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2007 - cammino francese della cri

21 maggio 2007
villalcázar de Sirga - calzadilla de la cuesa

me le ricordavo diverse, le mesetas.
per anni me li sono portati addosso, questi spazi infiniti.
a lungo sono stati colonna sonora di ogni mio sogno di cammino, desiderio di un sarà che segnava la direzione.
me le ricordavo diverse, le mesetas, perchè le sapevo diverse.
avevo dentro gli occhi le mesetas di fine luglio.
il rosso di quella terra, fango spaccato di sole e aridità.
il giallo dei campi di grano ormai bruciati dal caldo in stoppie aspre e sterpaglie.
il cielo, azzurro e terso. alto, soprattutto quello. alto.

da dentro la mia vita di sempre, per anni mi sono immaginata sul cammino.
infinite volte, dentro i sogni del giorno, mi sono sognata lì dentro, su quelle strade di spagna.
mi sognavo e mi immaginavo anche dentro le mesetas - le immagini di quell'estate lontana a fare da scenografia attorno alla fantasia.
mi immaginavo di attraversarle piano, le mesetas - tratturo sterrato, striscia d'asfalto, sole spietato a cuocere passi.
immaginavo passi lentissimi dentro una calma implacabile, densa, faticosa.

e invece.
invece le mesetas sono verdi, piene di grano che sta ancora crescendo.
vibrano di vita.
trasudano possibilità.
sono oceano che freme sotto una superficie increspata a danzare leggera nel vento.

camminiamo in fila indiana sulla carrettera.
evitiamo fango e pozzanghere.
un raggio di sole tra le nuvole.
luce sulla piana - sembra occhio di bue su palco - e noi attori, su questo palcoscenico che è il cammino e ogni nostra vita.

sopra di noi, coperchio sui nostri passi, un cielo basso, grigio di nuvole, promette pioggia.
pesa sull'orizzonte, quel cielo.
su questa striscia di terra che è sentiero e antica via.
pesa su ognuno di noi.
su ogni nostra testa.
su ogni nostro pensiero.
su ogni nostro passo.
le distanze in cui ci muoviamo lenti paiono infinite.

e non so ancora - lo saprò poi - quanto può essere di nulla, il nulla.
eccolo, il nulla.
camminiamo.
non facciamo altro.
voglio solo arrivare.
voglio solo essere arrivata.
ho voglia di una doccia.
di un asciugamano pulito.
di togliermi di dosso questi vestiti che puzzano per tutta l'acqua presa ieri.
ho voglia di una doccia bollente.
di sacco a pelo e coperte [mi stanerà sedad. e sarà una sorpresa. sarà bellissimo aprire gli occhi e trovarsi lì quel suo sorriso bambino e sereno, giorni dopo averlo perso per strada].
sopratutto, ho voglia di basta.
c'è sempre un momento, in cui si ha voglia di solo basta.

ogni tanto mi giro a cercare con gli occhi tim e nicole.
so che ci sono.
so che sono da qualche parte dietro di me.
ho bisogno di vederli.
ho bisogno di sapere che non sono sola.
scrivo e sorrido: era un bisogno di allora.
adesso so che non serve guardarsi alle spalle, per sapere di non essere soli.
serve guardare dentro di me, per sapere di non essere sola.
si capiscono cose, diventando grandi.
ci si impara, camminando nella vita.

poi eccoli.
dei pali elettrici all'orizzonte, fili e cemento contro il cielo.
allora deve esserci algo.
non solo campi.
non solo cieli.
non solo strade.
non solo nulla.

allora deve esserci qualcosa qui intorno.
delle case.
un paese.
persone.
gente.
vita.
un albergue.
allora deve esserci un basta.

la prossima meta.
non è finisterre.
non è santiago.
non è domani.
è solo il prossimo pueblo.
il prossimo albergue.
il prossimo letto.
il prossimo sasso su questa carrettera.
il prossimo passo degli infiniti che restano.
già solo il prossimo respiro sembra essere abbastanza lontano.

i 17 chilometri di nulla da carrion a calzadilla.
pareva tappa eroica.
non lo era per nulla.
la vita che morsica.
l'esistenza che chiede.
le responsabilità che vogliono e vogliono molto.
l'infinitamente ripetuto.
l'esistenza scelta che sa stritolare.
la ricerca di un senso - anche solo uno, almeno uno - quando pare non esserci.
l'arrivare - possibilmente felici, almeno sereni, almeno vivi - alla fine dei giorni di ogni quotidiano.
si ridimensiona tutto.
quei 17 chilometri non avranno più niente di eroico.
saranno solo un po' di chilometri senza nulla attorno.
una passeggiata, alla fine.
forse poco di più.

rimane che quando alla sera ci ritroveremo a cena - tavolata lunga, stoffa candida, calici di rosso, pan y aceite a placare la fame, io con in mano un foglietto su cui segnare ordinazioni a matita - avremo addosso pelle cotta e sorrisi aperti.
saranno sorrisi dentro cui abita del cielo e del sole.
di chi si sa almeno un pochino di più.
parremo anche un po' nuovi.
un po' diversi.
un po' rimasticati.
ti rimastica, il nulla, ogni nulla.
ti rende diverso.
ti rende nuovo.

la tendenza che hanno i nomi dei paesi di qui.
tutti diminutivi.
calzadilla de la cueza.
quintanilla de la cueza.
medinilla de la dehesa.
terradillos de los templarios.
dice la guida: "come volessero sottolineare la piccolezza dell'uomo in queste immensità".
mi affascina da molto, l'etimologia delle parole.
non so se sia corretta, ma mi pare una lettura interessante, questa che dà la guida.
siamo piccoli.
siamo indubitabilmente piccoli.
ma siamo.
umanità varia.
minuscola.
ma umana.
ed unica.

a seconda delle guide mancano 393 o 402 km a santiago.
sono a metà, piu o meno.
 
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Uno dei primi "detti" imparati sul Cammino, fu questo:

"Fino a Burgos si addestra il corpo alla fatica, da Burgos a Leon si addestrano le emozioni e da Leon a Santiago si cura l'anima"!

Il tuo racconto di oggi, sembra avvalorare questo adagio: in realtà le mesetas mettono davvero, a dura prova.

Le mie prime furono in settembre inoltrato: dove tu vedevi "distese di verde e possibilità" io vedevo stoppie di grano tagliato ed un "tutto è compiuto" che non lasciava scampo, ovvero: le possibilità erano finite.
Niente natura rigogliosa, niente arare di nuovo i campi per il raccolto successivo; solo il vento incessante a spostar le nuvole e portare il freddo.

"Ma come!"

mi dicevo:
"Tutti a menarmela con il caldo torrido; la guida in mio possesso che una pagina si ed una no ti faceva morire di sete manco tu fossi nel Sahara; il sole delle mesetas che non perdona e non volano nemmeno i passeri, ed io (notoriamente amante proprio del caldo) che me ne sto qui camminando con due piles per evitare di battere i denti?"
(uno di quei pile, per inciso, comprato per combattere il freddo in un emporietto a Castrojeriz,e pagato a prezzi da boutique di Versace!)
Che delusione!

Ho visto Leòn in lontananza che sembravo Mosè al cospetto della Terra Promessa!

Un po' mi sono rivisto nelle tue mesetas, solo che in quel fine estate, in fila indiana sul sentiero non c'era più nessuno: "i miei" avevano preso l'autobus a Burgos e nuovi compagni di viaggio all'orizzonte non se ne vedevano, ne' a precedermi ne' a seguirmi.

