo.
le prometto che le spedirò fiesta in francese, una volta tornata in italia.
non lo farò mai.
quella promessa disattesa ancora mi brucia addosso.
al tavolino liberty dentro il locale liberty.
racconti di una vita.
la sua collega di lavoro che si è suicidata.
la messa che lei ha fatto dire dentro una chiesa romanica fuori da pamplona.
suo padre deportato a buchenwald.
in un attimo sono sul torino-milano della primavera di un anno prima.
due pellegrini seduti accanto a me stavano tornando a casa dal san bernardino dopo un mese sulla francigena.
il: "via, si va a santiago" di uno era stato auschwitz.
dopo aver visto quell'orrore durante un viaggio, aveva bisogno di ritrovare fiducia nell’uomo.
storia e storie che si incontrano.
cerchi che si aprono e si chiudono.
stazione degli autobus.
rivedo la pensione della notte . è così diversa nella luce buia di questo pomeriggio.
un taxi e tre compagni di viaggio: due signore più o meno 50enni e juan, della patagonia.
juan parla molto [troppo?]
gira con un’armonica a bocca in tasca.
questo è un dettaglio che mi piace.
tutta la strada fino a sjpdp.
io stamattina non avrei mai pensato di arrivarci.
ero già pronta a iniziare da roncisvalle.
sarebbe stato cammino comunque.
sarebbe andato bene comunque.
accoglienza a saint jean.
primo sello.
adesso.
adesso sì.
adesso è iniziato il mio cammino.
mi sento il mondo addosso.
mi sento dentro il mondo.
le tedesche.
l'argentino.
il ragazzo italo-libanese che è dietro la scrivania dell'accoglienza.
io italo-svizzera.
l'essere in francia oggi.
il sapersi in spagna domani.
felicità addosso.
andremo.
andrò.
e sarà.
finalmente sarà.
albergue da christiane, contessa dei piedi nudi.
gira sempre scalza.
obbliga tutti a girare scalzi per casa sua.
“perché tenere su le scarpe?”, chiede.
mi tolgo le scarpe. non mi pesa per niente.
ci accoglie in casa sua, christiane.
in corridoio, suo figlio si sta preparando per andare a giocare a calcio.
alle pareti le loro foto.
animali che girano e pentola sul fornello.
normale vita.
normale vita di una famiglia normale.
sensazione di capitare in una loro vita di sempre.
ed essere accolti esattamente lì, dentro alla loro esistenza di ogni giorno.
mi pare una delle accoglienze più belle possibili.
un salto nella chiesa di sjpdp.
un pensiero a tutti i pellegrini che da secoli passano di qui.
quanti sono?
quanti sono stati?
in che passi sto per immergermi?
che orme ricalcherò?
mi pare tutto parecchio più grande di me.
passi lenti per le stradine di questo paesino ai piedi dei pirenei.
una luce grigia di cielo che minaccia pioggia bagna tutto ed ognuno.
il profumo di cioccolato e curry.
penso a c., quando diceva: “goditi ogni attimo, cri. ogni sguardo. ogni odore”.
cioccolato e curry.
pensa te.
chi l'avrebbe mai detto che sarebbero stati questi, i primi odori legati a questo mio cammino?
racconti in camera.
parlano portoghese - srrve solo un po' di attenzione in più da parte mia.
quell'uomo sopravissuto con un altro ad un naufragio.
gli altri loro sei compagni morti in mare.
ha deciso di appoggiare sempre e per sempre i suoi piedi per terra.
cammina da 44.000 chilometri.
sono milioni di passi.
fede incrollabile.
vive offrendo i suoi servizi come giardiniere.
quello che per vivere cuce mantelle di plastica.
quella pellegrina di 89 anni che era sul cammino settimana scorsa.
[uh. se lo sa il nonno].
dopo cena, seduta al tavolo, scrivo il diario.
di fianco si parla di elezioni in francia.
di donne.
di emozioni.
di lacrime.
di risate.
del fatto che se hai voglia di piangere, piangi.
se hai voglia di ridere, ridi.
quando dicono che l’importante non è arrivare.
l’importante è partire.
anzi.
neanche.
l'importante alla fine non è neanche parire.
l'importante alla fine è decidere di partire.
sono partita.
domani partirò.





