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[back to santiago]: il primitivo della cri

una che mi passa avanti di corsa, bastincini a dare il ritmo, ti-ti-tic ti-ti-tic ti-ti-tic, auricolari nelle orecchie. una corsa verso cosa?
Gli auricolari nelle orecchie li ho usati pure io... ma solo sulla Plata quando hai davanti 15 km di rettilineo e dietro altrettanti...
Ma sugli altri cammini mai! Poi quelli che vanno di corsa per battere un record mi stanno di traverso... e non poco.
il tempo di ordinare la clara.
e sto posto mi sta già sul ca**o.
"no, niente tarjeta".
"no, a piedi nudi con le scarpe in giro no, rimettitele".
"perché sei uscito col caffè? prima devi pagarlo".

nella tienda.
"devi registrarti con questo qr-code. sono 12.60".
smanetto con qr-code.
la tizia oltre il bancone mi incalza: "primiero pagar

Ti avevo avvisata sulla Signora Erminia, dal 2013 non è cambiata per nulla allora

Ciao,
sono Guido.
Ecco svelato il dietro le quinte..
CIao mitico ! ! !

A pensarci bene avrei dovuto arrivarci da solo giustamente.

Edo
 
una delle cose che vi chiediamo di fare qui a bodenaya è di decidere tutti insieme l'orario della sveglia
per chi legge può essere semplicemtne un raconto

Per chi l'ha provato SA' cosa vuol dire questa frase e ciò che si prova in quel momento ed in quei pensieri che hai descritto ...
ed IO SO' ..... ed è così bella la vita vista così !!!!

anche quello prima, ma quello dopo...
il bosco da peter-pan, che l'unica roba che ti viene da pensare è: "ma quando ca**o ci ha sguazzato, il @Griffo qui dentro?".
allora qua "soffrivo ancora troppo" ..... ma aspe che oggi sarai sul pezzo che descrivi , fatto l'embalse


anni fa scrissi cosi in questo pezzo
1779881368076.png

chissà
 
26 maggio 2026
quinta tappa: da el campiello a berducedo per la ruta de los hospitales

i primi si muovono alle 4.30.
quando riapro l'occhio sono le 6.30.
decisamente meglio.
in camerata siamo rimasti in pochissimi.
m. è molto contento di non essere caduto dal letto ["vedi, legarsi è stata un idea geniale"], io anche ["per fortuna, mi saresti caduto in testa"].
in piedi sulla sedia guardo fuori dalla finestra: le prime luci della mattina, la nebbia ad avvolgere la vita: memoria di francigena.

jp è pronto.
"camminiamo insieme?", io in mutande verso il bagno.
non lo so.
davvero non lo so.
so che voglio alzarmi con calma, non dover correre, godermela, fare colazione [che ieri ho mangiato niente a pranzo e poco a cena. sento che ho bisogno di nutrirmi].
quando finalmente sono pronta, l'ha risolta lui.
esco dall'albergue ed è andato.
that's camino.

colazione con m.
mi distraggo qualche minuto a chiacchierare davanti alla porta e quando torno nel bar la tortilla è finita.
ripiego su pan y hamon cerrano.
me ne pento al terzo boccone.
se sulla ruta non c'è acqua, mangiare hamon non è una delle idee più intelligenti.
pellicola a riavvolgere tutto e bon.
sarà bicadillo en el camino.

un caffè largo al tavolo dentro.
un caffè espresso seduti fuori.
una sigaretta.
"adesso però devo fare il tedesco: "è ora di andare".
serve sempre qualcuno che domi follia, porti stabilità, dia radici.
per un'ora.
un giorno.
una vita.
"aspetta, devo andare in bagno".
ride.
serve sempre qualcuno a rendere vani i programmi.

con lui sulla carrettera che sale a borres.
"alla fine a ben vedere non siamo altro se non formiche giganti".
"a santiago fuma solo il botafumeiro. magari smetto".
i nostri genitori quasi coetanei - il suo del 1928, il mio del 1932.
a 16 il suo ha dovuto andare in guerra, poco più giovane il mio ha perso un fratello sotto le bombe.
"di che anno sei?"
"1977".
"grandissima annata"
"schnapszahl, diciamo in austria. numero della grappa".

i tre chilometri verso borres.
"sto pensando di fare una follia all'italiana. mi spiace non fare la ruta, e poi è così bello camminare con te".
"dai, vieni a berducedo".
"non ci sono letti liberi".
"kein problem. dormiamo insieme".
non è neanche una domanda.
prendere o lasciare.
oggi in cammino.
a volte nella vita.
sempre siano benedette le volte cui si ho preso.

alla fine essere tedeschi.
non concedersi l'ignoto.
non concedersi l'incerto.
non lasciarsi andare.
"ci rivediamo, cri. ti corro dietro. al più tardi a fonsagrada".

lasciarsi andare.
un uccellino vola davanti a me.
delle mucche alzano la testa al mio paesaggio.
un vitellino pare voglia venire da me, invece va a bere.
il ticchettare di mathias che leggero svanisce alle mie spalle dopo che mi aveva di nuovo raggiunto.

bivio per la ruta.
inciso su una panchina: "awake my dear, be kind to your sleeping heart, take it out into the vast fields of light and let it breathe".
il tempo di un messaggio via wh.

mathias.
e tre.
stavolta davvero.
ogni volta è uno strazio.
sudore della sua barba sulle mie labbra.