Quelle mesetas mi insegnarono a camminare da solo poichè probabilmente era ciò di cui avevo bisogno:
non ho mai dimenticato quella lezione.
 
Ultima modifica:
Cri, bella la tua descrizione (o vissuto) della mesetas
In quel periodo dell'anno non potrebbero essere altro
Solo una piccola osservazione personale
credo che le mesetas non sono "il nulla"
esseri urbanizzati siamo diventati
e tutto ciò che non rientra
in quella immagine / impronta mentale
case, strade, piazze, gente affollata ...
diventa "il nulla" se non li ritroviamo
nel nostro vagabondare libero
Credo che non esista "il nulla"
finché ci siamo noi "dentro"
e lo viviamo, raccontiamo

I più saltano questo "nulla"
di cui hanno sentito raccontare
che temono e
non vogliono conoscere

Per altri
come racconta Raul
quei duecento chilometri di altipiani
dall'orizzonte infinito
insegnano a camminare da soli ed era ciò di cui avevo bisogno ...
e sono molti che hanno paura della solitudine
 
Ultima modifica:
Le mesatas

L'incanto sarà godersi un po' la strada
...
Coraggio lasciare tutto indietro e andare
Partire per ricominciare
Che non c'è niente di più vero di un miraggio
E per quanta strada ancora c'è da fare
Amerai il finale

(Buon Viaggio - Cesare Cremonini)
 
Vedrò mai lei mesetas verdi?
(rivedrò le mesetas?)
E mi piaceranno tanto quanto quelle tardo estive?
Che poi, nel mio primo assaggio di cammino francese non mi avevano entusiasmato. Caldo, io che cercavo di camminare un po' all'ombra di 2 tedeschi alti e grossi.
C'è voluto il camino de Madrid. Dove non c'era ombra di tedeschi. Non c'era proprio ombra.
Lì sì. La pazzia di girare di 180°, non vedere niente e nessuno e ridere.
Ma sono lenta. Ho bisogno di tempo anche per capire cosa mi piace.
 
22 maggio 2007
calzadilla de la cueza - sahagun

ha tirato vento tutta notte.
le raffiche paiono aver spazzato via ogni nube plumbea, ogni minaccia di pioggia, ogni coperchio che pesava addosso, ogni pensiero che aveva fatto nido dentro al cuore.
camminiamo nel vento.
svolazzano mantelline colorate.
sbatte la plastica dentro ogni folata di aria.

cerco nello zaino una barretta di cereali e cioccolato da compartire con chi cammina con me.
attorno a me, un prato di fiori gialli.
ci cammino in mezzo.
"gasgionfoli", diresti tu.
e rideresti.
rideresti molto.
riderei molto anche io, sorridendoti con gli occhi.
rideremmo e ci guarderemmo con quello sguardo lì.
basterebbe quell'unica parola a ripiobarci a quel noi acerbo, follemente inamorato, con la vita a premerci addosso, sulle strade toscane di una primavera lontana molti anni e molta, moltissima vita.

sul bordo della strada margherite.
e fiori gialli.
e papaveri.
appena oltre un campo di grano spazzato dal vento.
davanti a me un cavalcavia in cemento.

quel bar di san nicolas del real cammino.
l'atmosfera che c'è.
quella luce calda pare lacrimare addosso stille di braccia a proteggere ed accogliere.
la musica, struggente e bella di una bellezza da piangere, lacrima su lacrima.
un posto da rimanre lì due settimane, a bere caffè e scrivere e vivere e lasciarsi vivere.
due settimane.
due anni.
due vite.
servirebbe essere aquile, tavolta.
servirebbe sapere - come sanno loro - volteggiare alte.
servirebbe riuscire - come riescono loro - ad accorgersi del niente.
e poi piombarsi giù, in picchiata, per non lasciarselo sfuggire, quel niente.
a tenerselo stretto tra gli artigli, quel niente, per non lasciare che si dilegui prima che sia troppo tardi.
e invece.
invece passa tim.
vede il mio zaino davanti alla porta.
infila il naso dentro il bar.
mi cerca.
mi chiama.
basta un attimo - l'incanto è rotto.
basta un attimo - piedi sulla strada, di nuovo dentro i miei passi degli ultimi giorni.
non ero aquila.
non lo sono mai stata.

a posteriori dirà.

"ero lì.
spalmato su quella seggiolina in metallo [per quanto si possa stare spalmati su una scomoda seggiolina in metallo], vento addosso a frullare pensieri e cortile intorno che era desolazione.
ero lì.
erano ore e giorni che ero lì.
mi lamentavo e mi lagnavo.
non facevo altro.
il mio cammino arreso contro quel ramo d'albero celato dall'arba calciato malamente.
l'alluce che pareva cotechino [ma proprio lì doveva nascondersi per giorni quella maledetta spina?].
la mia prestazione agonistica - "io? ah. io almeno 30 km al giorno. almeno" - svaporata dentro un cerotto e qualche dose di antibiotico.
i miei amici andati.
niente da leggere.
nulla da fare.
ero lì.
mi chiedevo cosa ci stessi facendo, lì.
la risposta più giusta sarebbe stata: "niente. io qui non sto facendo niente".
poi.
poi sei arrivata tu.
hai varcato quel cancello.
e ridevi, ridevi, ridevi.
ridevi con nicole - chissà di cosa, poi.
ridevi, avevi uno stelo d'erba in bocca ed un sorriso che ti abitava gli occhi.
quel sorriso, cri.
ti brillava addosso già a grañon.
eri lì - mani insaponate dentro un lavandino a lavare i piatti - e brillavi.
da lontano ti ho fatto una foto.
non mi hai visto, mentre la facevo.
ma io la feci.
pensavo che non ci saremmo più rivisti, ma quel tuo sorriso era uno dei momenti belli dei miei passi.
volevo averne traccia.
volevo potermelo ricordare a lungo."
ero lì.
io mi lagnavo e tu ridevi.
allora mi sono alzato.
e ti sono venuto incontro.
e tu stavi già urlando: maaaathiiiiiaaaas", con quella tua forza e quel tuo stupore e quella tua allegria contagiosa addosso.
mi sono alzato e ti ho abbracciato.
ero così felice.
e pensare che a lungo mi ero fatto rotolare addosso l'idea di prendere un pullman per arrivare al più presto a leon - a trattenermi solo la mia ambizione ed il mio orgoglio.
il cammino toglie, il cammino dà.
aveva tolto.
stava dando."

lui - quello che a posteriori dirà - è matthias.
era "sono io, quello della zuppa di lenticchie senza chorizo, sono vegetariano da una vita" alla lunga tavolata di grañon.
era "dai, beviamoci una birra, mentre l'uomo innamorato telefona alla sua bella" alla barra del bar dei camionisti nel trucker-paradies.
diventa un abbraccio.
e ore dentro il sole che scotta di un caldo bollente sulla pelle sferzato da un vento che spazza la piana e ogni orecchio.
diventerà una birra in piazza.
e un'altra ancora, nel sole della sera.
diventerà compagno di passi.
diventerà amico del cammino, l'unico che a distanza di così tanti anni ancora tavolta sento.

