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2007 - cammino francese della cri

Io non lo so. A un altra persona ho detto che le sue parole erano potenti. Ma qui si va oltre. Questo è anima.
 
15 maggio 2007
grañon - villafranca montes de oca

improvviso come era arrivato, se n'è andato.
passa il vento.
passa il temporale.
passa il freddo.
rimangono nuvole a rombare contro l'orizzonte.
paiono potenti.
quando il sole le tinge di rosa, si sciolgono lente dentro la dolcezza frizzante della possibilità.

ogni tanto goccia acqua, debole residuo di un ieri passato.
ma è poca.
non serve neanche il k-way.
tocca terra.
tocca asfalto.
sprigiona quel profumo lì.
esattamente quel profumo lì.
quell'odore di terra bagnata dalle prime gocce di pioggia.
mi incanta sempre, quel profumo.
dura attimi.
poi è solo asfalto fradicio, senza più alcun odore.

passa luca, modenese in bici.
"vai, cristina".
ed è già oltre.
mi lascia un sorriso addosso.
mi lascia addosso entusiasmo, allegria, calore, leggerezza.
lo guardo andare via veloce.
mezzo minuto, ed è già scomparso alla vista.

terra rossa.
tracce di gesso bianco si appoggiano morbide sulla collina.
disegnano righe, futura dimora di viti.
geometria perfetta a domare natura.
accanto un campo di grano.
l'ha distrutto il vento di ieri.
non sempre si doma la natura.
ci sarebbero da fare delle riflessioni.
natura e uomo.
essere e dover essere.
destino e volontà.
cuore e testa.
amore e tradimento.
passione e dedizione.
abbandono e forza.
ci sarebbero da fare delle riflessioni.
ma le fece già goethe, nelle sue affinità elettive.
per certo migliori di quelle che potrei mai fare io.

entrare in castilla y leon.
manca la galizia.
e ci siamo.
[pollyanna, dite? beh, sì, un po' - ve lo concedo].

attraversiamo un pueblo.
trattori in giro.
nulla per strada.
erbacce tra carreggiata e marciapiede.
paglia sui cigli delle strade a sfarfallare nella brezza.
appeso ad un muro scrostato, tracce di un vecchio canestro da basket.
in mezzo alla via, una fontana.
il ricciolo di metallo in cima a quella fontana.
diventerà storia e destino.
ma quando ci passo davanti e lo fotografo - volutamente sghembo dentro l'inquadratura - non lo so ancora.
è solo fontana.
solo decorazione.
solo ferro.
mai si sa il destino, prima che questo improvvisamente si disveli.

panaderia.
ci camminiamo accanto.
ci avvolge un profumo di pane fresco apppena tolto dal forno.
il pane di qui.
lo cuociono ancora nei forni a legna.
ha crosta croccante.
è pane solido.
vero di vita vera.
non dissimula.
non concede sconti.
è ruvido.
prezioso.
buonissimo.

dalla chiesa esce un santo senza testa.
inquieta.
inquieta parecchio.
se ne sta lì, questo santo - baldacchino dipinto d'oro e fiori d'ordinanza.
in braccio si porta la sua testa, barba lunga e sguardo vacuo [che in effetti - se ti hanno appena staccato la testa dal collo - che sguardo vuoi avere?].
nell'altra mano una corona di pane intrecciato. brilla del rosso d'uovo con cui hanno lucidato la sua superfice.
segue banda e processione devota in abiti tradizionali.
la milanese che mi abita si chiede: "ma questa gente, a mezzogiorno di un mercoledì di metà maggio, davvero non ha altro da fare?"
la me curiosa si ferma.
e solo guarda, bevendo dettagli.

eccola.
era solo questione di tempo.
la prima ampolla.
mi raccomando, piedini.
fate i bravi.
che è vero che pollyanna dice che siamo in castilla e manca solo la galizia.
ma insomma.
sono ancora più di 500 chilometri.
pollyanna non è mai attendibile.

ritrovo michele.
è seduto su un marciapiede.
aria sconsolata.
ha in mano un sacchetto di plastica.
c'era dentro uno yogurth.
si è rotto nello zaino, quel vasetto di plastica.
adesso lo yogurth lo mangia così, a cucchiaiate, direttamente fuori dal sacchetto.
togo, estate lontana.
quella pensilina in legno in mezzo alla gare routière.
cercavamo due posti sul collettivo.
li trovammo.
saremmo portiti ore dopo.
spezzammo l'attesa mangiando.
vendeva spaghetti, quella maman robusta e colorata.
li tirò su - scotti nel sole e nel sugo - dal pentolone con un forchetta.
li infilò in un sacchetto di plastica nera.
ce lo allungò.
fu il nostro pranzo.
take-away africano.
per noi fu strano - ombre canine appoggiate sui nostri gesti - mangiare fuori da quel sacchetto.
per i nostri compagni d'attesa niente di diverso dalla loro normale normalità.

villafranca de montes de oca.
per me per sempre: trucker-paradies.
il paradiso del camionista.
lo battezzò matthias.
mai nome fu più appropriato.
ce n'è ovunque.
di tutti i tipi.
camion.
camionisti.
e pellegrini.
due bar.
una minuscola tienda oltre il bancone.
basta chiedere.
il barista si asciuga le mani.
scosta quella tendina che arriva diretta dagli anni '80 - strisce di plastica a creare penombra e separazione.
infila un grembiule.
smette di essere barista.
diventa pizzicagnolo.

era una scuola.
è albergue.
pavimento in marmorino multicolor.
tristezza dimessa ad ogni angolo.
tavolo in legno, pentola d'acciaio.
bottiglia di rosso, tovaglia a fiori in plastica gialla.
umanità diversa.

sui fili dello stendipanni un perizoma.
lo guardo affascinata.
due le domande.
la prima: è una precisa scelta strategica per risparmiare peso nello zaino?
in caso, geniale.
la seconda: ma davvero c'è chi riesce a fare il cammino camminando con un filo interdentale tra le chiappe?
davvero?
chapeau.

dopo la doccia, cinque maschietti italiani si sciolgono i muscoli.
fanno straching.
si massaggiano polpacci.
li guardo perplessa.
davvero serve?
davvero?
io solo esco a recuperare la mia biancheria lavata e stesa.
speriamo che almeno un paio di calzini sia asciutto.
mi sembra sempre di avere addosso pensieri così bassi.
mi sembra sempre di avere addosso pensieri così terreni.

di questi 5 maschietti.
uno di loro diventerà carrambata.
ma sarà milano.
sarà autunno.
sarà amicizia.
sarà un'altra storia.
però ancora oggi, quando penso che la prima volta che ho visto b. l'ho visto così concentrato sui suoi polpacci a fine tappa mi viene da sorridere.

