31 maggio
villafranca del bierzo - vega de valcarce
piove.
piove sulle stelle che hanno accompagnato la notte.
sui lucernari che gocciano luce livida e bagnata.
sul tetto in legno - per tutta la notte la pioggia ci ha danzato sopra, facendosi musica e acqua esplosa.
piove sui vigneti oltre le finestre.
sull'erba già fradicia.
sul portico scalcianto.
piove sugli zaini che aspettano.
sulle biciclette in assetto da cammino ancora parcheggiate nelle rastrelliere accanto al pollaio.
sulla maggioranza dei pellegrini teutoni. sono ligi al loro essere, loro. e si incamminano.
piove su ogni verde.
su ogni grigio.
su ogni noi.
neanche forte.
no, neanche forte.
piove solo un'acquruggiola.
ma è quell'acqueruggiola fina che non molla mai e inzuppa tutto.
nessuno ha voglia di muovere un passo.
evidentemente metereopatici, ci veste un umore ai limiti del plumbeo.
una coltre di pessimismo.
una dose di fastidio.
temporeggiamo scrutando il cielo.
come se a guardarlo intensamente potesse cambiare qualcosa.
divenatre altro.
magari splendere.
nuvole nere da qui all'ovunque.
piove quella pioggia attaccata giù sul mondo.
ed è una pioggia che glielo leggi addosso che qui è e qui resta e qui resterà.
ci aggiriamo inquieti - un pellegrino senza passi da camminare perde ogni senso e ogni coscienza di sè.
ci attardiamo salutando chi resterà qui a prestare servizio.
"buen camino, hermano, anche se starai fermo".
così avevo detto.
così gli avevo detto.
ma erano solo parole, allora.
forse - forse - debole intuizione.
oggi sarebbero sangue e anima.
non li conoscevo, allora, i cammini camminati da fermi.
o meglio, li conoscevo ma non li chiamavo cammini.
e invece questo sono: cammini a tutti gli effetti.
non lo sapevo allora, quanto si può camminare senza muovere un unico passo.
quanto si può essere pellegrini senza avere nelle gambe un'unico chilometro.
quanto si può andare lontano, e diventare, e diventarsi, e diventarsi altro, senza avere mai avuto gli scarponi ai piedi.
non lo sapevo allora, quanto sono faticosi, i cammini camminati da fermi.
molto più impegnativi di quelli camminati a zonzo per la penisola iberica - non hanno neanche il privilegio di panorami splendidi e mutevoli.
non lo sapevo quanto sia una facile comodità, muoversi nello spazio piuttosto che dentro il prorio cuore - occhi a scurarsi e a scrutarlo dentro ogni sguardo ed ogni specchio.
ci attardiamo.
pare mollare.
dai.
tre passi.
trenta.
trecento.
no, non ha mollato.
piove acqueruggiola.
fermi in paese.
si ricomincia.
temporeggiamo.
via lo zaino.
temporeggiamo.
un caffè.
temporeggiamo.
una sigaretta sotto il portico.
temporeggiamo.
un'occhiata al cielo.
temporeggiamo.
un giro in bagno.
temporeggiamo.
un saluto agli amici che passano.
temporeggiamo.
poi niente.
si va.
che altro vuoi fare.
arriva sempre quel momento lì.
il momento del "
si va. che altro vuoi fare?".
dal ciglio della strada, una vecchietta - occhi slavati, mani di ramo secche - ci augura buen camino.
sa dio quanto ce ne sarà bisgno - dentro questo nostro oggi così umido e così malmostoso - di questo suo augurio.
ci infiliamo nella valle del bierzo.
la abita un verde che esplode umido come giungla.
ma è una giungla sempre urbanizzata.
è una giungla che si insinua - selvaggia ed arresa - tra autotrada, superstrada, provinciale.
è una giungla da cui fanno capolino piloni che sorreggono campate di viadotti.
ci diventano habitat, questi viadotti e questi piloni.
noi - intrusi tra natura e progresso - fuoriluogo ovunque.
nastri d'asfalto si srotalano aerei e rigidi sopra le nostre teste.
un'umanità veloce e motorizzata romba sopra ogni nostro passo.
pioggia e rombo.
pioggia e rombo.
pioggia e rombo.
oggi non c'è alcun silenzio, dentro i nostri passi.
oggi non c'è alcuna pace, dentro i nostri passi.
è fatica, camminare così.
estación de servicio.
ci fermiamo.
ma è squallore.
è squallido il piazzale.
l'edificio che ha visto giorni migliori.
la luce cupa che che ammorba ogni interno.