con un piede dentro una pozzanghera di fango.
asciugherà.
oppure no.
non può essere peggio di roma.

essere l'ultima sulla ruta.
la consapevolezza di esserlo.
la felicità di esserlo.
la mia natura di animale sociale.
la mia natura di lupa solitaria.

il vecchio di 82 anni su un sasso nel bosco.
"sientate con migo, reina".
è quel reina, che mi frena.
due parole stando in piedi.
la pelle morbida e cerosa che ha.
se la toccassi, sono sicura che avrebbe la consistenza di quella di mia nonna.

el bosque quemado.
il nuovo bosco che rinasce ai suoi piedi.
vita.
morte.
vita.
un odore acido e acre di sterco o di fuoco.

mutanda leopardata è seduta con le sue amiche ai margini del cammino.
mentre io stamattina cercavo di aprire un occhio, lei faceva energico stretching in mezzo alla stanza. mentre cercavo di mettermi addosso qualcosa di possibilmente pulito, lei davanti allo specchio si stava truccando.
"fai il tuo cammino, occhi ridenti".
faccio il mio cammino.
me lascio dietro.
non sono più l'ultima.
peccato.

sono due fratelli brasiliani di circa settant'anni.
uno vive ancora in brasile, l'altro negli stati uniti.
"banana?".
"no, thanks".
anche quelli con lo zainetto leggero sanno essere gentili.
quando li trovo sulla salita li passo veloce, gamba da montagna italiana.
"it's tough".
"it is. but you are doing great".
mi sorridono.
basta poco, a consolare.
basta poco, a esserci.
basta poco, a dare forza.

mi immagino i miei ragazzi.
chissà se tra sessant'anni lo faranno, un cammino insieme.
sarebbero diventati grandi in un modo bello.
sarei stata una brava madre.

tutti i sassi a cuore che ci sono.
l'erica.
il vento - arriva all'improvviso.
"miss you".
"ti porto con me".
le rovine dell'hospedale del 15. secolo.
le mucche sdraiate.
ovvio che non era il sentiero in piano: ce ne fosse stato bisogno, quella maglietta rosa fluo che da mezz'ora arranca appena meno che inchiodata lì me ne dà conferma.

proprio ieri mi hanno detto: "magari, cri, se eviti di sbatterti per terra zingara e selvaggia, ti risparmi un altro giro di zecche".
niente.
sono zingara.
sono selvaggia.
mi sbatto per terra.
sto.

solo il cielo.
solo il sole.
solo il vento
solo io.
solo i miei pensieri.
solo i miei sogni.
solo il mio cuore.
batte forte.
è in pace.
camicia.

sarebbe da amarsi, in questa immensità.
sarebba da fondersi di baci e respiro, di corpo e di pelle
in questo nulla.
in questo vento.

"vorrei fare un salto a casa solo per darti un bacio e dirtelo così, quanto è bello qui, quanto sono felice".
"mah aspetta... se qualcuno deve fare un salto allora lo faccio volentieri io".

il boschetto più avanti.
il legno lavorato dal tempo.
i rami a cui in caso appendere lo zaino.
una foto in bianco e nero.
happy face on the ruta.

le foto non rendono.
non li faccio mai, oggi cedo.
video.
non rende neanche lui.

questa ruta è qualcosa che ha a che fare con il cielo, la miseria, lo splendore, la libertà, le radici, le ali, la terra, l'aria, la finitezza umana, l'infinito, la meraviglia, lo stupore, il nulla, il tutto, l'orizzonte così ampio, la terra com'era, l'universo come dovrebbe essere, l'essere fuori dal mondo, l'esserci conficcati dentro.
forse è per questo che la ruta conquista così, conquista sempre, conquista tutti.

i giochi di nuvole sulle colline lontane.
le mucche.
dei cavalli lontani - brucano.
un rapace immobile nell'aria, scende in picchiata, scompare dietro china. hai vinto tu o ha vinto il topo?
ti ho guardato a lungo, poi te ne sei andato.
in un attimo hai attraversato la vallata.
non si muoveva neanche un piuma, signore dell'aria e del vento.

altri cavalli, laggiù lontano.
i puledrini dietro alle loro mamme
quelle testate a cercare cibo, quella pazienza a nutrire, quello scostarsi scostarsi brusco, quel riappropriarsi di sé: "adesso però basta" - allattamenti lontani.

mi richiamano all'ordine: "vedi di scendere, che lassù di notte fa freddo".

ad un certo punto bon.
va bene salire lenti.
va bene godersela.
va bene un passo dopo un passo dopo un passo.

e però adesso.
però adesso passo da battaglia.
quel "non devi recuperarli tutti, cri" sul trentapassi sopra il lago.
e invece sì.
diventa sfida.
roba di tendini e muscoli.
roba di gambe solide, braccia a spingere, testa a guidare.
diventa mettere alla prova il proprio corpo, spingerlo oltre, avere fiducia in lui.
vado.
ne recupero otto.
la mia laura-shiatsu direbbe di competizione, divertimento, legno ["non avevo dubbi, cri"].

jova a palla ["mio dio"] in questo nulla.
chiedimi se sono felice.
sono immensamente felice.
sto immensamente bene.
sono immensamente viva.
sono immensamente io.

porto palo.
un "animo" appena arrivo.
vorrei anche fermarmi.
non ho bisogno di niente, se non dell'ombra.
e quella non c'è.
non c'è soldo che possa comprarla.
lascio perdere.