albergue di sahagun.
dei pollini volano nell'aria fuori dalla finestra.
grate in metallo, geranei rossi dentro due vasi.
la porta di un garage verde e quella strada bianca, dentro la luce calda di un mattina che sta per finire.

la nostra cena.
pasta all'arrabbiata.
pasta pomodoro fresco e basilico [ce l'ho inchiodata in testa da navarrete. ora. ora è giunto il momento].

le risate che ci siamo fatti, cercando quel basilico.
nessuno che sapesse come si dicesse basilico in spagnolo [albahaca, con quella al- inziale di matrice araba che mi incanta ogni volta per la capacità che ha di tessere insieme in due sole lettere culture così diverse].
finisce che finiamo da un fiorista per riuscire a recuperarne almeno un po'.
dal fiorista è semplice.
non serve chiedere neanche niente.
basta guardarsi attorno in mezzo alle piantine aromatiche.
sarà facile trovarlo.
quello che avanza diventerà profumato centrotavola.
pane, formaggio e insalata.
un paio di bottiglie di rosso.
siamo in 10, a tavola.
preparare insieme è bellissimo.
scolare la pasta senza scolapasta da ridere fino alle lacrime.

notte.
inizia a piovere.
in mutande attraverso di corsa lo stanzone nell'ostello addormentato [ci sono immagini mie indubbiamente più edificanti].
avevo dimenticato gli scarponi in cortile, urge recuperarli.
recupero anche biancheria stesa, e altre scarpe, e degli asciugamani - qualcuno domani mattina sorriderà e parlerà dei "doni del cammino", ma non sono questi, i "doni del cammino". questi sono solo gentilezza e buon senso.
torno a letto.
sono sveglia.
è sveglio anche matthias.

siamo lì, dentro il buio della camerata addormentata illuminato dalla luce dei lampioni che filtra dai lucernari.
siamo lì, ognuno nel suo lettino a srotolare bisbigliando parole e vita.
dirà: "sono qui per stilare la lista delle 100 cose da fare prima di morire".
dirà: "ho 40 anni. è il momento di farlo".

che io ancora oggi mi chiedo: "una lista? ma perchè una lista? perchè?".
permette chiarezza, certo.
sciorina lineare programmi che possono essere spuntati.
ma blocca ogni imprevisto che fa vibrare il cuore, una lista.
tarpa ogni possibiltà non contemplata.
ammazza ogni sogno che neanche sapevi di poter sognare.
e poi.
ma davvero 100?
e perchè non solo 73?
o 112?
perchè mettere una gabbia al possibile, un freno alla vita, un guinzaglio allo stupore?

dirà: "sopratutto sono qui per capire se voglio un figlio o no. tu lo vuoi un figlio, cri?"

come facevo a risponderti, matthias?
non lo sapevo.
non lo sapevo allora.
non sapevo la pelle di tom.
non sapevo le sue manine a sfiorarmi, farfalle leggere di dolcezza appiccicosa.
non sapevo i baci ancora un po' bavosi che dà, mai troppi e mai abbastnza.
non sapevo lo sguardo di michi, il suo essere spesso così serio e così torvo.
non sapevo la capacità che ha di improvvisamente sciogliersi in quella risata che è una cascata libera e liberatoria di cristallina vita e pura felicità.
non sapevo le ciglia di ale, allungate attorno ad uno sguardo che scruta solingo il mondo ed ogni esistenza.
non sapevo le sue ossa, sempre più lunghe dentro il suo essere folletto.
non sapevo il suo prendere a spallate la vita. rimbalzi e rinculi per diventare grande a strattoni, creandomi mamma ed creandomi madre - privilegio e dannazione da primo figlio, la sua.
adesso so, matthias.
adesso so rispenderti.
adesso so rispondermi.
ed è una risposta che ha dentro molto, moltissimo sole, oltre la molta, moltissima fatica.

lasciamo calare il silenzio.
una zip di un sacco a pelo a riparare sogni.
qualcuno a russare poco lontano.
io occhi aperti.
dentro la notte ascolto il rumore della pioggia che danza sulle lamiere del tetto.
dentro la notte ascolto il mio cuore che si prede a pugni dentro il mio cuore.
 
Ultima modifica:
Raùl:
pieno agosto, ma pieno proprio
sarria, a dormire in un polideportivo.
materassini al suelo [tra l'altro, due materassini in tre].
io più freddo di quella notte non me lo ricordo [o meglio sì, ma aveva l'attenuante dei 2.300 metri di quota e del temporale che ci aveva lavato per ore].
ma non dove essere torrida, la spagna d'estate?

falso ciclista
le tue riflessioni sul nulla.
le parole di cremonini.
quelle.
e altre di quella canzone.
grazie.

liam
(rivedrò le mesetas?)
ecco.
questo.
le rivedremo?
vero che le rivedremo?

@ a chi magari legge.
@ a chi commenta.
grazie.
fa sempre piacere.


ciao.
cri
 
Ultima modifica:
Leggendo questa tappa, riflettevo sul fatto che le parole possono essere fatte dei materiali più vari: ci sono quelle che pesano come il piombo o quelle che volano nell'aria come polline di betulla; ci sono quelle vuote fatte di niente e quelle come graffi scolpiti nella pietra e destinate a durare una vita.

Le tue Cri ... almeno quelle che usi per raccontarti a noi, sono fatte di filo di seta e tu hai il dono di tesserle in trame delicate a formare trine dai disegni incredibili.

Che dire ... oltre ai contenuti nei quali ognuno di noi può trovare una parte che gli calza come un guanto, oppure godere solamente del racconto, quello che mi ha lasciato il sapore dolce sul palato, è proprio la tua abilità di delicata tessitrice.

Come direbbe il buon Durante:

Attonito m'inchino deferente, Cri de' Grilli!
 
23 maggio 2007
sahagun - religios

due signore in paese.
una ha una forma di pane sotto braccio.
basta guardarla, per percepirne la fraganza [della forma di pane, non della signora].
l'altra ha addosso delle strane calzature.
sono in legno.
da quella che sarebbe suola, spuntano tre spunzoni. sono parte integrante del legno con cui è stata fabbricata la scarpa.
penso servano per gestire meglio terreni fangosi o stalle vissute di paglia e letame.
certo non ho certezze.
da dentro la loro vita di ogni giorno ci guardano, queste due donne.
nello sguardo con cui ci scrutano abita della preoccupazione.
"¿qué les preocupa, mujeres?", sarebbe da chieder loro.
il nostro incamminarci sotto l'acqua?
la nostra fragile sanità mentale nel decidere di farlo?
avreste tutte le ragioni di questo mondo.
per certo però siete abituate ai pellegrini che non fanno altro che andare e alla loro folle follia che li spinge avanti.
sorridiamo.
sorridono anche loro.

camminavamo in gruppo.
vanno tutti lungo la provinciale - sul ciglio dell'asfalto miseri alberelli [quando arriveranno a fare ombra? quando?] a scandire passi e distanze.
troppo noioso.
troppo banale.
nicole e io al bivio a destra, a ripercorrere la storia.
passi e sguardi a ricalcare passi e sguardi vecchi di secoli e millenni.

prima di separarci mi regala un fiore, sedad.
forse acacia.
oggi almeno l'acacia la saprei riconoscere, dentro la mia consueta ignoranza botanica.
a friggerla per anni driblando malamente litigi qualcosa si impara.

