03/09 Almansa – Higuelera
La prima tappa è una signora tappa. Lunghetta e con nulla in mezzo.
Per colazione mi mangio quello che mi sono comprata ieri. Così non devo andare a caccia di bar presumibilmente ancora chiusi.
Parto alle 7 meno un quarto. E’ buio ma tempo di uscire dal paese e inizierà ad essere chiaro.
O meglio, cerco di partire alle 7 meno un quarto.
Niente chiavi, la porta da dentro si apre con la maniglia e per rientrare dovevo suonare. Così ho fatto ieri pomeriggio.
Però adesso è chiusa a chiave, con la maniglia non si apre.
Salgo le scale interne, anche qui una porta chiusa.
Ah, iniziamo proprio bene.
Bussare, chiamare. Naa, non è da me.
Adotto la tecnica “Buffone”: non si miagola, si fa rumore.
Sposto sedie, salgo e scendo rumorosamente le scale, accendo luci. Un interruttore non accende niente a me visibile, probabilmente la luce al di là della porta chiusa.
Sento ciabattare. Una suora arriva a liberarmi. Quando ci sono pellegrini passa ad aprire prima di andare a pregare in cappella, ma stamattina si è dimenticata.
“Sola?” “Sì”. Fa una faccia tra lo stupito e il disgustato. Iniziamo sempre meglio.
Cos’è sta cosa umidiccia? Nebbia. Sono immersa nella nebbia.
Tiro fuori il pile. La calda Mancha.
Come uscire dal paese l’ho verificato ieri sera. Poi inizio a vedere le frecce. Non eccessive, spesso sbiadite, ma presenti dove servono.
Breve tratto a fianco dell’autostrada e poi salgo un po’ tra campi, pascoli.
Forse c’è una bella vista, ma sono immersa nella nebbia.
Penso al litro punto settecento cinquanta di acqua che mi porto sulle spalle. Quasi il doppio di quanto e ne porti normalmente. Ma il caldo de La Mancha. Mi viene da ridere.
Però sto bene, anche con la nebbia. Sono partita e sto bene. Anche con tutta quest’acqua sulle spalle.
Conigli che corrono da tutte le parti. Quanti conigli, con la loro codina.
Scendo lungo la ferrovia. La nebbia si alza un po’.
Campi arati. Terra rossa. Mi piace il colore che ha.
Un cartello con i km per Higuelera. Faccio 2 conti. Ci ho messo un mucchio di tempo ad arrivare qui. E non mi sono ancora fermata e neanche mi è sembrato di andare tanto più piano del solito. Continuando così arriverò tardissimo. Ma non ci posso fare molto. Meglio andare avanti senza pensarci troppo. Tanto non ho problemi di corsa al letto.
Dall’altra parte della ferrovia.
Una cascina, sbaglio strada. Me ne accorgo abbastanza in fretta. La freccia c’era, ma proprio sbiadita.
La nebbia poco per volta se ne va. Sole con qualche nuvola e venticello.
E se buttassi parte della mia acqua? No, non si sa mai.
Vigne, con pale eoliche in lontananza.
Vigne buffe. Striscianti, a cespuglio. Che fatica deve essere la vendemmia.
Assaggio qualche grappoletto. La nera è proprio buona.
Pini, qualche pietra. Posto adatto per la mia pausa pranzo.
Guardo l’ora. La riguardo meglio. Qualcosa non quadra. Non posso averci messo solo 7 minuti per arrivare dal cartello con i km a qui. Si è fermato l’orologio? Ma si può fermare l’orologio del telefonino? Direi di no. L’unica spiegazione è che prima ho sbagliato a leggere. Probabilmente ho letto un’ora in più. Ecco perché ci avevo messo così tanto. Certo però che sono ben messa se non so neanche più leggere 2 numeri.
Altre vigne, queste a spalliera, più normali, ma basse, non più di 80cm. Anche qui la vendemmia non deve essere riposante.
Stradine che continuano a salire e scendere leggermente. Ma tanto leggermente che se ne accorge solo la vista, le gambe non ci fanno caso.
Vigne neonate. Solo dei tubetti con un ciuffetto verde in cima, messi in maniera regolare. La mia testa quadra si diverte a guardare le file da tutte le angolature.
Finalmente incrocio qualcuno: un vecchietto su un motorino sgangherato.
E arrivo all’asfalto.
Perché questa prima tappa oltre a essere lunga, senza niente in mezzo, ha anche un finale su asfalto. E’ quello che temo di più.
Adesso la mia bottiglia da 750 la svuoto sulla terra rossa, che diventa ancora più rossa. Anche solo per una questione psicologica. Quello che mi rimane nella borraccia è più che sufficiente.
Tutto sommato l’asfalto va via abbastanza tranquillo. Traffico non ce n’è. Io continuo ad essere attratta dal colore della terra, dalle vigne, dai pini, dalle balle di fieno.
Ancora una piccola sosta sotto un albero.
Sono a Higuelera.
Chiavi al bar, albergue nel vecchio ayuntamiento. Tutto facile.
Solo io.
Mi invento uno stendino con 2 sedie e le stringhe di ricambio.
Giro per il paese. Casette bianche. Muri bianchi. Sembra Grecia.
Una bella stradina con panorama. Finisco al cimitero.
Una parete di tufo con delle grotte scavate (tufo? Mah… accidenti perché non lo hanno ancora inventato sto geologo da tasca?).
Domenica, tutto chiuso. Mi faccio un menú del día al bar dove ho preso le chiavi.
Tra la fame e il fatto che sono da sola mangio alla velocità della luce.
Buono, ma ho bisogno di 2 passi per far scendere un po’ il tutto.
Finisco alla cappelletta in alto, quella con il campanile triangolare.
Luna quasi piena. Se mi ricordo bene i vari proverbi italiani e spagnoli dovrebbe essere crescente.
Luna, campanile triangolare, una panchina, cammino, io. Basta, va bene così.
Un po’ lì e poi a dormire.
Castello di Almansa
Nella nebbia
Viti a cespuglio
Tra i pini
Vigna neonata
Viti a spalliera
Higuelera