un telefono suona per christian in un bar bordo strada.
suona quel telefono fisso.
è la sua fidanzata.
addosso a questo ragazzo si dipinge un sorriso di felicità pura.
costavano, allora, le telefonate internazionali sui cellulari.
lui nel pomeriggio le aveva fatto avere il numero di un fisso disponibile.
ora richiama lei, titubante e incerta in lingue che non le appartengono.
li ho aiutati a destreggiarsi, appesi esitanti tra tedesco e spagnolo.
ora li lascio.
vivono dentro il loro amore - bolla e culla su linee telefoniche tra spagna e germania.
attorno a lui freme vita di un bar da camionisti.
il fumo delle loro sigarette.
il vociare del loro spagnolo.
la televisione perennemente accesa.
i gusci delle noccioline per terra.
i calici di rosso tra tavoli e bancone.
attorno a lui c'è un caos infernale.
basta la voce di lei dentro l'orecchio.
trasloca in un altrove, lui.
ed è un altrove che ha i tratti del paradiso.

lettino triste in camerata triste.
negli occhi la fila di camion militari visti oggi pomeriggio.
eravamo in dirittua d'arrivo.
erano tanti, quei camion.
ci passavano accanto, uno dopo l'altro.
allargavano un po' la traiettoria, per darci agio.
passavano e salutavano.
un colpo di clacson.
un cenno della mano fuori dal finestrino.
mi hanno riempito gli occhi, ore fa.
mi riempiono i pensieri, ora.
dove andate?
chi vi chiama?
cosa lasciate?
cosa troverete?
vorrei chiederlo a loro.
potrei chiederlo a me.
 
Ultima modifica:
montale può ovviamente continuare a dormire sonni sereni.
ma.

aver trasformato il trucker-paradies in "poesia pura": beh, WOW.

:cool:

cri
 
16 maggio 2007
villafranca montes de oca - atapuerca

i montes de oca.
li affronto di prima mattina.
aria fresca a solleticare frizzante pelle, polmoni, respiro.
i piedi - lenti e costanti - a impadronirsi di alture.
i passi - solidi e cadenzati - a padroneggiarle.

quel nulla.
quei monti.
quella terra così ferrosa.
quella carrettera, nastro rosso dentro il bosco.
fa pensare all'africa.
alle strade di lì.
al loro attraversare foreste che pullulano vita celata.

quel nulla.
quella terra rossa.
quella terra gialla.
quella terra bianca.
cormatismi che riempiono lo sguardo.
mi ci tuffo dentro.
sprofondo e riemergo.

quel nulla.
quel monumento ai caduti della guerra civile spagnola.
"no fue inútil su muerte. fue inútil su fusilamiento".
a prescindere da credi politici, pietra e parole a fare memoria.
a prescindere da fazioni e schieramenti, pietra e parole a ricordare.
pietra e parole a permettere di fare memoria e di ricordare.
pietra e parole ad obbligare a fare memoria e ricordare.
è necessario, fare memoria.
è necessario, ricordare.
per un mai più scolpito dentro la vita.

quel nulla.
quel fango e quelle pozzanghere - lasciti di pioggia.
quei canyon scavati dall'acqua dentro i sentieri - i piedi ad arrancare su appoggi di mota instabile.
quell'erba schiacciata sul lato dei sentieri - la calpestano da molto passi stanchi di sassi ed incertezza.
quello scoiattolo sul ramo - è un attimo, ed è già sparito.
quel cuore e quella freccia sul sentiero - sassi a disegnare amore scarno eppur dolcissimo per chi verrà su vie percorse da altri.

quel nulla.
quei boschi, distese infinite.
sguardo che spazia oltre, a volare libero.
sguardo che si insinua dentro, a scrutare pieghe del cuore.
autostrada e pista rossa a tagliare l'infinito - qui, e lontanissimo.

quel nulla.
quegli alberi di quel verde così scuro.
quei boschi interi, di quel verde così scuro.
non ero più abituata a questa tonalità di verde.
per lunghi giorni e lunghi chilometri ho avuto gli occhi sempre abitati da quel verde croccante di grano ondeggiante al suo massimo splendore.
incredibile come ci si abitui ai paesaggi.
come colori e orizzonti si appicchino addosso a retina e cuore.
poi.
poi un unico giorno.
un unico passo.
un unico respiro.
e tutto cambia.
all'improvviso ci si rende conto dell'assenza.
all'improvviso si cammina dentro un altrove.

quel nulla.
quell'erica.
il colore dei suoi petali.
lo splendore del suo fiorire.
l'incanto della vita - così esplosiva, così forte, così resistente, così resiliente - in questo nulla abitato dalla natura.
siamo piccoli, qui dentro.
piccoli e minuscoli - anticipo di mesetas a quota mille.
avanziamo lenti.
ma avanziamo.

impronte nel fango secco del sentiero che sale sui montes de oca.
che siano di cinghiali setolosi?
ci fosse anche l'ago d'istrice a pungere le chiappe, sarebbero colline toscane e sarebbe amicizia solita, di quella bella.
da sola sorrido nel sole.

san juan de ortega.
quel complesso romanico di fede e salvezza, àncora nei secoli e nel tempo alla fine di boschi, briganti, incertezze e pericolo.
la chiesa è aperta.
un salto dentro.
eccola, la finestra da cui passa il sole.
eccola, la via attraverso cui si disvela il miracolo della luce.
mi incanta quella maestria di artigiani antichi.
il loro fondere arte essenziale, ingegneria precisa e magnificenza del creato.
mi incanterebbe essere lì - pomeriggio di primavera o tramonto d'autunno a lasciarmi colare addosso la loro luce - per una volta al posto giusto al momento giusto.
mi incanterebbe farmi avvolgere da quella perfezione antica e ripetuta dentro l'eterno fluire di terra e di tempo.
[san glisente, in un'alba d'inverno prima o poi mi lascerò bagnare dallo stupore].

la discesa dai montes de oca.
quell'albero in mezzo al nulla.
uno degli infiniti alberi del cammino.
uno dei mille alberi visti oggi nei boschi dell'oggi.
come quel ricciolo di fontana.
sarà storia e destino.
lui.
la flecha amarilla che si porta dipinta sulla corteccia.
il suo vegliare solitario in mezzo ad un prato - erba croccante e minuscoli fiorellini gialli.

quella pellegrina che sostiene: "io ho su le stesse calze con cui sono partita da roncisvalle. non le cambio mai. non le lavo neanche. mi hanno detto che è il miglior modo per non farsi venire le vesciche".
interessante incontro.
spalanca vedute sugli abissi di superstizione itinerante e fanatismo pellegrino.

atapuerca.
ci sarebbe da visitare l'area archeologica.
un paio di chilometri di passi sulla strada per un balzo nella storia di un milione di anni.
sarebbe da fare.
non sempre si fanno le cose che sarebbero da fare.
si fottano ominidi, antenati, trisavoli, secoli a migliaia e siti unesco.
qui ed ora.
solo questo.
qui ed ora.
qui - questa erba, questo giardino, questo cielo.
ora - questo tempo, questo pomeriggio, questo attimo.
sto.
respiro.
mi splende addosso il sole.