calzada romana.
un descrittivo su un sito internet consultato oggi ne parla come di "una via nel deserto lunga una ventina di chilometri".
l'avessi letto allora, quel descrittivo, la tappa di oggi avrebbe potuto essere un altro nulla, dopo i 17 chilometri dell'altro giorno.
e invece.
invece non lo è.
mi chiedo, mentre scrivo, quanto veniamo influenzati dalle idee che abbiamo o che ci vengono vestite addosso.
"è il nulla", dicevano dei 17 chilometri incutendo timore - e fu nulla e fu fatica.
della calzada romana non sapevo niente - fu solo storia, sentiero, sassi.
fu solo una tappa.
una di tante.
anche bella.
molto bella.

il timo.
il profumo che lascia addosso sulle mani.
a lungo sapranno di patate al forno.

un sasso rosso raccolto per strada.​
racconta di una bella giornata.​
voleva essere ricordo.​
non arriverà mai a casa.​
le pilgersspuren [che sono le tracce che lasciano i pellegrini].
una buccia d'arancia.
un tappo azzurro di una bottiglia d'acqua.
un carta di caramella.
un fazzoletto che ha visto giorni migliori.
ogni tanto si scovano.
fanno compagnia sulla strada senza nessuno.

un asino raglia nel sole ancora pallido delle 9.30 del mattino.​
un coprizaino di plastica giallo svolazza nel vento.​
una mano tira fuori da una tasca una medaglitta della madonna.
si parla di dio.
di fede.
di morte e dolore.
di vita.
si parla di un dio che abbraccia.
si parla di un dio compagno di viaggio.

una sosta in un bar.​
un caffè ed una napolitanas.​
un salto in bagno.​
ma che ci faceva dentro quel bagno pubblico di un locale pubblico una vasca da bagno con tanto di zampette leonine?​
il sapore del sale sulle labbra, dopo aver camminato nel sole.
mi lascia sempre addosso una bella sensazione, il sale sulle labbra alla fine dello sforzo.
mi lascia addosso la sensazione di aver faticato bene.
di averci messo tutto.
di non essermi risparmiata in niente.

un cane bianco.​
ci segue, fedele nel vento.​
i colori di questi nostri passi di oggi.
pare africa.
strada rossa.
verde degli alberi.
cielo grigio.
non serve altro.
ed è togo.
ed è benin.

camminiamo nel nulla.​
camminiamo nel vuoto.​
ma sono un nulla ed un vuoto che non hanno alcun peso.​
sono un nulla ed un vuoto che semplicemente accompagnano.​
lontano, un treno passa sulla linea dell'orizzonte.​
quella bici.
ci arriva alle spalle.
svolazzano troppo, le mantelline, perchè possiamo sentire il suo veloce avvicinarsi.
ci supera, suonando il campanello.
una mano alzata in un gesto di saluto.
madre, che susto.
in questo paesaggio africano avrebbe anche potuto essere un leone [col campanello? sì, col campanello. avrebbe potuto essere leone urbanizzato].
un urlo in mezzo alla strada.
e delle risate - poi - a lungo e a lunghissimo.

i tralicci della ferrovia alla nostra sinistra.​
ogni tanto passano dei treni.​
ci fermiamo nel vento.​
torniamo bambine.​
salutiamo.​
fischio di locomotiva e fanale acceso a risponderci.​
sorridiamo.​
sono certa abbia sorriso anche il macchinista.​
il fango.
il terreno instabile.
gli scarponi ad affondare ad ogni passo.
le pozzanghere di terra rossa.
capita che si si debba cercare la strada tra erba e fango.

quando sotto di noi si vedono i tetti di reliegos.
arrivate.
finalmente arrivate.
siamo le ultime.
i nostri amici ci stanno già aspettando.
"dos claras más, por favor".
pistacchi e mais croccante al tavolo del bar.
sulle labbra - di nuovo ed ancora - cristalli di sale.
 
Ultima modifica:
Passo dopo passo dopo albero dopo sentiero dopo sasso dopo colori dopo albe dopo tramonti dopo pioggia dopo sole dopo sudore dopo..... Dos claras, más, por favor... con piacere, con te.
Grazie Cri, veramente solo grazie. :bacibaci: :bacibaci::):):)
 
24 maggio 2007
religios - leon

in una tienda.
"un platano, por favor".
la signora - mani artritiche di età vissuta, grembiule nero di bottegaia d'altri tempi - prende la banana dal cesto.
si avvicina al bancone, taglia via il picciuolo.
pesa il frutto sulla sua bilancia.
la guardo, un sopracciglio alzato ad espimere stupore.
dice dentro un sorriso: "chica, vorrai mica che ti faccia pagare anche il picciuolo, no?".
non era domanda che ammettesse repliche.
poi dicono, il cammino.
come si fa a non commuoversi?
come?

attraversiamo fiumi e torrenti resi scuri e inquieti dalla terra lavata via dall'acqua di questi giorni.
scorrono impetuosi.
vengono da un'altrove.
portano pioggia che fu e fango che è.
vanno.
un ponte, un altro.
e ce li siamo lasciati alle spalle.

tratturo in brecciolino accanto alla statale.
accanto a noi sfrecciano camion, uno via l'altro.
[lo si vede anche dal traffico e dal tipo di traffico, che ci stiamo avvicinando ad una grande città].
abbiamo la stupidera addosso.
un'ola per ogni camion.
tutti salutano.
molti suonano.
uno ci manda un bacio.
noi andiamo avanti.
ci abita l'allegria.
ci abitano le risate.
la periferia di leon ce la mangiamo via così, in un'unico boccone.
ed è un boccone di brio gioioso e spensieratezza leggera.

i vecchietti della casa di riposo.
stanno lì, in fila uno accanto all'altro, seduti dentro un sole pallido su sedie di plastica, occhi opachi di cataratte inoperate, bastoni al riposo, pantofole sformate da passi strascicati.
ci guardano passare da dietro un cancello chiuso,
ci chiedono di abbracciare il santo.
quanta nostalgia avete addosso, mayores?
quanta solitudine?
quanta vita dentro vosti occhi?
quanto amore nel cuore?
cosa vi rimane, oggi, di tutti i vostri ieri?

un pavone in un campo.
aspettiamo un po'.
niente.
non ci concede meraviglia a forma di ruota.

un tè caldo in un bar.
ci perdiamo in chiacchiere.
finisce che il tè che era caldo si raffredda nella teiera.
"te lo metto in una bottiglietta? così puoi portartelo via".
accanto a noi del ghiaccio scricchiola dentro un bicchiere di succo di mela.
il rumore che fa - minuscolo iceberg al disgelo dentro la dolcezza.

