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2007 - cammino francese della cri

[sì. lo ammetto. ho un debole moooolto, moooolto debole per gli uomini con i boccoli. se sono neri

Ecco mi è caduto un mito



"te lo regalo, perchè io e te siamo fratelli".
fratelli?
dopo tre ore?
davvero?
ma davvero?
non ne vedevo il senso.
non ne capivo la ragione.
neanche adesso ne vedo il senso - non c'è alcun senso.
neanche adesso ne capisco la ragione - non c'è alcuna ragione.
ma.
ma tredici anni di vita mi hanno insegnato che possono bastare tre minuti, tre ore o tre giorni.
c'è della vita.
e accade.
semplicemente accade.

Guarda un po’, proprio il senso di quel che ho scritto stamane nella sveglia in wapp

Non è che accade cara Cry

Semplicemente ne diventiam consapevoli
Anche solo in un secondo


Siga finita
Ho viaggiato con te
 
7 maggio 2007
zubiri – pamplona

partiamo senza aver fatto colazione.
non riusciremo mai a farla.
oggi non lo reggerei [deve essersi impossessato di me lo spirito di paolo_botta ].
toglietemi il caffè e almeno un pezzo di pane appena sveglia e mi avrete forastica - ma parecchio forastica - per molte ore del giorno. non conviene a nessuno.
ma erano altri anni, quelli.
erano gli anni di bici da uomo nera ad attraversare la mia città ed un caffè al bar prima di entrare in ufficio.

un cartello avverte: pendenza [della discesa] al 10%.
ringrazieranno le ginocchia.
il fiume che scorre. fa capolino tra i cespugli.
quella cascata prima di trinidad de arre.
mi incanta.
mi incanta quell'acqua che scorre.

uno svizzero.
abita a berna.
conosce ziefen.
è tanto della mia storia ma sulla carta è un paesino da nulla, ziefen.
1.500 anime in mezzo alle colline elvetiche.
mi stupisce che qualcuno possa conoscerlo.
mi stupisce quanto piccolo possa essere il mondo.

di quanto possa essere piccolo il mondo.
e del mio stupore davanti a questo inequivocabile dato di fatto.
siamo già avanti, sul cammino.
non so più dove.
diciamo in fondo alla castiglia, mas o meno.
da settimane cammino con i tedeschi.
mi piace camminare con loro.
mi piace stare con i non-italiani, quando sono in giro per il mondo.
li conosco a sufficenza, gli italiani.
perchè non bersi altro mondo, altre lingue, altri pensieri, altri modi di vivere, altre origini, altri futuri?
sono settimane che parlo solo tedesco.
arrivo lì.
"ma questi parlano italiano. bello".
un gruppo di pellegrini.
gente della mia età, più o meno.
mi avvicino.
ho voglia di casa, dopo tutti questi giorni a stampo teutone.
ho voglia della mia lingua madre.
ho voglia di quel calore nostro.
di quella familiarità delle parole che sgorgano tutte spontanee senza quell'attimo di incertezza quando non mi vengono in mente subito tutti i termini esatti.
senza quelle circonvoluzioni oratorie quando non la so proprio, la parola esatta.
e poi.
poi sono bergamaschi.
impossibile non riconoscerli, basta che aprano bocca e - pota, scet - li sgami subito.
i bergamaschi li ho nel cuore.
sono anni che li frequanto.
sono anni che le loro montagne sono le mie montagne.
saluto.
dicono: "che brava. parli italiano? lo parli benissimo. senza neanche un po' di accento".
rido parecchio.
ridono anche loro, quando gli dico da dove vengo.
si parla.
vengono dalla valbrembana.
dico: "ah, la valbrembana. quante domeniche sera in colonna al semaforo di zogno".
dice una ragazza: "zogno è il mio paese".
dico: "davvero? conosco due persone a zogno. una è il meccanico del paese. l'altra è un tipo parecchio strano. alto, alto, capelli lunghi, un po' stralunato. si chiama ***".
dice: "era il mio ragazzo. sono venuta qui a dimenticarlo".
silenzio.
silenzio.
silenzio.
che le vuoi dire?
l'unica sarebbe sprofondare.
capite cosa intendo quando dico che il mondo è davvero piccolo e minuscolo?
quante possibilità c'erano che lei a 2000 km da casa, in mezzo alla spagna assolta trovasse qualcuno che conosceva ***.
una su quanti milioni.
ecco.
capitò.

mela, arancia e pane sono il nostro pranzo sulla piazza di arre.
ma quanto eravamo essenziali?
quello che avanza lo infilo nel mio zaino.
diventa pesantissimo.
incredibile come basti poco a cambiare equilibri.

dei bambini escono da scuola in uniforme.
con il loro inglese appena imparato chiedono, sorridenti e sfrontati: “do you speak english? do you speak english? were do you came from? were do you came from?”.
ridono dentro il sole.
invidio il loro crescere insieme ed accanto ai pellegrini che passano.
al mondo che scorre davanti a loro oltre il cancello, mai uguale.
dentro un'abitudine - perenne e declinata nel quotidiano - all'altro, allo straniero, al diverso.
mi pare un privilegio.
un bel modo per diventare uomini nuovi di un domani diverso.

il monumento di indurain nella piazza di villava.
sbarre di ferro a disegnare profili di montagne.
la leggerezza con cui pare salirle il profilo del ciclista.

entrare a pamplona attraverso il parco.
mura antiche e prato verde.
noi pellegrini arriviamo in città dentro in una sua giornata normale.
per la gente di qui vederci non è niente di strano.
conviviamo dentro le medesime strade.
viviamo mondi paralleli che si sfiorano molto e si incrociano poco.