un occhio alla guida.
mi sa che mancano una decina di km.
c'è tempo, ma forse conviene che entri nell'ottica di andare.
vado.

a rotta di collo giù per la discesa.
un pellegrino mi guarda terrorizzato e inorridito: "tien quidado, por favor. tien quidado".
certo.
ma anche.
lasciami godere la discesa, le gambe che semplicemente vanno, le ginocchia che reggono, la follia bambina, la risate che nasce dallo sforzo dei muscoli, gli occhi leggeri, il respiro della vita quando batte forte.
scoprirò che è messicano.
è al suo primo cammino.
è al suo primo viaggio in europa.
non neanche ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo, ad avere santiago qui, alla porta di casa.

un villaggio abbandonato.
le case in pietra, una cappella all'inizio del paese.
dell'ombra.
dopo non so quante ore e quanti chilometri finalmente dell'ombra.
mi sbatto giù [ciao, zecche].
pan, chorizo e parole.
la beatitudine.

due maltesi.
mi sembrano sfatte.
"avete acqua?".
ce l'hanno.
sono contenta di aver chiesto.

una cimice schiacciata, la puzza che fa.
il caldo che sale dal terreno, un caldo umido che ti leva il fiato.
un rivolo di acqua da una fontanella.
è un rivolo appena.
un pensiero a tutti quei paesi in cui neanche l'acqua da bere si può dare - si può dare più - per scontata.

ritrovo il messicano.
"mettiti la crema".
metto la crema.
molta vita tra in passi, infiniti "fijate" come intercalare, due chilometri di politica messicana che mi sarei volentieri risparmiata.

albergue municipal di berducedo.
i quattro spagnoli di bodenaya.
una ragazza porta un bicchiere d'acqua al messicano e riempie la mia bottiglia.
basta poco.

sulla via principale.
i due italiani, p. e f..
li ritrovo dopo giorni, accasciati sotto il tendone di un bar.
nel frattempo sono diventati tre.
il tempo di levarmi le scarpe, prendermi un clara - vetro freddo su polpastrelli - sedermi con loro ed è: "tre maschi ad aspettarti, cri. qui è pieno di testosterone".
a me non me ne frega niente, del vostro testosterone, tenetevelo nelle mutande.
mi indispone, la loro becera maschitudine.
mi indisporeebbe sempre.
a maggior ragione sul cammino.
a maggior oggi, con tutta la bellezza che ho negli occhi, dentro il cuore, sulla pelle.
sto il minimo indispensabile.
sto senza dare spago.

appena lo vedo oltre la strada vado da lui, asfalto e piedi nudi.
lui.
lui sì, senza neanche conoscerlo.
ci eravamo visti mezzo minuto nel bosco al bivio per il monastero: "certo che sì, vai tranquilla. però se lasci giù lo zaino magari nascondilo".
e adesso, eccolo qui.
corpo dinoccolato, occhi buoni.
aspetto con lui il taxi che lo porterà via.
della settimana di vacanza dalla vita che si è potuto concedere, di una figlia disabile che ha.

taxi.
non ci posso credere.
"american guys... american friends".
ed è correre da loro, urlare felicità e vita, abbracci, pacche sulle spalle.
è anche lasciarli andare, stavolta per sempre temo.

gli italiani non ci sono più.
le mie cose all'ombra sotto il tendone.
le unghie dei piedi in tinta con le scarpe.
la ginocchiera sudata.
una telefonata seduta a piedi nudi dentro una vasca di pietra.
le scarpe senza calze per arrivare finalmente all'albergue.

albergue.
sono le 18.30 passate.
in questo paese ci sono entrata poco dopo le 16.00.
quando si dice: "avere una socialità indefessa".
sulla porta dell'albergue mi aspetta jp, l'hospitalera accanto a lui: "ero preoccupata. ti stavo cercando. temevo ti fossi persa".

poi sono le attività pellegrine, però di corsa che in un attimo sono le 19.00 passate.
della crema per il cubetto rosso dei bambini che avevo preso per tutt'altro, che oggi forte delle mie nozioni farmaceutiche uso con energica convinzione sulle braccia: se va bene per il culo rosso dei nani, perchè non dovrebbe andare bene per la miabpelle rossa di sole, di passi per strada"

passo la sera con jp.
è un uomo calmo, divertente, interessante, intelligente. è un signore.
finalmente una cena come si deve a base di carne stufata.
un via vai di patatine e insalata ["ciao, zio valerio" - e due].
della sidra che un asturiano ci guarda con raccapriccio e ci sgrifa, per quanto male la gestiamo.
una paternità di parto [quel prendere in braccio la prima volta] e una paternità adottiva [quel prendere per mano la prima volta]: "non cambia niente, cri. niente".

una telefonata ai margini del paese, la luce della sera a battere tra campi, tetti lontani, carrettera deserta, risate, parole a vibrare.
quei minuti appena prima della notte - tutti a dormire, tre pellegrini superstiti, l'aria fresca, l'innaffiatoio per i fiori, "non sono i fiori che rendono bello questo posto, vanessa. sei tu, tu corazon", l'abbraccio morbido e materno che mi dà.

farsi sedimentare addosso il silenzio e la solitudine.
farsi sedimentare addosso le parole e le persone.

wow.
ma wow davvero.
oggi davvero ai margini della perfezione.
oggi davvero intensità.