"to be in love is to be in a danger. don't be stupid, man".
ecco.
questo.
questa verità.
andrebbe scritta a caratteri cubitali.
andrebbe imparata a memoria.
andrebbe tenuta sempre presente.
dovrebbe essere perenne monito.
e invece.
invece ogni volta ci si ricasca.
ogni volta si ricasca consapevoli e folli dentro la stupidità.
ogni volta si ricasca sprezzanti e sognanti dentro il pericolo.
ogni volta si ricasca inermi e vinti dentro l'amore.
perchè non c'è stupidità e pericolo più bello di quello che rende vivo il cuore e fa battere l'anima.
perchè non c'è stupidità e pericolo più bello dell'amore, quando all'improvviso bussa dentro la vita e si fa largo a spallate dentro l'esistenza.

i nostri passi sul legno di una passerella sopra gli svincoli di leon.
i miei passi che giorni fa rimbombavano soli nel buio di un sottopasso.
entriamo a leon camminando sul lato della superstrada.
una quattro corsie.
così avrebbe chiamato strada analoga quel ferramenta in provincia di grosseto.
ma quattro corsie è nome del dopo e dell'altrove.
di una nuova aurelia che corre veloce.
di una lontana estate toscana.
di una prima vacanza in tre.
di pappe preparate sul fornelletto da campeggio e di un finocchio che non cuoceva mai [ma perchè non mi concedevo degli omogenizzati pronti? perchè?].
di una tenda in mezzo al bosco.
di tentativi di serenità - oltre la diagnosi.
di sforzi di spensieratezza - oltre l'appuntamento dei primi di settembre.
oggi siamo qui.
superstrada.
quattro corsie.
chiamatela come vi pare.
ci si srotola accanto.
avanziamo in fila indiana.
camminiamo lenti verso la città.

le torri bianche della cattedrale.
tiro su la testa e sono lì - era molto che vi aspettavo. era molto che sognavo di rivedervi.
è un attimo.
tiro su la testa.
smettono di essere desiderio e speranza.
diventano meta ed orizzonte.
magico, quell'unico istante.

in città.
una signora dal primo piano mi lancia un sacchetto pieno di spazzatura.
"puoi buttarmelo, por favor?"
anche questa è domanda che non ammette repliche.
lo butto, ovvio.
certo la considero richiesta piuttosto bizzarra.

sulla piazza davati alla cattedrale.
molta vita raccontata.
panchina al sole, empanada y birra con lemon.
un abbraccio tra italiani.
ed è un abbraccio cosi pieno.
così pieno di vita compartida dentro un incontro che non è altro se non fugace.
delle rondini volano alte sopra i palazzi.

il bianco dei marmi della cattedrale dentro il sole, alla fine dell'ombra dei vicoli attraversati per arrivarci.
quelle vetrate colorate brillano di arte e di luce.
quei rossi.
quei blu intensi.
quegli azzurri.
quei verdi.
quei gialli.
riempiono gli occhi.
abbagliano ogni sguardo.
attorno muri di pietra di una chiesa in pietra.
dirà r.: "lo senti? non è viva, questa casa".
dirà: "no es un lugar".
e dentro c'è lo stesso abisso di significato emotivo che c'è tra house ed home.

alberto - quel bellissimo ragazzo, quello con i boccoli neri lunghi fino alle spalle.
lo ritrovo dopo giorni, rasato a zero.
lo guardo.
non serve neanche che gli chieda niente, chissà in quanti gli hanno fatto la stessa domanda.
dice: "li ho tagliati alla fine di un temporale. i don't need them anymore".
negli occhi ha della sicurezza.
sulla bocca un sorriso.
per mano claire.
si allontanano di qualche passo.
lei lo guarda con occhi innamorati.
lui si stende schiena a terra davanti alla cattedrale - inquadrature ardite per catturare la magia di quel cielo grigio oltre quelle guglie bianche.

in un bar sulla piazza.
chocolate che pare budino y churros - non serve che vi dica altro, vero?
pomeriggio lento.
ce lo concediamo - così come in questa città ci concediamo 36 ore di vacanza dal nostro essere pellegrini.
dentro quel bar passiamo ore che diventano mesi.
entriamo che splende il sole - agosto di luce splendnte.
usciremo dentro una città lavata di pioggia, di vento, di freddo - novembre inoltrato, quasi dicembre, quasi gennaio.

dentro quel bar.
oltre le vetrine, la piazza è sferzata da un vento fortissimo.
folate indiavolate spazzano ogni pietra di sagrato.
pare si scateni su questi marmi ogni forza dell'universo.
secchiate d'acqua lavano ogni sasso ed ogni cristiano che abbia il folle coraggio di avventurarsi lì fuori.
la cattedrale solo sta - unica impassibile dentro questo furore.
tra vento e diluvio, un signore corre attraverso la piazza con un quotidiano a cercare di proteggersi la testa. ovunque debbano arrivare, ci arriveranno fradici, l'uomo con l'impermeabile ed il suo giornale.
noi lì, a lasciar sgocciolare via dentro la loro dolcezza queste ore di niente.
noi lì, zaini appoggiati al muro e cameriere costretto ad equilibrismi.
"scusami. adesso te li sposto".
sappiamo essere parecchio impegnativi dentro ogni bar, noi pellegrini con i nostri zaini al seguito.

dentro quel bar.
riflessi di luce aranciata colano sulla superficie della vetrina.
un paralume in stoffa incornicia il profilo di pellegrina assorta in un altrove, rapita all'oggi da sogni e pensieri.
gocce di pioggia disegnano rigagnoli che scorrendo lavano quel vetro, diaframma trasparente tra il nostro noi ed il mondo altro.
basterebbe guardare tutto con un occhio che padroneggi la preziosa tecnica del bianco e nero, parrebbe di essere dentro una di quelle immagini di quei maestri che a metà del novecento hanno reso grande la storia della fotografia.

due notti a leon - la prima all'ostello della gioventù.
per una volta non abbiamo orario di rientro.
a mezzanotte siamo ancora in giro - sulle papille gustative origano di italica pizza in terra iberica per compiacere desideri teutoni, negli occhi luce arancione e notte di cobalto, addosso dell'amicizia che è e che diventa.
ci sveglieremo tardi.
che poi. tardi. 8.30 - il fuso orario pellegrino aveva evidentemente preso pieno possesso di ogni nostro ritmo circadiano.
oltre le tapparelle ci accoglierà una città grigia dentro una periferia grigia immersa in un cortile grigio circondato di palazzoni grigi. parrebbe quasi architettura sovietica in una qualche repubblica ex-comunista. e invece anche questa è leon, sobborgo spinto oltre lo splendore del centro.
ci guarderemo, e sorrideremo.
basterà quello.
basteremo noi e la nostra giornata di vacanza tutti insieme a far brillare le ore.

l'umidita ed il puzzo nelle stanze di questi ostelli, nei giorni di pioggia.
i vestiti di tutti su ogni superficie immaginabile - fantasiosi stendipanni audaci tra minimi appigli.
le camere nella confusione più totale.
ovunque sparpagliati panni pellegrini che cercano di asciugare, di almeno perdere un po' di umidità.

due notti a leon - la seconda dalle suorine.
davanti al dormitorio è appesa una cartina a rilievo della spagna.
chilometri e vita dentro plastica ruvida di montagne e colline.
ci passo sopra un dito.
ricalco passi.
lenta mi lascio scorrere rilievi ed distanze sotto i polpastrelli.
lascio che si appoggino dolci sulla pelle delle mie mani.

di sera.
siamo in tanti, a messa - tanti credono, tanti no.
è bello, essere qui tutti, a prescindere da tutto.
quando le suorine ci ringraziano per averle accompagnate nella preghiera.​
loro, ringraziano.​
loro.​
dirà poi una suorina: "voi pellegrini siete buscadores, coloro che cercano".
scrivevo: "mi chiedo cosa cerco".
scrivevo: "non ho molte risposte".
da quell'allora lontano, lungo le vie dell'esistenza, ho trovato qualcosa di quello che cercavo sapendo cosa fosse e anche no.​
da quell'allora lontano, nelle pieghe della vita, ho scovato delle risposte a domande che mi facevo e anche no.​
ma.
ma potrei scriverlo ancora oggi.
ancora oggi.
"mi chiedo cosa cerco".
ancora oggi .
"non ho tutte le risposte".

sì, sono un'anima inquieta.​
sì, sono sempre in cammino.​
sì, non ho mai smesso di essere in cammino.​
 
Ultima modifica:
Non si finisce mai di cercare, che le risposte sono come scatole cinesi: ne apri una solo per trovarne dentro un'altra: l'ultima cosa che vedremo in vita, sarà una scatola, è garantito!!!

