17 maggio 2007
atapuerca - burgos
oltre la croce - contro un cielo velato di foschia linee sfacciatamente pulite, essenziali in modo quasi scabro - dentro la luce che si colora di giorno nuovo, un divano sul prato che si affaccia sulla pianura.
molto malridotto, mancano i cuscini.
non fa venire nessuna voglia di sedersi - almeno a questo giro mi risparmio le inutili seghe mentali sul mio essere inutilmente saggia.
rimane la domanda, la stessa delle poltrone: "ma che ci fa qui - dentro questo nulla, sopra questa altura - un divano a tre posti?"
concentrici cerchi di sassi su un prato.
non atterraggio extraterreste.
non traccia di presenza aliena.
forse arte pellegrina per passare tempo e lasciare segni.
forse landart abbozzata su un prato oltre una collina.
forse un quasi "jon foreman" in scalcinato embrione iberico.
[jon foreman, artista gallese. girava un video sulle sue performance nei primi giorni di clausura. se non l'avete ancora visto, fatevi un regalo. cercatelo su google e perdetevi lì dentro. dentro il suo tessere natura con la natura. ne vale la pena].
un fumo bianco di ciminiere palesa burgos, bassa nella piana sotto di noi.
pensavo che la città sarebbe stata annunciata dalla vista delle torri della cattedrale.
ci rimango male.
ho della delusione, dentro allo sguardo.
siamo alle solite.
si hanno delle aspettative.
basta un attimo.
diventano aspettative disattese.
uno dei sistemi più facile per ferirsi.
uno dei migliori modi di farsi male, e anche tanto.
ci cascai allora, tra fumo e cattedrale.
ci casco oggi, tra realtà, desiderio e sogno.
non imparo mai.
serve, imparare.
urge, imparare.
"c'è un'alternativa. l'ho già fatta l'anno scorso. vieni, pellegrina. seguimi. ci evitiamo la periferia della città", dice.
mi fermo.
lo ascolto.
lo seguo.
entro così, a burgos.
seguendo un pellegrino che vedrò solo per quelle tre ore.
non so niente di lui.
camminammo e basta.
piedi su sterrato piano, senza sassi, dopo tutti i ciotoli malmessi.
piedi su asfalto e cemento, dopo tutti i sentieri e tutti i tratturi.
passò un camion.
sollevò polvere da mucchi di sabbia ai margini esterni della città.
camminammo e basta.
furono passi che mi evitarono brutture.
furono passi che mi permisero di schivare paesaggi industriali, recinzioni metalliche, muri scrostati, periferie urbanizzate, traffico impazzito, puzzo di gas di scarico, rombare di camion ed autobus.
furono passi che mi regalarono ponti pedonali, platani spogli di in una nudità nodosa e sconcia, un lungofiume che respirava ozio e tranquillità.
gliene fui grata.
[oggi mi dico che anche passare attraverso le brutture, immergersi dentro il non gradito e non gradevole è cammino da percorrere ed allena - e molto - alla vita. quasi li rimpiango, quei passi non fatti].
ci salutammo davanti alla statua del cid, alla fine di quell'unico mattino che ci vide compagni di passi condivisi.
zaino addosso, festeggiai l'arrivo in città alla mejillonera.
uno schizzo di piantina disegnata a penna sul bloc-notes, sapevo dove trovarla.
tripadvisor, levati!
cozze in salsa marinera, papas brava e una clara.
anzi due.
quei giornalini gratuiti che in quegli anni venivano distribuiti nelle città.
ci sono anche qui.
metro di burgos.
lo distribuiscono davanti alle pensiline di autobus .
scendono pellegrini e zaini, da uno.
risate allegre in faccia.
addosso la beatituine leggera di chi ha risparmiato fatica.
me ne allungano una copia.
la prendo.
dopo tutti questi giorni senza notizie, ho anche voglia di sapere cosa succede nel mondo.
se volevi sapere, allora, dovevi sbatterti.
altro che click dallo smartphone sulla homepage del corriere ogni volta che vuoi.
altro che referesh per leggere l'ultimo articolo, l'ultima notizia, l'ultimo commento, l'ultimo editoriale - in una ricerca spasmodica di un tutto che non diventa altro se non una macedionia di niente travesito e truccato a festa.
finisce che sono troppo pigra per leggerlo.
lo infilo nello zaino.
lo terrò lì.
lo userò alla prima occasione per metterlo negli scarponi bagnati.
il vero giornalismo utile.
un tandem appoggiato ad un muro.
un sellino alto, uno basso.
due borsine sotto uno dei manubri.
un kit di attrezzi appeso alla canna.
una cartina dentro una custodia di plastica trasparente.
quattro borracce.
due borse sul manubrio.
due borse sulle ruote posteriori.
una sacca di traverso sulle due borse superiori.
va bene.
va bene il "no pain, no glory".
va bene "il cammino è sofferenza".
ma qui mi pare si esageri un po'.
e non solo per l'equipaggiamento che sembra pesare peso che pare piombo.
io in tandem non andrei neanche a comprarmi il giornale all'edicola sull'angolo.
figurati farci il cammino.
ma siamo alle solite.
non è il tandem.
sono io, la mia forasticità.
un giro nei vicoli attorno alla cattedrale.
quella piazza in pendenza.
quella fontana esagonale.
