27 maggio
sesta tappa: da berducedo a castro
è vero che eravamo tutti mezzi svegli.
ma ad un certo punto uno accende la luce e bon.
ha deciso che ora.
noi pochi superstiti ci adeguiamo.
che altro vuoi fare.
in maglietta e mutande a recuperare i panni stesi.
temevo l'umido della notte.
invece sono asciutti, giusto le punte dei calzini appena bagnate.
un pain au chocolat.
un americano.
un altro americano.
delle parole per vanessa che scrivo su un pezzo di carta.
"puoi anche scrivere sul libro dell'albergue".
"no, voglio ringraziare proprio lei".
"camminiamo insieme?"
"oggi sì".
sorriso ad accompagnare entusiasmo.
"dai, fammelo provare".
su asfalto, poi anche su sentieri più scoscesi.
qualche metro col cariolino.
lo proverà anche r. ["sei spagnolo?" "asturiano", l'orgoglio nella voce], lo andrà decantando ore dopo: "es genial. genial".
parrebbe esserlo davvero.
i chilometri con jp.
le ginestre in fiore.
il lavoro nelle dighe in giro per il mondo.
il laos.
il mekong attraversato per fare la spesa.
i mercati in thailandia.
la catena del freddo che non esiste.
i secchi pieni di pesci vivi.
i gatti che non passavano tra le sbarre, preferivano farsi aprire il cancello del compound.
i fantasmi, i riti per scacciarli.
dover insegnare le regole della sicurezza nei cantieri a chi non ha nessuna paura di morire ["nella prossima vita per certo starò meglio" "guarda che non è mica sicuro, sai..."].
i sorrisi dei laotiani.
attorno a noi colline verdi, mucche al pascolo, nebbia appiccigata in fondo alle valli.
"mi fermo a bere un caffè".
"vado. ci vediamo".
per una volta non sono io a fare tappa in un bar.
com'è bello l'andare liberi.
due ciclisti.
"come va la tua vita?".
dico: "va bene".
penso: "splende".
penso: "non potrei volere altro. non potrei volere di più".
aggiriamo la vallata.
la strada da cui arriviamo dipinta in mezzo ai prati.
il rumore soffice delle pale eoliche.
salire verso l'alto.
il vento che c'è una volta arrivati in cima.
un cancello da cerrar prima di un pascolo.
il clangore metallico quando si chiude sbattendo.
il fiume di pipì di un asino.
gli occhi truccati delle mucche dell'auberac.
lo sguardo curioso che posano su chi passa.
le zampe timide e malferme dei vitelli.
quella che si gratta il muso contro una pianta ["cielo, signora mia.. che prurito, che pizzicore"]
laggiù in basso - quanto in basso - l'embalse de salina.
scendere.
scendere.
scendere.
non fa altro che scendere.
non facciamo altro che scendere.
l'aria fredda che sale dal lago
quello che fa la foto a jp perchè ha il cariolino, a me perché cammino accanto a lui.
un graffio sul braccio - sangue e crema solare sulle labbra.
a. di cuba che si era perso, e ci racconta del cagnino, del cane, e del cagnone - e quanto fa ridere, come imita i tra abbai diversi.
l'olandese che gronda sudore, per certo non è abituato a tutti questi dislivelli.
su un sasso: "you rock. love you".
chiamarsi da una mezza vallata all'altra, per la semplice gioia bambina di salutarsi urlando.
un vocale: "hi, birthdayboy".
è il compleanno di h., l'iraniano che sta in germania.
l'incanto di passare il proprio compleanno sul cammino, l'immenso regalo che è passarlo sulla ruta.
"your voice, old italian lady..."
la fatica degli ultimi chilometri di discesa.
un mirador.
poi eccola.
diga [all'inaugurazione la seconda più grande d'Europa, superata solo dal vajont, 37 km di funivia per il trasporto dei materiali dal mare al cantiere].
quel zic di vertigini che mi stupiscono sempre [sono cresciuta al settimo piano di un palazzo, che vertigini vuoi avere? eppure..
vedi tu cosa capita ad invecchiare].
lentissima risalita.
obiettivo: ristorante con terrazza.
qualche parola nella variopinta lingua del cammino per poi scoprire che è di nembro.
"pan, clara y tortilla, por favor".
il tavolo all'ombra a cui è seduto jp.
l'americana che era con lui si rimette lo zaino, lascia un pezzo di pane avanzato in un piattino.
"may i have your bread?".
"hai la faccia come il culo, cri", direbbe
maryam.
embalse.
lago.
diga.
terrazza.
sole.
caldo.
ombra.
relax.
parole.
pellegrini.
il tatuaggio di r., le mie dita sul suo avambraccio, la facilità del contatto dei corpi.
"possiamo sederci?".
"certo, ma per la prossima ora non sarò di nessuna compagnia. scrivo".
stare.
stare due ore.
stare immensamente bene.
poi bon.
sono quasi le 14.00.
mi mancano 11 km.
facciamo che vado.
vado.
il passo con cui parto.
il passo che tengo.