passo ore a giocare con un gatto.
morbidezza rossa striata di bianco sotto al palmo delle mie mani.
fusa ad esprimere goduria e gradimento.
lo lascerò per andare a cena [l'incredibile splendore di una tavola apparecchiata con una tovaglia in stoffa e vino bianco - caraffa fredda, gocce di condensa - a rallegrare parole].
con un balzo si infilerà dentro il lavandino.
a lappare acqua che lenta scorre dal rubinetto.

stufa in ghisa spenta nel caldo.
cura attenta in dettagli minimi - diventano preziosi.
soffitto in legno e travi a vista.
lettini in metallo smaltato di rosso.

il bocchettone della doccia rotto.
farsi la doccia sarà come lavarsi con un tubo di gomma per innaffiare il giardino.
la sensazione di acqua limpida e pulita che scorre sulla pella a fine giornata rimane unica.
capita che basti poco, per stare bene.
capita che basti poco, per essere felici.
almeno in superficie.
almeno sulla pelle.
 
"Si fottano ominidi, antenati, trisavoli, secoli a migliaia e siti unesco"!

Me lo son detto anch'io ... e non una, ma tre volte nel giro di cinque anni!!! :rofl:
Oh, ma prima o poi ... ;-)

PS:
Quella che con un solo paio di calzini si è fatta Roncisvalle Santiago ... :oops:

Ecco ... in dodici anni che sono iscritto a questo Nobile Forum, credo che sia la prima volta che non trovo parole adatte per un commento sensato!!!
 
Montes de Oca che ricordo !!
ero li 3 anni dopo di te Cri :)
Le tua parole mi fan ballare il cuore .
 
17 maggio 2007
atapuerca - burgos

oltre la croce - contro un cielo velato di foschia linee sfacciatamente pulite, essenziali in modo quasi scabro - dentro la luce che si colora di giorno nuovo, un divano sul prato che si affaccia sulla pianura.
molto malridotto, mancano i cuscini.
non fa venire nessuna voglia di sedersi - almeno a questo giro mi risparmio le inutili seghe mentali sul mio essere inutilmente saggia.
rimane la domanda, la stessa delle poltrone: "ma che ci fa qui - dentro questo nulla, sopra questa altura - un divano a tre posti?"

concentrici cerchi di sassi su un prato.
non atterraggio extraterreste.
non traccia di presenza aliena.
forse arte pellegrina per passare tempo e lasciare segni.
forse landart abbozzata su un prato oltre una collina.
forse un quasi "jon foreman" in scalcinato embrione iberico.
[jon foreman, artista gallese. girava un video sulle sue performance nei primi giorni di clausura. se non l'avete ancora visto, fatevi un regalo. cercatelo su google e perdetevi lì dentro. dentro il suo tessere natura con la natura. ne vale la pena].

un fumo bianco di ciminiere palesa burgos, bassa nella piana sotto di noi.
pensavo che la città sarebbe stata annunciata dalla vista delle torri della cattedrale.
ci rimango male.
ho della delusione, dentro allo sguardo.
siamo alle solite.
si hanno delle aspettative.
basta un attimo.
diventano aspettative disattese.
uno dei sistemi più facile per ferirsi.
uno dei migliori modi di farsi male, e anche tanto.
ci cascai allora, tra fumo e cattedrale.
ci casco oggi, tra realtà, desiderio e sogno.
non imparo mai.
serve, imparare.
urge, imparare.

"c'è un'alternativa. l'ho già fatta l'anno scorso. vieni, pellegrina. seguimi. ci evitiamo la periferia della città", dice.
mi fermo.
lo ascolto.
lo seguo.
entro così, a burgos.
seguendo un pellegrino che vedrò solo per quelle tre ore.
non so niente di lui.
camminammo e basta.
piedi su sterrato piano, senza sassi, dopo tutti i ciotoli malmessi.
piedi su asfalto e cemento, dopo tutti i sentieri e tutti i tratturi.
passò un camion.
sollevò polvere da mucchi di sabbia ai margini esterni della città.
camminammo e basta.
furono passi che mi evitarono brutture.
furono passi che mi permisero di schivare paesaggi industriali, recinzioni metalliche, muri scrostati, periferie urbanizzate, traffico impazzito, puzzo di gas di scarico, rombare di camion ed autobus.
furono passi che mi regalarono ponti pedonali, platani spogli di in una nudità nodosa e sconcia, un lungofiume che respirava ozio e tranquillità.
gliene fui grata.
[oggi mi dico che anche passare attraverso le brutture, immergersi dentro il non gradito e non gradevole è cammino da percorrere ed allena - e molto - alla vita. quasi li rimpiango, quei passi non fatti].
ci salutammo davanti alla statua del cid, alla fine di quell'unico mattino che ci vide compagni di passi condivisi.

zaino addosso, festeggiai l'arrivo in città alla mejillonera.
uno schizzo di piantina disegnata a penna sul bloc-notes, sapevo dove trovarla.
tripadvisor, levati!
cozze in salsa marinera, papas brava e una clara.
anzi due.

quei giornalini gratuiti che in quegli anni venivano distribuiti nelle città.
ci sono anche qui.
metro di burgos.
lo distribuiscono davanti alle pensiline di autobus .
scendono pellegrini e zaini, da uno.
risate allegre in faccia.
addosso la beatituine leggera di chi ha risparmiato fatica.
me ne allungano una copia.
la prendo.
dopo tutti questi giorni senza notizie, ho anche voglia di sapere cosa succede nel mondo.
se volevi sapere, allora, dovevi sbatterti.
altro che click dallo smartphone sulla homepage del corriere ogni volta che vuoi.
altro che referesh per leggere l'ultimo articolo, l'ultima notizia, l'ultimo commento, l'ultimo editoriale - in una ricerca spasmodica di un tutto che non diventa altro se non una macedionia di niente travesito e truccato a festa.
finisce che sono troppo pigra per leggerlo.
lo infilo nello zaino.
lo terrò lì.
lo userò alla prima occasione per metterlo negli scarponi bagnati.
il vero giornalismo utile.

un tandem appoggiato ad un muro.
un sellino alto, uno basso.
due borsine sotto uno dei manubri.
un kit di attrezzi appeso alla canna.
una cartina dentro una custodia di plastica trasparente.
quattro borracce.
due borse sul manubrio.
due borse sulle ruote posteriori.
una sacca di traverso sulle due borse superiori.
va bene.
va bene il "no pain, no glory".
va bene "il cammino è sofferenza".
ma qui mi pare si esageri un po'.
e non solo per l'equipaggiamento che sembra pesare peso che pare piombo.
io in tandem non andrei neanche a comprarmi il giornale all'edicola sull'angolo.
figurati farci il cammino.
ma siamo alle solite.
non è il tandem.
sono io, la mia forasticità.