sally del texas cammina con me.
smoccola come un camallo [ci saranno i camalli, in texas?] ad ogni passo.
ha i piedi massacrati.

manuel del venezuela.
gli occhi che ha.
blu color del mare e limpidissimi.
cammina con due zaini.
oggi non ho alcuna memoria di lui.
neanche dei suoi occhi.

giulio.
bianco il vetro della lente dei suoi occhiali.
ha un occhio malato.
sgradito lascito di un ictus e delle settimane di coma che sono seguite.
ma è qui.
ed il qui è quello che davvero conta.

norbert.
in preda al panico.
perde le sue cose.
le semina in giro senza poi ricordarsi dove.
mi spiace per lui.
per la vera disperazione in cui queste perdite lo gettano.

michael.
ama le nuvole.
cammina solo.
ha male alle gambe.
avrei voluto raccontargli del tino.
mi aveva chiesto: cosa è successo?
avevo glissato.
oggi non glisserei più.
quindi è vero: capita che il tempo curi le ferite.

klaus.
quello che pareva sempre arrabbiato.
dice qualche parola.
l'ho segnato nei miei appunti.
deve essere stato un fatto considerato parecchio eccezionale, evidentemente.

sedad.
scrive mail a casa, seduto ad uno dei due pc all’ingresso.
articoli da questa vita per il suo giornale in olanda.
io sono seduta all'altro.
leggo mail arrivate.
scrivo mail che magari verranno lette.
racconto di questi giorni.
condivo attimi.
pennellate di parole a dare dipingere passi.
mi pare l'unico modo per condividere questi ottocento chilometri.
l'altro sarebbe infinitamente più facile e parecchio più scarno: "com'è stato? ho camminato."
due parole, e avrei detto tutto.
e niente.

giovanni.
panettiere.
è stato a messa nella cattedrale.
nello zaino ha un anti-infiammatorio per animali.
dice: "funziona benissimo".
te credo.
domani si metterà la maglia del brasile.
"i’m a brasilian man.”
orgolgio verdeoro in terra iberica.

i due italiani.
cominciano oggi.
sono io tre giorni fa.
mi sento lontanissima dalla me di tre giorni fa.
mi pare incredibile essere diventata già così tanto parte di questo altro.

in giro cercando un secondo reggiseno.
che non so se l'ho dimenticato a casa o perso lungo la via.
sta di fatto che manca.
questo quello che scriverò dieci anni dopo a proposito di quei momenti.
dieci anni fa mi toccava girare per il centro di pamplona fermando passanti per chiedere: "sapete dove si comprano questi?".
e indicavo spalline oltre l'orlo della maglietta.
perché no.
dieci anni fa proprio non avevo la più pallida idea di come si dicesse reggiseno in spagnolo.
e quei minuti a indicare e chiedere sulla calle mayor me li ricordo ancora.
mi sono sempre sembrati un momento del mio cammino poco edificante, ma buffo.
buffo proprio.
ogni volta che ci ripenso sorrido.

un ragazzo mi racconta della festa di san firmino.
anche lui, gli occhi che ha mentre mi parla.
dura sette giorni, questa festa.
possono correre anche le donne.
dice: “sono più coraggiose di molti uomini”.

i passi da sola.
le canzoni appena sussurate.
il profumo del sapone di marsiglia.
tutte le frecce gialle che ci sono. perdersi è impossibile.
i cieli di nuvole.
la bellezza di una doccia alla fine della giornata.
la mia schiena che va bene, per ora.
le flip-flop con i calzini. italian style elegante.
il todo se cumple. e nulla succede per caso.
il cioccolato regalato da sconosciti che diventano amici del cammino.
le nuvole con i primi colori del tramonto.
la spesa al super dentro al mercato.
le calze dei giapponesi con i ditini.
la lavadora e i miei vestiti, finalmente puliti.
una doccia dentro alla vasca da bagno.
l'odore di canfora e mentolo dei coreani.
il peperoncino della pasta all'arrabbiata.
del vino blanco in un bicchiere.

michael viene a trovarmi prima di andare a dormire.
un quarto d’ora appoggiato al mio letto.
parole a raccontarsi giornata.
passi.
vita.
 
Ultima modifica:
Lei, venuta in Cammino per dimenticare il "suo" meccanico e tu (inconsapevole strumento di un fato beffardo) che stai lì a ricordarglielo ...
... che coincidenza: la stessa che qualcuno in mezzo alla Spagna rurale, possa conoscere Ziefen!

Che storia, Cri ...
 
di quanto possa essere piccolo il mondo.e del mio stupore davanti a questo inequivocabile dato di fatto.


Sto sempre più percependo e constatando che non è il mondo ad esser piccolo, ma è il mondo ad essere un unico individuo. La piccolezza o grandezza degli spazi distanza e de tempo sono accessori che abbiamo creato noi per stupirci (o annoiarci) di pezzi di noi.
 
capite cosa intendo quando dico che il mondo è davvero piccolo e minuscolo?quante possibilità c'erano che lei a 2000 km da casa, in mezzo alla spagna assolta trovasse qualcuno che conosceva ***.una su quanti milioni.

È un po’ come stupirsi perchè l’occhio si accorge del male al dito destro del piede (e lo guarda), o perché l’occhio sente appoggiarsi una coccinella sulla spalla (e la ammira incantato)

Per quanto apparentemente piccolo anche il corpo umano è un mondo fatto di continenti, stati, regioni, comuni, addirittura se cercate troverete anche la vostra piccola casina.
 
