21 maggio 2007
villalcázar de Sirga - calzadilla de la cuesa
me le ricordavo diverse, le mesetas.
per anni me li sono portati addosso, questi spazi infiniti.
a lungo sono stati colonna sonora di ogni mio sogno di cammino, desiderio di un sarà che segnava la direzione.
me le ricordavo diverse, le mesetas, perchè le sapevo diverse.
avevo dentro gli occhi le mesetas di fine luglio.
il rosso di quella terra, fango spaccato di sole e aridità.
il giallo dei campi di grano ormai bruciati dal caldo in stoppie aspre e sterpaglie.
il cielo, azzurro e terso. alto, soprattutto quello. alto.
da dentro la mia vita di sempre, per anni mi sono immaginata sul cammino.
infinite volte, dentro i sogni del giorno, mi sono sognata lì dentro, su quelle strade di spagna.
mi sognavo e mi immaginavo anche dentro le mesetas - le immagini di quell'estate lontana a fare da scenografia attorno alla fantasia.
mi immaginavo di attraversarle piano, le mesetas - tratturo sterrato, striscia d'asfalto, sole spietato a cuocere passi.
immaginavo passi lentissimi dentro una calma implacabile, densa, faticosa.
e invece.
invece le mesetas sono verdi, piene di grano che sta ancora crescendo.
vibrano di vita.
trasudano possibilità.
sono oceano che freme sotto una superficie increspata a danzare leggera nel vento.
camminiamo in fila indiana sulla carrettera.
evitiamo fango e pozzanghere.
un raggio di sole tra le nuvole.
luce sulla piana - sembra occhio di bue su palco - e noi attori, su questo palcoscenico che è il cammino e ogni nostra vita.
sopra di noi, coperchio sui nostri passi, un cielo basso, grigio di nuvole, promette pioggia.
pesa sull'orizzonte, quel cielo.
su questa striscia di terra che è sentiero e antica via.
pesa su ognuno di noi.
su ogni nostra testa.
su ogni nostro pensiero.
su ogni nostro passo.
le distanze in cui ci muoviamo lenti paiono infinite.
e non so ancora - lo saprò poi - quanto può essere di nulla, il nulla.
eccolo, il nulla.
camminiamo.
non facciamo altro.
voglio solo arrivare.
voglio solo essere arrivata.
ho voglia di una doccia.
di un asciugamano pulito.
di togliermi di dosso questi vestiti che puzzano per tutta l'acqua presa ieri.
ho voglia di una doccia bollente.
di sacco a pelo e coperte [mi stanerà sedad. e sarà una sorpresa. sarà bellissimo aprire gli occhi e trovarsi lì quel suo sorriso bambino e sereno, giorni dopo averlo perso per strada].
sopratutto, ho voglia di basta.
c'è sempre un momento, in cui si ha voglia di solo basta.
ogni tanto mi giro a cercare con gli occhi tim e nicole.
so che ci sono.
so che sono da qualche parte dietro di me.
ho bisogno di vederli.
ho bisogno di sapere che non sono sola.
scrivo e sorrido: era un bisogno di allora.
adesso so che non serve guardarsi alle spalle, per sapere di non essere soli.
serve guardare dentro di me, per sapere di non essere sola.
si capiscono cose, diventando grandi.
ci si impara, camminando nella vita.
poi eccoli.
dei pali elettrici all'orizzonte, fili e cemento contro il cielo.
allora deve esserci algo.
non solo campi.
non solo cieli.
non solo strade.
non solo nulla.
allora deve esserci qualcosa qui intorno.
delle case.
un paese.
persone.
gente.
vita.
un albergue.
allora deve esserci un basta.
la prossima meta.
non è finisterre.
non è santiago.
non è domani.
è solo il prossimo pueblo.
il prossimo albergue.
il prossimo letto.
il prossimo sasso su questa carrettera.
il prossimo passo degli infiniti che restano.
già solo il prossimo respiro sembra essere abbastanza lontano.
i 17 chilometri di nulla da carrion a calzadilla.
pareva tappa eroica.
non lo era per nulla.
quei 17 chilometri non avranno più niente di eroico.
saranno solo un po' di chilometri senza nulla attorno.
una passeggiata, alla fine.
forse poco di più.
rimane che quando alla sera ci ritroveremo a cena - tavolata lunga, stoffa candida, calici di rosso, pan y aceite a placare la fame, io con in mano un foglietto su cui segnare ordinazioni a matita - avremo addosso pelle cotta e sorrisi aperti.
saranno sorrisi dentro cui abita del cielo e del sole.
di chi si sa almeno un pochino di più.
parremo anche un po' nuovi.
un po' diversi.
un po' rimasticati.
ti rimastica, il nulla, ogni nulla.
ti rende diverso.
ti rende nuovo.
la tendenza che hanno i nomi dei paesi di qui.
tutti diminutivi.
calzadilla de la cueza.
quintanilla de la cueza.
medinilla de la dehesa.
terradillos de los templarios.
dice la guida: "come volessero sottolineare la piccolezza dell'uomo in queste immensità".
mi affascina da molto, l'etimologia delle parole.
non so se sia corretta, ma mi pare una lettura interessante, questa che dà la guida.
siamo piccoli.
siamo indubitabilmente piccoli.
ma siamo.
umanità varia.
minuscola.
ma umana.
ed unica.
a seconda delle guide mancano 393 o 402 km a santiago.
sono a metà, piu o meno.
villalcázar de Sirga - calzadilla de la cuesa
me le ricordavo diverse, le mesetas.
per anni me li sono portati addosso, questi spazi infiniti.