un giro nei vicoli attorno alla cattedrale.
quella piazza in pendenza.
quella fontana esagonale.
quel fondo di vasca di quell'azzurro così cristalino.
memoria di estate lontana.
memoria di amici e sgangherato pullmino volkswagen.

una targa affissa su un muro.
caratteri gotici incisi nella pietra colorati in rosso e nero.
ricorda gli stampatori fadrique di basilea e juan di burgos.
avevano qui il loro taller, che è la loro officina.
operarono qui, prima del 1500 - l'america nuova dentro gli orizzonti umani.
dai loro torchi uscirono quelli che ora vengono chiamati incunaboli - le prime volte a rendere manifesto l'incanto della parola stampata [meraviglia e stupre, ancora oggi].

almeno un paio di chilometri di passi verso ovest.
pareva si stesse uscendo dalla città.
si stava raggiungendo l'albergue.
altro che accoglienza pellegrina in centro città.
era lì fuori, il municipale, dentro quel parco di periferia urbana.
alberi d'alto fusto e prefabbricati in legno.
prati spelacchiati, tavolini da picnic.
lì si stava.
lì si dormiva.
che poi - se e quando ti veniva in mente di tornare in città a fare il turista - ti assaliva lo sconforto.
davvero altri quattro chilometri nei piedi e nelle gambe tra andare e tornare?
davvero?

ma finiva sempre che davvero sì.
andavamo e tornavamo tutti.
troppo attraente, era quella città splendida di splendore esposto.
troppo magnetico, era l'incanto di quel marmo.
troppo seducente, quella maestria a rendere incorporee le guglie.
troppo irresistibile, il fascino dell'arte declinata nella pietra di quella cattedrale.
andavamo e tornavamo tutti.
ci riempivamo gli occhi di retabli dorati.
di vetrate a brillare colori abbaglianti dentro il sole.
di pietra che pareva merletto.
di soffitti inutilmente splendenti di bellezza sublime.
andavamo e tornavamo tutti.
ci portavamo via occhi pieni di bellezza e cuore pieno di stupore.

sui gradini di quella cattedrale.
passa una turista.
ci guarda.
osa chiedere.
"posso farvi una foto?".
in un attimo da pellegrina che descansa a panda allo zoo.
ai panda, per altro, nessuno chiede alcun permesso.

sui gradini di quella cattedrale.
una donna vestita di nero si staglia in mezzo ai marmi bianchi di quella scala.
seduta sui gradini chiede l'elemosina.
pare immagine barocca.
pare pubblicità sicula di dolce e gabbana.
ma è immagine vera e reale della verità reale e cruda della miseria.
le lascio i 20 centesimi che ho trovato per terra pochi minuti fa e aggiungo, secondo il cuore.
sorride di bocca e di occhi - altro bianco. brilla dentro il nero, stavolta. non attorno al.
"buen camino, guapa".
sorrido di bocca e di occhi anche io.

sui gradini di quella cattedrale.
c'è una foto mia.
pare niente, ma è.
sono seduta lì, a piedi nudi.
i miei scarponi accanto a me.
i calzini, ancora arrotolati su loro stessi nell'essere stati tolti veloci e maldestri, infilati dentro gli scarponi.
i miei piedi nudi su quel marmo.
amo stare a piedi nudi.
prendo possesso della terra, a piedi nudi.
divento una versione più vera di me.
a piedi nudi mi concedo pensieri migliori, finalmente leggeri.
c'è una foto mia.
pare niente.
è una foto della mia felicità.

supermercato grande, dopo tutte le micro-spese nelle micro-tiendas dei micro-puebli.
un evento-spesa, direbbero gli amici di sempre.
addirittura, giriamo con un cariolino - pensa te che cosa esotica.
una busta di insalata [oserei definirlo un secondo esotismo, vista l'avitaminosi che contraddistingue la dieta pellegrina. la mangeremo scondita, piluccandola con le mani fuori dal sacchetto].
una busta di prosciutto.
delle barre de pan.
brioches al cioccolato.
yogurth come se non ci fosse un domani.
lattine di olive [mi hanno sempre fatto sorridere, le olive spagnole conservate così. mi sono sempre chiesta perchè noi avessimo vasetti in vetro e loro lattine d'alluminio].
un cestino di fragole.
birre varie.
una bottiglia di rosso.
bicchierini di plastica [che va bene essere spartani, ma l'eleganza, almeno un briciolo].

sarà picnic sui tavolini davanti alle casette prefabbricate dell'albergue.
attorno a noi gente che corre.
cani a passeggio.
sole al tramonto tra gli alberi.
parole su africa ed oceano.
addosso la bellezza del niente che sa essere tutto.

notte impegnativa.
in camera un'esile, anziana nonnina tedesca.
capelli fini, tratti minuti: l'emblema della delicatezza.
la vedi camminare e ti chiedi solo: "ma come farà con lo zaino, quest'esserino etereo?"
la senti dormire e ti chiedi solo: "ma come farò a chiudere occhio, io? mi daranno le attenunati, se la zittisco per sei ore almeno sotto un cuscino?".
c'erano lupi nel bosco che si travestivano da nonnine per aggredire improvvide bambine.
ci sono nonnine che da sole diventano mandrie di cinghiali [ma i gruppi di cinghiali si chiameranno mandrie?] e imperversano moleste dentro il [non-]sonno altrui.
preferivo i lupi.
 
Ultima modifica:
"La vista delle ciminiere di burgos anzichè delle guglie: ci rimango male..."

E' quello che mi sforzo di suggerire ad ogni nuovo pellegrino che mi chiede informazioni: "Sii una lavagna bianca, non aspettarti niente e godi il Viaggio attimo per attimo!"
Proprio per evitare di rimanerci male.

"Posso farvi una foto? In un attimo da pellegrina a Panda allo zoo..."

Mi fai venire in mente una mia epica figura di m.... nel Cammino del 2014:
Prima di salire le scalette che portano al Cebreiro, stavo spiegando a Vera (che non amava essere fotografata) di non spazientirsi perchè c'è sempre qualche turista coglione che vuole immortalare i pellegrini.
In cima alla scaletta, ce n'era giusto uno che mi stava chiedendo se poteva farmi una foto:
"Ecco, tipo questo rompicogl ..."
Lui ha sentito tutto e si è messo a ridere: era Miguel, il marito di Belen che come ogni Cammino mi fanno l'improvvisata da qualche parte!
Quell'anno avevano scelto O'Cebreiro.

"Rivolto a Belen: si, è arrivato ed è di buon umore! Nel giro di tre scalini ha detto soltanto due parolacce una delle quali era dedicata espressamente a me!