Ultima modifica:
È un po’ come stupirsi perchè l’occhio si accorge del male al dito destro del piede (e lo guarda), o perché l’occhio sente appoggiarsi una coccinella sulla spalla (e la ammira incantato)

Per quanto apparentemente piccolo anche il corpo umano è un mondo fatto di continenti, stati, regioni, comuni, addirittura se cercate troverete anche la vostra piccola casina.
Eccolo la' ... quando rimbalza come una palla matta tra le mura dei concetti, mi fa cappottare! :rofl:
Adesso mi concentro, ti rileggo e vedo di venirne a capo! ;-)

Un abbraccio a te, bomba senza spoletta!
 
martedì, 8 maggio 2007
pamplona - puente de la reina

le mura di pamplona, uscendo dalla città.
il parco di prima mattina - si sfiorano ventiquattrore e zaini, gessati e giacche a vento, sneakers e scarponi.
il verde che c'è.
l'autostrada superata - pare appartenere ad un mondo alieno.

una panchina accanto ad una lapide.
un nome, due date.
era uomo.
era pellegrino.
è ricordo.
è pellegrino per sempre.
lavato dal sole, dalla pioggia, dal vento, dal tempo che passa inesorabile, un cuore in vernice rossa sul cemento della panchina accompagna il suo perenne andare.

l’alto del perdon.
passo lento di montagna, quel mio andare tipico della salita.
un piede dopo l’altro, un passo dopo l'altro.
infinita pazienza, meta presente.
testa china, occhi fissi a terra - sasso, polvere, sasso.
una cinghia dello zaino svolazza nell'aria.
occhi che si alzano. cercano la fine.
occhi che si alzano. cercano l'oltre.
una fonte poco prima della cima, labbra bagnate.
alla spalle, la strada fatta.
oggi. e in questo cammino.
alle spalle l'origine mia.

e poi.
poi.
poi.
poi ci sono.
poi ci siamo.
in alto.
quell'attimo lì.
quando si mette il naso fuori dalla salita.
in alto.
era l'ultimo passo.
mi fermo.
mi tiro dritta.
alzo la testa.
allargo lo sguardo.
ed è uno sguardo che così largo io me lo ricrodo poche altre volte nella mia vita.
[difficile da spiegare, ma è del tutto diverso dagli sguardi larghi che concedono le cime delle montagne].
alzo lo sguardo.
il mondo, grande e palpabile, è srotolato ai miei piedi.
alzo lo sguardo.
davanti ho l’immenso.
davanti ho l'immenso e l'infinito.
e sono un immmenso ed un infinito pieni di un verde che pare oceano.
pieni di una brezza che culla dolce dentro la sua forza travolgente.
pieni di un orizzonte lontano che è promessa, chissà di cosa.

il ruomore del vento.
il profumo del vento.
il freddo del vento.
quel monumento che tutti conosciamo.
quella frase che tutti conosciamo.
"donde se cruza el camino del viento con el de las estrellas".
bello.
bellissimo.
emozionante.
ma non è questo.
non è questo quello che conta.

quello che conta è che siamo lì.
siamo lì davvero.
siamo lì davvero in un qui ed ora con ogni briciola di noi stessi.
ci sediamo.
ci sediamo tra i fiori.
ci sediamo in silenzio.
solo a guardare.
non c'è niente da dire.
ognuno dentro i suoi pensieri.
ognuno dentro la sua vita.
ognuno dentro il suo cuore.
sono qui.
non c'è più bel posto dove essere.
non c'è altro posto al mondo dove vorrei essere.
[ancora oggi l'alto del perdon rimane uno dei quattro posti in cui i miei occhi sono stati i più belli di sempre].
è tutto perfetto.
è un qui ed un ora compiuto dentro una perfezione perfetta.

io non so quanto sono stata seduta lì.
io non so quanto siamo stati seduti lì.
passa un tempo lungo un attimo.
passa un tempo lungo un sempre.
due occhi dentro i miei oocchi.
parole sussurrate a fior di labbra: “si vede che sei felice, cri”.

“si vede che sei felice”.
"quidate. tu eres cielo".
"hai il sole dentro".
girava una frase saggia, l'altra sera, sullo stato di whatsapp di una mia amica.
ci sono persone che ti conoscono da una vita e non sanno niente di te. ed altre a cui basta uno sguardo per leggerti dentro.
quelli che non ti sanno.
non ti sanno per nulla perchè non possono saperti.
ma.
ma ti conoscono.
ti conoscono dentro.
e ti disvelano a te.
gli basta un attimo.
si infilano dentro il tuo cuore [ci resteranno per sempre], lo leggono come fosse libro aperto e te ne fanno dono, come nulla fosse.
a te, che neanche sapevi.
a te, che neanche ti eri accorta.
a te, che neanche ti ricordavi più.
a te, che neanche ci pensavi più.
a te, che neanche ci speravi più.
a te, che neanche osavi più.
è un attimo.
dura una vita.
privilegio e dannazione, quell'attimo eterno.
per sempre ti insinua dentro il ricordo e la conoscenza della parte più vera e più bella di te e del tuo cuore.
per sempre è accompagnata, quella conoscenza, da picconate di rimpianto e nostalgia di quella tua perfezione lì - irraggiungibile e fragile bolla di sapone che vola brillante nell'aria calda di un sole che splende a picco; per sempre esplosa dentro al primo alito di una brezza appena un po' di forte di prima.