Leòn ... la fine delle mesetas: la sensazione di aver svolto bene un compito non facile e la soddisfazione che ne deriva! ("Da qui in poi è tutta discesa!" Soleva dire il mio amico Martin con, forse, troppo ottimismo!

La bottegaia d'altri tempi che taglia il picciolo per non fartelo pagare; il "Grocery vendor" col camice bianco dei giorni nostri che magari trucca a suo favore la bilancia: quanta dignità nella parola "bottegaia", vero?

PS:
Una curiosità in qualità di nativo della zona: non è che quel ferramenta di Grosseto si fosse riferito alle "Quattro Strade" e non alle ... "Quattro corsie"?
"Le Quattro Strade" era (adesso non so ...) per i grossetani un crocevia molto importante: luogo di appuntamento con gli autoctoni per chi arrivava in auto e non conosceva la città,prima dell'avvento del GPS.
Luogo che (poi vennero i distributori automatici) presentava l'unico benzinaio aperto h24 7/7.
Luogo mitico e famigerato (una specie di Ultima Thule) per noi ragazzotti degli anni 70 con l'ormone in trasferta che, tra il timoroso e l'affascinato, progettavano improbabili raid dell'amore (che poi mai si verificavano in concreto!), poichè in quella zona passeggiavano le "signorine della notte" ... :doh:
 
l'ultima cosa che vedremo in vita, sarà una scatola, è garantito!!!

immagine potente.
è da quando l'ho letta che mi chiedo cosa ci sarà dentro, quelle ultime scatole.
immagino infiniti contenuti per infinta umanità.
a ognuno il suo, esattamente come lo vuole e come lo sogna.
poi, pelando carote ho anche pensato: ma è davvero importante quello che ci sarà dentro?
o forse la cosa importante - la vera cosa importante - è arrivarci vivi, a quelle scatole. ma vivi davvero?
[se si capisce cosa voglio dire - si capisce quello che voglio dire?].

si fosse riferito alle "Quattro Strade" e non alle ... "Quattro corsie"?

no.
confermo.
quattro corsie.
diede un'indicazione del tipo: prendi la quattro corsie, alla seconda uscita, rotonda sulla destra e sei arrivata.
parlava di questa "quattro corsie" come se chiunque dovesse conoscerla.
e pazienza se noi arrivavamo da 500 km più a nord e della quattro corsie prima di quel momento non avevamo mai sentito parlare.

però.
le tue "quattro strade" mi hanno fatto venire in mente i carrefours dell'africa francofona.
succedeva tutto lì.
i moto-taxi.
le fermate dei pullman che non arrivavano mai.
i banchetti delle maman.
la gente seduta sui cigli ad aspettare, forse godot.
i bottiglioni di benzina sfusa immessi sul "mercato informale" dalla vicina nigeria.
di notte altra vita, come ovunque.

cri
 
non è per me.recupero lo zaino, con mossa agile me lo infilo in spalla e vado.
saranno passi.
sarò io.
sarà cammino, il mio.

grañon.
non ne sapevo niente.
solo che era il paese successivo.


netta sensazione che giunge sempre quel momento ….. la svolta
dove si cambia passo

quel momento in cui sei pesantemente consapevole di non aver capito un caxxo e qualcuno ti da una spintarella per andare avanti

quel momento in cui
pensi di aver perso tutto, o non aver trovato niente, ma poi d'incanto trovi te

un cielo pesante nuvoloso che di colpo torna sole

sai (sappiamo) che arriverà quel momento.

Ed è bellissimo
Ed è pieno, completo

Sò già cosa mi chiederò al prossimo cammino : quando arriverai?
 
26 maggio 2007
leon - villar de mazarife

i vicoli deserti di una leon non ancora sveglia hanno odore penetrante di candeggina e detersivo.
uomini in uniforme fluorescente lavano via la notte.
ogni sua traccia sversata sul selciato.
ogni suo labile indizio di vita altra.
ogni suo sfatto umore residuo.
getto d'acqua d'idrante potente, ramazza energica.
splenda la piazza, selciato fradicio che sarà nuovo palcoscenico di nuovo giorno.

mercato sulla plaza mayor.
amo i mercati.
e quella plaza, poi.
estate lontana.
quella foto di allora.
fronte contro fronte, a scontrarsi, giovani corpi tesi dentro la fermezza.
fronte contro fronte, a scoprire chi aveva la testa più dura.
quella forza.
quella tigna.
quelle fibre quasi esposte.
quel bene voluto.
quell'amicizia di allora che è ancora oggi.

ci concediamo una colazione in un albergo elegante.
sull'angolo opposto ammiccano varipinti i cartelloni di un burgerking.
i soliti menù.
i soliti panini.
le solite patatine.
i soliti secchi di cocacola.
ed è subito civiltà.

le ragazze con il pancione che girano a leon.
ventri tesi, esplodono vita, futuro, ogni possibile possibilità.
camminano en la calle, queste giovani donne - regine e demiurghe.
respirano brezza. le abita la vita. le abita l'amore.
un pensiero a puntolino.
alla sua mamma.
una carezza da qui a quella pancia che gli è guscio, casa, unico universo.

un sordo rumore di aereo romba nel cielo.
uno sguardo indietro, oltre lo zaino e la strada percorsa.
eccola la cattedrale, laggiù, lontana nella piana.
seguirà santuario di modernità orrenda.
ogni confronto sarebbe inutile e spietato.

in farmacia.
chi compra compeed.
chi si pesa [tim da giorni è mangiato dalla curiosità. il buco libero conquistato sulla cintura - la fibbia a disegnare nuovi tatuaggi nel cuoio usato - non gli dice abbastanza. ha mente scientifica, il ragazzo. vuole numeri. vuole precisione].
io mi incanto, persa dentro un gesto dimenticato che in italia è storia e preistoria.
prende in mano uno sgarzino, la farmacista.​
un colpo deciso, un affondo preciso.​
taglia via il talloncino dalla una scatola di medicine, un pezzo di scotch per appiccicarlo sulla ricetta.​
nel leggermi, vi è venuto in mente, vero, quel gesto?​
avete sorriso per quell'italia che fu?​
per quel voi che eravate allora - un po' anni in meno addosso e capelli per certo di colore diverso?​

albergue di villar de mazarife.
sdraio di plastica bianca su prato verde - un'oasi di lusso per pellegrini abituati alla spartanità.
stiamo lì, senza nulla da fare - privilegio.
stiamo lì, senza fare nulla - privilegio al quadrato.
sole addosso.
birra accanto.
pensieri allo sbando.
qualche parola a tessere amicizia.
dura, tavolta, la vita dei pellegrini.
fa capolino una riflessione anche saggia tra i miei neuroni in panciolle [diventerà vestito per un oggi, un poi ed un sempre]: "manca una visuale completa sul cammino, standoci dentro. ho l'idea che verrà fuori a posteriori, quello che davvero è stato per me il cammino".