Mi sarei buttato in un fosso! :rofl:


"Ai cinghiali preferivo i lupi"

Si, anch'io, ma gli animaletti non si scelgono.
Ti càpitano! ;-)
 
18 maggio 2007
burgos - hontanas

quando la strada verso santiago andrebbe dritta.
ma in mezzo ci sono svicoli di un'autostrda.
[ecco. perdonate. lavoro su appunti presi in un allora affastellati confusi dentro mail spedite. potrebbe non esserci nessun attraversamento di autostrada, in questa tappa. anyway. c'è pur stato da oltrepassare svincoli d'austrada, da qualche parte. qui per quell'altrove].
il giro che bisogna fare.
il cartello che dice: "peregrino, perdona este rodeo".
accarezza l'andare, quell'inconsueta delicatezza declinata in segnale stradale.

quelli che cercano pali dentro mucchi di legna appena tagliata.
sono rami di pianta, diventeranno bordon.
il profumo che c'è, su quello spiazzo.
il rumore del vento, dentro queli alberi.
pare favola.
è solo misera periferia cittadina.
splende, però.

l'unico albero a metà di una salita, brandello d'ombra nella tarda mattina spagnola.
"bello, quasi quasi mi fermo".
non era per nulla idea originale.
dentro quell'ombra sono già sdraiati due pellegrini.
non so chi siano, non li ho mai visti prima.
mi apostrofano in francese, tre misere parole per un unico minuscolo convenevolo [perchè non esiste il singolare di convenevoli? perchè?] ad introdurre discorsi.
che discorsi?
questi.
"cosa ne pensi del dolore nella concezione cristiana?".
ecco.
allora.
ma anche no.
passi che occupiate quell'ombra - avevo deciso sarebbe stata mia.
passi che mi parliate in francese - un po' presuntuosi, no? chi vi dice che lo capisca?
passi che mi spezziate il fiato sulla salita - per certo io qui non mi farò nessuna pennica, eppur mi tocca fermarmi, per darvi retta.
passi tutto.
ma davvero questa domanda?
davvero?
a me, che non mi avete mai visto e mai più mi rivedrete?
a me, che a quest'ora l'unico pensiero che riesco a pensare è: "al prossimo bar mi fermo per una tortilla ed una clara"?
davvero pensate che in una qualsiasi mattina di maggio inoltrato abbia qualcosa di sensato da dirvi a riguardo?
strana io a non rispondere?
strani voi a chiedere?
mi è sempre rimasto il dubbio.
ancora oggi arrancherei nel rispondere a quella domanda fatta a bruciapelo.
se non mi abitasse da sempre l'esprit de l'escalier, forse direi solo: surestimé.

dopo i teologi da strapazzo, oggi è giorno di personaggi bizzarri.
l'alcade di Hontanas.
trova tim, viene a sapere che è di köln.
farnetica per la via.
"voglio il duomo di colonia. fai in modo di procurarmelo. in cambio ti regalo la chiesa di hontanas".
ha una voce seria, quasi rabbiosa.
parrebbe sobrio.
la certezza non è di questa terra.
ci sono dei condizionali che devono essere.
frank.
arriva a piedi da Costanza.
[mi pareva incredibile, allora, arrivare a piedi da così lontano. adesso so l'ultimo cammino del nonno, e mi pare meno incredibile. o forse no. è incredibile sì. era incredibile frank ed è incredibile il nonno. è incredibile la loro pazienza, la loro forza, la loro tenacia].
gira con una chitarra appesa allo zaino.
cammina da settembre.
sarà un po' di questi miei passi di oggi, frank.
sarà la mia ultima notte a santiago.

era appena arrivato, lui.
io tornavo da finisterre - sarei ripartita al mattino per valladolid.
calar del sole.
in piazza.
"ehi".
"hei".
neanche i nomi, sapevamo uno dell'altro.
chi se li ricordava più, dopo quell'unico incontro durato tre ore, dopo tutti quei chilometri altri e tutti quei passi altri e tutta quella vita altra.
lui non conosceva nessuno - troppo boschivo e solitario e lento per le folle gaudenti degli ultimi cento chilometri.
io non conoscevo più nessuno - ero l'ultima dei miei amici, a ripartire.
non eravamo niente, noi due.
non amici.
non compagni di passi.
non hermani del cammino.
eravamo naufraghi - alla deriva dentro la fine e dentro la notte.
eravamo naufraghi - e nessuno aveva il coraggio di dirselo.
eravamo naufraghi - ci trovammo.
ci trovammo - si potrebbe dire per caso, se il caso esistesse.
ci trovammo.
per poche ore galleggiammo insieme appesi al fragile legno del semplicemente esserci.
fluttuammo lì per ore.
portici e cielo a farci da coperta per tutta la notte.
quella piazza ad esserci casa.
la cattedrale da bersi per l'ultima volta.
quella facciata da imprimersi dentro, per non perderla mai - seme perenne di nostalgia e di desiderio.
le sue mani sulla chitarra.
i miei occhi a respirare.
fu l'addio a quel cammino.
fu una notte di addio lieve, dolcissimo, struggente.
frank lo salutai al mattino presto - vita sospesa, città ancora deserta, la cattedale a splenderci davanti, pietra immota nei secoli al risveglio dentro l'oggi.
quando arrivai a fine piazza mi voltai ancora una volta.
si era rimesso giù a dormire.
sognavi già, frank?

le mesetas.
quelli che a burgos prendono il bus per passare le mesetas.
sanno cosa si perdono?
no, non lo sanno.
non lo sapranno mai.
sì, sono una che ama le mesetas.
molto, anche.

le mesetas.
mi si spalancano davanti.
ho voglia di farle mie.
ho voglia di attraversarle.
ho voglia di camminarci dentro, un passo dopo l'altro.

le mesetas.
ho voglia della loro noia.
di quell'infinitamente ripetuto che laido marcisce ogni incanto, per quanto splendido.
di quel loro nulla, a lambire ogni orizzonte ed ogni speranza.
di quella loro piattezza, quel vuoto infinito privo di confini senza alcuna via di fuga.
di quella loro monotonia, pesante come cappa, greve come piombo.

le mesetas.
ho voglia di starci dentro.
immergermi tutta.
masticarle lente.
uscirne, poi.
consapevole che ci sono le mesetas.
consepavole che ci so passare attraverso, stando dentro con tigna in ogni singolo passo.
ma consapevole anche che c'è altro, oltre quel nulla senza fine.
c'è della vita, oltre lo stagno.
c'è del sole, oltre la paura.
c'è un mondo intero, alla fine di questi campi che paiono tutto e sono solo frazione.

le mesetas.
il primo passo lì dentro.
pomeriggio.
sole che picchia e niente attorno.
alle spalle l'ultimo pueblo.
l'ultima piazza.
le ultime case desolate su questa linea di frontiera.
pomeriggio.
si cammina nel sole.
verso il nulla.
accanto al nulla.
sotto al nulla.
dentro al nulla.
e non so ancora - lo saprò poi - quanto può essere di nulla, il nulla.

camminiamo.
non facciamo altro.
un passo.
un altro.
un altro.

hontanas non arriva mai.
hontanas non si vede mai.
hontanas non ti concede neanche il privilegio del sogno o del miraggio.
sta lì nascosta.
celata - egoista e solinga - in una buca di questa piana infinita.
il cartello che indica mezzo chilometro per arrivarci sembra abbaglio ed illusione, dentro questo caldo e questo niente in cui ci muoviamo lenti.

hontanas non arriva mai.
hontanas non si vede mai.
sai quale è la tua meta.
lo sai bene.
ti pare impossibile raggiungerla.
ti pare impossibile che esista.
ti pare impossibile che esista per te.
e invece.
invece, all'immprovviso.

e invece, all'improvviso.
sollievo e felicità.
pareva di non farcela.
e invece, all'improvviso.
 