è squallido il bancone.
il barista.
il grembiule chiazzato.
la porcellana spessa di quelle tazzine.
squallida pure la brodaglia che ci spacciano per caffè.
che poi.
mica sono le cose, ad essere squallide.
non sono mai le cose, ad essere.
siamo noi.
gli sguardi con cui le guardiamo.
le sensazioni che ci abitano.
le emozioni che ci investono.
alla fine, sta tutto a noi - immane responsabilità.
vega de valcarce.
l'ultimo ponte è altissimo - grattacielo muto a sorreggere laboriosa velocità ed ogni frenesia.
pare essere il peggiore, incombente calcestruzzo a coprire ogni speranza.
umore sotto i tacchi - ancora.
una panaderia all'inizio del paese.
entriamo.
ci avvolge un profumo di pane caldo che respira casa e vita.
dalla teca torte casere promettono dolcezza da glasse arrendevoli.
ogni cosa pare essere fatta con cura.
ogni cosa pare essere fatta con il cuore.
ogni cosa pare essere intessuta di amore.
ogni cosa pare trasudare calore umano.
siamo bagnati come pulcini.
sgocciolano gli zaini davanti alle vetrine.
sgoccioliamo noi davanti al bancone.
lenti sgocciolano via residui di pioggia.
lenti sgocciolano via anche liquami di malumore e nervoso.
carboidrati e zucchero, questo ci vuole.
carboidrati e zucchero, questo avremo.
carboidrati e zucchero, questo abbiamo.
pareti verdi.
mele e nocciole a fare da ripieno dentro dischi di sfoglia.
un caffè.
piove ancora.
un altro caffè.
piove ancora.
un biscotto.
anche un thé.
quel cartello che ammiccava sulla strada.
"è un appartamento. otto posti letto in quattro stanze. ma oggi ci siete solo voi".
una camera privata, per una volta.
una camera privata, per la prima volta su questi passi.
un letto matrimoniale, per una volta.
un letto matrimoniale, per la prima volta su questi passi.
le pareti, così colorate. osano di più di quelle di tonale. e ce ne vuole, perchè possano osare più di quelle di tonale.
la meraviglia degli asciugamani [ogni volta mi incanta e mi stupisce, la mia meraviglia davanti a dei semplici asciugamani]. tre ciascuno, in spugna ruvida e pulita. ci sentiamo re e regine del bagno e del mondo.
la doccia con lo shampoo. altro che marsiglia. molta schiuma sulla testa. sa di miele.
le tante prese elettriche che abbiamo a disposizione.
l'idea di non dover dormire nel sacco a pelo.
prendiamo possesso di quegli spazi.
ci accomodiamo dentro quelle stanze.
ci allarghiamo dentro quel nido che diventa nostro.
in un attimo molliamo i panni pellegrini.
in un attimo trasformiamo l'appartamento in una casa, nostra per il nostro oggi.
giochiamo a famiglia.
oggi giochiamo a famiglia.
sono quei giochi bambini.
come quando si giocava a dottore.
non c'era mai un oncologico, quando si giocava a dottore.
o un dializzato.
o una sclerosi multipla.
o un anziano da intubare.
o un TSO.
quando si giocava a dottore, c'era una gola rossa.
un mal d pancia.
forse un bernoccolo.
a quelli che proprio andava male, una gamba rotta da aggiustare a suon di nastri in cotone e stecchetti di legno.
oggi giochiamo a famiglia.
niente:
"no, aspetta. faccio tardi. sì. mi hanno rifatto la fiancata. sì. certo che avevo la precedenza. eh, non ancora. li sto cercando, i fogli per la constatazione amichevole. dov'è che li avevi messi?".
"ca**o. ho preso una multa. eh sì. divieto di sosta. ma sì, mi era sempre andata bene. erano mesi ed anni che mi andava bene. lo sapevo che sarebbe capitato, a furia di fare parcheggi romani e criminali. certo che lo sapevo. però dai. non avrebbe potuto andarmi bene anche oggi?".
"non c'è una volta, una sola volta, in cui tiri su con la paletta i mucchietti di polvere che ramazzi con la scopa? perchè li abbandoni in giro per ogni angolo. perchè? ".
"ho una domanda. cosa mangiamo stasera? e domani a pranzo? e domani sera? no, non ho domande più intelligenti. men che meno risposte. no. pasta in bianco o pasta al pesto non può essere la soluzione. io non ne posso più, di pasta e di pesto".
"quei libri sono sui gradini in attesa di salire da tre settimane. possibile che se non li porto su io non li porta su nessuno?".
"uh".
[che quando a mezzanotte passata da un pezzo - non hai voglia di niente, non hai voglia di nessuno - ti viene in mente che ancora c'è una lavatrice da stendere, non è che ci siano molti discorsi da fare. bastano due lettere in un'unica sillaba a dire la fatica che ancora e di nuovo piomba addosso].
"mi prendi quel pezzo di formaggio? come dove? c'è solo quello, in frigo. non vedi che fa l'eco? non so cosa farci. è una settimana che non ho tempo di andare a fare la spesa".