a cena.
due italiani.
sono arrivati ieri da bologna.
chiedo: "cosa c'è di nuovo nel mondo? e da noi?"
dicono: "ha vinto il milan".
non che mi aspettassi trattati di geopolitica internazionale, certo la loro non è proprio il genere di risposta che pensavo di sentire.
forchetta infilata nella paella comunitaria, prendo atto della supremazia rossonera.
non mi pare rimanga molto altro da fare.

cappello da cow-boy.
stivali d'ordinanza - fango tra suola e tomaia a renderli calzatura necessaria, non vezzo dettato dalla moda.
parrebbe di essere nel selvaggio west.
è solo il marciapiede di fronte all'ayuntamiento.
il nostrano ranchero delle lande iberiche ha evidentemente deciso che non ci sono in paese posti migliori - un prato, un cortile, un'area dismessa - dove allenare il proprio cavallo.
stoccano gli zoccoli sull'asfalto.
volano nitriti nell'aria della sera.
brilla quella luce tipica del dopo acquazzone.
si vedono di nuovo, alla fine di tutta questa pianura, profili scuri di montagne per ora lontane.

campanile di pueblo.
due pellegrini appollaiati lì in cima salutano, giulivi.
sopra le loro teste, nidi e cicogne dentro la luce del tardo pomeriggio che scivola dentro la sera.
un attimo, e quei due pellegrini stanno picchiando pugni sul portone in legno.
qualcuno li ha chiusi dentro al campanile.
un filo di rame nuovo di pacca brilla su legno vecchio e tarlato.
ma perchè?
capitano cose.
alcune sono misteri misteriosi.

nel bar del paese, shakira a tutto volume su mtv, zia rosy al bancone.
la gioia con cui ci dice che da lei sono passati altri italiani e altri tedeschi, prima di noi.
non sta più nella pelle.
scartabella in vecchi libri.
non si dà pace.
cerca.
finalmente trova.
firme di compatioti.
ce le mostra, con orgoglio semplice e bello.
come se bastasse essere compatrioti, per scaldarci il cuore.
rimaniamo sconosciuti.
quelle rimangono semplici tracce d'inchiostro su carta vissuta.

shakira ed mtv lasciano il passo all'ennesima partita di calcio seguita dal solito tifo sfegatato, iberico e maschio.
il campanaccio con cui viene festeggiata la palla messa in rete, quando finalmente entra, rende l'evento decisamente pittoresco.
chiedono le sudafricane hello-girls: "ma dove sono le donne?".
"a casa".
"a casa?"
anni di femminismo spazzati via in quel punto fermo.
abissi culturali dentro quel punto di domanda che dipingeva somma e giustissima perplessità.

lampada da tavolo in stile tiffany - paralume bombato, tasselli di vetro bianco e rosso disegnano fiori tra linee di piombo - a illuminare il tavolo di luce fioca e accogliente.
piano in marmo montato su quel che resta di una vecchia singer a pedali.
zia alba - totoc totoc, totoc totoc - a girare colli delle camice, che quello si faceva, quando erano consumata la stoffa e liso ogni cotone.
quello sapeva fare lei, mani nodose inette a tutto, tranne al cucito e alla carezze legnose.
scrivo.
anche queste, come le firme sul libro degli ospiti, sono solo tracce d'inchiostro sul carta vissuta.

sogno un nuovo bimbo di f.
gli spiego cosa sia una barba, dentro il sogno.
gli insegno a camminare, dentro il paesaggio onirico in cui ci muoviamo.

e se fosse, questa, l'unica vera cosa, da insegnare ai figli?
e se fosse questa, l'unica vera cosa che alla fine forse so insegnare almeno un po' bene ai miei figli?
camminare.
schiena dritta. e anche no.
sole in faccia. e anche no.
pelle di lacrime. e anche no.
sorriso a risplendere. e anche no.
occhi cupi. e anche no.
cuori che battono. e anche no.
rabbia che morde. e anche no.
forza caparbia. e anche no.
abbandono protetto. e anche no.
senso di responsabilità. e anche no.
desideri esplosi. e anche no.
vita che sorride. e anche no.
dolcezza stemperata. e anche no.
felicità possibile. e anche no.
orizzonte ampio. e anche no.
muri che sono abissi. e anche no.
ponti tesi. e anche no.
portati per mano. e anche no.
portando per mano. e anche no.
questo.
un passo.
poi un altro.
ed un altro ancora.
camminare.
camminate, figli miei.
camminate inseguendovi.
inseguendo il vostro voi e la vostra felicità.
inseguendo il vostro voi e la vostra felicità per poi finalmente trovarla e trovarvi.
allora abbandonarvi lì, stremati e vivi, dolcemente arresi dentro il vostro voi finalmente raggiunto.
 
Ultima modifica:
albergue di villar de mazarife.
sdraio di plastica bianca su prato verde - un'oasi di lusso per pellegrini abituati alla spartanità.
stiamo lì, senza nulla da fare - privilegio.
stiamo lì, senza fare nulla - privilegio al quadrato.

15 giorni prima ero li pure io... quel prato verde e la paella di Pepe me li ricordo bene.

Ci son tornato nel 2014 e avevo visto un Pepe molto invecchiato, aveva due aiutanti per mandare avanti l'albergue, ma la paella la cucinava ancora lui.
Grazie dei ricordi che affiorano leggendoti Cri ! ! !

Edo
 
2 cose.

Leon
La strana sensazione che provo all'interno della sua cattadrale. Mi siedo lì e non vorrei più uscire. Sono anche recidiva.
È stato punto di arrivo, partenza, passaggio per ben 4 volte, per ben 4 cammini diversi.

I pellegrini chiusi nel campanile.
Chiusa dentro la Santa Espina. Cercando di aprire al tatto un chiavistello all'interno di qualcosa che poteva essere una buia sacrestia.
Non mi sembra neanche sia capitato davvero. Eppure sì.

Ti leggo, ti vedo lì, rivivo i miei passi. Anche se diversi.
 
27 maggio 2007
villar de mazarife - astorga

nella notte, fuori dalla finestra del bagno, frinire di grilli e stelle a brillare nell'oscurità.
dal vetro socchiuso, una brezza ai limiti del freddo mi riaccompagna dentro il sacco a pelo.
il profumo del caffè appena preparato per tutti sale dalle scale e mi sveglia - baci a parte, tra le sveglie migliori, quelle che sanno di caffè.

il freddo del mattino.
l'unica domanda intelligente da fare sarebbe: "a che ora parte lo ski-bus? e da dove? quando ci fermiamo per il bombardino? perchè vero che ci fermiamo per il bombardino?".
io intanto sono in giro in pantaloncini corti, secondo la solita teoria abusata ed inutile che tanto alle gambe non si ha mai freddo.
distesa esile davanti a noi la nostra ombra si allunga su metri di sterrato.
alle spalle un sole che illumina ma che ancora non scalda niente.
il vento si porta dietro un solletico di gocce di una pioggia che viene da lontano.
un temporale balla dentro nuvole nere lontane nell'orizonte.