cri
 
Ultima modifica di un moderatore:
questa ruta è qualcosa che ha a che fare con il cielo, la miseria, lo splendore, la libertà, le radici, le ali, la terra, l'aria, la finitezza umana, l'infinito, la meraviglia, lo stupore, il nulla, il tutto, l'orizzonte così ampio, la terra com'era, l'universo come dovrebbe essere, l'essere fuori dal mondo, l'esserci conficcati dentro.
forse è per questo che la ruta conquista così, conquista sempre, conquista tutti.
Vabbè
Descrizione TOP della perfetta ruta

jova a palla ["mio dio"] in questo nulla.
chiedimi se sono felice.
sono immensamente felice.
sto immensamente bene.
sono immensamente viva.
sono immensamente io.
Vabbè
Descrizione TOP della perfetta Cry

Ti ho letto tutta
Mi hai portato con te
Qua nel caldo della Brianza
Qua nel caldo dell'ufficio
Oggi non ero qua

Sai? A berducedo non mi ero fermato
Perché quella discesa NON fatta , ma fatta in autostop ancora mi urta , come mi ha urtato quel giorno che ho deciso di non entrare all'albergue per vergogna, decidendo di proseguire , con un ginocchio gonfio per poi trovare il mio angelo.

Sentire te correr giù e leggerti nella tua perfezione odierna , mi fa venire voglia di rifarlo e completare quei piccoli particolari lasciati indietro.
 
27 maggio
sesta tappa: da berducedo a castro

è vero che eravamo tutti mezzi svegli.
ma ad un certo punto uno accende la luce e bon.
ha deciso che ora.
noi pochi superstiti ci adeguiamo.
che altro vuoi fare.

in maglietta e mutande a recuperare i panni stesi.
temevo l'umido della notte.
invece sono asciutti, giusto le punte dei calzini appena bagnate.

un pain au chocolat.
un americano.
un altro americano.
delle parole per vanessa che scrivo su un pezzo di carta.
"puoi anche scrivere sul libro dell'albergue".
"no, voglio ringraziare proprio lei".

"camminiamo insieme?"
"oggi sì".
sorriso ad accompagnare entusiasmo.

"dai, fammelo provare".
su asfalto, poi anche su sentieri più scoscesi.
qualche metro col cariolino.
lo proverà anche r. ["sei spagnolo?" "asturiano", l'orgoglio nella voce], lo andrà decantando ore dopo: "es genial. genial".
parrebbe esserlo davvero.

i chilometri con jp.
le ginestre in fiore.
il lavoro nelle dighe in giro per il mondo.
il laos.
il mekong attraversato per fare la spesa.
i mercati in thailandia.
la catena del freddo che non esiste.
i secchi pieni di pesci vivi.
i gatti che non passavano tra le sbarre, preferivano farsi aprire il cancello del compound.
i fantasmi, i riti per scacciarli.
dover insegnare le regole della sicurezza nei cantieri a chi non ha nessuna paura di morire ["nella prossima vita per certo starò meglio" "guarda che non è mica sicuro, sai..."].
i sorrisi dei laotiani.
attorno a noi colline verdi, mucche al pascolo, nebbia appiccigata in fondo alle valli.

"mi fermo a bere un caffè".
"vado. ci vediamo".
per una volta non sono io a fare tappa in un bar.
com'è bello l'andare liberi.

due ciclisti.
"come va la tua vita?".
dico: "va bene".
penso: "splende".
penso: "non potrei volere altro. non potrei volere di più".

aggiriamo la vallata.
la strada da cui arriviamo dipinta in mezzo ai prati.
il rumore soffice delle pale eoliche.
salire verso l'alto.
il vento che c'è una volta arrivati in cima.

un cancello da cerrar prima di un pascolo.
il clangore metallico quando si chiude sbattendo.
il fiume di pipì di un asino.
gli occhi truccati delle mucche dell'auberac.
lo sguardo curioso che posano su chi passa.
le zampe timide e malferme dei vitelli.
quella che si gratta il muso contro una pianta ["cielo, signora mia.. che prurito, che pizzicore"]
laggiù in basso - quanto in basso - l'embalse de salina.

scendere.
scendere.
scendere.
non fa altro che scendere.
non facciamo altro che scendere.

l'aria fredda che sale dal lago
quello che fa la foto a jp perchè ha il cariolino, a me perché cammino accanto a lui.
un graffio sul braccio - sangue e crema solare sulle labbra.
a. di cuba che si era perso, e ci racconta del cagnino, del cane, e del cagnone - e quanto fa ridere, come imita i tra abbai diversi.
l'olandese che gronda sudore, per certo non è abituato a tutti questi dislivelli.
su un sasso: "you rock. love you".
chiamarsi da una mezza vallata all'altra, per la semplice gioia bambina di salutarsi urlando.

un vocale: "hi, birthdayboy".
è il compleanno di h., l'iraniano che sta in germania.
l'incanto di passare il proprio compleanno sul cammino, l'immenso regalo che è passarlo sulla ruta.
"your voice, old italian lady..."

la fatica degli ultimi chilometri di discesa.
un mirador.
poi eccola.
diga [all'inaugurazione la seconda più grande d'Europa, superata solo dal vajont, 37 km di funivia per il trasporto dei materiali dal mare al cantiere].
quel zic di vertigini che mi stupiscono sempre [sono cresciuta al settimo piano di un palazzo, che vertigini vuoi avere? eppure..
vedi tu cosa capita ad invecchiare].

lentissima risalita.
obiettivo: ristorante con terrazza.
qualche parola nella variopinta lingua del cammino per poi scoprire che è di nembro.

