10 maggio 2007
estella - los arcos
every little thing gonna be all right.
every little thing gonna be all right.
every little thing gonna be all right.
bob ad accompagnare il risveglio dei pellegrini.
volano sorrisi.
ci sta.
eccome se ci sta.
ovvio, nello scrivere ora, pensare a quelle tre parole dell'oggi, fruste e violentate dall'evidenza.
quell' "andrà tutto bene".
quello non ci stava - e infatti abbiamo smesso di dirlo, mentre gli arcobaleni scolorivano dentro i giorni che diventavano settimane.
quando sono diventata così acida?
quando ho smarrito la poesia dello sguardo sereno?
ma non è questione di acidità.
neanche di poesia smarrita.
è questione di contesti.
quello - quella bolla di vita sospesa, infinita, del tutto possibile - era un contesto giusto.
questo - questo prigione di mondo sospeso, sfinito, di niente possibile - non lo è neanche un po'.
è tutto, tutto qui.
e comunque anche bob era lucido nella scelta delle parole.
sono le cose piccole, quelle che andranno bene.
quelle grandi, chissà - probabilmente andranno, e sarà già tanto.
un fontana che non funziona.
"just a joke for pilgrims".
poi certo.
ci sono scherzi più simpatici di altri.
la fuente del vino.
passarci alle 7.40 del mattino non è il miglior modo per valorizzarla.
non ce la posso fare.
di forza, vitalità, felicità parla il cartello, mica bruscolini.
sfido la sorte.
che il benvolere di bacco mi accompagni comunque, anche a labbra asciutte.
le 7.40 proprio no.
ma le nove... dai, le nove sono un buon orario.
un bicchiere di vino bianco ghiacciato nel fresco di una cantina.
me lo offre pablo.
chiede: "sei argentina?".
la mia autostima linguistica raggiunge vette inseplorate.
avevo una conchiglia d'africa, appesa allo zaino.
ero partita con quella.
"la capasanta segnerà come da tradizione la fine del mio peregrinare".
una buona idea, tutto sommato.
anche le migliori idee possono essere cambiate - dentro un sorriso e attorno alla vita che scorre.
lascio la concha togolese a pablo, ricevo una concha iberica.
scambio di vite all’angolo di una strada.
della conchiglia d’africa mi è rimasto il cordino consumato appeso alla tasca esterna dello zaino.
i miei bastoncini da trekking [parevano dover essere indispensabili, non li avevo mai usati] li avevo regalati a ginocchia teutoni parecchio malmesse.
da oggi ho un vero bordon - ramo di pianta, palo di legno, compagno di passi, sostegno d'andare.
me lo regala pablo, insieme alla concha.
lo ha scelto lui, tra tanti.
ha detto: "questo va bene per te, guapa".
lo sapeva.
lo sapeva con certezza adamantina, che eravamo fatti uno per l'altra, quel palo lì ed io.
mi ha accompagnato a santiago, ed oltre, quel legno.
la mia ombra con il bordon sul bianco delle strade di spagna è bellissima.
bellissimo il suono del legno sulla terra, così più naturale del metallo delle racchette.
bello il fondo che si rosicchia via man mano che si percorre strada - certezze sicure che se ne vanno, erose dall'andare e dal temo che scorre.
belli i tre passi e il colpo di bordon - il ritmo del cammino canta accompagnando ogni mio passo.
bello il legno reso lucido dalla mano che scorre - c'è dello splendore, pur dentro la fatica.
mi ha accompagnato a santiago ed oltre, il mio bordon.
adesso è appoggiato alla finestra dell'ingresso.
ha ancora appicciciataa addosso l'etichetta di ryanair del volo valladolid-orio.
nessuno si è mai preso la briga di staccarla.
gli anni l'hanno resa cimelio, quell'etichetta. e i cimeli non si toccano più.
sulla terra rossa di un sentiero in mezzo ai campi, qualcuno ha disegnato un cuore usando pietre tra il nero ed il grigio. all'interno - tenuto fermo da un sasso - un foglietto di carta brilla bianco nel sole a picco.
questa era la comunicazione multimediale, allora.
altro che stories su intagram.
noccioline salate nell'ombra del ciglio della strada - un filo di sale a filo di labbra.
il grano ondeggia come mare nel vento - non smetterà mai di incantarmi.
passa una la cicogna sopra le nostre teste - l’apertura alare che ha.
un filo d'erba in bocca - dolcezza di prato, ricordo di mamma.
la bellezza delle mie mani abbronzate - posso dirlo, che le mie mani abbronzate sono bellissime?
il pellegrino più pellegrino di tutti noi.
arno.
bisaccia e sacco a pelo - y nada mas.
piedi sporchi dentro i sandali.
bordon a dare ritmo ai suoi passi lenti di una lentezza esasperante ed istruttiva.
la domanda "da dove vieni?" richiede una risposta troppo lunga.
di lui mi resterà addosso l'esortazione: "devi trovare il tuo cammino dentro il cammino".
ancora oggi ci sono dei giorni - e neanche pochi - in cui lo cerco ancora, il mio cammino dentro il vero cammino di ognuno di noi che è la vita.
il crocifisso in quella chiesina.
mi chiedo quanta vita ci è passata davanti.
quante preghiere offerte.
quanta lode tributata.
quanto dolore spezzato.
sono in piedi dentro quella penombra.
mi respira adddosso una vita che viene da un altrove lontano secoli su secoli.
mi respira addosso una storia che sento vicina come non mai.