Ultima modifica:
Che belle memorie!
Le mie memorie sembrano similare:
Villafranca Montes d'Oca - l'ostello molto semplice nella ex-scuola,
i due bar con le camioniste
Atapuerca - un piccolo ostello privato molto pulito dove i pellegrini de Cadiz Hanno celebrato il cumpleanno della sua compagna
il cammino lungho e faticoso a Burgos accanto alla autostrada. Che goia - il primo bar della città, dove ho mangiato un gelato. Questo gelato mi sembrava il gelato più delizioso nel mondo. Il vecchio ostello nel parque, un pic-nic molto ricco, la visita alla cattedrale.
Vedi la differenzia? Non sono una poeta.
Molto grazie per condividere questi ricordi!
 
"c'è un'alternativa. l'ho già fatta l'anno scorso. vieni, pellegrina. seguimi. ci evitiamo la periferia della città", dice.
Funziona così.
A noi, nel 2013, un gruppo di pellegrini spagnoli ci dice "seguite noi, conosciamo molto bene questo tratto" e infatti abbiamo fatto tutta la brutta periferia...
furono passi che mi permisero di schivare paesaggi industriali, recinzioni metalliche, muri scrostati, periferie urbanizzate, traffico impazzito, puzzo di gas di scarico, rombare di camion ed autobus.
 
...cosa ne pensi del dolore nella concezione cristiana?".
ecco.
allora.
ma anche no.
passi che occupiate quell'ombra - avevo deciso sarebbe stata mia.
passi che mi parliate in francese - un po' presuntuosi, no? chi vi dice che lo capisca?
passi che mi spezziate il fiato sulla salita - per certo io qui non mi farò nessuna pennica, eppur mi tocca fermarmi, per darvi retta.
passi tutto.
ma davvero questa domanda?

Facile: se mi trovavano con le p..le girate, cosa molto facile, gli avrei fatto (o tentato di fare, meglio) una dotta disquisizione teologica rigorosamente in italiano e poi li avrei salutati in francese;

Se per loro ventura mi avessero trovato "in buona", gli avrei raccontato (col mio francese approssimativo ma efficace) la storiella di quell'ateo che muore e si ritrova di fronte alla porta dell'inferno: essendo ateo, un po' se lo aspettava.
Gli apre una bellissima hostess e lo fa accomodare offrendogli un drink di benvenuto:
"Signore, lei preferisce mare o montagna?"

L'uomo interdetto risponde timidamente: "Mare ... ?"

"Perfetto! Si accomodi."

Lei apre una porta e si ritrovano in una spiaggia tropicale con il mare turchese e le palme a fare ombra.

"Questo è il suo lettino: quando ha bisogno di qualcosa non fa che chiamarmi. Sono a sua completa disposizione."

Lui sempre più interdetto:
"Gra ... grazie ..."

Poi "il condannato", nota un muro altissimo e dietro a quel muro si odono grida ed urla di dolore; delle fiamme altissime spuntano verso il cielo, ogni tanto appare la punta di un forcone:
"Mi scusi signorina ... ma ... e là dietro cosa c'è?"

Chiese con molta preoccupazione.

"Oh, caro signore, quello è l'inferno dei cristiani: loro lo gradiscono così ..."
;-)
 
19 maggio 2007
hontanas - boadilla del camino

raramente li ricordo, i sogni notturni.
questo mi rimane appiccicato addosso.
sto tornando a milano.
all'improvviso mi rendo conto che mi sono dimenticata di andare fino a finisterre.
diranno gli amici: forse è meglio se ti scrivi un post-it e te lo appiccichi allo zaino.

escludo di aver messo una sveglia.
sarà stato qualche madrugador molesto [e qualche suo sacchetto scricchiolante nel buio].
alle 5.30 sto già allacciando i miei scarpopni in mezzo alla strada.
la luce di un lampione illumina la notte.
delle stelle in cielo. ma sono poche e sfidano le nubi.
dovrebbe essere alba, ma non è.
non sarà.
sarà una non-alba, coperta da nuvoloni.

l'arco di s. anton.
quei muri rimasti in piedi, trasudano solennità.
quegli archi, ancora resistono, e svettano.
quelle rovine, spente di grigio dentro un'alba grigia.
quei ruderi, così imponenti oltre il tempo e la consuzione.
quelle grandezze, e noi minuscoli ai loro piedi di pietra.
quella strada, pare prendere il posto di navata.
è luogo di fascino antico.
mi incanta.
basta passarci attraverso e mi precipito in un altrove.
non serve neanche un grande sforzo di immaginazione.
un pensiero, un battito di ciglia: un balzo nel tempo ed è medioevo lontano.
cammino accanto quei pellegrini di allora - cenci, bisaccia, piedi zozzi e piagati.
com'era per voi arrivare qui?
com'era per voi arrivare a burgos, leon, santiago?
com'era arrivare alle quelle loro cattedrali, svettanti sfacciamente opulente sopra il nulla che vi era vostro?
com'era per voi, abituati all'indigenza ed alla miseria, essere al cospetto di quelle grandezze in pietra e ricchezza?
c'era supore, dentro i vosti occhi? quanto?
la meraviglia vestiva il vostro cuore?
erano velate di rabbia, quella meraviglia e quello stupore - che l'ugualglianza di condizioni è da sempre solo vile chimera?
riuscivate poi a dirli, quella meraviglia e quello stupore, a chi non si era meravigliato e non si era stupito con voi, insieme a voi, come voi?
come faceva, chi era rimasto a casa, anche solo ad immaginarselo, quell'altro così altro?

pane burro e zucchero alle 7 del matino.
nelle gambe ho già 9 chilometri già camminati.
e vai.

salire l'alto del mostelares.
arrivare in cima - guance rosse di fatica e soddisfazione.
seduta nel vento guardo la piana.
un paese lontano.
campi coltivati.
strade bianche tagliano il paesaggio.
arrivata ai piedi della brulla collina in mezzo al brullo nulla, delle gocce d'acqua di un impianto di irrigazione mi sfioreranno leggere.