la discesa lenta.
passi attenti tra sassi e forse ginestre - profumano.
dalla terra sale un caldo che pare primigenio.
mi lascio vestire, da quel caldo.
mi lascio avvolgere, da quel caldo.
mi respira addosso.
me lo lascio respirare addosso.
attorno solo l'orizzonte - infinito e lontano, ma possibile.
attorno solo l'oltre - lo raggiungeremo, un passo alla volta.
attorno solo il verde dei campi di grano - passa leggera e decisa l'aria sulle spighe. danzano come onde sulla superficie del mare.

dentro queste distese di grano che paiono oceano, ad un bivio un cartello indica: santiago.
vecchio legno, rosso di scritta e papaveri, freccia vernice nera, concha pittura gialla, strada ghiaino bianco, mare grano verde, cielo brillante infinito.
è buffo vedere qui quel cartello.
a santiago mancano più di 600 chilometri.
fa ridere.
fa sorridere.
sopratutto dà speranza.

il bivio per eunate.
decido che no.
non ho voglia.
otra vez.
"fa troppo caldo, oggi".
fa troppo caldo oggi?
madre, se ero scema.
ma come facevo ad essere così scema?
oggi non me la perderei per nulla al mondo, quella chiesa.
quella pianta ortogonale in mezzo ai campi.
quei profili romanici che respirano storia da ogni sasso.
contro un cielo che splende di azzurro, quelle linee geometriche che incantano nella loro pulizia.
verrà il giorno che vi infilerò dentro i miei occhi e dentro il mio cuore, piante-profili-linee.
allora mi perdonerete e mi perdonerò la stoltaggine di quel giorno lontano di primavera lontana.

l’atmosfera di questi paesini spagnoli nel sole del meriggio.
non c'è in giro nessuno.
giusto un cane. dorme dentro un rettangolo di ombra a filo di un muro imbiancato a calce.
passa un furgoncino che vende pesce.
dentro il nulla di questa ora pomeridiana, si aprono porte ed escono donne.
saluti di fiacchia familiarità paesana strisciano dentro la canicola.
all'ombra delle piante riposano uomini.
noi passiamo.

al fiume.
nonno, genero e nipote con una canna da pesca in mano, un pesce attaccato alla lenza.
un pellegrino nordico - nella luce abbacinante di questo pomeriggio iberico, le sue gambe nude brillano di bianco fluorescente.
se sta al sole ancora un po', diventeranno fucsia.
la fluorescenza, quella, dovrebbe restare.

al fiume.
riva erbosa.
acqua che scorre lenta.
un’ora seduta lì.
senza nessuno.
senza pensare a niente.
senza fare niente.
senza dover fare niente.
solo stare.
solo essere.
solo respirare.
solo scorrere.
solo vivere.

in chiesa.
il freddo che c’è, dopo il caldo della giornata.
sulla pelle mi brucia addosso l'escurione termica.
mi infilo il pile, ho i brividi.
messa con benedizione del pellegrino.
mi addormento.
un pellegrino va a fare la comunione a piedi nudi - pelle spaccata dai passi sul legno tiepido del pavimento della chiesa.

le lacrime di chi non può camminare il suo cammino come avrebbe voluto, come aveva sognato.
capita che tocchi farsi dare uno strappo da una nonnina spagnola.
capita che sia necessario prendere un bus.
occorre indulgenza verso se stessi.
occorre indulgenza verso le proprie fatiche, le proprie fragilità, le proprie sconfitte.
devo ancora impararla, l'indulgenza verso me stessa.
le mie fatiche, le mie fragilità, le mie sconfitte le prendo di petto e ci litigo e ci lotto come se non ci fosse altro da fare.
quanto mi ci vorrà ad accorgermi che sono solo mulini a vento?
che prendere di petto e litigare e lottare contro i mulini a vento è sfida destinata a fallimento sicuro?
quando sarò [almeno un po'] indulgente verso me stessa?

a piedi nudi nell'erba dell'albergue - un tappeto di morbida frescura verde.
[anni dopo ale, in situazione analoga, avrebbe detto con diamantina lucidità: "ho i piedi felici". e mai espressione avrebbe potuto essere più esatta].
un nido di cicogne appollaiato in cima ad una torre.
due pensionati sotto ad un portico.
alto nel cielo, un falchetto ad ali spiegate si lascia trasportare dal vento. un dito mi indica il suo volo di immobilismo perfetto.

a ventiquattro ore di distanza.
a ruoli inversi.
"disturbo?"
"tu non disturbi mai, cri".

torno a letto.
i miei piedi nudi sul pavimento freddo.
una lama di luna illumina la camerata pronta alla notte.
sul mio braccio che scotta di sole appoggio la mia guancia che scotta di sole.
profumo di nivea.
dentro la stanza odore di canfora altrui, ovvio.
 
Ultima modifica:
Diapositive sgranate una ad una; se vuoi grani di un rosario sgranati ad uno ad uno; il cuore e la mente che attraverso la mano, girano la bussola della cassaforte dell'animo senza saperne la combinazione.
A volte (raramente!) la cassaforte si apre: a te è accaduto sul Perdòn.
Non era il panorama ad essere stupendo, era il tuo essere, a renderlo tale, eri tu a dargli i colori spettacolari dipinti soltanto dal pennello del vento.

Una volta qualcuno chiese ad un mio collega ed amico quale fosse la città più bella (del mondo) che avesse visto o visitato e la sua risposta la ricordo a distanza di un secolo:

"Se arrivi ad Iqaluit e sei in stato di grazia, magari perchè ti sei innamorato di una donna di Iqaluit, nessuna città, ai tuoi occhi, sarà bella come Iqaluit!"