"pan, clara y tortilla, por favor".
il tavolo all'ombra a cui è seduto jp.
l'americana che era con lui si rimette lo zaino, lascia un pezzo di pane avanzato in un piattino.
"may i have your bread?".
"hai la faccia come il culo, cri", direbbe maryam.

embalse.
lago.
diga.
terrazza.
sole.
caldo.
ombra.
relax.
parole.
pellegrini.
il tatuaggio di r., le mie dita sul suo avambraccio, la facilità del contatto dei corpi.

"possiamo sederci?".
"certo, ma per la prossima ora non sarò di nessuna compagnia. scrivo".
stare.
stare due ore.
stare immensamente bene.

poi bon.
sono quasi le 14.00.
mi mancano 11 km.
facciamo che vado.
vado.

il passo con cui parto.
il passo che tengo.
è una di quelle salite su asfalto eterne che se non ci entri con la testa giusta diventano agonia e inferno.
ci entro con la testa giusta.
in appena più di un'ora sono su.
molto bene.

una farfalla si posa sul mio telefono [intrigante, impossibile foto].
il sudore misto a crema solare.
evitare il cammino.
salire per asfalto.
la fonte che trovo.
la benedizione dell'acqua fresca - bocca, capelli, braccia pelle bollente.

"sono a granda. bevo una clara e riparto".
"eh? [ha tutta l'aria di essere un "già?"] arrivo".
"sono qui".

clara.
piedi nudi su marciapiede.
bancomat.
un dolce chimico, stucchevole, goduriosissimo.
banana.

"dovrebbe essere asturiana, non ligure. lo spero, che mi mancano 5 chilometri"
"è un platano, non una banana, quindi nessun problema".
evviva le solide certezze di capra.​

vado.
fa caldissimo.
pues bueno, sono solo cinque chilometri.
per fortuna.
chiacchiere al telefono, un po' di musica, una tizia che mi dice che no, che manca di sicuro meno di mezz'ora ma avevo ragione io, mezz'ora mi ci va tutta.

ultima salita.
mi arriva dietro una macchina.
mi sposto per farla passare.
dal finestrino del passeggero si affaccia jp.
"che ci fai in macchina tu?".
l'ha morso un qualche insetto.
gli hospitaleri l'hanno portato dal medico per essere sicuri non fosse niente.
temono la malattia di lyme.
[insetto per insetto, jp - pinzetta fluorescente e ravanare - estrae l'ultima zampa di zecca che mi era rimasta nella mia pancia morbida].

albergue.
registrazione.
scansiono il qr-code.
devo riempire tutti i campi di nuovo.
diventa lunga.
"mi siedo su quei gradini e lo faccio".
accasciata all'ombra.
venticello su pelle.
come si sta bene.
dall'interno della casetta in legno: "quieres agua, chica?".
"mejor una clara, por favor".
ridono tutti.

compilo il form.
mi pare di aver fatto tutto.
non accetta la registrazione.
c'è qualcosa che non gli piace.
"ti manca qualcosa".
"cosa mi manca, sandro?".
"te falta el sexo".
a posto.

la donna dietro al bancone del bar: "hay, guapa".
le do le spalle, solo dopo capisco che sta parlando al telefono.
all'hospitatalero dico ridendo: "pensavo che parlasse con me".
"l'ho pensato anche io".
"non so in che relazione siete tu e quella donna, ma se è tua moglie, ti conviene pensare a voce più bassa".
risate.

all'albergue di casto decisamente partiamo scintillanti.

la bellezza di questo albergue.
casa rural, muro in sasso, capella adiacente, alberi maestosi, pratino, casetta in legno con bar, tavolini, sedie sparse.
è un paradiso.
tempo lento.
i quattro italiani che avevo incontrato a orio.
la coppia slovena - tirare lei fuori dal bosco e albicocche.
i panni lavati e in mezz'ora sono asciutti, con il vento che c'è.

"non avevi prenotato la cena".
solo dopo mi rendo conto che questo è l'albergue che: "ma sono le 19.42 del 7 maggio e non so cosa mangeremo a cena.
cosa voglio mangiare il 27 maggio? ma state scherzando? come faccio a sapere adesso se avrò voglia di pollo, di arroz, di un'hambuguesa?".

ora lo so.
hamburguesa con patate.
l'insalata mista - anche formaggio di capra, anche barbabietola - sarebbe stata indubbiamente meglio.
va bene comunque.

telefono.
chiacchiere nella sera che scende su questo pueblito da nulla, gatti en la calle, sulla pelle delle mie gambe polvere bianca del marmo su cui mi siedo.

"cosa avete mangiato in questi giorni, tom?".
"fagioli, mamma. tanti fagioli".