sono giorni che camminiamo insieme.
siamo gruppo.
siamo amici.
siamo famiglia, quasi.
ci conosciamo bene.
ci conosciamo sempre meglio.
riana sa che dormo sempre e solo a PDL, che sarebbe a pelle di leone.
ride ogni volta che mi vede.
ogni volta mi chiede: "ma come fai? non sei scomoda?".
io non so dormire in alcun altro modo.
sempre e solo "caffe solo y largo" per la seconda colazione della cri.
lo sanno tutti.
quando oggi mi fermo nel bar, lo trovo già al tavolino che mi aspetta ancora fumante, ordinato da altri.
sugli stendibiancheria condivisi ormai riconosciamo mutande altrui dal modo in cui vengono appese.
ognuno ha il suo, li sappiamo tutti.

ha un puffo montanaro appeso ad uno zaino.
è spagnolo, andrà in pensione tra due mesi.
dice: "non vedo l'ora".
dice: "voglio imparare l'italiano per leggere tasso in lingua originale".
mi chiedo perchè proprio tasso [che poi. quanto lo devi sapere bene, l'italiano, per metterti a leggere tasso?], ma sono di parte. tra i due grandi del cinquecento italiano, sempre preferito l'ariosto, con quel suo eroe pazzo d'amore, emblema e metafora di ogni debolezza umana.

una freccia gialla su un pannello di legno ci conduce al muro di una casa privata.
agua potable dopo molti chilometri di niente.
una donna - unghie nere di terra, cesoie vernice scrostata in mano - lavora in giardino e sorride.
possiamo riempire le bottigliette d'acqua al suo rubinetto.
schizzi d'acqua su gambe polverose, sollievo su pelle di guance accaldate.
un sorriso, due parole.
riprendiamo a camminare.

quel gioco che facevamo da bambini.​
quel gioco che fanno tutti i bambini [imprintig atavico?].​
piedi attenti, equilibrismi acerbi e goffi su gambette ancora paffute, tendini al di là da venire.​
oceani di abisso e profondità immaginati dentro quell'asfalto da evitare in ogni modo.​
la vernice delle righe dipinte sul manto stradale unica scialuppa di possibile salvataggio.​
bastano una strada asfaltata in mezzo ai campi e la sua riga tratteggiata in bianco a farle da mezzaria.
torniamo lì, dentro quel gioco bambino.
non passa nessuno.
ci guardiamo.
"dai?"
"dai."
balliamo su bianco salvifico evitando naufragi d'asfalto.
intanto parliamo di felicità.
e pazienza se ci siamo appena conosciuti.

capita che mi abiti della leggerezza.
si infila fin dentro gli scarponi.
veste ogni piede.
alberga in ogni passo.
capitano volte in cui riesco a camminare con passo sereno e forte.
sono quei giorni in cui cammini 24 chilometri e ti sembra niente - giusto una sgambata attorno all'isolato.
24 chilometri che paiono una decina - te li lasci alle spalle in poco piu di quattro ore.

e però.
e però sempre - sia che ne cammini 20, sia che ne cammini 30 - gli ultimi chilometri costano fatica.
una fatica sfibrante, immesa, improba.
pensavo fosse cosa di passi e di cammino, questa fatica a fine tappa.
ma no, non lo è.
l'esistenza mi è stata maestra.
esistono anche nella vita, gli ultimi chilometri.
ne ho fatta una teoria - "la teoria degli ultimi tre chilometri".
ogni tanto capitano.
ti pare di essere arrivato.
ma no, non sei arrivato niente.
manca un zic, un ultimo pezzo, un ultimo sforzo.
e allora.
e allora niente.
testa bassa e sputare sangue.
non c'è altro da fare.
poi si arriva.
c'è di buono che una volta arrivati di solito ti aspetta una doccia, sperabilmente calda.
e magari - se butta bene - anche una birra, possibilmente fredda.
sul cammino.
ma anche nella vita, talvolta.

due canestri da basket in ferro arruginito dentro un campo di erba troppo alta.
un portone di metallo sbatte nel vento.
nessuno in giro, per le strade di questo paese in questo mezzogiorno di domenica.
un gatto si srotola nel sole.

sotto un cielo nero che minaccia pioggia entro in un albergue per usare il bagno.
ci trovo un hospitalero italiano.
sta sistemando piedi malati.
lavorava in banca - camicia, cravatta, gessato, scarpe strette.
si è licenziato, ora cammina.
se gli capita, fa l'hospitalero.
quanto torna in italia cura piaghe da decubito.
dice: "madre, quelle. altro che le ampollas".
betadine, garze, ago e filo su un panchetto accanto alla sua sedia.
tira su lo sguardo dai piedi martoriati che ha per le mani.
mi guarda in faccia, occhi dentro gli occhi.
basta un attimo, pare scrutarmi fin dentro al cuore.
dice: "tu ritornerai sul cammino".
pareva follia.
era visione splendida e diamantina.
e no, per certo non si riferiva all'inglese.​
che io sul cammino non ci sono tornata nel 2019 con il mio papà.​
sul cammino ed in cammino da quel lontano maggio 2007 ci sono tornata​
e tornata​
e tornata ancora​
infinite volte​
ad accumulare passi​
vita​
cuore​
sfaccettature di una me in cerca di me.​
e pazienza se non ho mai calcato sentieri di spagna.​
il dove si cammina, in un cammino - quello è sempre il meno.​
esco e splende il sole.

l'elastico dei miei capelli legato in cima al bordon.
vediamo di non perderlo.
è l'ultimo che mi è rimasto.

la salita dentro astorga.
sul muro c'è scritto 22%.
non so.
so solo che spezza le gambe.
e ancora una volta entrare in città è fatica.

la gioia davanti ad una foto allegata ad una mail.
si fanno vedere a sconosciuti a cui capita di avere il pc accanto al nostro bellissime foto della nostra vita normale.
solo perchè è bello.
solo perchè si è felici.
solo perchè nel compartir c'è il tanto ed il di più.

cena elegante, tovaglia candida, tovaglioli in stoffa.
oltre la finistra, il palazzo di Gaudì ed alberi nel vento.
cielo nero a fare da quinta.

la giornata di oggi.
difficile.
tim direbbe: dentro un ottovolante di emozioni.
troppo altalenante.
troppo altalenante il tempo.
sole​
pioggia​
vento​
pioggia​
vento​
sole​
troppo altalenante il mio cuore
voglia di essere sola​
voglia di raccontarmi​
voglia di ascoltare solo stupidate​
voglia di tutto.​
voglia di tutti.​
voglia di niente.​
voglia di nessuno.​
ancora l'altro giorno, su una chat di whatsapp, di parlava di nuovo dell'essere in altalena.
si diceva: in altalena tra sense of responsability e carpe diem.
vuoi vedere che alla fine si è sempre tutti in altalena?
la vera vittoria di una vita vissuta in altalena?
enjoy the ride - sole in faccia, pioggia addosso.
godersi la brezza - soffia addosso, soffia contro.
avere gli occhi che ridono - gioia bambina declinata in sguardo.
sarebbe già molto - basterebbe a stare bene.
sarebbe già molto - abbozzo di felicità a tessere trame tra terra e cielo.
 
Ultima modifica:
Bella questa tappa!
Sa proprio di Cammino.
La "quasi famiglia" che ci conosciamo meglio che con amici da una vita;
Gli scherzi con l'acqua ma anche la fatica;
La felicità che ti abita entrambe le scarpe: diovolesse che potessi trasformarti in un millepiedi -a volte- che la felicità non è mai abbastanza forse proprio perchè alla fin fine i piedi sono solo due.

Brava Cri!
:bacibaci:
 

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