quel fondo di vasca di quell'azzurro così cristalino.
memoria di estate lontana.
memoria di amici e sgangherato pullmino volkswagen.
una targa affissa su un muro.
caratteri gotici incisi nella pietra colorati in rosso e nero.
ricorda gli stampatori fadrique di basilea e juan di burgos.
avevano qui il loro taller, che è la loro officina.
operarono qui, prima del 1500 - l'america nuova dentro gli orizzonti umani.
dai loro torchi uscirono quelli che ora vengono chiamati incunaboli - le prime volte a rendere manifesto l'incanto della parola stampata [meraviglia e stupre, ancora oggi].
almeno un paio di chilometri di passi verso ovest.
pareva si stesse uscendo dalla città.
si stava raggiungendo l'albergue.
altro che accoglienza pellegrina in centro città.
era lì fuori, il municipale, dentro quel parco di periferia urbana.
alberi d'alto fusto e prefabbricati in legno.
prati spelacchiati, tavolini da picnic.
lì si stava.
lì si dormiva.
che poi - se e quando ti veniva in mente di tornare in città a fare il turista - ti assaliva lo sconforto.
davvero altri quattro chilometri nei piedi e nelle gambe tra andare e tornare?
davvero?
ma finiva sempre che davvero sì.
andavamo e tornavamo tutti.
troppo attraente, era quella città splendida di splendore esposto.
troppo magnetico, era l'incanto di quel marmo.
troppo seducente, quella maestria a rendere incorporee le guglie.
troppo irresistibile, il fascino dell'arte declinata nella pietra di quella cattedrale.
andavamo e tornavamo tutti.
ci riempivamo gli occhi di retabli dorati.
di vetrate a brillare colori abbaglianti dentro il sole.
di pietra che pareva merletto.
di soffitti inutilmente splendenti di bellezza sublime.
andavamo e tornavamo tutti.
ci portavamo via occhi pieni di bellezza e cuore pieno di stupore.
sui gradini di quella cattedrale.
passa una turista.
ci guarda.
osa chiedere.
"posso farvi una foto?".
in un attimo da pellegrina che descansa a panda allo zoo.
ai panda, per altro, nessuno chiede alcun permesso.
sui gradini di quella cattedrale.
una donna vestita di nero si staglia in mezzo ai marmi bianchi di quella scala.
seduta sui gradini chiede l'elemosina.
pare immagine barocca.
pare pubblicità sicula di dolce e gabbana.
ma è immagine vera e reale della verità reale e cruda della miseria.
le lascio i 20 centesimi che ho trovato per terra pochi minuti fa e aggiungo, secondo il cuore.
sorride di bocca e di occhi - altro bianco. brilla dentro il nero, stavolta. non attorno al.
"buen camino, guapa".
sorrido di bocca e di occhi anche io.
sui gradini di quella cattedrale.
c'è una foto mia.
pare niente, ma è.
sono seduta lì, a piedi nudi.
i miei scarponi accanto a me.
i calzini, ancora arrotolati su loro stessi nell'essere stati tolti veloci e maldestri, infilati dentro gli scarponi.
i miei piedi nudi su quel marmo.
amo stare a piedi nudi.
prendo possesso della terra, a piedi nudi.
divento una versione più vera di me.
a piedi nudi mi concedo pensieri migliori, finalmente leggeri.
c'è una foto mia.
pare niente.
è una foto della mia felicità.
supermercato grande, dopo tutte le micro-spese nelle micro-tiendas dei micro-puebli.
un evento-spesa, direbbero gli amici di sempre.
addirittura, giriamo con un cariolino - pensa te che cosa esotica.
una busta di insalata [oserei definirlo un secondo esotismo, vista l'avitaminosi che contraddistingue la dieta pellegrina. la mangeremo scondita, piluccandola con le mani fuori dal sacchetto].
una busta di prosciutto.
delle barre de pan.
brioches al cioccolato.
yogurth come se non ci fosse un domani.
lattine di olive [mi hanno sempre fatto sorridere, le olive spagnole conservate così. mi sono sempre chiesta perchè noi avessimo vasetti in vetro e loro lattine d'alluminio].
un cestino di fragole.
birre varie.
una bottiglia di rosso.
bicchierini di plastica [che va bene essere spartani, ma l'eleganza, almeno un briciolo].
sarà picnic sui tavolini davanti alle casette prefabbricate dell'albergue.
attorno a noi gente che corre.
cani a passeggio.
sole al tramonto tra gli alberi.
parole su africa ed oceano.
addosso la bellezza del niente che sa essere tutto.
notte impegnativa.
in camera un'esile, anziana nonnina tedesca.
capelli fini, tratti minuti: l'emblema della delicatezza.
la vedi camminare e ti chiedi solo: "ma come farà con lo zaino, quest'esserino etereo?"
la senti dormire e ti chiedi solo: "ma come farò a chiudere occhio, io? mi daranno le attenunati, se la zittisco per sei ore almeno sotto un cuscino?".
c'erano lupi nel bosco che si travestivano da nonnine per aggredire improvvide bambine.
ci sono nonnine che da sole diventano mandrie di cinghiali
[ma i gruppi di cinghiali si chiameranno mandrie?] e imperversano moleste dentro il [non-]sonno altrui.
preferivo i lupi.