lì, in mezzo ai campi.
lì, alla fine di un nulla.
non è altro che un parallelepipedo squadrato - dentro la sua solitudine tra i campi dipiana contro il cielo solidità, concretezza, essenzialità.
un edificio tra i tanti che si trovano sul cammino.
una parete in sasso - me la ricordo inondata di luce dorata, ma no, non può essere.
un gradino in pietra, delle panchine in legno - pellegrini e zaini appoggiati lì, sfatti di muscoli stanchi e tessuto liso di zaino abbandonato.
un arco in pietra a segnare la soglia, un portone in legno si offre aperto.
entro, non so neanche perchè.
il sole che ormai ci si spaccava addosso?
le ore camminate dopo l'ultimo bar?
qualcuno che conosco intravisto lì?
faccio un passo.
sono dentro.
una stanza ai limiti dell'austerità spoglia.
un tavolo lungo, sedie all'intorno.
credenze a fare da quinta, lavori appena interrotti - glielo leggi addosso che saranno ripresi al più presto, febbrile attività lavortiva del prendersi cura.
un altare sul fondo, una moka sul fornello.
"una moka? wow. ma siete italiani?".
lo erano.
era san nicolas.
io neanche sapevo che esistesse.
men che meno cosa fosse.

ritrovo lele, italiano.
gira con quattro cipolle.
ma perchè?
che ci fa un pellegrino con quattro cipolle nello zaino.?
mi chiedo anche cosa ci faccia un pellegrino praticamente pelato con un asciugacapelli nella mochilla.
ma alla fine sai che c'è?
ognuno si porta il suo zaino.
ci metta un po' dentro quello che preferisce.
cipolle, asciugacapelli, incudini, sogni.
vorrei portare solo sogni.
spesso trascino incudini.

dopo tre giorni che sono stati parecchio impegnativi, arrivo a fine tappa senza essere distrutta.
ma quanto è bella la sensazione di giusta stanchezza?
quanto?
e tutta la verità sta in quel semplice aggettivo.
giusta.

boadilla del camino.
seduta sul prato, erba fresca e croccante sotto i palmi delle mani.
specchi appesi ai rami di un albero a fare la gibigianna [milanesismo perfetto] tra le foglie.
i loro riflessi giocano nel verde attorno a me.
birra e gazzosa sotto un ombrellone.
non serve altro.
è il paradiso.
[unico neo di quell'albergue: la tastiera della computadora. aveva i tasti integrati nel piano. impossibile battere. impossibile battere veloce. nervoso per tutti, epico per quelli prolissi].

dopo cena a spasso per il paese in flip-flop.
coi calzini, certo [ liam e Julo, grazie di esistere, mi sento meno sola nel mio essere milanese trendsetter].
sabato sera sul trattore - ragazzi lì, brufoli e amori acerbi a fiorire tra parafango e gancio.
balle di fieno dentro un pullman arruginito.
un cane nero a tallonare pellegrini in libera uscita.
i nostri pile freschi di bucato in lavatrice.
sanno di buono.
tim e io non facciamo altro che annusarli, quasi increduli.

notte in camerata.
va a letto, quel pellegrino sconosciuto.
la doccia fatta.
i calzini stesi.
un fazzoletto sotto il cuscino.
lo zaino già abbozzato per l'indomani.
i sandali ai piedi del letto.
si infila nel sacco a pelo.
si addormenta.
e sarà un per sempre - l'unico, forse, davvero vero.
lo verremo a sapere l'indomani - il solito tam-tam sulle strade dei pellegri a portare notizie di esistenze altrui.
arriveranno parole.
si parlerà di destino.
della tristezza vestirà i nostri passi.

sul corriere di ieri c'era un'intervista a franco berrino.
diceva: "per non avere paura della morte bisogna saper vivere bene la vita. la morte non fa paura a chi ha avuto una vita cosciente, a chi è stato consapevole, a chi si è accorto di vivere".
hai avuto paura, pellegrino sconosciuto?
io credo di no.
fino alla sera prima camminavi, e ridevi, e condividevi passi, sorrisi e vita.
dodici ore dopo camminavi in un altrove - che ti sia lieve la terra.
è una grazia, morire in cammino - lo sostiene da anni il nonno, consapevole di molto - sarà la vicinanza, a lucidare consapevolezze.
ma sopratutto.
ma.
sopratutto.
ho una vita cosciente?
sono consapevole?
mi accorgo di vivere?
so viverla bene, la mia vita?
la sto vivendo bene?
queste alla fine le uniche domande che davvero restano.
tutto il resto è nulla.
tutto il resto è solo zaino abbandonato ai piedi del letto, senza più spalle a portarlo lontano.
 
Ultima modifica:
hai avuto paura, pellegrino sconosciuto?io credo di no. fino alla sera prima camminavi, e ridevi, e condividevi passi, sorrisi e vita. dodici ore dopo camminavi in un altrove - che ti sia lieve la terra.è una grazia, morire in cammino

quanti pellegrini hanno continuato il loro cammino altrove, ci sono parecchie lapidi sul cammino che lo ricordano , mi stupiva questa cosa e mi intristiva, ne parlai con Don Matthias un pellegrino coreano , mi disse che era del tutto normale , il cammino è vita , quella di tutti i giorni.
 
Quante domande affamate di una risposta che probabilmente non leggeremo mai nelle nostre menti, alla fine del tuo racconto!
Una sola risposta chiarificatrice, renderebbe la vita degna di essere vissuta!
Ma tant'è ...

PS: conosco quell'albergue: mi calza come un guanto e (purtroppo) mi piace così tanto che non mi sono mai deciso a pernottare a San Nicolas. :-(

PPSS: i calzini con le infradito denotano chiaramente le tue origini un tantino "crucche"! :rofl:
Fammi un favore da amica: se ci incontrassimo in Cammino e tu fossi abbigliata in cotal guisa, fai finta di non conoscermi.
Io farò sicuramente altrettanto!!! :rofl: :rofl:
 
20 maggio 2007
boadilla del camino - villalcázar de sirga

un besito all'hospitalero hugo, così ospitale.
scarponi allacciati, zaino addosso.
gli occhi fissi a terra, ci muoviamo guardinghi.
guardiamo dove mettiamo i piedi.
ho piovuto, stanotte.
con la pioggia sono uscite chiocciole dal terreno.
se ne trovano ad ogni passo.
si muovono lente - antenne ritte, casetta addosso.
potrebbero facilmente esserci specchio strisciante.
stiamo attenti a non calpestarle.

quei passi nel mattino lungo il canale - una dolcezza di paesaggio che vibra della stessa dolcezza del paesaggio di casa.
cammino qui, su questo argine.
cammino lì, lungo la martesana.
quei primi passi per rodare piedi, gambe e scarponi.​
quei primi passi su quelle alazie alle soglie del mio quotidiano - avrebbero portato lontano.​
quei primi passi a tappe verso l'adda.
e il cammino, quello vero, era solo sogno, speranza, desiderio.​

il sole dietro le nuvole alla fine di un acquazzone brevissimo - provvidenziale pensilina.
la scia di un aereo che ne esce.
nicole è di buon umore.
sorride.
ricomincia a camminare.
si muove a passo di danza nel cammino.
si riuscisse a camminare così attraverso la vita.

a hontanas un vecchio era uscito da una cantina con una bottiglia di rosso sotto braccio.
aveva biascicato, saggezza contadina e puzzo alcolico: "dopodomani piove".
era stato sentito, non ascoltato.
oggi è il dopodomani di quell'allora.
oggi piove.
oggi diluvia.

oggi piove.
oggi diluvia.