Valesse anche per l'Alto del Perdòn?
 
Continuo a leggere
grazie.
Lo sguardo largo, sì, me lo immagino.
 
ed è uno sguardo che così largo io me lo ricrodo poche altre volte nella mia vita.
[difficile da spiegare, ma è del tutto diverso dagli sguardi larghi che concedono le cime delle montagne].

O my god


siamo lì davvero.
siamo lì davvero in un qui ed ora con ogni briciola di noi stessi.

O my god

privilegio e dannazione, quell'attimo eterno.
per sempre ti insinua dentro il ricordo e la conoscenza della parte più vera e più bella di te e del tuo cuore.

O my god

E niente oggi potrei anche fermarmi qui di leggerti.

Mi tamburella ogni cellula
Descrizione perfetta che è giunta dove doveva giungere
Grazie Cry


Privilegio e dannazione


ancora oggi l'alto del perdon rimane uno dei quattro posti in cui i miei occhi sono stati i più belli di sempre].

Ps un giorno mi racconterai degli altri 3 posti
 
Ultima modifica:
9 maggio 2007
puente de la reina - estella

dorme il paese.
un'aria di pace splendente mi avvolge mentre me lo lascio alle spalle.
un'aria sospesa rosa tra aurora e alba.
la luce si sta colorando di giorno che verrà.
l'ultimo freddo della notte ormai andata scivola sulla mia pelle calda del caldo di ieri.
cammino in camicia - cotone sulla pelle, strada srotolata davanti.

altura da passare subito dopo le ultime case.
si parte in salita.
no, stavolta non è metaforico.
non me l'aspettavo.

sorge il sole alle mie spalle.
bagna tutto di quella luce lì.
esattamente di quella luce lì.
brillano paesaggi che sarebbero da niente - campi, e campi, e ancora campi.
per minuti interi dentro quella luce lì le distese di terra coltivata acquistano una bellezza che si incolla agli occhi.

accanto alla strada, contadini chini lavorano in un campo.
picca in una mano a saggiare il terreno, si muovono curvi.
cellophane nero sotto i loro piedi, mani ad estrarre asparagi - un secchio rosso accanto a loro, rabdomanti dell'ortaggio.
metodici, si muovono rapidi in una lentezza accurata.
ieri, oggi, domani - come sta la vostra schiena? come starà tra dieci anni?
ieri, oggi, domani - riuscirete a stare dritti, quando sarete vecchi?
ieri, oggi, domani - avete delle tutele? quali? sono abbastanza?
ieri, oggi, domani - esiste il caporalato, qui da voi? avete una paga dignitosa?
ieri, oggi, domani - serve entrare in altre logiche di commercio.
ieri, oggi, domani - non è concesso sfruttare uomini e terra.
ieri, oggi, domani - urgono azioni, anche dei singoli.
e noi - privilegiati - a camminare come se il camminare fosse un duro lavoro vero.
e noi - privilegiati - a permetterci di essere stanchi e anche distrutti a fine tappa, come se avessimo fatto chissà che.
cammino veloce.
mi sento sporca.

il cielo senza neanche una nuvola - solo scie d'aerei a tracciare righe dentro rotte lontanissime.
un paese arroccato.
tutte le volte che il cammino passa sotto-sopra-sotto-sopra l’autostrada.
i papaveri dentro il verde.
i cavalli dentro i recinti.
la puzza di una fabbrica che produce bevande alcoliche. un fumo bianco impesta l'aria.
dei girini in una pozza d’acqua sporca tra il verde dei campi di grano.
finisco con tutti e due i piedi in una pozzanghera di fango [e nello scriverlo mi sento addosso la mia fastidiosa voce di madre noiosa che direbbe: "non puoi guardare dove metti i piedi?". io a volte non mi sopporto].

un cipresso, un ponte in pietra accanto - mi siedo lì, a riposare.
rumore dell’acqua che scorre.
ogni tanto qualche macchina passa poco lontano.
i passi di pellegrini che si avvicinano - hola e buen camino - e si allontanano.
arriva norbert, si siede accanto a me.
non ho voglia.

la chiesa degli eremiti.
il castello dei re di navarra.
l’eremo allo sfascio.

alberi di ulivi, cani che abbaiano.
infilo in tasca la macchina fotografica.
non guardo dove vado.
mi incammino.
mi avvio inconsapevole su una strada sbagliata.
esce di casa una signora.
mi chiama.
si avvicina.
appoggia la sua mano sul mio braccio.
mi fa vedere la strada giusta.
dice: “dai un bacio a s. jago.”
mi abbraccia, la abbraccio.
mi commuove.
ci si potrà riempire di pelle d’oca nel sole delle 10.30 del mattino?
non so.
certo succede.

calle dell'esperanza.
[@Raùl : per foruna che non è solo ilusión, la speranza spagnola. mi avevi fatto impensierire.]
mi incantano, i nomi delle vie.
al volo, così a memoria, i due migliori di sempre:
- via bel bacio - cesena (FC)
- via brodo di cappone - cologne (BS)
merita una menzione speciale anche una via lepanto, dietro casa del nonno.
un buontempone ha aggiunto a pennarello "fole".
rido ogni volta che ci passo.

estella.
nella mia memoria è vestita d'ombra fresca, umida e rilassata.
eppure un appunto dice: 29° alle 18.00 dentro l’ombra dell’albergue.
strani, i ricordi.

bastoncini d’incenso accesi nell’atrio dell’albergue.
moda new-age?
o puzzo pellegrino?