mi sento parte di un tutto infinito nel tempo e nello spazio.
piango, in piedi lì davanti.
il vecchio che mi ha portato in chiesa mi tiene per mano.
ha degli occhi buoni.
quando usciremo alla luce del sole dirà: “le italiane sono sempre belle”.
penso divertita: loren, lollobrigida, cardinale, mangano, io.
io???
naaaa.
posso ridere?
vero che posso ridere molto?
l'autoironia salverà il mondo.
la ragazza del bar di villamayor.
incinta, la sua pancia enorme si muove tra lavandino e macchina del caffè alle sue spalle.
labbra increspate dentro il nervoso: "possibile che i tedeschi che non si sforzino neanche un po' per provare a parlare spagnolo?".
ha ragione. basterebbe così poco.
dà un morso ad un panino queso y tomate che tiene appoggiato accanto alla cassa.
“buen provecho”.
basta questo a distendere le sue labbra in sorriso allegro.
l’“oh, man!“, alla vista della vescica aperta di evert.
tutti la studiano, tutti dicono la loro, nessuno ha la soluzione.
quasi tutti prima di allontanarsi fanno una foto.
deve essere la vescica più fotografata di tutto il cammino.
seduta sotto un pino.
davanti si srotolano campi.
lontano, ma non troppo, passa il cammino.
lontano, ma non troppo, su quel cammino, passano i pellegrini.
come sono piccoli visti da qui quei pellegrini che camminano dentro quel cammino.
minuscoli uomini dentro un immenso che li accoglie.
vanno avanti.
allora.
un piede dopo l’altro.
un passo dopo l'altro.
un giorno dopo l'altro.
non c'è altro modo di andare lontano.
non c'è altro modo di giungere alla meta.
non c'è altro modo di arrivare a santiago.
oggi.
un piede dopo l’altro.
un passo dopo l'altro.
un giorno dopo l'altro.
non c'è altro modo di giungere a sera.
non c'è altro modo di arrivare da qualche parte [dove? lo capirò? lo capiremo? ci arriverò? ci arriveremo?]
non c'è altro modo di vivere la vita.
los arcos.
un po’ paesino greco.
un po' avamposto di frontiera.
un po’ atmosfera di una piazza italiana.
un po’ far west.
dentro i ricordi mi è rimasto sopratutto la sensazione di far west.
sulla cancellata del nostro albergue, presto compare il cartello completo.
ormai si dorme dove si riesce. ieri sera alcuni hanno dormito in stanza di un ospedale riadattato ad albergue.
siamo nel 2007.
a maggio dell'anno prima il comico nazionalpopolare tedesco hape kerkeling ha pubblicato il suo libro: Ich bin dann mal weg. 300 pagine per raccontare il suo cammino di santiago - dal divano all'oceano, tra passi camminati e autobus presi. leggerezza e profondità, ironia e scorrevolezza di un autore già molto conosciuto: non serve altro perchè il libello si piazzi in testa alle classifiche dei libri più venduti in germania. ci rimarrà per 103 settimane.
lo leggono tutti, ne parlano tutti.
ma sopratutto: il cammino di santiago raggiunge il vasto pubblico tedesco. santiago adesso lo sognano tutti.
il 2007 diventa l'anno dei tedeschi a santiago.
io mi muovo in questo tempo qui, in questa stagione qui, dentro queste fiumane di teutoni che saltano giù dal divano insieme al loro comico del sabato sera e si riversano qui, su queste strade iberiche, a fare anche loro i loro due passi.
capite perchè c'è tutta questa gente? tutti questi tedeschi? capite perchè ogni ostello a metà pomeriggio è già pieno?
sta diventando una corsa al posto letto.
non mi piace.
non mi piace neanche un po'.
devo inventarmi algo.
non posso pensare di camminare così.
non posso pensare di farmi rovinare il mio cammino dalla paura di non trovare da dormire.
davanti al rifugio.
dentro c’è troppa, troppa gente.
seduta all’ombra sull’erba verde, appoggiata ad un albero.
scie di aerei in cielo.
qualcuno ritorna ciabattando da un giro in paese.
uno sgranocchiare di noci.
una penna che scorre su un foglio.
il ronzio di una mosca che gira molesta.
il tappo di una borraccia che viene svitato.
uccellini cinguettano tra gli alberi bassi
un sacchetto di plastica della spesa scricchiola nell'afa.
campanile pieno di luce calda di una sera che non è ancora iniziata.
rondini in cielo.
ogni tanto passa una macchina.
ombre di vestiti lavati volano nel vento.
giocano nel sole dello spiazzo in cemento.
lo strizza-panni a manovella.
non l'avevo mai visto.
per certo ha una sua utilità.
la messa alle 20.00
molta gente del pueblo, molti pellegrini.
veniamo chiamati attorno all’altare per la benedizione.
faccio ridere, il prete - chi si ricorda più il perchè.
faccio ridere, ancora una volta.
riana dice: “riesci sempre a fare ridere tutti".
riana dice cose bellissime.
una sangria in piazza - tavolini e sedie che spostiamo ad inseguire l'ombra.
una paella nera ed un'altra sangria.
poi un'altra ancora.
bella la vita dei pellegrini.
tiriamo tardi.
quando lasciamo la piazza, non c’è più nessuno in giro.
l’hospitalero esce dall'albergue: "c’è gente che già dorme".
alla luce di una pila frontale, medico una fronte contusa.
accanto alla scatola di cerotti, del ghiaccio che non serve più si scioglie dentro un sacchetto di plastica.