"posso domandarti una cosa, sandro?".
"tu puoi domandarmi tutto quello che vuoi, cri".
un decaffeinato.
un dolcetto alla zucca.
un altro dolce buonissimo.
le foto da sistemare.

non c'è più nessuno in giro.
quando sto per andare via, passa il ragazzo che dorme in tenda in fondo al giardino.
"buonanotte".
"buonanotte".
e poi invece va a finire che chiacchieriamo due ore [no, non me ne faccio scappare mezza, di occasioni di bellezza].
è tedesco, ha lavorato in sardegna, a settembre inizierà il suo vero lavoro, sarà maestro di scuola elementare, vorrebbe concedersi uno spazio dentro di sé e nel mondo in cui non dover brillare sempre, non dover splendere per forza, un posto in cui essere malinconico, riflessivo, silenzioso.

quando finalmente andiamo a letto, gli hospitaleri stanno cenando su un tavolino in un angolo del bar.

cri
 
Ultima modifica di un moderatore:
la bellezza di questo albergue.
casa rural, muro in sasso
lo ricordo molto bene ....... è qua che (grazie ad una pellegrina) ho fatto il mio primo incontro con IBUPROFENE 600mg, non ci conoscevamo ancora e qua è nata una luuuuunga amicizia :hihi:

e ricordo molto bene quel tratto di bosco prima di Castro .... Peterpan a mille nel bosco delle fate
(vado a rileggermi)
1779958214382.png

Felice che tu sia lì , e sia nel mood Perfetto !!!!
Vai Cri

Domani (o meglio oggi) Galicia
1779958295150.png
 
Ciao cri,
Ti leggo come si legge un buon libro, piano piano, quando non vuoi finirlo troppo presto perché troppo appassionante.
Come al solito sai trasmettere gioia ed emozioni, tante!
Mi manca il primitivo, chissà se riuscirò mai a farlo pure io, mi piacerebbe.
Vai Cri
 
è una di quelle salite su asfalto eterne che se non ci entri con la testa giusta diventano agonia e inferno.
Pure a me era parsa lunga che non finiva mai forse perchè dopo la carsa a rotta di collo nel bosco ero già stanco, ma di più ho odiato quella a che porta A Lastra invece dove a metà mi son piantato sui bastoncini e con i polpacci duri come marmo.

la bellezza di questo albergue.
casa rural, muro in sasso, capella adiacente, alberi maestosi, pratino, casetta in legno con bar, tavolini, sedie sparse.
è un paradiso.
tempo lento.
Castro è uno degli albergue che mi son piaciuti di più del primitivo... purtroppo non mi ero fermato a Bodenaya ed è per questo che ho eletto Castro come top.

La chiesetta li vicino, quelle scale in pietra ... La nebbia al mattino alla partenza... Si mi era piaciuto un sacco.

Edo
p.s.:
Tranquilla che adesso dopo il confine della Galizia spiana :-D
 
Ultima modifica:
28 maggio 2026
settima tappa: da castro a a fonsagrada

alle 5.30 si preparano i primi.
ma perché, che per lo più si fermano tutti a fonsagrada che sta a 20 chilometri?

lascio che si svuoti la stanza.
luce del comodino accesa.
mutande e maglietta - parole di buongiorno.
mutande e maglietta anche jp, sulla soglia della porta: "mi mancheranno tante cose, del cammino, ma questa follia mattutina proprio no".

una colazione raffazzonata insieme a lui.
del pane abbrustolito, ricordi della sua infanzia.
un nescaffè.
una marmellata che gli regalano i tedeschi.

poi ciao.
l'addio si stempera nei quattro spagnoli che passano ["ma davvero girate con quattro camice a fiorelloni tutte uguali? non ci credo". disfano lo zaino. è vero. a sera mi faranno vedere un video beatles-style che hanno girato sulle strisce pedonali di fonsagrada].

prato e albero.
"ma tu lo sai quanto sei figa, cri? quanto questo tuo modo di stare nel cammino e nella vita

così sciallata
così "si faccia quello che c'è da fare"
così selvatica
così solitaria
così altruista
così menefreghista
così autonoma
così assetata
così di compagnia
così controcorrente
così solida
così allegra
così viva
così "brucio"
così "scaldami"
così a non perderti nessuna occasione
così "mollatemi tutti, voglio solo me"
così libera
così testarda
così accogliente
così generosa
così a compartimenti stagni
così ruvida
così morbida
così a portata di mano
così irraggiungibile

- incanta tutti e conquista chiunque?".
io avrei dovuto avere 49 anni a 20.

sedersi dietro un muro.
evitare eccessive socialità di passaggio.
non fare niente.
scrivere.
stare nel chill.
godersela [@griffo docet].
s. esce dalla tenda.
un gatto gira nell'erba.
il cielo a farsi scurissimo.
un occhio alle previsioni meteo.
"vuoi vedere che questa idea brillante di fare colazione alle 10.00 quando apre il bar e partire poi non è poi un'idea così brillante".
prepararsi - sacco della spazzatura.
lasciare accadere.
lasciarsi accadere.
non c'è altro da fare.

tortilla e americano, e sono le 10.00 passate da un po'.
le quattro ciliegie sul piatto.
il latte d'avena per s.
passa da inezie, la cura.

quasi perdere la camicia dello zio.
in mezzo al bosco, un nugolo di mosche ronza via da un topo morto. mi spaventano.
delle ragnatele mi si appoggiano sulla pelle.
com'è possibile, con tutti i pellegrini che sono passati stamattina?