i miei panni pellegrini lavati con shampoo all'olio di oliva e limone [quello c'era, quello uso] dentro una lavatrice.
indossarli così profumati sarà bellissimo.
la nivea sulle mie gambe rosse di sole.
il segno di calzini già presente.

in giro per estella con paco, fratello dell’hospitalero.
60 anni.
peli sopra il naso.
bocca con pochi denti.
rughe di vita.
faccia che ride di serenità.
in piazza si mangia un gelato tutto cioccolato.
ha gli occhi felici di un bambino felice.
anche la bocca sporca di cioccolato è quella di un bambino felice.

il ponte così ripido.
l’ascensore per salire nella parte alta del paese.
i cortili delle case popolari - deserti dentro la luce bianca di questo pomeriggio deserto.
in una piazza assolata giocano dei bambini.
sbaglio a tirare un calcio al pallone quando arriva vicino a me.
uno dei bimbi mi guarda malissimo.
sapesse.
sapesse che per almeno 30 minuti in due anni di campionato sono stata attaccante.
[sì, il mister mi faceva entrare solo quando il risultato era molto più che sicuro].
[sì, mi tenevano perchè facevo spogliatoio, ma in quello ero davvero bravissima].

donatella.
occhi che ridono in un metro e mezzo di animo punk.
tatuaggi ovunque. il pezzo forte: zampette di gatto che salgono sul polpaccio.
eccentricità e tenerezza.
forza ostentata, dolcezza che traspare.
mi incanta sempre, chi ha più di un'anima che convive serena dentro di lui.

quello che gira con un pc nello zaino.
sta scrivendo un libro.
tutti quelli che del loro cammino vogliono scrivere un libro.
si pensa sempre di essere eccezionali.
ma se si è eccezionali in troppi, si diventa semplicemente banali.
nella norma, quando va di lusso.

quelli che:
"per colazione c'è pane, burro, marmellata, latte, caffè o thè".
"non si può avere del formaggio? del salame? un uovo, magari?"
quelli che non si accontentano mai.
quelli che non basta mai nulla.
quelli che chiedono sempre altro.
quelli che non sono mai grati per niente.

per carne e riso brasilian style.
buonissima.
grazie, giovanni.

sulla panchina davanti al rifugio il fresco della sera che scende.
bel modo di chiudere le giornate.
addosso tutto il sole di ieri e di oggi.
mi brucia sulla pelle.
mi brilla negli occhi.
addosso l'ora in biblioteca oggi pomeriggio a leggere e scrivere mail.
parole, lacrime e risate mi brillano nel cuore.
sempre, mi brillano addosso e dentro parole, lacrime e risate.
 
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" Calle esperanza. Raul,per fortuna che non è solo "ilusion" ...

Tesoro, il meccanico prende dalla cassetta degli attrezzi, l'arnese che gli occorre in quel momento! ;-)
 
ieri, oggi, domani - come sta la vostra schiena? come starà tra dieci anni?
ieri, oggi, domani - riuscirete a stare dritti, quando sarete vecchi?
ieri, oggi, domani - avete delle tutele? quali? sono abbastanza?
ieri, oggi, domani - esiste il caporalato, qui da voi? avete una paga dignitosa?
ieri, oggi, domani - serve entrare in altre logiche di commercio.
ieri, oggi, domani - non è concesso sfruttare uomini e terra.
ieri, oggi, domani - urgono azioni, anche dei singoli.
e noi - privilegiati - a camminare come se il camminare fosse un duro lavoro vero.
e noi - privilegiati - a permetterci di essere stanchi e anche distrutti a fine tappa, come se avessimo fatto chissà che.
cammino veloce.
mi sento sporca.

Una volta cercavo di illustrare ad un collega la situazione degli sfruttati e del loro difficile compito di mettere assieme il pranzo con la cena spaccandosi la schiena per un tozzo di pane, al contrario di chi come me (allora credevo di esserlo, anzi ... lo ero) avevano un privilegio.

Il collega mi fece notare gli occhiali, di una marca "fighetta", che avevo indosso:

"Si, tu parli parli e poi hai un occhiale da sole che vale tre mesi del loro salario!"

"Infatti ..."


Replicai:

"Questi mi servono per avere sempre davanti agli occhi la loro condizione rispetto alla mia!"

In pratica buttai la palla in tribuna, ma mi sentivo esattamente come te!

Ad majora!
 
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10 maggio 2007
estella - los arcos

every little thing gonna be all right.
every little thing gonna be all right.
every little thing gonna be all right.

bob ad accompagnare il risveglio dei pellegrini.
volano sorrisi.
ci sta.
eccome se ci sta.

ovvio, nello scrivere ora, pensare a quelle tre parole dell'oggi, fruste e violentate dall'evidenza.​
quell' "andrà tutto bene".​
quello non ci stava - e infatti abbiamo smesso di dirlo, mentre gli arcobaleni scolorivano dentro i giorni che diventavano settimane.​
quando sono diventata così acida?​
quando ho smarrito la poesia dello sguardo sereno?​
ma non è questione di acidità.​
neanche di poesia smarrita.​
è questione di contesti.​
quello - quella bolla di vita sospesa, infinita, del tutto possibile - era un contesto giusto.​
questo - questo prigione di mondo sospeso, sfinito, di niente possibile - non lo è neanche un po'.​
è tutto, tutto qui.​
e comunque anche bob era lucido nella scelta delle parole.​
sono le cose piccole, quelle che andranno bene.​
quelle grandi, chissà - probabilmente andranno, e sarà già tanto.​

un fontana che non funziona.
"just a joke for pilgrims".
poi certo.
ci sono scherzi più simpatici di altri.