"te lo ricordi, quel temporale? te lo ricordi, amore mio?"
erano lì, ai margini del nulla.
camminavano.
e iniziò.
li colse così, quel temporale - felici, stupiti, del tutto impreparati.
non poterno farci niente.
"arriva. e te lo tieni così com'è", disse lui.
da un giorno all'altro.
da un'ora all’altra.
da un momento all'altro.
alte e minacciose sopra di loro, le nuvole rombavano da molto, eppure tenevano.
ma poi.
poi si aprirono le nuvole.
poi si aprirono i cieli.
rimasero aperti, i cieli e le nuvole - sconci dentro squarci che grondavano acqua, vita, anche del sangue.
non faceva altro che piovere.
acqua come se non ci fosse un domani.
buttava giù a secchiate.
acqua.
acqua.
acqua.
solo quello.
acqua che pareva pianto.
acqua che pareva muro.
acqua che pareva universo.
acqua che parva tutto.
non c'era altro.
solo quell'acqua.
solo loro, fradici come pulcini.
solo loro, zuppi fino alle mutande.
solo loro, marci fin dentro l'anima.
la guardò.
i suoi occhi buoni a scrutarle l'anima e a leggerla tutta. era dono che a lui veniva naturale.
la guardò.
le sue parole a cercare di salvarla. come sempre, come tutte.
la guardò.
lui sapeva, lui già sapeva.
lei non sapevo niente, neanche più sè stessa.
lei doveva ancora capire - quello sarebbe stato il suo cammino.
disse, lui: "è un temporale. ci siamo finiti dentro. ci è piovuto addosso. non fa nulla. non dobbiamo mica per forza infradiciarci, men che meno affogarci dentro. hanno inventato i poncho e anche gli ombrelli".
parlava, lui.
lei lo guardava.
lo vedeva lì, dentro quell'acqua, dentro quel vento, dentro quel tutto che non era altro che nulla.
lo vedeva lì, col suo ombrelluccio bucato.
lo vedeva lì, a proteggersi, anche.
ma sopratutto.
lo vedeva lì, a proteggere lei.
a cercare di farlo - gesto d'amore infinito, pareva niente ma era tutto.
a lungo lacrime e pioggia le si confusero addosso, colandole dalle guance fin dentro all'anima.
non riusciva a sentirlo.
pioveva troppo.
e troppo forte.

oggi piove.
oggi diluvia.

tim vola sulle ali dei desideri.
adesso si è messo in testa che vuole una bandiera europea.
gireremo infinite tiendas.
la troveremo a leon.
la appenderà allo zaino.
sarà ragazzo fiero e felice di quel blu trapunto di stelle ed alti ideali.

nicole non ce la fa più.
le pesa ogni passo.
conta quanti se ne fanno in un chilometro.
sono millecentosettantacinque.
pallottoliere della fatica.
l'infinitamente ripetuto diventa àncora di salvezza.

ci travolge un lampo troppo vicino.
il tuono che lo segue, troppo forte.
ci fermiamo un attimo.
tratteniamo il respiro.
riprendiamo fiato.
ok.
è tutto a posto.
è tutto passato.

cammino veloce.
lascio indietro sogni europei e conteggi ad ingannare i chilometri.
ho passi lunghi addosso.
ho passi lunghi dentro le gambe.
sei chilometri all'ora.
con lo zaino.
sotto l'acqua.
per più di due ore.
ho gli scarponi fradici.
è come camminare con due paludi attaccate a piedi.
sciacquettano ad ogni passo.
è un attimo, immaginarsi rane e girini.
temo ampollas.

noi sul ciglio della strada.
in una giornata limpida sarebbe stata erba.
oggi è pantano di fango e steli disseccati dal sole che fu, dal traffico che è, dai passi che sono.
si srotola accanto a noi il nero nastro dell'asfalto.
passano le macchine.
sfrecciano lì, dentro la loro quotidiana frenesia - ma dove andate? dove andate così veloci nel nulla di questa domenica di pioggia battente?
mi fanno rabbia.
l'acqua che sollevano dentro la loro velocità sprezzante bagna le nostre gambe già bagnate.
non se ne esce.
di asciutto non abbiamo più niente.

villalcázar de sirga.
arrivammo.
la chiesa la vedemmo a malapena.
quel rosone, quelle storie tradotte in immagini scolpite, quelle architetture in bilico tra gotico e romanico.
non ci importava niente - solo uno sguardo fugace fece capolino da sotto al poncho.
non ci interessava niente - gocce di pioggia continuavano a gocciarci addosso dai nostri cappucci fradici.
l'albergue era ancora chiuso, avrebbe aperto ore dopo.
trovammo un bar.
entrammo.
alla tv il motgp. vinse jorge lorenzo. fu festa, ovvio.
alla barra uomini in piedi, a bersi via pesante la domenica in provincia e ogni stanca infelicità.
per terra, da prassi, scempio di noccioline e cicche spente di sigarette fumate.
ci cambiammo lì, in bilico dentro un laido gabinetto oltre il bancone - tazza sbeccata da una parte, lavandino che aveva visto giorni migliori dall'altra.
sulla pelle fradicia e fredda, i vestiti ancora asciutti tirati fuori dallo zaino zuppo [sacchetto della spazzatura nera santo subito, altro che goretex].

chiesi un caffè.
dissi solo: "che sia lungo. molto lungo. lunghissimo".
fu sbobba ai limiti del lecito.
ma era caldo ed era bollente.
quello bastava.
sopra il tavolino al quale eravamo seduti, si stese domanda e si stese risposta.
"quanti chilometri abbiamo camminato dentro quell'acqua e quel temporale?
"tredici. sono troppi. davvero troppi".
erano troppi.
davvero troppi.

dentro quel temporale lei ci rimase ore che divennero giorni, poi settimane e mesi e anche anni.
venne il giorno in cui schiarì.
almeno un po'.
almeno all'orizzonte.
 

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