è una di quelle salite su asfalto eterne che se non ci entri con la testa giusta diventano agonia e inferno.
ci entro con la testa giusta.
in appena più di un'ora sono su.
molto bene.
una farfalla si posa sul mio telefono [intrigante, impossibile foto].
il sudore misto a crema solare.
evitare il cammino.
salire per asfalto.
la fonte che trovo.
la benedizione dell'acqua fresca - bocca, capelli, braccia pelle bollente.
"sono a granda. bevo una clara e riparto".
"eh? [ha tutta l'aria di essere un "già?"] arrivo".
"sono qui".
clara.
piedi nudi su marciapiede.
bancomat.
un dolce chimico, stucchevole, goduriosissimo.
banana.
"dovrebbe essere asturiana, non ligure. lo spero, che mi mancano 5 chilometri"
"è un platano, non una banana, quindi nessun problema".
evviva le solide certezze di capra.
vado.
fa caldissimo.
pues bueno, sono solo cinque chilometri.
per fortuna.
chiacchiere al telefono, un po' di musica, una tizia che mi dice che no, che manca di sicuro meno di mezz'ora ma avevo ragione io, mezz'ora mi ci va tutta.
ultima salita.
mi arriva dietro una macchina.
mi sposto per farla passare.
dal finestrino del passeggero si affaccia jp.
"che ci fai in macchina tu?".
l'ha morso un qualche insetto.
gli hospitaleri l'hanno portato dal medico per essere sicuri non fosse niente.
temono la malattia di lyme.
[insetto per insetto, jp - pinzetta fluorescente e ravanare - estrae l'ultima zampa di zecca che mi era rimasta nella mia pancia morbida].
albergue.
registrazione.
scansiono il qr-code.
devo riempire tutti i campi di nuovo.
diventa lunga.
"mi siedo su quei gradini e lo faccio".
accasciata all'ombra.
venticello su pelle.
come si sta bene.
dall'interno della casetta in legno: "quieres agua, chica?".
"mejor una clara, por favor".
ridono tutti.
compilo il form.
mi pare di aver fatto tutto.
non accetta la registrazione.
c'è qualcosa che non gli piace.
"ti manca qualcosa".
"cosa mi manca, sandro?".
"te falta el sexo".
a posto.
la donna dietro al bancone del bar: "hay, guapa".
le do le spalle, solo dopo capisco che sta parlando al telefono.
all'hospitatalero dico ridendo: "pensavo che parlasse con me".
"l'ho pensato anche io".
"non so in che relazione siete tu e quella donna, ma se è tua moglie, ti conviene pensare a voce più bassa".
risate.
all'albergue di casto decisamente partiamo scintillanti.
la bellezza di questo albergue.
casa rural, muro in sasso, capella adiacente, alberi maestosi, pratino, casetta in legno con bar, tavolini, sedie sparse.
è un paradiso.
tempo lento.
i quattro italiani che avevo incontrato a orio.
la coppia slovena - tirare lei fuori dal bosco e albicocche.
i panni lavati e in mezz'ora sono asciutti, con il vento che c'è.
"non avevi prenotato la cena".
solo dopo mi rendo conto che questo è l'albergue che: "
ma sono le 19.42 del 7 maggio e non so cosa mangeremo a cena.
cosa voglio mangiare il 27 maggio? ma state scherzando? come faccio a sapere adesso se avrò voglia di pollo, di arroz, di un'hambuguesa?".
ora lo so.
hamburguesa con patate.
l'insalata mista - anche formaggio di capra, anche barbabietola - sarebbe stata indubbiamente meglio.
va bene comunque.
telefono.
chiacchiere nella sera che scende su questo pueblito da nulla, gatti en la calle, sulla pelle delle mie gambe polvere bianca del marmo su cui mi siedo.
"cosa avete mangiato in questi giorni, tom?".
"fagioli, mamma. tanti fagioli".
"posso domandarti una cosa, sandro?".
"tu puoi domandarmi tutto quello che vuoi, cri".
un decaffeinato.
un dolcetto alla zucca.
un altro dolce buonissimo.
le foto da sistemare.
non c'è più nessuno in giro.
quando sto per andare via, passa il ragazzo che dorme in tenda in fondo al giardino.
"buonanotte".
"buonanotte".
e poi invece va a finire che chiacchieriamo due ore [no, non me ne faccio scappare mezza, di occasioni di bellezza].
è tedesco, ha lavorato in sardegna, a settembre inizierà il suo vero lavoro, sarà maestro di scuola elementare, vorrebbe concedersi uno spazio dentro di sé e nel mondo in cui non dover brillare sempre, non dover splendere per forza, un posto in cui essere malinconico, riflessivo, silenzioso.
quando finalmente andiamo a letto, gli hospitaleri stanno cenando su un tavolino in un angolo del bar.
cri