la fuente del vino.
passarci alle 7.40 del mattino non è il miglior modo per valorizzarla.
non ce la posso fare.
di forza, vitalità, felicità parla il cartello, mica bruscolini.
sfido la sorte.
che il benvolere di bacco mi accompagni comunque, anche a labbra asciutte.

le 7.40 proprio no.
ma le nove... dai, le nove sono un buon orario.
un bicchiere di vino bianco ghiacciato nel fresco di una cantina.
me lo offre pablo.
chiede: "sei argentina?".
la mia autostima linguistica raggiunge vette inseplorate.

avevo una conchiglia d'africa, appesa allo zaino.
ero partita con quella.
"la capasanta segnerà come da tradizione la fine del mio peregrinare".
una buona idea, tutto sommato.
anche le migliori idee possono essere cambiate - dentro un sorriso e attorno alla vita che scorre.
lascio la concha togolese a pablo, ricevo una concha iberica.
scambio di vite all’angolo di una strada.
della conchiglia d’africa mi è rimasto il cordino consumato appeso alla tasca esterna dello zaino.

i miei bastoncini da trekking [parevano dover essere indispensabili, non li avevo mai usati] li avevo regalati a ginocchia teutoni parecchio malmesse.
da oggi ho un vero bordon - ramo di pianta, palo di legno, compagno di passi, sostegno d'andare.
me lo regala pablo, insieme alla concha.
lo ha scelto lui, tra tanti.
ha detto: "questo va bene per te, guapa".
lo sapeva.
lo sapeva con certezza adamantina, che eravamo fatti uno per l'altra, quel palo lì ed io.
mi ha accompagnato a santiago, ed oltre, quel legno.
la mia ombra con il bordon sul bianco delle strade di spagna è bellissima.
bellissimo il suono del legno sulla terra, così più naturale del metallo delle racchette.
bello il fondo che si rosicchia via man mano che si percorre strada - certezze sicure che se ne vanno, erose dall'andare e dal temo che scorre.
belli i tre passi e il colpo di bordon - il ritmo del cammino canta accompagnando ogni mio passo.
bello il legno reso lucido dalla mano che scorre - c'è dello splendore, pur dentro la fatica.
mi ha accompagnato a santiago ed oltre, il mio bordon.
adesso è appoggiato alla finestra dell'ingresso.
ha ancora appicciciataa addosso l'etichetta di ryanair del volo valladolid-orio.
nessuno si è mai preso la briga di staccarla.
gli anni l'hanno resa cimelio, quell'etichetta. e i cimeli non si toccano più.

sulla terra rossa di un sentiero in mezzo ai campi, qualcuno ha disegnato un cuore usando pietre tra il nero ed il grigio. all'interno - tenuto fermo da un sasso - un foglietto di carta brilla bianco nel sole a picco.
questa era la comunicazione multimediale, allora.
altro che stories su intagram.

noccioline salate nell'ombra del ciglio della strada - un filo di sale a filo di labbra.
il grano ondeggia come mare nel vento - non smetterà mai di incantarmi.
passa una la cicogna sopra le nostre teste - l’apertura alare che ha.
un filo d'erba in bocca - dolcezza di prato, ricordo di mamma.
la bellezza delle mie mani abbronzate - posso dirlo, che le mie mani abbronzate sono bellissime?

il pellegrino più pellegrino di tutti noi.
arno.
bisaccia e sacco a pelo - y nada mas.
piedi sporchi dentro i sandali.
bordon a dare ritmo ai suoi passi lenti di una lentezza esasperante ed istruttiva.
la domanda "da dove vieni?" richiede una risposta troppo lunga.
di lui mi resterà addosso l'esortazione: "devi trovare il tuo cammino dentro il cammino".
ancora oggi ci sono dei giorni - e neanche pochi - in cui lo cerco ancora, il mio cammino dentro il vero cammino di ognuno di noi che è la vita.

il crocifisso in quella chiesina.
mi chiedo quanta vita ci è passata davanti.
quante preghiere offerte.
quanta lode tributata.
quanto dolore spezzato.
sono in piedi dentro quella penombra.
mi respira adddosso una vita che viene da un altrove lontano secoli su secoli.
mi respira addosso una storia che sento vicina come non mai.
mi sento parte di un tutto infinito nel tempo e nello spazio.
piango, in piedi lì davanti.
il vecchio che mi ha portato in chiesa mi tiene per mano.
ha degli occhi buoni.
quando usciremo alla luce del sole dirà: “le italiane sono sempre belle”.
penso divertita: loren, lollobrigida, cardinale, mangano, io.
io???
naaaa.
posso ridere?
vero che posso ridere molto?
l'autoironia salverà il mondo.

la ragazza del bar di villamayor.
incinta, la sua pancia enorme si muove tra lavandino e macchina del caffè alle sue spalle.
labbra increspate dentro il nervoso: "possibile che i tedeschi che non si sforzino neanche un po' per provare a parlare spagnolo?".
ha ragione. basterebbe così poco.
dà un morso ad un panino queso y tomate che tiene appoggiato accanto alla cassa.
“buen provecho”.
basta questo a distendere le sue labbra in sorriso allegro.

l’“oh, man!“, alla vista della vescica aperta di evert.
tutti la studiano, tutti dicono la loro, nessuno ha la soluzione.
quasi tutti prima di allontanarsi fanno una foto.
deve essere la vescica più fotografata di tutto il cammino.