"non ho bessuna certezza sul dove, ma per certo lì davanti stai camminando tu".
"pensato uguale, voltandomi".

mezzo perdersi tre volte.
"secondo te basta una traccia molto calpestata oltre il guardarail della provinciale per dire che sono ancora sul cammino e non persa chissà dove sul confine asturian-gallego?".
voce di vecchio "lì sopra, chica" [mi sono persa la fonte, ci ho guadagnato due messicani che seriamente mi preoccupano, ormai il cammino come la montagna, ci vanno tutti, ignari e inconsapevoli].
"se tra cinque ore non mi hai più sentito, manda qualcuno a cercarmi. sono su una strada provinciale con un limite ai 90. non proprio un posto per pellegrini", "almeno a 'sto giro non dovresti rischiare la multa", il confine attraversato con cartello stradale e non con cippo epico che poi nel pomeriggio qualunque pellegrino mi ha fatto vedere.

entrare in galizia.
wow.
"ci sono".
e saudade.
"ci sono".

non uno, ma due badanti via wh.
mi accompagnano divertenti, divertiti, sul pezzo.
uno: "mandami la posizione o vengo lì".
uno: "dovresti trovare questo" in allegato una cartina.
"speravo di trovarci una clara".
e infatti.

prima clara.
empanada dallo zaino.
seconda clara.
bisogna pur festeggiarlo, il fatto di essere tornati sul cammino.

degli auguri per un compleanno.
uno spritz in brianza.
le clare in galizia.
"io ho un consiglio di classe".
"io dieci chilometri, però in discesa".

l'aria calda del pomeriggio che sta iniziando.
chitarra a suonare, ragazza a cantare.
"thanks for music".
"you're welcome".

dalla tasca dei pantaloni, una ciliegia della colazione.
dopo chilometri sputarne il nocciolo.
il primo cippo con i chilometri che vedo: 165,415 km fino a santiago.
come quelli toscani, anche qui i geometri comunali galleghi sul pezzo e precisissimi.

una frase: "be the reason for someone else's smile today"
"ne ho nati tanti, di sorrisi in questi giorni. anche tuoi".
un "solo un salutino" che dura venti minuti.
la verità è che siamo pellegrini vecchi, ancora ci ricordiamo di quando si faceva la fila per mezz'ora su internet.

l'ultima salita come quella di capranica, e non è un complimento.
il messicano ci arranca, adeguo il mio passo al suo, lo costringe a non mollare, "mi salvadora" mi chiamerà. anche cabra montesa, a voler essere del tutto onesti, ma lo prendo per un complimento.
la mia bottiglia riempita di acqua dal rubinetto e allungata ai ragazzi polacchi appena arrivati in fila per il check-in [lei non smetterà di essermene dolcissimamente grata, la bottiglia che mi compra al supermercatoper sdebitarsi]
schiena su pavimento in sasso, sfatta di fatica e felicità.
"ma tu guardati, cri. bella che sei. come si vede che stai bene".

una clara con r&r.
poi m.: "sono arrivato. mi raggiungi?".
45 chilometri nelle gambe solo per essere qui stasera.

pulpo.
pimiento de padron.
calamari fritti.
un bicchiere di bianco.
una sigaretta seduti fuori.
i colori morbidi del cielo.
i calzini con le flip-flop - l'eleganza sempre.

cri
 
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dopo chilometri sputarne il nocciolo
Un tuareg nel deserto può vivere 3 giorni con un dattero: il primo giorno mangia la buccia, ll secondo giorno mangia la polpa, il terzo giorno succhia il nocciolo del dattero :-)
Tu quanto hai succhiato quello della ciliegia ? :-D
"se tra cinque ore non mi hai più sentito, manda qualcuno a cercarmi. sono su una strada provinciale con un limite ai 90. non proprio un posto per pellegrini", "almeno a 'sto giro non dovresti rischiare la multa", il confine attraversato con cartello stradale e non con cippo epico che poi nel pomeriggio qualunque pellegrino mi ha fatto vedere.
Entrata in modalità Peter Pan ?

i calzini con le flip-flop - l'eleganza sempre.
Quella sempre ! ! !

Edo
 
29 maggio 2026
ottava tappa: da a fonsagrada a cadavo balera

mi sveglio con tutti.
una tizia davanti all'unico lavandino nel bagno delle donne si sta truccando.
è il cammino, baby.
ognuno lo fa come meglio crede.
però se mi lasci almeno lavare la faccia - mi parebbe una questione di priorità - io sono più tranquilla.

mi accascio in un bar ad aspettare m.
molto leopard.
molto babilonia.
parole.
frastuono di tazze cadute.
il messicano a scusarsi con la cameriera.

il messicano.
viaggia con lo zainetto leggero, ha pagato affinché gli organizzassero il cammino, pare sempre un po' sperso.
e però che bello che è vederlo camminare, la gioia che ha, la gratitudine per questa possibilità che gli ha dato la vita.
è un pellegrino duro e puro?
assolutamente no.
è un vero pellegrino?
assolutamente sì - più di molti al loro ennesimo cammino, più di molti con lo zaino sulle spalle.
mai avrebbe avuto il coraggio, la forza e la capacità di gestirsi da solo.
avremmo perso tutti qualcosa.
lui, certo.
ma anche noi.
perderà il suo quadernetto ["mi biblia". glielo ha trovato m., sta nella tasca sopra nel mio zaino. ci viene incontro cercandolo. "ce l'ho io. te l'avrei portato". non fa altro che ringraziare ed essere felice].

un cane che pare morto ma non lo è.
la scala ["una volta mi piacerebbe andarci"]
l'opera ["andiamo a vedere la carmen"].
le pale eoliche.
i mulini a vento.
don chischiotte.
guccini e quei miei vent'anni lì.