"certo che c'è una differenza tra un lavandino ed un truogolo da maiali. ma come si fa a ridurre un bagno così? cosa ci fa tutto questo fango in giro?".
"eh, no. certo che no. o ci vestiamo direttamente dagli stendipanni usandoli come armadi, o qualcuno deve pur pascolarla, la biancheria pulita. da sola non si infila nei cassetti".
"mah... sì. direi che è proprio ora di tagliarla, l'erba. pare una giungla, il nostro giardino. tra un po' ne usciranno tigri e boa constrictor. non hai voglia? sapessi quante sono le cose di cui non ho voglia io e che mi tocca fare".
"hai pagato il bollo della macchina? come no? avevi detto che l'avresti pagata tu. mi stai dicendo che sono in giro da una settimana con il bollo scaduto?".
"chi ha finito la carta igienica? chi?".
"sì. li ho fatti i panini. sì, ho sbucciato anche le mele. sì, ho preso pure l'acqua ed il cioccolato. però mancano i fazzoletti. e le felpe. e le magliette di ricambio. e che dici? ci portiamo anche qualcosa per la pioggia? ma non doveva essere un picnic in montagna? pare una spedizione ai limiti dell'himalayano"..
"c'è una tovaglia pulita? io non ne posso più di mangiare in mezzo a queste patacche".
"ci vai tu sabato mattina a ritirare la raccomandata? e certo che ci sarebbe di meglio da fare, il sabato mattino. hai altre idee per recuperarla? vuoi chiedere permesso? mi stai dicendo che vuoi buttare via un'ora di permesso per andare in posta?".
"sei ancora sotto la doccia? dai. devo farla anche io. non arrivo più, se no. ti dai una mossa?"
"hai su le scarpe? fammi un favore. porta fuori tu la pattumiera. e lo so che l'hai già portata fuori ieri. ti sciupi i piedi, a portarla fuori due giorni di fila?".
"voi mangiate. io faccio tardi. come quanto? ma secondo te lo so? secondo te posso saperlo?".
"possibile che non sia mai, mai, mai, il momento giusto per parlare? possibile che prima di me e di noi ci sia tutto ed tutto il contrario di tutto?"
i silenzi a mangiarsi via l'amore.
"ci voleva tanto? adesso tu dimmi. ci voleva tanto?".
"qualcuno ha visto le mie chiavi? il mio telefono? il mio borsellino? [adesso anche] la mia mascherina?".
"e ma io...".
"sì, però tu..."
"allora..."
in un crescendo di ripicche e recriminazioni che ammorbano ogni amore, ogni gioia, ogni serenità, ogni possibile felicità.
oggi non c'è niente di tutto questo.
non c'è niente della famiglia vera.
non c'è niente della famiglia vera quando divenata lenzuolo liso, fazzoletto con i buchi, abbruttimento quotidiano dato dall'infinitamente ripetuto.
oggi è gioco.
oggì è famiglia nella sua versione più splendida.
più desiderabile.
più falsa.
più irreale.
oggi è solo:
uscire dal bagno ed essere profumati, per una volta.
sentire musica, dire straits e rem da un cellulare.
entrare nel letto di lenzuola candide e tirate.
quella sensazione di fresco immacolato e croccante sulla pelle.
il tempo lento di spalmarsi la crema.
sedersi sul divano e abbandonarsi ai cuscini.
decidere cosa fare per cena. "state pure sdraiati lì. ci pensiamo noi, a fare da mangiare".
quelle ore così, rilassate e dilatate dentro il tempo sospeso.
un bicchiere di rosso. e un altro. e un altro.
un'insalata ricchissima.
una pasta che non era niente, ma pareva divina.
quel pezzetto di cioccolato fondente a sciogliersi in bocca, nocciole a crocchiare tra i denti.
noi sul balcone.
la notte srotolata addosso.
le stelle srotolate sopra.
allegria.
risate.
parole.
sussurri.
occhi.
silenzi, ma di quelli belli che brillano vita.
stare bene.
alla fine solo questo.
stare bene.
stare davvero bene.
giocavamo a famiglia.
ma appunto, era solo gioco.
di noi quattro, tre la sognavano una famiglia loro - senza neanche sapere cosa fosse e cosa volesse davvero dire, avere una famiglia.
uno - il cuore mangiato dal ripianto per i sogni che aveva avuto alla nostra età ormai sgretolati dagli anni dentro la vita de cada dia - si era accoccolato dentro i nostri sogni nuovi.
con essi si era intessuto tana e nido in questo suo tempo sospeso.
addosso lo vestiva l'illusione almeno per oggi di poter sognare di nuovo sogni nuovi senza brutture.
poi venne la notte.
e dentro la notte - tempo e spazio dei sogni migliori - finalmente sognammo i sogni della notte.
quelli, almeno, non fanno alcun male.