seduta sotto un pino.
davanti si srotolano campi.
lontano, ma non troppo, passa il cammino.
lontano, ma non troppo, su quel cammino, passano i pellegrini.
come sono piccoli visti da qui quei pellegrini che camminano dentro quel cammino.
minuscoli uomini dentro un immenso che li accoglie.
vanno avanti.
allora.
un piede dopo l’altro.​
un passo dopo l'altro.​
un giorno dopo l'altro.​
non c'è altro modo di andare lontano.​
non c'è altro modo di giungere alla meta.​
non c'è altro modo di arrivare a santiago.​
oggi.
un piede dopo l’altro.​
un passo dopo l'altro.​
un giorno dopo l'altro.​
non c'è altro modo di giungere a sera.​
non c'è altro modo di arrivare da qualche parte [dove? lo capirò? lo capiremo? ci arriverò? ci arriveremo?]
non c'è altro modo di vivere la vita.​

los arcos.
un po’ paesino greco.
un po' avamposto di frontiera.
un po’ atmosfera di una piazza italiana.
un po’ far west.
dentro i ricordi mi è rimasto sopratutto la sensazione di far west.

sulla cancellata del nostro albergue, presto compare il cartello completo.
ormai si dorme dove si riesce. ieri sera alcuni hanno dormito in stanza di un ospedale riadattato ad albergue.
siamo nel 2007.
a maggio dell'anno prima il comico nazionalpopolare tedesco hape kerkeling ha pubblicato il suo libro: Ich bin dann mal weg. 300 pagine per raccontare il suo cammino di santiago - dal divano all'oceano, tra passi camminati e autobus presi. leggerezza e profondità, ironia e scorrevolezza di un autore già molto conosciuto: non serve altro perchè il libello si piazzi in testa alle classifiche dei libri più venduti in germania. ci rimarrà per 103 settimane.
lo leggono tutti, ne parlano tutti.
ma sopratutto: il cammino di santiago raggiunge il vasto pubblico tedesco. santiago adesso lo sognano tutti.
il 2007 diventa l'anno dei tedeschi a santiago.
io mi muovo in questo tempo qui, in questa stagione qui, dentro queste fiumane di teutoni che saltano giù dal divano insieme al loro comico del sabato sera e si riversano qui, su queste strade iberiche, a fare anche loro i loro due passi.
capite perchè c'è tutta questa gente? tutti questi tedeschi? capite perchè ogni ostello a metà pomeriggio è già pieno?
sta diventando una corsa al posto letto.
non mi piace.
non mi piace neanche un po'.
devo inventarmi algo.
non posso pensare di camminare così.
non posso pensare di farmi rovinare il mio cammino dalla paura di non trovare da dormire.

davanti al rifugio.
dentro c’è troppa, troppa gente.
seduta all’ombra sull’erba verde, appoggiata ad un albero.
scie di aerei in cielo.
qualcuno ritorna ciabattando da un giro in paese.
uno sgranocchiare di noci.
una penna che scorre su un foglio.
il ronzio di una mosca che gira molesta.
il tappo di una borraccia che viene svitato.
uccellini cinguettano tra gli alberi bassi
un sacchetto di plastica della spesa scricchiola nell'afa.
campanile pieno di luce calda di una sera che non è ancora iniziata.
rondini in cielo.
ogni tanto passa una macchina.

ombre di vestiti lavati volano nel vento.
giocano nel sole dello spiazzo in cemento.
lo strizza-panni a manovella.
non l'avevo mai visto.
per certo ha una sua utilità.

la messa alle 20.00
molta gente del pueblo, molti pellegrini.
veniamo chiamati attorno all’altare per la benedizione.
faccio ridere, il prete - chi si ricorda più il perchè.
faccio ridere, ancora una volta.
riana dice: “riesci sempre a fare ridere tutti".
riana dice cose bellissime.

una sangria in piazza - tavolini e sedie che spostiamo ad inseguire l'ombra.
una paella nera ed un'altra sangria.
poi un'altra ancora.
bella la vita dei pellegrini.
tiriamo tardi.
quando lasciamo la piazza, non c’è più nessuno in giro.
l’hospitalero esce dall'albergue: "c’è gente che già dorme".
alla luce di una pila frontale, medico una fronte contusa.
accanto alla scatola di cerotti, del ghiaccio che non serve più si scioglie dentro un sacchetto di plastica.
 
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Ancora una volta sto facendo il cammino francese.
Questa volta attraverso i tuoi occhi e le tue sensazioni.
Ogni singola frase potrebbe essere nel cuore di ognuno di noi,
è bello riscoprirlo di nuovo insieme a te.
Grazie Cri :applausi: :amore: :amore:
 
Uh, ma quanto sarà bello il rumore del bordone sul selciato?
Quel "toc toc" un po' sommesso è la colonna sonora di ogni passo dall'inizio alla fine del Viaggio!
Niente a che vedere col rumore vagamente "stizzoso" e pedante degli ausili tecnici più in voga.

Vedi come il passo col bordone è naturale mentre quello coi bastoncini fa tanto "muñeco de pilas"? mi diceva "il folletto" Miguel, riferendosi al modo di avanzare di quei vecchi pupazzetti a pile con cui giocavamo da bambini.
Sono un fan del bordone, che ho usato per i miei primi due Cammini; poi un'amica mi disse: "Ma se il buondio ci ha fatto due gambe, vuol dire che bastano quelle: perchè inventarsi la terza"?

Mi colpì quella frase e da allora, niente più bordone: al massimo ne raccatto uno nel bosco per fare qualche salitaccia o per aiutarmi in discese ripide e poi lo lascio al bosco, lì, dov'è il suo posto naturale.
 

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