la nebbia in cui camminiamo.
["ma chi si crede di essere, questo posto? il pavese? il vecellese?" "una leggera foschia tipica del luogo" incipit di storie lunghe da raccontare].
il capelli bagnati di umidità.
esserci sopra, alla nebbia.
arrivarci con le nostre forze.
sotto di noi, il mare di nebbia e nuvole.
su di noi il cielo azzurro a splendere gagliardo.

quel prato in cima all'alto.
quella chiesetta.
sdraiarsi schiena a terra.
stare.
il sole in faccia.
non fare niente.
"è uno sporco lavoro, quello del pellegrino, ma qualcuno deve pur farlo".
chill.
relax.
felicità.
paradiso.

riprecipitare nelle nuvole.
del tutto inutile, la crema solare che ci siamo messi ["che speco, questa mia inutile botta di saggezza"].
un bar in una struttura di legno - posto di fate, di pellegrini, di gnomi.
umida e cruda quanto basta, la mejor tortilla del cammino.
un bacio a chi con un sorriso disarmante fa uscire da quella porta decine e decine di tortillas al giorno.

"ma scusa, cosa hai detto per avere quella bella tazza grande di caffè lungo?".
"por favor".
ridiamo tutti in mezzo alla nebbia.

uno "smettila, sto entrando in banca".
una spalla coperta - camicia a quadri, pelle di strada.
un sorriso.
"dai. una clara, por favor".
dopo le 11.00 l'alcool si può considerare lecito.

la salita nel bosco.
a testa bassa, la faccio senza quasi neanche rendermene conto.
m. guida, io dietro ["indubbiamente bel culo", però non glielo dico].
lasciarsi guidare vs. guidare [grande tema dei miei ultimi anni].
esultare, in cima - felicità su asfalto.
"lo so che ti piace andare per carrettera, però adesso facciamo i tedeschi e seguiamo il cammino".
"so... german boy. dove sono le frecce?".
"in your corazon".

un bicchiere di acqua con ghiaccio.
le lattine di acquarius.
un bagno molto anni ottanta, le piastrelle sbeccate.
la coreana con guanti in cotone e maschera di crema solare in faccia.
un gatto con una macchia nera sul muso.
delle arachidi dal tavolo accanto al nostro.
le diverse sizes delle creme solari ["cosa fate?" "impariamo l'Europa"].

gli alberi di natale più orrendi dell'universo.
il trekking a cabo verde.
"guidi la moto?" - il vento addosso, "leather, aber nur für fetish".
i peccati madrileñi ["che se vengo sul cammino che almeno ne valga la pena"]
i padri che non accettano ma poi sì e "solo tu puoi nutrirmi di gelato nei miei ultimi giorni, voglio solo te a farmi la barba. però non farti crescere la barba mai, non iniziare a fumare".

un messaggio che racconta della mia mela, del suo zaino, della sua parola del giorno - commuove.
"quanto mi piacciono le mie mani abbronzate, le unghie a risaltare chiare sulla pelle scura".
il passo che metto su sugli ultimi due chilometri.
paiono eterni.
vinco io, anche facile.

mia nonna lo diceva con diprezzo, ma ci aveva visto lungo: "tua figlia è una zingara".
40 anni dopo con immenso orgoglio: "meglio zingara che infelice".

pareva dovesse esserci un bar.
penombra oltre la portafinestra aperta su strada.
è a tutti gli effetti una casa privata.
bar oltre l'angolo.
una clara.
la fatica mi crolla addosso tutta insieme.
per la prima volta in questo cammino sono stanca.

"otto chilometri ancora. che voglia hai?".
"nessuna".
"resta qui".
"vado. domani a lugo".

sedersi per terra, schiena contro muro rosa, piedi nudi su marciapiede in cemento.
il parco giochi del paese, erba stenta.
pelle scura di sole e di passi.
canottiera di cammino, ancora.
dire.
ridere.
raccontare.
esserci.
splendido cammino anche questo.
splendida vita addosso forte.
un gallo e una gallina razzolano poco lontano.
le rivedrò vagare in giro per il pueblo.

la crema antibiotica [probabilmente di un'ottima annata, ma non sottolizziamo].
il tagliaunghie.
l'arnica effetto-termico.
"you saved me".
"in quello zaino minuscolo hai tutto".
"sei la nostra mamma del cammino" [io, che ho sempre la mia maternità ruvida].

un dolcetto che mi porto dietro nello zaino da quel paradiso che era stato castro.
una barra de pan al super ["come lo mangi? pan y...?" "pan y pan". ridono].
uno yogurt al limone.

un'italiana.
un asturiano.
un olandese.
due portoghesi.
pare una barzelletta.
è una cena insieme.
è il mio primo menù del peregrino.
è "i fideos non sono fagioli, sono spaghetti spezzati" "gli spaghetti spezzati no. gli spaghetti spezzati sono il male".

i caffè alla barra.
il freddo che c'è quando usciamo, la nebbia che avvolge questo paese nell'ultima luce prima della notte.

"mi stavo dimenticando di ritirare il bucato".
"te l'avrei ricordato io"
"our italian mama.."
in bagno si laverà i denti con uno spazzolino elettrico.

"a te manca casa quando sei in cammino?".
"no, cri".
"neanche a me".


cri
 
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