a lungo sono stati colonna sonora di ogni mio sogno di cammino, desiderio di un sarà che segnava la direzione.
me le ricordavo diverse, le mesetas, perchè le sapevo diverse.
avevo dentro gli occhi le mesetas di fine luglio.
il rosso di quella terra, fango spaccato di sole e aridità.
il giallo dei campi di grano ormai bruciati dal caldo in stoppie aspre e sterpaglie.
il cielo, azzurro e terso. alto, soprattutto quello. alto.
da dentro la mia vita di sempre, per anni mi sono immaginata sul cammino.
infinite volte, dentro i sogni del giorno, mi sono sognata lì dentro, su quelle strade di spagna.
mi sognavo e mi immaginavo anche dentro le mesetas - le immagini di quell'estate lontana a fare da scenografia attorno alla fantasia.
mi immaginavo di attraversarle piano, le mesetas - tratturo sterrato, striscia d'asfalto, sole spietato a cuocere passi.
immaginavo passi lentissimi dentro una calma implacabile, densa, faticosa.
e invece.
invece le mesetas sono verdi, piene di grano che sta ancora crescendo.
vibrano di vita.
trasudano possibilità.
sono oceano che freme sotto una superficie increspata a danzare leggera nel vento.
camminiamo in fila indiana sulla carrettera.
evitiamo fango e pozzanghere.
un raggio di sole tra le nuvole.
luce sulla piana - sembra occhio di bue su palco - e noi attori, su questo palcoscenico che è il cammino e ogni nostra vita.
sopra di noi, coperchio sui nostri passi, un cielo basso, grigio di nuvole, promette pioggia.
pesa sull'orizzonte, quel cielo.
su questa striscia di terra che è sentiero e antica via.
pesa su ognuno di noi.
su ogni nostra testa.
su ogni nostro pensiero.
su ogni nostro passo.
le distanze in cui ci muoviamo lenti paiono infinite.
e non so ancora - lo saprò poi - quanto può essere di nulla, il nulla.
eccolo, il nulla.
camminiamo.
non facciamo altro.
voglio solo arrivare.
voglio solo essere arrivata.
ho voglia di una doccia.
di un asciugamano pulito.
di togliermi di dosso questi vestiti che puzzano per tutta l'acqua presa ieri.
ho voglia di una doccia bollente.
di sacco a pelo e coperte [mi stanerà sedad. e sarà una sorpresa. sarà bellissimo aprire gli occhi e trovarsi lì quel suo sorriso bambino e sereno, giorni dopo averlo perso per strada].
sopratutto, ho voglia di basta.
c'è sempre un momento, in cui si ha voglia di solo basta.
ogni tanto mi giro a cercare con gli occhi tim e nicole.
so che ci sono.
so che sono da qualche parte dietro di me.
ho bisogno di vederli.
ho bisogno di sapere che non sono sola.
scrivo e sorrido: era un bisogno di allora.
adesso so che non serve guardarsi alle spalle, per sapere di non essere soli.
serve guardare dentro di me, per sapere di non essere sola.
si capiscono cose, diventando grandi.
ci si impara, camminando nella vita.
poi eccoli.
dei pali elettrici all'orizzonte, fili e cemento contro il cielo.
allora deve esserci algo.
non solo campi.
non solo cieli.
non solo strade.
non solo nulla.
allora deve esserci qualcosa qui intorno.
delle case.
un paese.
persone.
gente.
vita.
un albergue.
allora deve esserci un basta.
la prossima meta.
non è finisterre.
non è santiago.
non è domani.
è solo il prossimo pueblo.
il prossimo albergue.
il prossimo letto.
il prossimo sasso su questa carrettera.
il prossimo passo degli infiniti che restano.
già solo il prossimo respiro sembra essere abbastanza lontano.
i 17 chilometri di nulla da carrion a calzadilla.
pareva tappa eroica.
non lo era per nulla.
la vita che morsica.
l'esistenza che chiede.
le responsabilità che vogliono e vogliono molto.
l'infinitamente ripetuto.
l'esistenza scelta che sa stritolare.
la ricerca di un senso - anche solo uno, almeno uno - quando pare non esserci.
l'arrivare - possibilmente felici, almeno sereni, almeno vivi - alla fine dei giorni di ogni quotidiano.
si ridimensiona tutto.quei 17 chilometri non avranno più niente di eroico.
saranno solo un po' di chilometri senza nulla attorno.
una passeggiata, alla fine.
forse poco di più.
rimane che quando alla sera ci ritroveremo a cena - tavolata lunga, stoffa candida, calici di rosso, pan y aceite a placare la fame, io con in mano un foglietto su cui segnare ordinazioni a matita - avremo addosso pelle cotta e sorrisi aperti.
saranno sorrisi dentro cui abita del cielo e del sole.
di chi si sa almeno un pochino di più.
parremo anche un po' nuovi.
un po' diversi.
un po' rimasticati.
ti rimastica, il nulla, ogni nulla.
ti rende diverso.
ti rende nuovo.
la tendenza che hanno i nomi dei paesi di qui.
tutti diminutivi.
calzadilla de la cueza.
quintanilla de la cueza.
medinilla de la dehesa.
terradillos de los templarios.
dice la guida: "come volessero sottolineare la piccolezza dell'uomo in queste immensità".
mi affascina da molto, l'etimologia delle parole.
non so se sia corretta, ma mi pare una lettura interessante, questa che dà la guida.
siamo piccoli.
siamo indubitabilmente piccoli.
ma siamo.
umanità varia.
minuscola.
ma umana.
ed unica.
a seconda delle guide mancano 393 o 402 km a santiago.
sono a metà, piu o meno.
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